lunedì, aprile 27, 2009

Il babbo e la mamma di due grandi amici descritti da un altro grande amico


Anche questo libro riguarda gli amici: l'oggetto di questo volume sono il babbo e la mamma di Franco e Eugenio Nembrini (due dei Nembrini Bros che abbiamo la fortuna di conoscere e di considerare grandi amici, che tanto ci hanno dato e continuano a darci). Finalmente! ci viene da dire, perché avevamo tanto sentito parlare di questi due formidabili genitori! Ci fa questo regalo Bobo Persico, amico di Franco e Eugenio, amico nostro. Che bello!

Una fede feconda e incrollabile: è questo il tratto distintivo della vita di Dario e Clementina Nembrini non solo per i figli che hanno generato, ma per tutto ciò che è nato dalla loro famiglia grazie all’incontro con don Giussani.

Anni Quaranta, un paese della provincia bergamasca. Due giovani si incontrano, si innamorano, si sposano. Entrambi vengono da una solida tradizione cattolica. Dio darà loro dieci figli. Sono tutt’altro che ricchi, ma li accolgono tutti come un dono del cielo. Quando alcuni dei ragazzi incontrano il movimento di Comunione e Liberazione anche il padre e la madre decidono di seguirli: «da quando lo frequentate – dirà una volta il padre – vi vedo più lieti e più seri. Vuol dire che quello che avete incontrato è buono. E allora interessa anche a me».
Così intorno al tavolo di casa Nembrini siederanno, nel tempo, centinaia e centinaia di persone. Tutti si sentono figli, tutti portano via l’esperienza di un’accoglienza formidabile, uno sguardo per cui chiunque arrivi è importante, perché tutto quel che accade è buono. Anche la malattia e la sofferenza sono l’occasione per rendere più pura la certezza che tutto è dono di Dio. Fino all’ultimo giorno, anche ridotto all’immobilità dalla sclerosi che da trent’anni lo affligge, a chi gli chiede come sta Dario invariabilmente risponde farès pecàt a lamentàm, “farei peccato a lamentarmi”.
La storia semplice di come un sì detto in ogni circostanza genera una fede contagiosa, che arriva attraverso i figli fino alle steppe del Kazakhstan e alle foreste della Sierra Leone.

Un libro su un nostro grande amico, Enzo Piccinini


Vi presentiamo un libro su un nostro caro amico, Enzo Piccinini. Caro amico anche se ci siamo incontrati una o due volte. Caro, perché alla festa di Pier Giorgio Frassati del 1998 entrò nel cuore di tutti e ci è rimasto. Pensate che non perdeva occasione di dire in giro che ci conosceva e che aveva trovato della gente strana ma interessante in un posto nelle Marche... Essere così amici è possibile solo in Gesù Cristo, e noi siamo ancora suoi amici. Per questo vi presentiamo questo volume, proprio per questa amicizia.


Un chirurgo così era difficile trovarlo. Non si arrendeva mai. Aveva gli occhi indomiti e curiosi di un bambino. Era uno che sapeva rischiare dove gli altri si fermavano. Se un malato si rivolgeva a lui per aiuto, lo prendeva a cuore e non lo abbandonava, anche quando dal punto di vista chirurgico, non c’era più nulla da fare. Ma, se esisteva anche solo una piccola possibilità di soluzione, la perseguiva, con tenacia.
Enzo Piccinini era un grande chirurgo ma soprattutto era un amico vero, un padre, non solo per i suoi quatto figli, ma anche per i molti giovani che ha guidato all’incontro con il fatto cristiano.
Dopo l’incidente automobilistico in cui morì nel maggio del 1999, Emilio Bonicelli fa rivivere in questo libro la figura di Enzo, di cui era profondamente amico.
Il libro è scritto come una memoria viva attraverso le parole di chi lo ha conosciuto e come un dono per chi non è stato scaldato dal fuoco della sua compagnia. Enzo Piccinini è stato uno dei protagonisti più significativi del cattolicesimo contemporaneo, uno dei responsabili nazionali del Movimento di Comunione e Liberazione, che con la sua testimonianza ha aperto migliaia di cuori alla verità e alla bellezza del fatto cristiano.
Di lui ha scritto Monsignor Luigi Giussani, che considerava Enzo come un figlio prediletto: “Enzo fu un uomo che, dall’intuizione avuta in dialogo con me venti anni fa, disse il suo sì a Cristo con una stupefacente dedizione, intelligente e integrale come prospettiva e rese la sua vita tutta tesa a Cristo e alla sua Chiesa. La cosa più impressionante per me è che la sua adesione a Cristo fu così totalizzante che non c’era più giorno che non cercasse in ogni modo la gloria umana di Cristo”.

Introduzione di Giancarlo Cesana

sabato, aprile 25, 2009

Pier Giorgio vivo - 19

Pier Giorgio non amava divertimenti mondani, cioè artificiali, ma era innammorato delle montagne, perchè queste sono naturali e come vengono da Dio, così conducono a Dio. Ne parlava con il fervore dell'amante e sorrideva quando gli venivano suggerite norme di prudenza, con richiami a tragedie.


Avevo ereditato la passione per i monti dell'origine alpestre, e anche dalle tradizioni familiari. Ricordava spesso agli amici che la madre l'aveva iniziato per tempo a quella sana fatica:-Mamma, diceva, è contenta di sapermi; da bambino mi fece fare d'inverno la traversata della Betta Forca; poi del Fürgen, e l'ascensione del Castore nel gruppo del Rosa.


L'ha detto Pier Giorgio-19

Devi pensare che in me qualcosa si è mutato: non è opera mia, perchè anzi io non ho adempiuto a nessuna di quelle energiche misure che io ti avevo annunciato...
Sono stato in montagna spessevolte con lei, spesse volte con gli altri; ma ormai mi sono convinto che non potendo raggiungere lo scopo, bisogna uccidere il germe che se condotto bene apporta benefici immensi, ma altrimenti crucci.






venerdì, aprile 24, 2009

Papa: la Bibbia va interpretata all’interno del magistero della Chiesa




Ricevendo la Pontificia commissione biblica, Benedetto XVI afferma che lo studio scientifico dei testi “non basta” e ha ricordato che il Vaticano II indica i principi della corretta esegesi, che deve svolgersi nell’ambito della Tradizione.


Città del Vaticano (AsiaNews) – Di fronte alla Bibbia – Vecchio e Nuovo Testamento – lo studio scientifico dei testi non è sufficiente, essa va letta all’interno della tradizione della Chiesa, essendo l’una e l’altra ugualmente ispirate dallo Spirito Santo. E’ un’affermazione fatta da ultimo dal Vaticano II e particolarmente cara a Benedetto XVI che oggi ha ribadito che “l'esegeta cattolico non nutre l'illusione individualista che, al di fuori della comunità dei credenti, si possano comprendere meglio i testi biblici. E' vero invece il contrario, poiché questi testi non sono stati dati ai singoli ricercatori «per soddisfare la loro curiosità o per fornire loro degli argomenti di studio e di ricerca» (Divino afflante Spiritu, EB 566). I testi ispirati da Dio sono stati affidati alla comunità dei credenti, alla Chiesa di Cristo, per alimentare la fede e guidare la vita di carità”.

