"Gli avvenimenti successi in questi giorni, circa la Curia e i miei collaboratori, hanno recato tristezza nel mio cuore, ma non si è mai offuscata la ferma certezza che, nonostante la debolezza dell'uomo, le difficoltà e le prove, la Chiesa è guidata dallo Spirito Santo e il Signore mai le farà mancare il suo aiuto per sostenerla nel suo cammino. Si sono moltiplicate, tuttavia, illazioni, amplificate da alcuni mezzi di comunicazione, del tutto gratuite e che sono andate ben oltre i fatti, offrendo un'immagine della Santa Sede che non risponde alla realtà. Desidero, per questo, rinnovare la mia fiducia e il mio incoraggiamento ai miei più stretti collaboratori e a tutti coloro che, quotidianamente, con fedeltà, spirito di sacrificio e nel silenzio, mi aiutano nell'adempimento del mio Ministero".
mercoledì, maggio 30, 2012
Dal Sussidiario, il nostro Paolo Gulisano e la Scozia
lunedì, maggio 28, 2012
sabato, maggio 26, 2012
26 Maggio 1912: il primo peschereccio a motore d'Italia? Dove? Chi?
Mons. Francesco Sciocchetti!
Evviva! Uno dei nostri!
Cento anni fa.
Grazie, Gesù!
martedì, maggio 22, 2012
La bella rassegna stampa curata dal nostro Andrea Bartelloni
Contraccettivi gratuiti? I cattolici non ci stanno e denunciano Obama
Le parole di Benedetto XVI al pranzo in occasione del compleanno e dell'elezione a Sommo Pontefice, 21 Maggio 2012
sabato, maggio 19, 2012
"Validità di martirio" del Seminarista Rolando Rivi (di soli 14 anni)
venerdì, maggio 18, 2012
Il coro del beato Pier Giorgio Frassati e la corale Laudate dominum
ecco alcune immagini del primo appuntamento del concerto di Maggio. Per chi non c'è stato può recuperare venendo sabato ore 17 alla Chiesa di Cristo Re.
Dal prof. Carlo Bellieni
Se un bambino nel pancione già "ascolta" la sua mamma
May 17th, 2012
Carlo Bellieni
Il feto già riconosce la voce della madre quando ancora è nel pancione. Questo è quanto mostra uno studio francese – il primo autore è Renaud Jardri -pubblicato sulla rivista International Journal of Developmental Neurosciences di aprile. Questa capacità è stata mostrata con l'uso di raffinate tecniche di risonanza materna, che registrano l'attivazione della corteccia cerebrale temporale già dalla trentesima settimana di gestazione. E uno studio canadese fatto al Kingston General Hospital mostra che il battito del cuore si accelera nel feto quando sente la voce della mamma. Cosa impara da questi studi chi accetta di non avere pregiudizi? In primo luogo che la scienza è un'apertura alla bellezza: cosa c'è di più bello di vedere uno spettacolo normalmente nascosto come quello della vita prenatale, per millenni restato nel mistero del buio uterino? Il secondo punto è la chiarezza che il feto è davvero un bambino, e che reagisce, ricorda, impara proprio come un bambino già nato. Dentro l'utero c'è un universo in rapido sviluppo: è il mondo della nostra vita prenatale, come ricordava a suo tempo anche Pier Paolo Pasolini, che ricordava alla sinistra come si era allontanata dal sentire del popolo per seguire le sirene di un egoistico individualismo. Il feto in sviluppo sente le voci, i sapori, gli odori, e anche il dolore se disgraziatamente gliene facciamo. Proprio per questo si è sviluppata anche l'arte di somministrare analgesici al feto durante gli interventi chirurgici che può subire prima di nascere. Già, perché il feto può anche essere curato chirurgicamente, in un paradossale susseguirsi di stati: dalla vita fetale a quella all'aria aperta seppur attaccato al cordone ombelicale quando si opera, e poi ancora vita fetale, fino alla nascita naturale. Chi suppone che la vita inizi alla nascita ha il suo bel daffare per giustificare questo paradosso di una non-vita che diventa vita, poi torna non vita e poi ancora vita… Proprio come accade per il feto di canguro che esce dall'utero e nasce, ma poi torna a passare la seconda parte della sua vita fetale nel marsupio, fino alla seconda nascita. Paradossi che ci fanno riflettere: la nascita non cambia proprio niente nello stato morale e davvero poco nello