mercoledì, maggio 30, 2012

Benedetto XVI oggi, 30 Maggio 2012

"Gli avvenimenti successi in questi giorni, circa la Curia e i miei collaboratori, hanno recato tristezza nel mio cuore, ma non si è mai offuscata la ferma certezza che, nonostante la debolezza dell'uomo, le difficoltà e le prove, la Chiesa è guidata dallo Spirito Santo e il Signore mai le farà mancare il suo aiuto per sostenerla nel suo cammino. Si sono moltiplicate, tuttavia, illazioni, amplificate da alcuni mezzi di comunicazione, del tutto gratuite e che sono andate ben oltre i fatti, offrendo un'immagine della Santa Sede che non risponde alla realtà. Desidero, per questo, rinnovare la mia fiducia e il mio incoraggiamento ai miei più stretti collaboratori e a tutti coloro che, quotidianamente, con fedeltà, spirito di sacrificio e nel silenzio, mi aiutano nell'adempimento del mio Ministero".

Benedetto XVI, 30 Maggio 2012

Dal Sussidiario, il nostro Paolo Gulisano e la Scozia

Un articolo su Il Sussidiario del nostro Paolo Gulisano sulle ultime dalla Scozia sulla questione dei padri e delle madri e altre amenità politicamente corrette del genere.

lunedì, maggio 28, 2012

Le follie della neutralità - di Gianfranco Amato

sabato, maggio 26, 2012

26 Maggio 1912: il primo peschereccio a motore d'Italia? Dove? Chi?

A San Benedetto del Tronto!

Mons. Francesco Sciocchetti!

Evviva! Uno dei nostri!

Cento anni fa.

Grazie, Gesù!

martedì, maggio 22, 2012

La bella rassegna stampa curata dal nostro Andrea Bartelloni

Non fermatevi fiaccamente al collegamento ma entrate!
Vale la pena.


Le parole di Benedetto XVI al pranzo in occasione del compleanno e dell'elezione a Sommo Pontefice, 21 Maggio 2012


Eminenza,

Cari fratelli,


in questo momento la mia parola può solo essere una parola di ringraziamento. 
Ringraziamento innanzitutto al Signore per i tanti anni che mi ha concesso; anni con tanti giorni di gioia, splendidi tempi, ma anche notti oscure. Ma in retrospettiva si capisce che anche le notti erano necessarie e buone, motivo di ringraziamento.
Oggi la parola ecclesia militans è un po' fuori moda, ma in realtà possiamo comprendere sempre meglio che è vera, porta in sé verità. Vediamo come il male vuole dominare nel mondo e che è necessario entrare in lotta contro il male. 
Vediamo come lo fa in tanti modi, cruenti, con le diverse forme di violenza, ma anche mascherato col bene e proprio così distruggendo le fondamenta morali della società.
Sant'Agostino ha detto che tutta la storia è una lotta tra due amori: amore di se stesso fino al disprezzo di Dio; amore di Dio fino al disprezzo di sé, nel martirio. Noi siamo in questa lotta e in questa lotta è molto importante avere degli amici. E per quanto mi riguarda, io sono circondato dagli amici del Collegio cardinalizio: sono i miei amici e mi sento a casa, mi sento sicuro in questa compagnia di grandi amici, che stanno con me e tutti insieme col Signore.
Grazie per questa amicizia. 
Grazie a lei, Eminenza, per tutto quello che ha fatto per questo momento oggi e per tutto quello che fa sempre. Grazie a voi per la comunione delle gioie e dei dolori. Andiamo avanti, il Signore ha detto: coraggio, ho vinto il mondo. Siamo nella squadra del Signore, quindi nella squadra vittoriosa. Grazie a voi tutti. Il Signore vi benedica tutti. E brindiamo.

sabato, maggio 19, 2012

"Validità di martirio" del Seminarista Rolando Rivi (di soli 14 anni)