Ricevendo oggi i membri della Pontificia commissione biblica, il Papa ha parlato dell'ispirazione e la verità della Bibbia, che è stato il tema della riunione della Commissione. “Argomento molto importante” perché tema che riguarda non soltanto il credente, ma la stessa Chiesa, poiché la vita e la missione della Chiesa si fondano necessariamente sulla Parola di Dio, la quale è anima della teologia e, insieme, ispiratrice di tutta l'esistenza cristiana”.

Benedetto VI ha ricordato che Leone XIII, Pio XII e il Vaticano II hanno in vario modo riadito che “La Santa Madre Chiesa, per fede apostolica, ritiene sacri e canonici tutti interi i libri sia dell'Antico che del Nuovo Testamento, con tutte le loro parti, perché, scritti sotto ispirazione dello Spirito Santo, hanno Dio per autore e come tali sono stati consegnati alla Chiesa» (Dei Verbum, 11)Q.

Da tale corretta impostazione del concetto di divina ispirazione e verità della Sacra Scrittura derivano alcune norme che riguardano direttamente la sua interpretazione. “Al riguardo – ha ricordato il Papa - il Concilio Vaticano II indica tre criteri sempre validi per una interpretazione della Sacra Scrittura conforme allo Spirito che l'ha ispirata. Anzitutto occorre prestare grande attenzione al contenuto e all'unità di tutta la Scrittura. Infatti, per quanto siano differenti i libri che la compongono, la Sacra Scrittura è una in forza dell'unità del disegno di Dio, del quale Cristo Gesù è il centro e il cuore (cfr Lc 24,25-27; Lc 24,44-46). In secondo luogo occorre leggere la Scrittura nel contesto della tradizione vivente di tutta la Chiesa. Secondo un detto dei Padri «Sacra Scriptura principalius est in corde Ecclesiae quam in materialibus instrumentis scripta» ossia «la Sacra Scrittura è scritta nel cuore della Chiesa prima che su strumenti materiali». Infatti la Chiesa porta nella sua Tradizione la memoria viva della Parola di Dio ed è lo Spirito Santo che le dona l'interpretazione di essa secondo il senso spirituale (cfr Origene, Homiliae in Leviticum, 5,5). Come terzo criterio è necessario prestare attenzione all'analogia della fede, ossia alla coesione delle singole verità di fede tra di loro e con il piano complessivo della Rivelazione e la pienezza della divina economia in esso racchiusa”.

Il compito dei ricercatori che studiano con diversi metodi la Sacra Scrittura, allora “è quello di contribuire secondo i suddetti principi alla più profonda intelligenza ed esposizione del senso della Sacra Scrittura. Lo studio scientifico dei testi sacri non è da solo sufficiente. Per rispettare la coerenza della fede della Chiesa l'esegeta cattolico deve essere attento a percepire la Parola di Dio in questi testi, all'interno della stessa fede della Chiesa. In mancanza di questo imprescindibile punto di riferimento la ricerca esegetica resta incompleta, perdendo di vista la sua finalità principale, con il pericolo di diventare addirittura una sorta di mero esercizio intellettuale. L'interpretazione delle Sacre Scritture non può essere soltanto uno sforzo scientifico individuale, ma deve essere sempre confrontata, inserita e autenticata dalla tradizione vivente della Chiesa. Questa norma è decisiva per precisare il corretto e reciproco rapporto tra l'esegesi e il Magistero della Chiesa.

“I testi ispirati da Dio sono stati affidati alla comunità dei credenti, alla Chiesa di Cristo, per alimentare la fede e guidare la vita di carità. Il rispetto di questa finalità condiziona la validità e l'efficacia dell'ermeneutica biblica. L'Enciclica Providentissimus Deus ha ricordato questa verità fondamentale e ha osservato che, lungi dall'ostacolare la ricerca biblica, il rispetto di questo dato ne favorisce l'autentico progresso”.

In conclusione, “soltanto il contesto ecclesiale permette alla Sacra Scrittura di essere compresa come autentica Parola di Dio che si fa guida, norma e regola per la vita della Chiesa e la crescita spirituale dei credenti. Ciò comporta il rifiuto di ogni interpretazione soggettiva o semplicemente limitata a una sola analisi, incapace di accogliere in sé il senso globale che nel corso dei secoli ha guidato la Tradizione dell'intero Popolo di Dio”.

giovedì, aprile 23, 2009

Il Papa insiste: la crisi economica attuale è frutto della cupidigia, e cita Ambrogio Autperto


Papa: la cupidigia, “radice” dell’attuale crisi economica mondiale

All’udienza generale, Benedetto XVI illustra la figura di Autperto, monaco dell’VIII secolo che indicò nella cupidigia “l’unica radice di tutti i vizi”. Al termine dell’udienza ha nuovamente affidato ai giovani la croce della Gmg, che 25 anni fa dette loro Giovanni Paolo II “perché tanti giovani scoprano la misericordia di Dio e ravvivino nei loro cuori la speranza in Cristo crocefisso e risorto”.


Città del Vaticano (AsiaNews) – La cupidigia, che fa ritenere l’avere e l’apparire le cose più importanti del mondo, è la vera radice dell’attuale crisi economica mondiale. Benedetto XVI è tornato oggi a indicare in un “vizio” dell’animo umano la causa profonda della situazione economica. Un giudizio che ha espresso a più riprese, da ultimo quando, a Luanda, durante il viaggio in Africa, ha parlato di “cupidigia che corrompe il cuore dell’uomo”, o, all’inizio di aprile, quando nel messaggio indirizzato al vertice del G20 ha scritto che all’origine della crisi c’è anche il “venir meno di un corretto comportamento etico”.

Oggi l’occasione di parlare della cupidigia è stata presa da Benendetto XVI dalla figura di Ambrogio Autperto, autore dell’VIII secolo, “abbastanza sconosciuto”, come egli stesso ha detto alle 35mila persone presenti in piazza San Pietro per l’udienza generale.

Provente da una “distinta famiglia” della Provenza, alla corte di Pipino il Breve fu anche precettore del futuro imperatore Carlo Magno. Al seguito di papa Stefano II, che si era recato in visita ai Franchi, venne in Italia e si fermò nell'abbazia benedettina di San Vincenzo al Volturno, “oasi di cultura classica e cristiana”. Lì entrò nella vita religiosa e nel 671 fu ordinato sacerdote, sei anni dopo divenne abate, col sostegno dei monaci franchi, mentre quelli longobardi sostenevano un altro candidato. Il “contrasto politico era entrato anche nella vita dei monasteri”; le “tensioni nazionalistiche” non ci acquietarono e nel 778 pensò di dare le dimissioni e riparò con alcuni monaci franchi a Spoleto, sotto la protezione di Carlo Magno. Ma il contrasto torno a divampare, con una denuncia dell’abate a Carlo Magno e la convocazione del tribunale pontificio. Chiamato come testimone morì durante il viaggio, forse ucciso, nel 784.