stato fisico di un individuo, perché la vita è un continuum sin dal concepimento, e perché solo una grossolana disattenzione ci fa pensare che la vita fetale sia una vita "in sospeso", o "in un lungo sonno", mentre è piena di sensazioni, utili sia a modella re il sistema nervoso sia a preparare alla vita all'aria aperta. Proprio per questo esistono addirittura dei corsi di educazione prenatale, che aiutano le mamme a prendere coscienza di questa evidenza e soprattutto a sfruttarla positivamente, entrando in contatto col loro bambino prima della nascita tramite il canto, il massaggio attraverso il pancione e alla capacità di sentire i movimenti di risposta del feto. Che consolazione per tante donne scoprire di avere in sé questa compagnia, forse una delle poche persone (è una personcina!) che ti amano non per come sei ma semplicemente perché ci sei! Come ho detto in arie occasioni, è proprio il caso di cancellare la parola "feto" dal nostro vocabolario, perché è un termine stigmatizzante quel livello del nostro sviluppo che si vuole tener distinti dagli altri perché non gli viene riconosciuto pari diritti rispetto agli adulti. La parola "feto" originariamente significava "cucciolo" tanto che viene da una radice sanscrita che significava "succhiare". Poi nel tempo, soprattutto negli ultimi 50 anni si è diviso drasticamente il prima-della-nascita dal dopo. Sarebbe bello se l'utero fosse trasparente, ma con le ecografie e con la scienza in pratica lo è diventato: che guaio per chi sostiene che il feto non è "qualcuno" ma è "qualcosa"!
mercoledì, maggio 16, 2012
La Gazzetta su Gino Bartali, ancora una volta grandissimo ed inarrivabile. Gino ancora una volta alla Festa di Pier Giorgio Frassati 2012
Annalisa Teggi - Tremende Bazzeccole -Intransigente discorso chestertoniano sul suicidio. «Occorre amare ciò che si biasima»
Dobbiamo diventare talmente interessati alla vita, da essere capaci di dare giudizi disinteressati. Così il signor Chesterton introduce una riflessione sul suicidio in un capitolo di Ortodossia intitolato "La bandiera del mondo". Lui, che era uomo dolce e ironico, capace di giochi di parole sensatissimi (anche quando sembravano solo bazzecole), nel parlare del suicidio è duro e freddo come la lama di una spada: «Il suicidio non solo è un peccato, ma è il peccato. È il male supremo e assoluto, il rifiuto di qualsiasi interesse per l'esistenza, il rifiuto di prestare il giuramento di fedeltà alla vita. L'uomo che uccide un uomo, uccide un uomo. L'uomo che uccide se stesso, uccide gli uomini: annienta il mondo. Il suo gesto è peggiore (dal punto di vista simbolico) di qualsiasi stupro o attentato dinamitardo. Perché distrugge tutti gli edifici e offende tutte le donne. Il ladro è appagato dai diamanti, il suicida non lo è: questo è il suo crimine. Non si lascia nemmeno corrompere dalle pietre sfolgoranti della Città Celeste. Il ladro esalta gli oggetti che ruba, e pure il loro proprietario. Ma il suicida insulta tutto ciò che esiste al mondo non rubandolo. Rifiutando di vivere per amore di un fiore, guasta tutti i fiori. In tutto l'universo non c'è una sola creatura minuscola per la quale la sua morte non sia una beffa».
Spesso alla Chiesa è stato imputata la colpa di essere intransigente nei confronti di questo peccato, come intransigenti sono queste parole. Ma occorre chiedersi cosa ci stiamo guadagnando dall'essere meno intransigenti; cosa ci stiamo guadagnando dalla compassione svincolata dall'idea che la vita è sacra – in ogni caso, senza compromessi di sorta. Siamo capaci di con-patire abbastanza uno sconosciuto (eppure così simile a noi) che si è suicidato da dire ad alta voce che ha sbagliato? Il passo della compassione è facile, perché è umanamente comprensibile; ma il passo dell'intransigenza, proprio perché è difficile, è un passo di amore più incondizionato. Il compromesso per cui la vita è un misto di bene e male, da accettare con dignitosa soddisfazione e dignitosa pazienza è l'illusorio pregiudizio che il signor Chesterton riteneva sommamente erroneo.