COMUNICATO STAMPA  
«E' stato un giudizio pieno e all'unanimità quello con cui i teologi censori, presso la Congregazione per i santi di Roma, hanno riconosciuto la validità del martirio di Rolando Rivi
Questa decisione spalanca le porte alla beatificazione che ora appare imminente. 
Dopo un'attenta analisi degli atti del processo diocesano, delle testimonianze, dei documenti e di un'ampia relazione sul contesto storico del periodo, i teologi, con la loro decisione, hanno confermato che il seminarista innocente, a soli 14 anni, fu ucciso in odio a quella fede cristiana che proclamava con coraggio vestendo sempre l'abito talare. 
Ora, dopo la firma dei Cardinali e del Santo Padre Benedetto XVI, Rolando potrà essere proclamato Beato e salire all'onore degli altari. 
Per il nostro Paese la beatificazione di Rolando Rivi è un fatto di grande rilevanza civile e religiosa. 
Rolando Rivi infatti è il primo tra i 130 Sacerdoti e Seminaristi uccisi sul finire della guerra e nel dopoguerra dai partigiani comunisti per il quale si è avviato e ora si sta concludendo il processo di beatificazione. Rolando Rivi nella storia della Chiesa italiana è inoltre il primo seminarista di un seminario minore diocesano a essere proclamato beato perché martire. 
Un martire bambino testimone della libertà. La causa di beatificazione è stata avviata e sostenuta (vedi scheda allegata) dal Comitato Amici di Rolando Rivi. 
Il Comitato è un'associazione senza fini di lucro che ha lo scopo di far conoscere, nel modo più ampio possibile, la figura di Rolando Rivi e la sua ardente testimonianza di fede come tesoro di verità, di libertà, di riconciliazione. 
Appena avuta la notizia monsignor Luigi Negri, Vescovo di San Marino e presidente del Comitato Amici di Rolando Rivi, ha espresso la sua soddisfazione e ha affermato: "In questa causa è in gioco non solo il riconoscimento della santità di vita e del martirio di Rolando, ma è in gioco molto del destino della Chiesa, non solo in Italia". 
Per un profondo rinnovamento cristiano nel corpo della Chiesa deve infatti entrare "nuovo sangue". 
"Se nel corpo della Chiesa circolerà anche il sangue di Rolando Rivi, martire semplice e purissimo ucciso in odio alla fede a soli 14 anni dalla violenza dell'ideologia marxista, se circolerà il sangue della sua testimonianza di vita e del suo amore totale a Gesù, noi daremo alla Chiesa nuova energia per ritornare a essere una Chiesa fedele a Cristo e appassionata all'uomo"»
COMITATO AMICI DI ROLANDO RIVI 

venerdì, maggio 18, 2012

Il coro del beato Pier Giorgio Frassati e la corale Laudate dominum

Cari amici,
ecco alcune immagini del primo appuntamento del concerto di Maggio. Per chi non c'è stato può recuperare venendo sabato ore 17 alla Chiesa di Cristo Re.



Popolo in cammino: non ti fermare... - di Gianfranco Amato

Dal prof. Carlo Bellieni

 