Tra le sue opere di “alto contenuto teologico e morale”, il Papa ha ricordato il “De cupiditate” dedicata al conflitto tra vizi e virtù e il Commento all’Apocalisse. Nella prima, “intende ammmaestrare i monaci in modo concreto su come affrontare il combattimento sprituale ogni giorno” e prendendo l’affermazione di Timoteo per il quale coloro che vogliono vivere in fedeltà a Gesù Cristo saranno perseguitati, rileva che oggi “non c’è piu la persecuzione esterna, ma interna: la lotta contro le forze del male”. Autperto denunciava che “l'avidità dei ricchi e dei potenti nella società del suo tempo esistesse anche all'interno delle anime dei monaci” e definiva la cupidigia “la radice di tutti i mali, l’unica radice di tutti i vizi, e – ha commentato il Papa - alla luce della presente crisi economica mondiale questa analisi rivela tutta la sua attualità: vediamo infatti che proprio da questa radice della cupidigia è nata tutta questa crisi”.

Autperto indicava ai monaci che “il disprezzo del mondo diventa importante nella loro spiritualità, disprezzo non della bellezza del creato, ma della falsa visione del mondo presentataci dalla cupidigia che insinua che avere è il sommo valore della nostra esistenza e così apparire sarebbe il massimo”. Ai nostri tempi, ha aggiunto, “è diffuso un falso concetto di libertà” intesa come “disporre di tutto”, ma come scriveva Autperto “anche per chi non è monaco il Signore ha proposto solo due vie una via stretta e una via larga, una ripida e una comoda”.

Quella, ha proseguito Benedetto XVI era un'epoca nella quale “strumentalizzazioni politiche, nazionalismi e tribalismi hanno sfigurato il vero volto della Chiesa”, “difficolta' che conosciamo anche noi”. Ma proprio nel commento all’Apocalisse Autperto mostra il vero volto della Chiesa. A chi la vedeva come “un corpo bipartito, una parte appartiene a Cristo e una al diavolo”, risponde che “la Chiesa non può mai essere separata da Gesù Cristo”. Egli ha saputo “scoprire il vero volto della Chiesa nei santi e soprattutto in Maria” e “ha saputo capire cosa vuole dire esser cristiano: vivere della parola di Dio, entrare nell'abisso del mistero, dare di nuovo vita alla parola di Dio e offrirle la nostra carne per darle di nuovo vita nel nostro tempo”.

E’ un mandato che Benedetto XVI è tornato a dare ai giovani ai quali ha nuovamente “affidato” la croce della Giornata mondiale della gioventù. Al termine dell’udienza, nei saluti in italiano, il Papa si è infatti rivolto ai giovani del Centro San Lorenzo “che ricordano oggi la consegna della croce dei giovani: era il 22 aprile del 1984, quando alla fine dell’Anno santo della Redenzione, Giovanni Paolo II affidò ai giovani la grande croce di legno” conosciuta ormai come la croce della Gmg. “Da allora la croce cominciò a viaggiare nei continenti aprendo il core di tanti ragazzi ragazze all’amore di Cristo”. “Cari amici – ha concluso - vi affido di nuovo questa croce, perché tanti giovani scoprano la misericordia di Dio e ravvivino nei loro cuori la speranza in Cristo crocefisso e risorto”.

lunedì, aprile 20, 2009

Iraq - Mons. Sako: no al ghetto per i cristiani iracheni

Piana di Ninive: un ghetto per i cristiani iracheni é un’illusione
di Louis Sako*

Netta presa di posizione dell’arcivescovo di Kirkuk contro il progetto di un’enclave per soli cristiani nella piana di Ninive, portata avanti da personalità irakene, politiche e religiose, fuori dell’Iraq. L’idea vorrebbe essere un modo per “salvare i cristiani” dagli attentati e dalle violenze. Ma il progetto è contro la storia irakena e contro la missione dei cristiani e rischia di fomentare ancora di più lo scontro etnico e religioso nel paese.


Kirkuk (AsiaNews) - In questi ultimi tempi alcuni politici, intellettuali e religiosi, dal di fuori dell'Iraq, chiedono l’istituzione nella piana di Ninive di una zona autonoma - un "Safe Haven" - per i cristiani[1]. Proprio adesso che non si parla più d'una regione autonoma anche per il sud dell’Iraq, appare con ancor più chiarezza che questa interferenza creerà problemi gravi. La mia preoccupazione è d'un pastore e non d'un politico!

Queste persone che sostengono il progetto della piana di Ninive vivono in tranquilla sicurezza mentre noi cristiani dell'Iraq siamo spesso esposti ad attentati terroristici e alla morte. Forse essi hanno il nobile intento di aiutarci, ma di fatto ciò avviene senza consultarci quanto al nostro destino e al nostro futuro. Essi perciò pretendono di decidere a nostro nome senza averne ricevuto il mandato.

L'avvenire dei cristiani iracheni deve essere studiato prima di tutto dai cristiani che vivono in Iraq: caldei, assiri, siri e armeni, attraverso la mediazione di competenti e disinteressati leader politici, chiamati a prendere una posizione chiara sul futuro dei cristiani.

I cristiani della diaspora possono aiutarci mantenendo viva la consapevolezza dell’opinione pubblica mondiale sulle nostre condizioni di vita, ma non devono sostituirsi a noi. Abbiamo bisogno di essere aiutati proprio a che ci venga riconosciuto il diritto ad essere protagonisti della nostra vita. Chi si trasforma in nostro tutore, alla fine fa il gioco di chi vorrebbe ancora mantenerci in uno stato di minorità.

Nel contesto iracheno d'oggi, chiedere un’enclave per i cristiani è un gioco politico molto pericoloso: sarà certamente strumentalizzato e si rivolterà contro di noi. Dobbiamo essere obiettivi, realistici e prudenti. Un ghetto per i cristiani porterebbe inevitabilmente con sé scontri settari, religiosi e politici senza fine; la nostra stessa libertà ne verrebbe diminuita.

Noi cristiani siamo una componente fondamentale della storia e della cultura irachena. Siamo una presenza significativa nella vita sociale e religiosa del Paese e ci sentiamo iracheni a tutti gli effetti. Abbiamo resistito a minacce e a persecuzioni e abbiamo comunque trovato il modo per continuare a vivere e testimoniare il Vangelo nella nostra terra, senza mai cessare di dimostrarci cittadini leali, anche a prezzo del sangue dei nostri padri, fratelli e figli.

Oggi, sulla stessa scia, vorremmo continuare la nostra presenza e testimonianza in tutta quella che è la nostra terra: l’Iraq, appunto, nella sua interezza. Reclamare la creazione di un ghetto è soprattutto contro il messaggio cristiano, che ci vuole sale e lievito in mezzo a tutta la pasta dell’umanità.