Non possiamo semplicemente compatire un uomo, senza voler combattere fino all'ultimo respiro per il suo bene. Da intransigenti. E la risposta non è – in prima istanza – che lo Stato istituisca degli sportelli a cui si possa rivolgere chiunque, operaio o imprenditore che sia, si trovi in situazioni economiche disperate.
Per problemi così drammatici e urgenti non occorrono – in prima istanza – soluzioni pratiche. È il momento in cui a sirene spiegate si deve gridare un solido ideale umano. Dunque, è vero che un uomo si trova ad appartenere a questo mondo, prima di potersi domandare se sia bello appartenervi o no. E poi entra nella giostra degli eventi; ma non è neutrale, perché, in qualche modo, non sente il mondo semplicemente come qualcosa di estraneo, infatti ne fa la sua casa. In molti modi, non solo materiali. Il mondo diventa Pimlico.
Pimlico è un quartiere di Londra che nel periodo storico in cui visse Chesterton attraversava un momento di degrado e declino. Chiamiamolo Scampia; anzi no, chiamiamolo col nome del quartiere in cui viviamo – che sia o meno degradato. Pimlico è la nostra condizione politica di abitanti del mondo; il nostro esserci, in un contesto urbano preciso e definito. Pimlico ci piace – perché ci viviamo, ma in molti casi Pimlico non va bene così com'è. E c'è chi condanna Pimlico, e vorrebbe fuggire e trasferirsi altrove. E c'è chi vorrebbe cambiarlo, passandoci sopra una bella mano di bianco così che non sia più riconoscibile. E in entrambi i casi Pimlico scompare. L'unica via d'uscita, afferma Chesterton, sembra quella di affezionarsi a Pimlico. «Forse l'esempio più frequente riguardo a tale punto è quello delle donne. Le stesse donne che sono pronte a difendere i loro uomini nelle cose piccole e grandi sono quasi morbosamente lucide circa la fragilità delle loro scuse o la grossolanità delle loro menti. Un amico, per quanto affezionato all'uomo, lo lascia così com'è; la moglie invece lo ama, e cerca di cambiarlo».
La cosa urgente da fare è gridare a sirene spiegate la nostra affezione e fedeltà alla vita. È una premessa tutt'altro che teorica; perché le cose che sembrano più ovvie sono proprio quelle che dobbiamo ricordarci più spesso. Non basta semplicemente amare la vita. Oppure, non serve semplicemente biasimare la vita. La contraddizione del vivere richiede una proposta umana altrettanto contraddittoria: occorre amare ciò che si biasima. «La mia accettazione dell'universo – afferma Chesterton riferendosi a Pimlico – non è ottimista, è qualcosa che assomiglia di più al patriottismo. È questione di fedeltà primaria. Il mondo non è una pensione di Brighton, da cui vogliamo andarcene perché è troppo deprimente. È la fortezza della nostra famiglia, con la bandiera che sventola sulla torre, e più è miserabile meno la abbandoniamo».
martedì, maggio 15, 2012
Visita ad un caro vecchio amico, il Piantone di Nardò...
Un vecchio amico della Scuola Chesterton e delle nostre famiglie!
lunedì, maggio 14, 2012
E' uscito questo splendido libro...
sabato, maggio 12, 2012
CONCERTO DI MAGGIO
il Coro del beato Pier Giorgio Frassati con la Corale Laudate Dominum ha organizzato due splendide occasioni dove sarà possibile ascoltare magnifici canti dedicati alla Madonna.
- Venerdì 18 Maggio ore 21:45 - Chiesta di Sant'Agostino (Grottammare)
- Sabato 19 Maggio ore 17:00 - Chiesta di Cristo Re (Porto d'Ascoli)
NON MANCATE!

Il discorso di ringraziamento di Benedetto XVI per il concerto in suo onore,, 11/05/12 21:16
Raffaella BlogPapa (@raffaellablog)11/05/12 21:16 DISCORSO DEL PAPA AL TERMINE DEL CONCERTO IN SUO ONORE magisterobenedettoxvi.blogspot.com/2012/05/il-pap… |
venerdì, maggio 11, 2012
E se non potete andare alla Marcia, siate dei...