Carlo Bellieni

Il feto già riconosce la voce della madre quando ancora è nel pancione. Questo è quanto mostra uno studio francese – il primo autore è Renaud Jardri -pubblicato sulla rivista International Journal of Developmental Neurosciences di aprile. Questa capacità è stata mostrata con l'uso di raffinate tecniche di risonanza materna, che registrano l'attivazione della corteccia cerebrale temporale già dalla trentesima settimana di gestazione. E uno studio canadese fatto al Kingston General Hospital mostra che il battito del cuore si accelera nel feto quando sente la voce della mamma. Cosa impara da questi studi chi accetta di non avere pregiudizi? In primo luogo che la scienza è un'apertura alla bellezza: cosa c'è di più bello di vedere uno spettacolo normalmente nascosto come quello della vita prenatale, per millenni restato nel mistero del buio uterino? Il secondo punto è la chiarezza che il feto è davvero un bambino, e che reagisce, ricorda, impara proprio come un bambino già nato. Dentro l'utero c'è un universo in rapido sviluppo: è il mondo della nostra vita prenatale, come ricordava a suo tempo anche Pier Paolo Pasolini, che ricordava alla sinistra come si era allontanata dal sentire del popolo per seguire le sirene di un egoistico individualismo. Il feto in sviluppo sente le voci, i sapori, gli odori, e anche il dolore se disgraziatamente gliene facciamo. Proprio per questo si è sviluppata anche l'arte di somministrare analgesici al feto durante gli interventi chirurgici che può subire prima di nascere. Già, perché il feto può anche essere curato chirurgicamente, in un paradossale susseguirsi di stati: dalla vita fetale a quella all'aria aperta seppur attaccato al cordone ombelicale quando si opera, e poi ancora vita fetale, fino alla nascita naturale. Chi suppone che la vita inizi alla nascita ha il suo bel daffare per giustificare questo paradosso di una non-vita che diventa vita, poi torna non vita e poi ancora vita…  Proprio come accade per il feto di canguro che esce dall'utero e nasce, ma poi torna a passare la seconda parte della sua vita fetale nel marsupio, fino alla seconda nascita. Paradossi che ci fanno riflettere: la nascita non cambia proprio niente nello stato morale e davvero poco nello stato fisico di un individuo, perché la vita è un continuum sin dal concepimento, e perché solo una grossolana disattenzione ci fa pensare che la vita fetale sia una vita "in sospeso", o "in un lungo sonno", mentre è piena di sensazioni, utili sia a modella re il sistema nervoso sia a preparare alla vita all'aria aperta. Proprio per questo esistono addirittura dei corsi di educazione prenatale, che aiutano le mamme a prendere coscienza di questa evidenza e soprattutto a sfruttarla positivamente, entrando in contatto col loro bambino prima della nascita tramite il canto, il massaggio attraverso il pancione e alla capacità di sentire i movimenti di risposta del feto. Che consolazione per tante donne scoprire di avere in sé questa compagnia, forse una delle poche persone (è una personcina!) che ti amano non per come sei ma semplicemente perché ci sei! Come ho detto in arie occasioni, è proprio il caso di cancellare la parola "feto" dal nostro vocabolario, perché è un termine stigmatizzante quel livello del nostro sviluppo che si vuole tener distinti dagli altri perché non gli viene riconosciuto pari diritti rispetto agli adulti. La parola "feto" originariamente significava "cucciolo" tanto che viene da una radice sanscrita che significava "succhiare". Poi nel tempo, soprattutto negli ultimi 50 anni si è diviso drasticamente il prima-della-nascita dal dopo. Sarebbe bello se l'utero fosse trasparente, ma con le ecografie e con la scienza in pratica lo è diventato: che guaio per chi sostiene che il feto non è "qualcuno" ma è "qualcosa"!

mercoledì, maggio 16, 2012

La Gazzetta su Gino Bartali, ancora una volta grandissimo ed inarrivabile. Gino ancora una volta alla Festa di Pier Giorgio Frassati 2012



Cari amici,

ieri il Giro d'Italia ha fatto tappa ad Assisi e la Gazzetta dello Sport non ha perso l'occasione per dedicare due belle pagine al "nostro" caro e immenso Gino Bartali che settant'anni fa, proprio su quelle strade in terra umbra, sfrecciava con la sua Legnano tra mille pericoli per salvare decine di ebrei e perseguitati. 
Vi allego le due pagine della Gazzetta da leggere e colgo l'occasione per invitarvi a comprare e leggere il libro di fresca uscita scritto da Andrea Bartali, figlio di Gino e nostro caro amico, intitolato "Gino Bartali, mio papà" (edito dalla Lìmina). Posso anche annunciarvi che Andrea Bartali verrà a presentare il suo libro al 7° Gagliarda's Day in programma martedì 26 giugno 2012 a Grottammare (AP), durante il 2° Spazio Gino per Uomini Vivi.

Saluto tutti!

Andrea Falcioni

Annalisa Teggi - Tremende Bazzeccole -Intransigente discorso chestertoniano sul suicidio. «Occorre amare ciò che si biasima»