Ciò che invece costituisce un bene per la comunità cristiana di questo Paese è incoraggiare l’unità della Nazione, la democrazia, la convivenza pacifica, la cultura pluralistica, la promozione del riconoscimento dell'altro come persona umana nel rispetto concreto della sua dignità, la collaborazione con tutti per la costruzione di una società migliore, basata sul rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali sanciti dalla Costituzione nazionale e dal diritto internazionale.



*Arcivescovo di Kirkuk

[1] Il progetto di un “ghetto assiro” nella piana di Ninive è sostenuto fortemente dalla diaspora cristiana negli Usa, che esercita molta influenza sul Patriarcato di Baghdad, dagli evangelici e dal ministro delle Finanze del Kurdistan, Sarkis Aghajan, che negli ultimi anni ha elargito ingenti somme di denaro per la ricostruzione di numerosi di villaggi e chiese al nord. Il Vaticano non si è mai pronunciato in modo esplicito sulla questione, sebbene la Segreteria di stato sia molto contraria. Lo scorso gennaio, Benedetto XVI, nella visita ad limina con i vescovi caldei, ha sottolineato che il compito dei cristiani in Iraq è di costruire rapporti di comprensione “fra cristiani e musulmani” e di offrire una “testimonianza disinteressata di carità… senza distinzione d’origine o di religione”.

Immagini dalla Via Crucis 2009 della Compagnia dei Tipi Loschi




domenica, aprile 19, 2009

Pillole per persone pallide - i siti di Giuseppe Noia e Carlo Bellieni


Ricordiamo due siti internet che valgono molto, fatti da due grandi uomini.

Quello del professor Giuseppe Noia: http://www.noiaprenatalis.it

e quello del professor Carlo Bellieni: http://carlobellieni.splinder.com

Visitateli, sono una fonte inesauribile di notizie vere, di Verità, di giudizi cattolici, di pillole per persone pallide, come avrebbe detto il grande Gilbert Keith Chesterton. Leggete e diffondete. Sono fatti da due Uomini Vivi, due che non accettano di essere morti mentre sono ancora vivi.

giovedì, aprile 16, 2009

Buon Compleanno, Santità!


Giungano al Santo Padre i più cari e sinceri auguri di buon compleanno, e che il Signore ce lo conservi per qualche centinaio d'anni!

martedì, aprile 14, 2009

A Canneto sull'Oglio (MN), domani, Tipi Loschi...

venerdì, aprile 10, 2009

Papa: nell’eucaristia Gesù ha trasformato il pane, l’uomo, il mondo


Papa: nell’Eucaristia Gesù ha trasformato il pane, l’uomo, il mondo

Benedetto XVI con la celebrazione della messa che rievoca l’Ultima cena ha aperto il triduo pasquale. Il Papa ha deciso che i funerali delle vittime del terremoto in Abruzzo saranno celebrate dal cardinal Bertone e che, a sottolineare la sua personale partecipazione, ci sarà anche il suo segretario particolare, mons. Gänswein.


Città del Vaticano (AsiaNews) - Il mistero eucaristico, dono d’amore, che nasce con la “trasformazione”, fatta da Gesù del pane in “comunione con se stesso”, “vuol essere l’inizio della trasformazione del mondo. Affinché diventi un mondo di risurrezione, un mondo di Dio. Sì, si tratta di trasformazione. Dell’uomo nuovo e del mondo nuovo che prendono inizio nel pane consacrato, trasformato, transustanziato”. L’istituzione dell’eucaristia è il centro del rito che rievoca l’Ultima cena, celebrato oggi pomeriggio da Benedetto XVI nella basilica di San Giovanni in Laterano, cattedrale di Roma, il vescovo della quale è il papa.

Nel corso della celebrazione, che apre il Triduo pasquale, Benedetto XVI ha anche fatto la tradizionale lavanda dei piedi, compiendola su 12 sacerdoti.

Il Papa, che già stamattina ha avuto un altro pensiero per le vittime del terremoto in Abruzzo, destinando anche a loro gli olii che ha benedetto nel corso della messa crismale, ha incaricato il cardinale segretario di Stato, Tarcisio Bertone, a presiedere venerdì 10 aprile il rito di suffragio per le vittime del terremoto. In considerazione dell’eccezionalità dell’evento la Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti ha concesso l’indulto per la celebrazione di una messa di suffragio, nonostante, di norma, la liturgia del Venerdì Santo non preveda altri riti, eccetto quelli "In Passione Domini". Quale segno di personale vicinanza a quanti soffrono a causa del terremoto, alle esequie parteciperà anche il segretario particolare del Papa, mons. Georg Gänswein.