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venerdì, maggio 04, 2012
LA STORIA
E Bartali salvò 49 soldati inglesi
Basta allora con Ginettaccio, meglio "Gino il pio", o come scrissero, negli anni neri del fascismo, ma non senza un certo sarcasmo: "Gino il mistico" e "l’arrampicatore divino". Ma queste etichette appiccicate al diretto interessato, un monumento del ciclismo come Gino Bartali, le avrebbe trovate enormemente inappropriate.
Se le sarebbe strappate immediatamente di dosso, urlando furente e rosso in volto: «Basta, qui l’è davvero tutto da rifare…». Scorza ruvida, quanto rara, mai più rivista, specialmente nello scarno "mitificio" dello sport odierno. Il Gino nazionale, un uomo con la "U" maiuscola e un fuoriclasse delle due ruote che, se proprio doveva essere incensato, preferiva almeno lo si facesse per le sue tante vittorie (2 Tour de France, 3 edizioni del Giro d’Italia, 4 Milano-Sanremo) e i 700mila chilometri - li aveva calcolati - percorsi pedalando. «In realtà, in bici di chilometri ne aveva fatti più di un milione, ma a me diceva: "Se spariamo una cifra del genere penseranno che voglia vantarmi"…», ricorda il figlio Andrea che ha appena dato alle stampe un libro tenero, visceralmente intimo e familiare: Gino Bartali, mio papà> (Limina).
In "quel penseranno voglia vantarmi", c’è tutta la fiera ricchezza della cultura contadina appresa da papà Torello che nella casa di Ponte a Ema - dove Gino venne al mondo il 18 luglio 1914 -, predicava quotidianamente il piacere dell’essere onesti. «Della verità non si deve mai avere paura», il primo insegnamento cristiano che nonno Torello aveva impartito ai figli, racconta Andrea, al quale il suo papà Gino («un cristiano - scrive tipicamente fiorentino, brontolone come lo sono i fiorentini»), ha trasmesso a sua volta la convinzione che «il rispetto per i dieci comandamenti, vale più di qualunque vittoria». Il vero mito di Bartali non è stato né Girardengo, né Guerra né Binda, ma Gesù di Nazareth. «Considerava Gesù il più grande dei rivoluzionari.
Così come trovava straordinario l’ammonimento divino: "Ama il prossimo tuo come te stesso". Era convinto che se tutti avessero seguito questo insegnamento, non ci sarebbero più state guerre e il mondo vivrebbe in pace». Precetti cristiani che il giovane Bartali aveva già chiari nella sua mente quando a 10 anni si iscrisse all’Azione Cattolica, ed erano solidi come pietre di una pieve romanica, quel giorno del ’36, in cui prese i voti di terziario carmelitano nella chiesa di San Paolino a Firenze. In ogni tappa della sua vita di uomo, di padre e di campione, c’è sempre stato un arrivo ideale a una chiesa e per la Chiesa.
«La prima vittoria papà la conquistò a 13 anni e non in bicicletta, ma a piedi, in una gara podistica verso il Monastero dell’Incontro, sulle colline fiorentine». Subito dopo cominciò la grande scalata al successo, intensa e veloce come uno sprint al velodromo. Ma anche un percorso esistenziale pieno di salite più dure della petrosa Izoard, e dietro alla maglia rosa, gruppi di avversari per spirito assai distanti dall’amico ed eterno rivale Fausto Coppi: inseguitori ostili in "camicia nera". Ma la spia dell’Ovra (il giornalista Franco Monza, ndr) nel suo fascicolo personale (n° 576) poteva solo annotare: «Un tipo molto strano questo Bartali che ad ogni vittoria ringrazia sempre Dio e la Madonna invece di dedicare il successo al nostro Duce».
Bartali correva e vinceva per il popolo, per gli ultimi e per gli umili servitori di Dio. «Non si è mai visto un Giro con tanti preti venuti sulla soglia della chiesa magari con una bandierina in mano. Un Giro con tanti fraticelli che aspettavano pazientemente sotto gli alberi. Un Giro con tanti seminaristi allineati sui viali fuori porta e con tante monache che portavano fuori dal cancello della loro scuoletta le bambine che battevano le mani anche loro.