Grande Teggi e grande Chesterton su Tempi

Il suicida non è un martire, anche quando gli assomiglia molto.
Ci sono momenti in cui ci si può concedere di parlare dei fatti usando perifrasi e giri di parole; ma in altri la cosa migliore è affondare il coltello. Il tono generale che si usa in questo periodo per parlare dei numerosi suicidi – si dice – causati dalla crisi è compassionevole. E c'è qualcosa di sbagliato, perché il tono compassionevole implica il ragionamento: "Io capisco perché quell'uomo ha compiuto quel gesto e condivido con lui il dolore che lo ha spinto a farlo". Lo abbiamo ascoltato nelle scorse sere dalla voce di Roberto Saviano, che è un bravo narratore. Non siamo forse capaci di immedesimarci con l'imprenditore integerrimo che paga fino all'ultimo centesimo i suoi lavoratori e le tasse, poi, subissato da debiti e da prospettive cupe sul futuro, sceglie di togliersi la vita dentro il capannone della sua azienda – quel luogo che, magari, pietra per pietra ha costruito? Siamo capaci di compassione di fronte a tutto ciò, patiamo con lui. E proprio nei momenti in cui sentiamo viva in noi la compassione (non come mero sentimentalismo) dovremmo renderci conto che essa non può essere un punto d'arrivo, ma semmai è la premessa autentica per un giudizio più comprensivo sul nostro quotidiano vivere.
Dobbiamo diventare talmente interessati alla vita, da essere capaci di dare giudizi disinteressati. Così il signor Chesterton introduce una riflessione sul suicidio in un capitolo di Ortodossia intitolato "La bandiera del mondo". Lui, che era uomo dolce e ironico, capace di giochi di parole sensatissimi (anche quando sembravano solo bazzecole), nel parlare del suicidio è duro e freddo come la lama di una spada: «Il suicidio non solo è un peccato, ma è il peccato. È il male supremo e assoluto, il rifiuto di qualsiasi interesse per l'esistenza, il rifiuto di prestare il giuramento di fedeltà alla vita. L'uomo che uccide un uomo, uccide un uomo. L'uomo che uccide se stesso, uccide gli uomini: annienta il mondo. Il suo gesto è peggiore (dal punto di vista simbolico) di qualsiasi stupro o attentato dinamitardo. Perché distrugge tutti gli edifici e offende tutte le donne. Il ladro è appagato dai diamanti, il suicida non lo è: questo è il suo crimine. Non si lascia nemmeno corrompere dalle pietre sfolgoranti della Città Celeste. Il ladro esalta gli oggetti che ruba, e pure il loro proprietario. Ma il suicida insulta tutto ciò che esiste al mondo non rubandolo. Rifiutando di vivere per amore di un fiore, guasta tutti i fiori. In tutto l'universo non c'è una sola creatura minuscola per la quale la sua morte non sia una beffa».
Spesso alla Chiesa è stato imputata la colpa di essere intransigente nei confronti di questo peccato, come intransigenti sono queste parole. Ma occorre chiedersi cosa ci stiamo guadagnando dall'essere meno intransigenti; cosa ci stiamo guadagnando dalla compassione svincolata dall'idea che la vita è sacra – in ogni caso, senza compromessi di sorta. Siamo capaci di con-patire abbastanza uno sconosciuto (eppure così simile a noi) che si è suicidato da dire ad alta voce che ha sbagliato? Il passo della compassione è facile, perché è umanamente comprensibile; ma il passo dell'intransigenza, proprio perché è difficile, è un passo di amore più incondizionato. Il compromesso per cui la vita è un misto di bene e male, da accettare con dignitosa soddisfazione e dignitosa pazienza è l'illusorio pregiudizio che il signor Chesterton riteneva sommamente erroneo.
Non possiamo semplicemente compatire un uomo, senza voler combattere fino all'ultimo respiro per il suo bene. Da intransigenti. E la risposta non è – in prima istanza – che lo Stato istituisca degli sportelli a cui si possa rivolgere chiunque, operaio o imprenditore che sia, si trovi in situazioni economiche disperate.
Per problemi così drammatici e urgenti non occorrono – in prima istanza – soluzioni pratiche. È il momento in cui a sirene spiegate si deve gridare un solido ideale umano. Dunque, è vero che un uomo si trova ad appartenere a questo mondo, prima di potersi domandare se sia bello appartenervi o no. E poi entra nella giostra degli eventi; ma non è neutrale, perché, in qualche modo, non sente il mondo semplicemente come qualcosa di estraneo, infatti ne fa la sua casa. In molti modi, non solo materiali. Il mondo diventa Pimlico.
Pimlico è un quartiere di Londra che nel periodo storico in cui visse Chesterton attraversava un momento di degrado e declino. Chiamiamolo Scampia; anzi no, chiamiamolo col nome del quartiere in cui viviamo – che sia o meno degradato. Pimlico è la nostra condizione politica di abitanti del mondo; il nostro esserci, in un contesto urbano preciso e definito. Pimlico ci piace – perché ci viviamo, ma in molti casi Pimlico non va bene così com'è. E c'è chi condanna Pimlico, e vorrebbe fuggire e trasferirsi altrove. E c'è chi vorrebbe cambiarlo, passandoci sopra una bella mano di bianco così che non sia più riconoscibile. E in entrambi i casi Pimlico scompare. L'unica via d'uscita, afferma Chesterton, sembra quella di affezionarsi a Pimlico. «Forse l'esempio più frequente riguardo a tale punto è quello delle donne. Le stesse donne che sono pronte a difendere i loro uomini nelle cose piccole e grandi sono quasi morbosamente lucide circa la fragilità delle loro scuse o la grossolanità delle loro menti. Un amico, per quanto affezionato all'uomo, lo lascia così com'è; la moglie invece lo ama, e cerca di cambiarlo».
La cosa urgente da fare è gridare a sirene spiegate la nostra affezione e fedeltà alla vita. È una premessa tutt'altro che teorica; perché le cose che sembrano più ovvie sono proprio quelle che dobbiamo ricordarci più spesso. Non basta semplicemente amare la vita. Oppure, non serve semplicemente biasimare la vita. La contraddizione del vivere richiede una proposta umana altrettanto contraddittoria: occorre amare ciò che si biasima. «La mia accettazione dell'universo – afferma Chesterton riferendosi a Pimlico – non è ottimista, è qualcosa che assomiglia di più al patriottismo. È questione di fedeltà primaria. Il mondo non è una pensione di Brighton, da cui vogliamo andarcene perché è troppo deprimente. È la fortezza della nostra famiglia, con la bandiera che sventola sulla torre, e più è miserabile meno la abbandoniamo».