Questo il testo dell’omelia di Benedetto XVI:
Qui, pridie quam pro nostra omniumque salute pateretur, hoc est hodie, accepit panem: così diremo oggi nel Canone della Santa Messa. "Hoc est hodie" – la Liturgia del Giovedì Santo inserisce nel testo della preghiera la parola "oggi", sottolineando con ciò la dignità particolare di questa giornata. È stato "oggi" che Egli l’ha fatto: per sempre ha donato se stesso a noi nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue. Questo "oggi" è anzitutto il memoriale della Pasqua di allora. Tuttavia è di più. Con il Canone entriamo in questo "oggi". Il nostro oggi viene a contatto con il suo oggi. Egli fa questo adesso. Con la parola "oggi", la Liturgia della Chiesa vuole indurci a porre grande attenzione interiore al mistero di questa giornata, alle parole in cui esso si esprime. Cerchiamo dunque di ascoltare in modo nuovo il racconto dell’istituzione così come la Chiesa, in base alla Scrittura e contemplando il Signore stesso, lo ha formulato. Come prima cosa ci colpirà che il racconto dell’istituzione non è una frase autonoma, ma comincia con un pronome relativo: qui pridie. Questo "qui" aggancia l’intero racconto alla precedente parola della preghiera, "… diventi per noi il corpo e il sangue del tuo amatissimo Figlio, il Signore nostro Gesù Cristo". In questo modo, il racconto dell’istituzione è connesso con la preghiera precedente, con l’intero Canone, e reso esso stesso preghiera. Non è affatto semplicemente un racconto qui inserito, e non si tratta neppure di parole autoritative a sé stanti, che magari interromperebbero la preghiera. È preghiera. E soltanto nella preghiera si realizza l’atto sacerdotale della consacrazione che diventa trasformazione, transustanziazione dei nostri doni di pane e vino in Corpo e Sangue di Cristo. Pregando in questo momento centrale, la Chiesa è in totale accordo con l’avvenimento nel Cenacolo, poiché l’agire di Gesù viene descritto con le parole: "gratias agens benedixit – rese grazie con la preghiera di benedizione". Con questa espressione, la Liturgia romana ha diviso in due parole ciò, che nell’ebraico berakha è una parola sola, nel greco invece appare nei due termini eucharistía ed eulogía. Il Signore ringrazia. Ringraziando riconosciamo che una certa cosa è dono che proviene da un altro. Il Signore ringrazia e con ciò restituisce a Dio il pane, "frutto della terra e del lavoro dell’uomo", per riceverlo nuovamente da Lui. Ringraziare diventa benedire. Ciò che è stato dato nelle mani di Dio, ritorna da Lui benedetto e trasformato. La Liturgia romana ha ragione nell’interpretare il nostro pregare in questo momento sacro mediante le parole: "offriamo", "supplichiamo", "chiediamo di accettare", "di benedire queste offerte". Tutto questo si nasconde nella parola "eucaristia". C’è un’altra particolarità nel racconto dell’istituzione riportato nel Canone Romano, che vogliamo meditare in quest’ora. La Chiesa orante guarda alle mani e agli occhi del Signore. Vuole quasi osservarlo, vuole percepire il gesto del suo pregare e del suo agire in quell’ora singolare, incontrare la figura di Gesù, per così dire, anche attraverso i sensi. "Egli prese il pane nelle sue mani sante e venerabili…". Guardiamo a quelle mani con cui Egli ha guarito gli uomini; alle mani con cui ha benedetto i bambini; alle mani, che ha imposto agli uomini; alle mani, che sono state inchiodate alla Croce e che per sempre porteranno le stimmate come segni del suo amore pronto a morire. Ora siamo incaricati noi di fare ciò che Egli ha fatto: prendere nelle mani il pane perché mediante la preghiera eucaristica sia trasformato. Nell’Ordinazione sacerdotale, le nostre mani sono state unte, affinché diventino mani di benedizione. Preghiamo il Signore che le nostre mani servano sempre di più a portare la salvezza, a portare la benedizione, a rendere presente la sua bontà! Dall’introduzione alla Preghiera sacerdotale di Gesù (cfr Gv 17, 1), il Canone prende le parole: "Alzando gli occhi al cielo a te, Dio Padre suo onnipotente…" Il Signore ci insegna ad alzare gli occhi e soprattutto il cuore. A sollevare lo sguardo, distogliendolo dalle cose del mondo, ad orientarci nella preghiera verso Dio e così a risollevarci. In un inno della preghiera delle ore chiediamo al Signore di custodire i nostri occhi, affinché non accolgano e lascino entrare in noi le "vanitates" – le vanità, le nullità, ciò che è solo apparenza. Preghiamo che attraverso gli occhi non entri in noi il male, falsificando e sporcando così il nostro essere. Ma vogliamo pregare soprattutto per avere occhi che vedano tutto ciò che è vero, luminoso e buono; affinché diventiamo capaci di vedere la presenza di Dio nel mondo. Preghiamo, affinché guardiamo il mondo con occhi di amore, con gli occhi di Gesù, riconoscendo così i fratelli e le sorelle, che hanno bisogno di noi, che sono in attesa della nostra parola e della nostra azione. Benedicendo, il Signore spezza poi il pane e lo distribuisce ai discepoli. Lo spezzare il pane è il gesto del padre di famiglia che si preoccupa dei suoi e dà loro ciò di cui hanno bisogno per la vita. Ma è anche il gesto dell’ospitalità con cui lo straniero, l’ospite viene accolto nella famiglia e gli viene concessa una partecipazione alla sua vita. Dividere – con-dividere è unire. Mediante il condividere si crea comunione. Nel pane spezzato, il Signore distribuisce se stesso. Il gesto dello spezzare allude misteriosamente anche alla sua morte, all’amore sino alla morte. Egli distribuisce se stesso, il vero "pane per la vita del mondo" (cfr Gv 6, 51). Il nutrimento di cui l’uomo nel più profondo ha bisogno è la comunione con Dio stesso. Ringraziando e benedicendo, Gesù trasforma il pane, non dà più pane terreno, ma la comunione con se stesso. Questa trasformazione, però, vuol essere l’inizio della trasformazione del mondo. Affinché diventi un mondo di risurrezione, un mondo di Dio. Sì, si tratta di trasformazione. Dell’uomo nuovo e del mondo nuovo che prendono inizio nel pane consacrato, trasformato, transustanziato. Abbiamo detto che lo spezzare il pane è un gesto di comunione, dell’unire attraverso il condividere. Così, nel gesto stesso è già accennata l’intima natura dell’Eucaristia: essa è agape, è amore reso corporeo. Nella parola "agape" i significati di Eucaristia e amore si compènetrano. Nel gesto di Gesù che spezza il pane, l’amore che si partecipa ha raggiunto la sua radicalità estrema: Gesù si lascia spezzare come pane vivo. Nel pane distribuito riconosciamo il mistero del chicco di grano, che muore e così porta frutto. Riconosciamo la nuova moltiplicazione dei pani, che deriva dal morire del chicco di grano e proseguirà sino alla fine del mondo. Allo stesso tempo vediamo che l’Eucaristia non può mai essere solo un’azione liturgica. È completa solo, se l’agape liturgica diventa amore nel quotidiano. Nel culto cristiano le due cose diventano una – l’essere gratificati dal Signore nell’atto cultuale e il culto dell’amore nei confronti del prossimo. Chiediamo in quest’ora al Signore la grazia di imparare a vivere sempre meglio il mistero dell’Eucaristia così che in questo modo prenda inizio la trasformazione del mondo. Dopo il pane, Gesù prende il calice del vino. Il Canone romano qualifica il calice, che il Signore dà ai discepoli, come "praeclarus calix" (come calice glorioso), alludendo con ciò al Salmo 23 [22], quel Salmo che parla di Dio come del Pastore potente e buono. Lì si legge: "Davanti a me tu prepari una mensa, sotto gli occhi dei miei nemici … Il mio calice trabocca" – calix praeclarus. Il Canone romano interpreta questa parola del Salmo come una profezia, che si adempie nell’Eucaristia: Sì, il Signore ci prepara la mensa in mezzo alle minacce di questo mondo, e ci dona il calice glorioso – il calice della grande gioia, della vera festa, alla quale tutti aneliamo – il calice colmo del vino del suo amore. Il calice significa le nozze: adesso è arrivata l’"ora", alla quale le nozze di Cana avevano alluso in modo misterioso. Sì, l’Eucaristia è più di un convito, è una festa di nozze. E queste nozze si fondono nell’autodonazione di Dio sino alla morte. Nelle parole dell’Ultima Cena di Gesù e nel Canone della Chiesa, il mistero solenne delle nozze si cela sotto l’espressione "novum Testamentum". Questo calice è il nuovo Testamento – "la nuova Alleanza nel mio sangue", come Paolo riferisce la parola di Gesù sul calice nella seconda lettura di oggi (1 Cor 11, 25). Il Canone romano aggiunge: "per la nuova ed eterna alleanza", per esprimere l’indissolubilità del legame nuziale di Dio con l’umanità. Il motivo per cui le antiche traduzioni della Bibbia non parlano di Alleanza, ma di Testamento, sta nel fatto che non sono due contraenti alla pari che qui si incontrano, ma entra in azione l’infinita distanza tra Dio e l’uomo. Ciò che noi chiamiamo nuova ed antica Alleanza non è un atto di intesa tra due parti uguali, ma mero dono di Dio che ci lascia in eredità il suo amore – se stesso. Certo, mediante questo dono del suo amore Egli, superando ogni distanza, ci rende poi veramente "partner" e si realizza il mistero nuziale dell’amore. Per poter comprendere che cosa in profondità lì avviene, dobbiamo ascoltare ancora più attentamente le parole della Bibbia e il loro significato originario. Gli studiosi ci dicono che, nei tempi remoti di cui parlano le storie dei Padri di Israele, "ratificare un’alleanza" significa "entrare con altri in un legame basato sul sangue, ovvero accogliere l’altro nella propria federazione ed entrare così in una comunione di diritti l’uno con l’altro". In questo modo si crea una consanguineità reale benché non materiale. I partner diventano in qualche modo "fratelli della stessa carne e delle stesse ossa". L’alleanza opera un’insieme che significa pace (cfr ThWNT II 105 – 137). Possiamo adesso farci almeno un’idea di ciò che avvenne nell’ora dell’Ultima Cena e che, da allora, si rinnova ogni volta che celebriamo l’Eucaristia? Dio, il Dio vivente stabilisce con noi una comunione di pace, anzi, Egli crea una "consanguineità" tra sé e noi. Mediante l’incarnazione di Gesù, mediante il suo sangue versato siamo stati tirati dentro una consanguineità molto reale con Gesù e quindi con Dio stesso. Il sangue di Gesù è il suo amore, nel quale la vita divina e quella umana sono divenute una cosa sola. Preghiamo il Signore, affinché comprendiamo sempre di più la grandezza di questo mistero! Affinché esso sviluppi la sua forza trasformatrice nel nostro intimo, in modo che diventiamo veramente consanguinei di Gesù, pervasi dalla sua pace e così anche in comunione gli uni con gli altri. Ora, però, emerge ancora un’altra domanda. Nel Cenacolo, Cristo dona ai discepoli il suo Corpo e il suo Sangue, cioè se stesso nella totalità della sua persona. Ma può farlo? È ancora fisicamente presente in mezzo a loro, sta di fronte a loro! La risposta è: in quell’ora Gesù realizza ciò che aveva annunciato precedentemente nel discorso sul Buon Pastore: "Nessuno mi toglie la mia vita: io la do da me stesso. Ho il potere di darla e il potere di riprenderla di nuovo…" (Gv 10, 18). Nessuno può toglierGli la vita: Egli la dà per libera decisione. In quell’ora anticipa la crocifissione e la risurrezione. Ciò che là si realizzerà, per così dire, fisicamente in Lui, Egli lo compie già in anticipo nella libertà del suo amore. Egli dona la sua vita e la riprende nella risurrezione per poterla condividere per sempre. Signore, oggi Tu ci doni la tua vita, ci doni te stesso. Pènetraci con il tuo amore. Facci vivere nel tuo "oggi". Rendici strumenti della tua pace! Amen.