"Questo è un Giro di credenti è un Giro di credenti", scriveva tra il divertito e il sorpreso Orio Vergani. E quando il fascismo cominciò a perseguitare gli ebrei, rispondendo all’invito del Papa, Pio XII («tramite il vescovo di Firenze, il cardinale Elia Dalla Costa che lo aveva unito in matrimonio con mia madre Adriana», sottolinea Andrea) Bartali si mise a disposizione di quei fraticelli come il francescano padre Rufino Niccacci e alle suore come la clarissa suor Eleonora, per salvare il maggior numero di persone.
Della "tappa" straordinaria, Firenze-Assisi (tra l’ottobre del 1943 e il giugno del ’44, la "corse" almeno una quarantina di volte) per consegnare agli ebrei in clandestinità i documenti falsi nascosti nella canna della sua bicicletta, abbiamo già parlato e tanto si è scritto a cominciare dal bel libro Assisi Underground di Alexander Ramati, ma poco si sapeva su altre gesta eroiche compiute da Bartali e che stanno riaffiorando dopo la sua morte, avvenuta il 5 maggio del 2000 (commemorata come ogni anno a Firenze nella chiesetta di San Salvatore al Vescovo con una Messa in suffragio in forma privata).
«Quando papà raccontava delle tante persone salvate, subito mi diceva: "Ma questo Andrea, che non si sappia in giro…". E io ribattevo anche un po’ seccato, ma allora cosa me le racconti a fare queste storie? E lui bonario: "Il bene va fatto, ma non bisogna dirlo. Ma verrà il tempo in cui queste cose sarà opportuno farle sapere". E quel tempo ora è arrivato». Così adesso sappiamo che oltre ai tanti ebrei che Bartali ha tratto in salvo, ci fu anche il suo intervento diretto per strappare alle mani del carnefice nazista ben 49 soldati inglesi rimasti «intrappolati» a Villa Selva (Firenze).
Fu l’asso del ciclismo a rompere l’assedio tedesco: «Si finse un milite fascista con tanto di divisa e baionetta, rigorosamente scarica. Gli inglesi vedendolo entrare si arresero a quello che pensavano fosse il "carceriere", mentre si rivelò il loro salvatore che li consegnò nelle mani amiche dei partigiani», racconta Andrea che nel suo libro ha inserito una testimonianza inedita e che noi riportiamo, in cui il figlio di un internato nel lager tedesco di Dachau, con la concessione della foto del suo idolo, "Bartali", riuscì a barattare la sua vita e quella di altri 20 prigionieri che così poterono far ritorno a casa.
E chissà quanti altri, grazie all’azione generosa e incessante del grande campione, hanno avuto la stessa buona sorte di quei prigionieri? «Bartolo Paschetta, alta carica dell’Opus Dei, uomo vicino a Pio XII e titolare della libreria Ave in via della Conciliazione quando lo incontravo mi diceva: «Hai un grande papà. Tu non puoi sapere quanto persone ha e abbiamo salvato».
Uno di questi è Giorgio Goldenberg tornato recentemente da Israele a Firenze, per rivedere lo scantinato di casa Bartali «dove da bambino rimase nascosto per mesi, evitando la deportazione». L’avvocato Renzo Ventura, sta perorando il riconoscimento di Gino Bartali nel Giardino dei Giusti di Gerusalemme, con un fascicolo inerente al salvataggio dei suoi genitori. Nuovi racconti ad Andrea sono arrivati a libro ormai in stampa, come quelli di don Arturo Paoli, parroco nell’alta lucchesia che ricorda perfettamente le soste di Bartali a Farneta, alla Certosa di Lucca, quando portava i documenti falsi per i clandestini che si sarebbero imbarcati dal porto di Genova o fuoriusciti per la Svizzera. «In un tempo senza più memoria, mi piacerebbe andare a fondo.
Così, insieme alla giornalista Laura Guerra (Fondazione Gino Bartali Onlus) stiamo cercando di rintracciare tutte quelle storie che hanno avuto come protagonista mio padre». Storie sommerse di salvati (si possono segnalare a: Lg.press@libero.it), vittorie delle quali il grande Bartali si limitava a dire: «Queste sono medaglie che si appuntano sull’anima e varranno nel Regno dei Cieli e non su questa terra».
