martedì, luglio 12, 2011

Interessante articolo di Andrea Tornielli sul prossimo raduno intereligioso di Assisi

Il raduno di Assisi e le paure dei "ratzingeriani"



Andrea Tornielli
Citta' del Vaticano


La convocazione dei leader delle religioni mondiali decisa da Benedetto XVI ad Assisi il prossimo 27 ottobre, in occasione del venticinquesimo anniversario del primo raduno voluto da Papa Wojtyla, deve impensierire non poco alcuni collaboratori del Pontefice. Da giorni ormai, sulle colonne de «L’Osservatore Romano», viene snocciolata una sequenza di autorevoli interventi tutti indirizzati ad offrire la corretta interpretazione preventiva del gesto papale.


È il caso, ad esempio, dell’articolo pubblicato sul quotidiano vaticano dal Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, il cardinale William Joseph Levada, che si chiesto «perché mai, se era tanto attento ai possibili fraintendimenti del gesto del suo beato predecessore», Benedetto XVI abbia «ritenuto opportuno recarsi pellegrino ad Assisi in occasione di un nuovo incontro per la pace e la giustizia». Dopo Levada, sono scesi in campo il Segretario di Stato Tarcisio Bertone, il quale ha annunciato la presenza ad Assisi anche di personalità del mondo della cultura non religiosa; e il presidente del Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso, il cardinale Jean Luis Tauran, il quale ha specificato che ci saranno sì momenti di preghiera, ma di «preghiera personale» dei singoli rappresentanti delle varie religioni, prima che questi confluiscano insieme verso la basilica di San Francesco.


Ieri pomeriggio, sempre dalle colonne de «L’Osservatore», è stato il fondatore della Comunità di Sant’Egidio, Andrea Riccardi, a offrire l’ennesima interpretazione corretta del gesto di Giovanni Paolo II e ora del suo successore. Riccardi ha spiegato che l’idea di una sorta di «Onu delle religioni» era lontanissima dalla mente di Wojtyla. «Giovanni Paolo II – ha scritto Riccardi – respinse sempre chiaramente l’idea di Assisi come la manifestazione di una specie di interreligione, auspicata da circoli ristretti.


A che cosa si deve tanto dispiegamento di forze per anticipare la corretta ermeneutica del raduno del prossimo raduno di Assisi? Non si deve innanzitutto dimenticare che il primo incontro, avvenuto nel 1986, era stato preceduto e accompagnato da molte polemiche. Alcuni autorevoli cardinali espressero perplessità sull’opportunità di convocarlo, mentre l’arcivescovo Marcel Lefebvre definì «abominevole» il meeting interreligioso.


Ad Assisi, nel 1986, secondo alcuni osservatori, si verificarono delle sbavature e qualche abuso (anche se non tutto ciò che viene detto in proposito è vero, ad esempio quando si parla di sacrifici animali avvenuti su altari di chiese cattoliche). Il discorso di Giovanni Paolo II, alla cui stesura e revisione collaborò l’allora cardinale Joseph Ratzinger, fu chiaro.


Dopo l’annuncio a sorpresa dello scorso gennaio, quando Benedetto XVI ha convocato il nuovo raduno delle religioni ad Assisi per invocare la pace, alcuni storici (tra questi Roberto de Mattei) e giornalisti cattolici vicini alla sensibilità più tradizionale hanno firmato un appello chiedendo al Papa di ripensarci. E si sono detti sicuri che qualunque cosa Ratzinger dirà o farà ad Assisi, il messaggio veicolato dai media sarà quello del sincretismo religioso, di un pericoloso abbraccio tra verità ed errore che mette tutto e tutti sullo stesso piano. È evidente che le perplessità esposte dai firmatari erano e sono condivise da più di qualcuno nella Chiesa, anche a livelli più alti, anche all’interno del Vaticano. Non si spiegherebbe altrimenti la sequenza pressante di autorevoli articoli che «L’Osservatore Romano» sta mettendo in pagina per spiegare il significato del gesto papale, prevenirne le interpretazioni scorrette, fissarne i contorni e i contenuti.


In sostanza, gli interventi sul quotidiano vaticano servono a fronteggiare la preoccupazione (talvolta il dissenso, anche se non esplcitato) da parte dei cosiddetti ambienti «ratzingeriani». I quali ritengono che la convocazione di Assisi - voluta da Banedetto XVI senza subire pressioni né suggerimenti – non sia in linea con il suo stesso pontificato, con le sue linee programmatiche. Una posizione che evidenzia come in tanti ambienti, non solo mediatici, ci sia fatti un’idea di Papa Ratzinger che non corrisponde alla realtà.


Giovanni Paolo II, dopo il primo raduno del 1986, tornò ad Assisi con tutte le religioni nel gennaio 2002, e in quella occasione volle al suo fianco proprio il cardinale Ratzinger. Il mensile 30Giorni rivelò che il porporato, non presente nella lista dei partecipanti fino al giorno prima, intervenne proprio su richiesta del Pontefice. Al suo ritorno, Ratzinger scrisse per la rivista una profonda meditazione sul significato del gesto e sull’esperienza vissuta. «Non si è trattato – osservò il futuro Papa - di un’autorappresentazione di religioni che sarebbero intercambiabili tra di loro. Non si è trattato di affermare una uguaglianza delle religioni, che non esiste. Assisi è stata piuttosto l’espressione di un cammino, di una ricerca, del pellegrinaggio per la pace che è tale solo se unita alla giustizia».


Con la loro testimonianza per la pace, con il loro impegno per la pace nella giustizia - continuava l’allora cardinale Ratzinger - i rappresentanti delle religioni hanno intrapreso, nel limite delle loro possibilità, un cammino che deve essere per tutti un cammino di purificazione».


Del resto, nel li­bro Fede Verità e Tolleranza, proprio Ratzinger affermava che pur esistendo «pericoli innegabili» di fraintendimenti, «sarebbe però al­trettanto sbagliato rifiutare in bloc­co e incondizionatamente la pre­ghiera multireligiosa », la quale va lega­ta a determinate condizioni e deve rimanere un «segno in situazioni straordinarie, in cui, per così dire, si leva un comune grido d’ango­scia che dovrebbe riscuotere i cuo­ri degli uomini e al tempo stesso scuotere il cuore di Dio».


Papa Wojtyla, pochi mesi dopo gli attentati dell’11 settembre, volle riunire le religioni ad Assisi per togliere giustificazione teologica all’uso della violenza, all’abuso del nome di Dio per giustificare il terrorismo. In un momento in cui lo scontro di civiltà veniva presentato come inevitabile, volle indicare il compito delle religioni nella costruzione della pace. Da dieci anni a questa parte, sulla scena mondiale sia dominante l’idea del conflitto tra religioni e l’esasperazione di quest’ultimo, non certo l’abbraccio sincretistico che fa apparire tutti uguali e tutti buoni. Benedetto XVI ha indicato nel 2011 la libertà religiosa come via indispensabile per costruire la pace, e ha ricorda­to che non si può negare «il contri­buto delle grandi religioni del mon­do allo sviluppo della civiltà». Evidentemente ritiene che l’umanità oggi stia vivendo un momento così difficile da giustificare anche i rischi di un Assisi III.


Andrea Tornielli


La Stampa (www.vaticaninsider.it)