Buona Pasqua a tutti!


Cari amici,

auguriamo a tutti di vivere questi giorni presenti davanti a Gesù Cristo che dà la Sua vita per noi e in riscatto dei nostri peccati, che sconfigge la morte per sempre, che ci rende tutti quanti uno, senza estraneità, senza calcolo, senza povertà, senza bruttezza, senza tristezza.

Pier Giorgio Frassati viveva così: sempre davanti a Gesù Cristo presente. E' questo il segreto della sua santità.

Facciamo come faceva lui, allora, amiamo la Chiesa e il Papa come li amava lui, e il mondo si accorgerà della differenza, e una volta visto Gesù non lo lascerà.

mercoledì, aprile 08, 2009

PIer Giorgio e il terremoto.

Cari amici,
ve la raccontiamo così come ci è stata raccontata.

Sapete tutti del terremoto che ha devastato L'Aquila e molti paesi circostanti. La scossa che per prima ha messo in ginocchio questi bellissimi paesi è della notte del 6 Aprile 2009, precisamente alle ore 3.32.

Alcune tipe losche hanno fatto l'università a L'Aquila per diversi anni, ed hanno abitato, tra gli altri posti, in una casa al centro della città che veniva loro affittata da una signora.

Saputo del terremoto, le nostre ragazze hanno iniziato a chiamare la signora, all'inizio senza alcun esito. Temevano il peggio. Sino a ieri sera, quando la signora è stata finalmente raggiunta e ha raccontato di essersi salvata per miracolo, gettando in strada un materasso e lanciandosi, non senza aver pregato il nostro Pier Giorgio sin dal primo momento.

La casa è distrutta, tre ragazze che si trovavano con lei sono ferite e malconce ma vive.

Era il 6 Aprile 2009, 108° compleanno di Pier Giorgio Frassati.



lunedì, aprile 06, 2009

Papa: La Croce, legge fondamentale della vita per i giovani


Benedetto XVI invita i giovani a non “ripiegarsi su se stessi”. La Croce è la sola via per costruire un “Regno universale”, di incontro fra culture diverse. Essa è anche la strada dell’amore vero, che implica “sacrificio”, “rinuncia” e obbedienza alla volontà di Dio. “Chi promette una vita senza questo sempre nuovo dono di sé, inganna la gente”.


Città del Vaticano (AsiaNews) – Una folla di almeno 40 mila persone ha preso parte all’inizio dei riti della Settimana santa con la celebrazione della domenica delle Palme in piazza san Pietro, presieduta da Benedetto XVI. La maggioranza di loro sono giovani romani e da diverse nazioni con magliette multicolori, cappelli, sciarpe, fazzoletti e un universo di palme e rami d’ulivo, venuti per la 24ma Giornata mondiale della gioventù che quest’anno si celebra a livello diocesano. Lo scorso anno la Giornata è avvenuta a livello mondiale a Sydney (Australia) e nel 2011 sarà a Madrid. Per questo, alla fine della celebrazione, giovani australiani hanno consegnato la Croce dei giovani a dei giovani spagnoli.

Dopo il canto lungo ed emozionante della Passione di Gesù secondo san Marco, il papa si è rivolto proprio ai giovani con una proposta profonda ed esigente. Prendendo spunto dalla commemorazione odierna, dell’entrata di Gesù a Gerusalemme, il pontefice ricorda il valore delle giornate di Sydney (“l’obiettivo essenziale era questo: Vogliamo vedere Gesù”), acclamato, come nella liturgia di oggi, come “colui che viene nel nome del Signore", e come il " Regno che viene, del nostro padre Davide!” (Mc 11, 9s).

Il papa si domanda: “Abbiamo capito che cosa sia il Regno di cui Egli ha parlato nell’interrogatorio davanti a Pilato? Comprendiamo che cosa significhi che questo Regno non è di questo mondo? O desidereremmo forse che invece sia di questo mondo?”. “Possiamo – spiega - riconoscere due caratteristiche essenziali di questo Regno. La prima è che questo Regno passa attraverso la croce… La seconda caratteristica dice: il suo Regno è universale”.

