giovedì, maggio 27, 2010

Paddy Moloney (The Chieftains): "La musica del popolo irlandese non morirà mai"


Quest'anno la nostra festa avrà una mostra bellissima che toccherà alcuni degli argomenti ricordati da questa intervista.


Da Il Sussidiario del 27 Maggio 2010

The Chieftains, un nome conosciuto in tutto il mondo, più che un'istituzione della musica e della cultura del popolo d'Irlanda. Nati nel lontano '63 per iniziativa di Paddy Moloney, suonatore ditin whistle, tipico flauto irlandese, hanno saputo raccogliere l’eredità della gloriosa tradizione popolare dell’Isola di Smeraldo e mantenerla viva e rigogliosa, passandone il testimone alle generazioni più giovani.

Negli ultimi anni si sono aperti alle sperimentazioni più ardite, dalle collaborazioni con i grandi del rock (Van Morrison, Mick Jagger, Sting e tanti altri) a dischi che sfociano nella world music.
Ultimo mirabile esempio in questo senso è l’album “San Patricio” (leggi la recensione de Il Sussidiario) inciso insieme all’americano Ry Cooder e a molti musicisti messicani. Un disco che incrocia in maniera stupefacente le tradizioni latina e irlandese.

“San Patricio” è anche una storia di cui nessuno fa più memoria: quella di un gruppo di emigrati irlandesi che passano, nel 1846, a combattere nelle file dei messicani in nome della comune fede cattolica e della resistenza contro gli invasori che vogliono portare via la loro terra, gli americani.

I Chieftains ieri sera hanno incantato Varese, partecipando a “Insubria Terra d’Europa”. Due ore di pura Irlanda, lontana dalle imitazioni: balli coinvolgenti, canti di un popolo che sa fare festa, ricordare i propri caduti e indicare ai più piccoli per cosa val la pena vivere e morire.
Abbiamo approfittato dell'occasione per intervistare l'anima del gruppo, lo storico leader, Paddy Moloney.

Lei suona il tin whistle da quando aveva sei anni e ha fondato il gruppo più importante al mondo di musica irlandese. Cosa ci dice dell'attuale scena musicale irlandese? I giovani credono ancora nella musica tradizionale, formano nuove band o preferiscono inseguire il sogno rock degli U2?

La scena musicale è vivacissima! Non ho più il timore che avevo negli anni Cinquanta o Sessanta che la grande tradizione popolare potesse scomparire. A quei tempi non era molto di moda andare in giro con un violino o una cornamusa sottobraccio.


Oggi sì?

Certo, è cambiato tutto, grazie a persone in gamba e a organizzazioni che hanno ricominciato a mettere in piedi festival e competizioni. Credo che i Chieftains abbiano aiutato parecchio la promozione della musica popolare su base mondiale. La gente si interessa veramente alla musica tradizionale. Pensi che Pierce Brosnan (il James Bond irlandese Nda) ci ha invitati a suonare al suo matrimonio!
Ci sono in giro tanti giovani di talento , solisti e gruppi. Nei nostri 48 anni di carriera, cerchiamo di aiutarli, portandoli in tour con noi o aiutandoli a pubblicare i loro dischi.

Il recente disco “San Patricio” è l’ultimo capitolo della vostra carriera. Cosa sta mantenendo viva la vostra passione dopo tanti anni?


Guardi, non c’è fine a questa passione. Fra due anni saranno cinquant’anni di carriera. Se mi guardo alle spalle quando ho dato vita ai Chieftains a fine anni Cinquanta, cercavo un sound particolare, il “Chieftain sound”, che credo di aver raggiunto nel primo disco. Ne sono seguiti altri 47, di cui un trentina di pura musica tradizionale irlandese, sicuramente il nostro forte. Ma in tutti questi anni è stato bello anche telefonare ad alcuni amici e dire: “Ciao Mick (Jagger Nda), ciao Sting, vi piacerebbe suonare con noi?”. Cose del tipo “Chieftains & Friends”.

Tra tutti questi dischi quale vi rappresenta di più, o state aspettando di incidere il vostro “disco perfetto”?


Il nostro sound è unico, ancora oggi. Siamo un “work in progress”, costantemente, ma con un sound che ci costituisce.
Se prendiamo l'ultimo, “San Patricio”, è un disco che contiene essenzialmente canzoni messicane, ma in ogni pezzo si sente chiaramente la presenza dei Chieftains. Questo album mi ha permesso di raccontare una storia precisa, ma anche di lasciar andare l’immaginazione, come quando ascoltando il disco e chiudendo gli occhi si possono intravedere le navi che lasciano l’Irlanda per il Messico.

“San Patricio” è un disco coraggioso, racconta un fatto rimosso dalla coscienza storica moderna. La storia di una guerra di conquista da parte degli Stati Uniti nei confronti dei territori messicani. Com'è stato accolto il disco in America?

Non volevo fare un disco schierato politicamente. È accaduto realmente, ogni nazione opera ingiustizie nel suo percorso. Poi ci sono quelli come il Generale Grant, impegnato in guerra e poi presidente degli Stati Uniti. Era sempre stato contrario a quella guerra e disse che non avrebbe mai dovuto accadere. È bello poter raccontare questi eventi tragici attraverso le canzoni, la poesia e le danze.

E quale messaggio avete cercato di comunicare con questo disco?


Conobbi questa storia quarant’anni fa. La storia di quest'uomo d'Irlanda, John Riley, che aveva abbandonato l’esercito americano per unirsi a quello irlandese. Divenne il comandante del battaglione San Patricio, condannato all’impiccagione per diserzione. È una storia che nessuno ha mai raccontato. Ebbi modo di conoscerla da un amico che frequentava il Trinity College a Dublino. Ry Cooder, anche lui grande appassionato di questo tipo di storie, ha un profondo affetto per la gente messicana che vive a Los Angeles, perché subiscono molte ingiustizie. Così ha percepito la profonda ingiustizia di quella storia nello stesso modo in cui la sentì John Riley nel 1847 quando si unì all’esercito messicano.

E dal punto di vista strettamente musicale?

Ho cambiato il mio approccio alla musica per questo disco. Ho ascoltato musica eccezionale come quella messicana, che ha un fortissimo legame con l’Europa. Ho percepito che nella musica di allora c’erano queste forti influenze europee. Allora ho deciso di rappresentare musicalmente diverse aeree geografiche del Messico.

Quanto tempo ci è voluto?


Due anni! Ry Cooder è stato importante, ha scritto una bellissima canzone appositamente,Sands of Mexico, e mi ha fatto conoscere la musica mariachi. Si può ascoltare della polka, delle mazurke, il nostro sound irlandese.È stata una sfida davvero affascinante.

Secondo lei la comune appartenenza alla fede cattolica è stato un elemento importante nel mettere insieme irlandesi e messicani contro gli americani?

Assolutamente. Specialmente se si pensa a quello che succedeva in Irlanda quando John Riley se ne andò. Vide la stessa terribile ingiustizia che aveva visto in patria: la terra dei messicani portata via da dei conquistatori. In più era al servizio di generali protestanti che lo obbligavano a sparare sui cattolici messicani.
Tutte cose che lo convinsero a cambiare bandiera. Tutti i suoi soldati vennero impiccati dagli americani, lui riuscì a salvarsi. Andò a Sud, in Messico e scomparve...

(Intervista a cura di Mariangela C. Sullivan)