giovedì, maggio 03, 2012
Da Zenit - Così ho scoperto la tomba di San Filippo
mercoledì, maggio 02, 2012
Dal prof. Carlo Bellieni
May 2nd, 2012mercoledì 2 maggio 2012
Esiste una rivista scientifica intitolata "Epigenetics". E' la nuova frontiera della medicina, assieme alla metabolomica di cui parleremo altrove. L'epigenetica è la serie di meccanismi cellulari che coordina il modo in cui il DNA (la genetica) si esprime. Insomma, il DNA da solo serve a poco, senza una struttura che lo fa parlare, di cui conosciamo ancora poco e che mostra (come fa un bel documentario della BBC intitolato "The ghost in our genes") che il dogma che "tutto è scritto nel DNA" è semplicemente sbagliato. Ai fan del determinismo non sarà perciò andato giù che Repubblicaabbia dedicato un paio di importanti articoli all'epigenetica. Perché c'è ancora chi pensa che "noi siamo quello che è scritto nei geni", soprattutto chi vorrebbe sostituirsi a Dio e trovare "il mistero della vita". Non gli sarà piaciuto perché ancora pensano che "decifrare il DNA è decifrare la vita", con possibili derive eugenetiche e deterministe (DNA errato = persona errata).
Uscire da questo coro, è ancora un fatto raro, perché in tutte le scuole si continua a magnificare la "lotta per la sopravvivenza" come unica via di evoluzione della vita e il DNA come unico linguaggio della vita stessa e di questa supposta lotta. Ma in biologia la parola "unico" non esiste: aver mappato il DNA è un passo importante per la scienza e di grande soddisfazione per tutti noi, ma è servito davvero a poco, per quanto invece se ne attendeva, pur con possibili ricadute terapeutiche; e anche aver ricostruito in laboratorio un filamento di DNA poi inserito in un batterio al posto di quello naturale è un bel passo avanti scientifico, ma ancora avvolto nel mistero.
Perché il DNA da sé non funziona: serve tutta una struttura che lo "accordi" e lo faccia "suonare" e questa struttura è dentro le nostre cellule ma non la conosciamo: per ora l'abbiamo intravista, le abbiamo dato un nome (epigenetica, appunto) ma non ne sappiamo nulla tranne che funziona bene e agisce tramite l'azione di gruppi metilici sul DNA che "zittano" o "fanno parlare" i geni che al bisogno occorre che parlino o stiano zitti. Ecco perché le nostre cellule sono tutte diverse pur avendo tutte lo stesso DNA. Ed ecco perché continuiamo ad essere preoccupati per ogni tipo di manipolazione genetica: non sappiamo cosa attiviamo!
Su Repubblica Giuliano Aluffi ("Se il destino non è più scritto nel DNA") spiega che queste attivazioni o silenziamenti di geni sono dovuti all'interazione con l'ambiente e possono essere ereditati. Ma come? Non ci avevano insegnato come dogma assoluto che l'evoluzione della vita avviene solo perché chi ha il DNA più adatto sopravvive a chi ha quello meno adatto? Invece sul DNA può agire l'ambiente inquinato e stressogeno, (vedi l'ultimo numero della rivista Molecular Psychiatry) cambiando non la sequenza dei geni, ma il modo in cui parlano. E allora è possibile che i cambiamenti di altezza, di forma e di vita dei vari organismi viventi non siano dipesi solo dalla lotta feroce in seguito a cui sopravviveva "il migliore" o meglio "il più adatto", ma anche da un armonica interazione con l'ambiente che invece di dire "Ne resterà solo uno!" (cioè il migliore) dice una parola semplice: "Adattiamoci, collaboriamo".
Capite come l'evoluzione della vita assuma una chiave diversa: non più lotta (che andava bene al tempo vittoriano in cui tutto doveva giustificare la prevalenza di un popolo su un altro), ma collaborazione. Fa riflettere questo gioco di matrioske: più si studia più si vede che una scoperta non dà mai la risposta finale, ma apre ad un altro mistero e ad un'altra scoperta tanto da far pensare che questo gioco sia infinito e nella sua natura indecifrabile (come un programma di PC che volesse decifrare come è fatto il suo programmatore). Insomma, l'epigenetica – la nuova frontiera della biologia – ci dice che siamo davvero liberi: anche dal nostro genoma. E ci fa piacere che arrivi nei giornali di ampio pubblico. Il mistero della biologia e della genetica è grande e lo resterà perché - come constatiamo nella nostra esistenza in cui tutto sembra chiaro finché non cerchiamo di spiegarlo - "tutte le immagini portano scritto più in là" come poeticamente riportava Eugenio Montale. La scienza, ben lungi dall'essere nemica di uno spirito religioso, apre tutti noi a queste considerazioni.