Ma subito, Benedetto XVI sottolinea la diversità del Regno di Gesù Cristo: “[esso] non è una regalità di un potere politico, ma si basa unicamente sulla libera adesione dell’amore – un amore che, da parte sua, risponde all’amore di Gesù Cristo che si è donato per tutti. Penso che dobbiamo imparare sempre di nuovo ambedue le cose – innanzitutto l’universalità, la cattolicità. Essa significa che nessuno può porre come assoluto se stesso, la sua cultura e il suo mondo. Ciò richiede che tutti ci accogliamo a vicenda, rinunciando a qualcosa di nostro. L’universalità include il mistero della croce – il superamento di se stessi, l’obbedienza verso la comune parola di Gesù Cristo nella comune Chiesa. L’universalità è sempre un superamento di se stessi, rinuncia a qualcosa di personale. L’universalità e la croce vanno insieme. Solo così si crea la pace”.

Al “Vogliamo vedere Gesù” (Giov. 12,21) – il tema della Giornata di Sydney – Gesù risponde con le parole sul “chicco di grano morto” (Giov. 12,24), che è “la legge fondamentale dell’esistenza umana: ‘Chi ama la propria vita, la perde e chi odia la propria vita in questo mondo, la conserverà per la vita eterna’ (Gv 12, 25). Chi vuole avere la sua vita per sé, vivere solo per se stesso, stringere tutto a sé e sfruttarne tutte le possibilità – proprio costui perde la vita. Essa diventa noiosa e vuota. Soltanto nell’abbandono di se stessi, soltanto nel dono disinteressato dell’io in favore del tu, soltanto nel ‘sì’ alla vita più grande, propria di Dio, anche la nostra vita diventa ampia e grande”.

Questo principio, spiega il papa, stabilito da Gesù è alla fine lo stesso principio dell’amore: “L’amore… significa lasciare se stessi, donarsi, non voler possedere se stessi, ma diventare liberi da sé: non ripiegarsi su se stessi – cosa sarà di me –, ma guardare avanti, verso l’altro – verso Dio e verso gli uomini che Egli mi manda. E questo principio dell’amore, che definisce il cammino dell’uomo, è ancora una volta identico al mistero della croce, al mistero di morte e risurrezione che incontriamo in Cristo”.

“Ad una vita retta – precisa il pontefice - appartiene anche il sacrificio, la rinuncia. Chi promette una vita senza questo sempre nuovo dono di sé, inganna la gente. Non esiste una vita riuscita senza sacrificio. Se getto uno sguardo retrospettivo sulla mia vita personale, devo dire che proprio i momenti in cui ho detto ‘sì’ ad una rinuncia sono stati i momenti grandi ed importanti della mia vita”.

Il papa volge poi il pensiero ai momenti dello “spavento di Gesù”, “il suo spavento davanti al potere della morte, davanti a tutto l’abisso del male che Egli vede e nel quale deve discendere”. “Anche noi – spiega Benedetto XVI - possiamo pregare in questo modo. Anche noi possiamo lamentarci davanti al Signore come Giobbe, presentargli tutte le nostre domande che, di fronte all’ingiustizia nel mondo e alla difficoltà del nostro stesso io, emergono in noi. Davanti a Lui non dobbiamo rifugiarci in pie frasi, in un mondo fittizio. Pregare significa sempre anche lottare con Dio, e come Giacobbe possiamo dirGli: ‘Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!’ (Gen 32, 27)”.

Alla fine, però, “la gloria di Dio, la sua signoria, la sua volontà è sempre più importante e più vera che il mio pensiero e la mia volontà. Ed è questo l’essenziale nella nostra preghiera e nella nostra vita: apprendere questo ordine giusto della realtà, accettarlo intimamente; confidare in Dio e credere che Egli sta facendo la cosa giusta; che la sua volontà è la verità e l’amore; che la mia vita diventa buona se imparo ad aderire a quest’ordine. Vita, morte e risurrezione di Gesù sono per noi la garanzia che possiamo veramente fidarci di Dio. È in questo modo che si realizza il suo Regno”.

Ritornando poi al simbolo della Croce dei giovani che passa da Paese a Paese, accompagnata dai giovani, egli sottolinea: “Quando tocchiamo la Croce, anzi, quando la portiamo, tocchiamo il mistero di Dio, il mistero di Gesù Cristo. Il mistero che Dio ha tanto amato il mondo – noi – da dare il Figlio unigenito per noi (cfr Gv 3, 16). Tocchiamo il mistero meraviglioso dell’amore di Dio, l’unica verità realmente redentrice. Ma tocchiamo anche la legge fondamentale, la norma costitutiva della nostra vita, cioè il fatto che senza il ‘sì’ alla Croce, senza il camminare in comunione con Cristo giorno per giorno, la vita non può riuscire. Quanto più per amore della grande verità e del grande amore – per amore della verità e dell’amore di Dio – possiamo fare anche qualche rinuncia, tanto più grande e più ricca diventa la vita. Chi vuole riservare la sua vita per se stesso, la perde. Chi dona la sua vita – quotidianamente nei piccoli gesti, che fanno parte della grande decisione – questi la trova. È questa la verità esigente, ma anche profondamente bella e liberatrice, nella quale vogliamo passo passo entrare durante il cammino della Croce attraverso i continenti. Voglia il Signore benedire questo cammino. Amen”.

I Tipi Loschi cannetesi il 15 Aprile 2009 parlano di...

Oggi è il Compleanno del nostro caro Pier Giorgio...

... e ci assale il grande dolore per i morti e la distruzione del terremoto in Abruzzo.

Preghiamo tutti insieme Pier Giorgio perché aiuti a salvare le persone sotto le macerie, consoli le persone che hanno avuto i propri cari morti, accolga in Paradiso i bimbi che il Signore ha voluto presso di sé.

Questa sera noi Tipi Loschi ci troveremo dalle 20 alle 21 alle Quarant'Ore della storica Parrocchia grottammarese di San Giovanni Battista, e pregheremo specialmente per questo.

venerdì, aprile 03, 2009

Il Papa ai giovani: il cristianesimo non sia ridotto a slogan

Dal blog di Andrea Tornielli - 2 Aprile 2009

Questa sera Benedetto XVI ha celebrato in San Pietro con i giovani la messa per il quarto anniversario della morte di Papa Wojtyla. Nell’omelia, dopo aver detto che il ricordo di Giovanni Paolo II “continua a essere vivo nel cuore della gente” e aver citato la fecondità del suo magistero con i giovani, Ratzinger ha parlato del momento attuale e del pericolo che la fede sia strumentalizzata: “Fate attenzione: in momenti come questo, dato il contesto culturale e sociale nel quale viviamo, potrebbe essere più forte il rischio di ridurre la speranza cristiana a ideologia, a slogan di gruppo, a rivestimento esteriore. Nulla di più contrario al messaggio di Gesù! Egli non vuole che i suoi discepoli “recitino” una parte, magari quella della speranza. Egli vuole che essi “siano” speranza, e possono esserlo soltanto se restano uniti a Lui! Vuole che ognuno di voi, cari giovani amici, sia una piccola sorgente di speranza per il suo prossimo, e che tutti insieme diventiate un’oasi di speranza per la società all’interno della quale siete inseriti. Ora, questo è possibile ad una condizione: che viviate di Lui e in Lui”

Giovannino Guareschi a Cupra Marittima

A Cupra Marittima si esporrà una interessante mostra su Giovannino Guareschi.

Interverrà anche l'amico Fabio Trevisan!

Cliccate sul manifesto e leggete!

giovedì, aprile 02, 2009

Si avvicina la Pasqua, perché non diventiamo... vecchi di cinque minuti? E' una buona occasione!

Carissimi amici,
si avvicina la Pasqua, e miracolosamente si avvicina una delle cose più belle del cattolicesimo, cioè il fatto che è l'unica religione che ci rende... vecchi di cinque minuti!
Leggete con me questo passo del grande Gilbert Keith Chesterton, il favoloso autore di Padre Brown, e capirete...
Approfittiamo della grandezza e della misericordia di Dio!
Andiamoci a confessare!!!


"Quando la gente chiede a me, o a qualsiasi altro: 'Perché vi siete unito alla Chiesa di Roma?', la prima risposta essenziale, anche se in parte incompleta, è: 'Per liberarmi dei miei peccati'. Poiché non v'è nessun altro sistema religioso che dichiari veramente di liberare la gente dai peccati. Ciò trova conferma nella logica, spaventosa per molti, colla quale la Chiesa trae la conclusione che il peccato confessato, e pianto adeguatamente, vien di fatto abolito, e che il peccatore comincia veramente di nuovo, come se non avesse mai peccato. (...) Orbene, quando un cattolico torna dalla confessione entra veramente, per definizione, nell'alba del suo stesso inizio (...). Egli crede che in quell'angolo oscuro, e in quel breve rito, Dio lo ha veramente rifatto a Sua immagine. Egli è ora un nuovo esperimento del Creatore. È un esperimento nuovo tanto quanto le era a soli cinque anni. Egli sta, come dissi, nella luce bianca dell'inizio pieno di dignità della vita di un uomo. Le accumulazioni di tempo non possono più spaventare. Può essere grigio e gottoso, ma è vecchio soltanto di cinque minuti".

Gilbert Keith Chesterton,
Autobiografia

mercoledì, aprile 01, 2009

La Corte Costituzionale dice che il limite di tre embrioni della legge 40 è illegittimo ed entra l'eugenetica

Bioetica, la Consulta boccia la legge 40: "E' illegittimo il limite di tre embrioni"

Da Il Giornale e La Repubblica

Roma - La legge 40 è parzialmente illegittima. Secondo la Consulta la legge che regola la fecondazione assistita va modificata. I giudici della Corte Costituzionale hanno dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 14, comma 2, della norma, nel punto in cui prevede che ci sia un "unico e contemporaneo impianto, comunque non superiore a tre" di embrioni. Viola la Costituzione anche il comma 3 dello stesso articolo, nella parte in cui non prevede che il trasferimento degli embrioni, da realizzare non appena possibile, debba essere effettuato senza pregiudizio della salute della donna. La Corte, infine, ha dichiarato inammissibili, per difetto di rilevanza nei giudizi principali, la questioni di legittimità costituzionale dell’articolo 6, inerente l’irrevocabilità del consenso della donna, e dei commi 1 e 4 dell’articolo 14.

Reazioni. "Una bella notizia, non c'è che dire e la magistratura non è la prima volta che ci salva". E' il commento sulla decisione di illegittimità della Corte Costituzionale del ginecologo Carlo Flamigni che aggiunge, parafrasando Alessandro Manzoni per il quale "la c'è la provvidenza" e "noi diciamo la c'è la giustizia".

"Se, come pare, la decisione della corte ha come obiettivo quello di eliminare il divieto di creare più di tre embrioni e dell'obbligo di impianto degli embrioni creati, si produrrà come inevitabile conseguenza la possibilità di selezionare gli embrioni migliori e scartare gli altri", avverte il professor Alberto Gambino, ordinario di diritto privato e direttore del Centro di ricerca in scienze umane dell'Università europea di Roma.

"Ciò - insiste il giurista - finisce per stravolgere la disciplina in materia di procreazione assistita dettata dal parlamento, in quanto il legislatore ha previsto la procreazione artificiale come uno strumento per porre rimedio a problematiche relative alla capacità di procreare e non invece - conclude Gambino - come strumento per operare soluzioni eugenetiche".

Lindau pubblica Caldecott su Tolkien


Il Signore degli Anelli è stato, dopo la Bibbia, il libro più letto del XX secolo. Diverse le ragioni di questo eccezionale successo. L’opera di Tolkien è un riconosciuto capolavoro e ha dato forma a un nuovo genere della letteratura moderna, destinato a una fortuna che sembra inesauribile. In essa si dispiega un universo affollato, complesso e di straordinaria suggestione, che cattura i lettori con la sua rappresentazione della virtù e dell’eroismo, della bellezza e dell’onore. Ma il vero segreto della sua irresistibile capacità di attrazione risiede nell’intensità spirituale e nella forza simbolica del suo messaggio profondamente cristiano.
La maggioranza dei lettori non è consapevole del fatto che Tolkien era un cattolico devoto e che la sua opera abbonda di riferimenti al cristianesimo e alle Sacre Scritture. Per molti, anzi, la sua visione della natura e la sua concezione della tecnica lo renderebbero il campione di un neopaganesimo tipicamente moderno.

Stratford Caldecott smonta elegantemente questo pregiudizio. Addentrandosi nella saga tolkieniana (e in molti scritti privati, rimasti a lungo inediti), svela i valori più autentici, e sorprendenti, di uno scrittore per il quale la religione di Cristo non ha affatto abolito la conoscenza poetica del mondo.

L'AUTORE
STRATFORD CALDECOTT dirige la sede di Oxford del G.K. Chesterton Institute for Faith and Culture di South Orange, in New Jersey. Componente del board direttivo di «Communio», la rivista fondata, tra gli altri, da Joseph Ratzinger, Henri de Lubac e Hans Urs von Balthasar, Caldecott scrive con regolarità su numerosi quotidiani inglesi e americani.

RECENSIONI
Alessandro Zaccuri, «Avvenire», 3 febbraio 2009
«Una serrata indagine sulla "ricerca spirituale di J.R.R. Tolkien". […] L’aspetto più interessante del saggio […] sta nel suggerire un’interpretazione sacramentale del Signore degli Anelli, con riferimenti puntuali e ripetuti all’Eucaristia e allo stesso matrimonio, in un continuo intreccio fra la trama romanzesca e la biografia di Tolkien. […] Documentato e convincente.»