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L'ha detto Pier Giorgio - 31
- 31 - il telegramma ed era già sufficiente per la mia festa
- 30 - Bisogna far molti sacrifici per giungere sicuri alla meta
- 29 - Cara mamma
- 28 - Pier Giorgio e la famiglia
- 27 - Pregherò anche per te, e tu prega molto per me...
- 26 - la fede e la speranza cessano con la nostra morte
- 25 - Noi cattolici e specialmente noi studenti abbiamo un grave dovere da compiere: la formazione di noi stessi
- 24 - Lettera ad un amico
- 23 - Godimento spirituale nella lettura di San Paolo
- 22 - "Forse era uno che ne aveva piu bisogno di me"
- 21 - La bocciatura di Pier Giorgio
- 20 - Desiderio di sole, di salire su, in alto, di andare a trovare Dio in vetta
- 19 - Bisogna uccidere il germe
- 18 - Preghiera, organizzazione e sacrificio
- 17 - Meglio soli ma con la coscienza pulita
- 16 - La gioia di rivedere i miei e i miei amici
- 15 - Confidiamo nella provvidenza divina e nella sua misericordia.
- 14- Pregare molto Dio che ridoni agli uomini la vera pace
- 13 - Dobbiamo sempre conservare la speranza
- 12 - "Perché dovrei essere triste?".
- 11 - "Evviva il Papa, evviva!".
- 10 - Non sprechiamo i più begli anni della nostra vita
- 9 - Il suo avvenire
- 8 - "Morto?..."
- 7 - L'affetto degli amici.
- 6 - Non sciupare gli anni più belli della nostra vita e combattere.
- 5 - Pier Giorgio, il tempo e Sant'Agostino.
- 4 - "...mi innamoro perdutamente della montagna".
- 3 - La montagna come la primavera non annoia mai.
- 2 - La Fede datami nel Battesimo
- 1 - Solo la morte può farmi cessare.
Pier Giorgio vivo - 33
- 33 - ...cristianesimo, che evidentemente non conoscevo, perchè non lo vivevo...
- 32 - Perfetta correttezza morale
- 31 - "...misurava le proprie azioni dalla loro intrinseca moralità..."
- 30 - Aveva imparato, per teoria e per pratica, a distinguere fra compagni e amici...
- 29 - Pier Giorgio e l'amore per gli altri
- 28 - ...mormorava le sue preghiere alla Vergine con timore filiale
- 27- ...Si addormentava pregando
- 26 - Era il primo a fare la Comunione
- 25 - Allontanare, almeno per un giorno, quei giovani amici dagli eventuali pericoli morali
- 24 - ...suscitare nell'anima il desiderio...
- 23-Pier Giorgio portava nella compagnia il dolce lume della gioia
- 22 - Mi raccomando agli amici e specialmente alle preghiere
- 21 - Pier Giorgio e l'ordine francescano
- 20 - Le creature sincere e semplici sono tutte così...
- 19 - Pier Giorgio e la passione per le montagne
- 18 - Per chi è puro, tutto è puro; per chi è impuro, niente è puro
- 17 - Ai miei figli mi preoccuperò di dare...un'istruzione completa ed un'educazione cristiana
- 16 - Eucarestia punto di riferimento
- 15 - Amante di ogni sport
- 14 - Mamma, vieni a vedere che bel cielo!
- 13 - Il segno della croce
- 12 - Pier Giorgio era sempre là dove occorreva essere
- 11 - Non aveva paura di niente, nemmeno della paura.
- 10 - Il contrario del tipo bigotto.
- 9 - Pregava con semplicità.
- 8 - Vitalità irrompetente ed espressiva
- 7 - Pier Giorgio entusiasta nella preghiera.
- 6 - Non faceva mistero delle sue convinzioni religiose
- 5 - Pier Giorgio e i rosari.
- 4 - Una personalità vera abbraccia tutta la realtà.
- 3 - Aria franca e coraggiosa, fede prorompente.
- 2 - Pier Giorgio ventata di vita.
- 1 - Vicino ai bambini veneti sfollati








Raffaella BlogPapa (