martedì, maggio 15, 2012

Visita ad un caro vecchio amico, il Piantone di Nardò...

... un castagno di oltre cinquecentotrenta anni, e non li sente!!!

Un vecchio amico della Scuola Chesterton e delle nostre famiglie!

Ce l'abbiamo fatta..!

La prima media Chesterton nella cisterna...

lunedì, maggio 14, 2012

E' uscito questo splendido libro...




E' uscito questo bellissimo libro scritto dal nostro amico Andrea Bartali, e riguarda il suo caro babbo Gino.

Gino Bartali si rese protagonista di imprese non solo sportive che sono venute fuori solo negli ultimi anni, e molti di noi le conoscono, anche perché abbiamo la fortuna di aver visto la splendida mostra su Gino fatta dai ragazzi della Gagliarda Sambenedettese, società sportiva di uomini vivi.

La mostra passò anche al Giro d'Italia lo scorso anno a Belluno, permise a dei ragazzi di Genova di conoscere Gino e di farci conoscere, grazie alla loro professoressa, altre sue eroiche imprese di salvataggio di vite umane messe in pericolo dalla cattiveria e dall'ideologia.

I ragazzi anni fa fecero un "Giardino degli Uomini Vivi", delle belle sagome realistiche che popolarono il bel giardino di San Francesco a Grottammare, e tra queste c'erano le sagome del beato Giovanni Paolo II, di Giovannino Guareschi, di Pier Giorgio Frassati, di Gilbert Keith Chesterton e di Gino. 

Quest'anno ci sarà un nuovo Spazio Gino, dopo quello di grande successo dello scorso anno, e si parlerà ancora di quest'uomo vivo, il 26 Giugno 2012.

Miracoli che accadono solo in quei paraggi e in quei giorni.

sabato, maggio 12, 2012

CONCERTO DI MAGGIO

Cari amici,
il Coro del beato Pier Giorgio Frassati con la Corale Laudate Dominum ha organizzato due splendide occasioni dove sarà possibile ascoltare magnifici canti dedicati alla Madonna.

  • Venerdì 18 Maggio ore 21:45 - Chiesta di Sant'Agostino (Grottammare)
  • Sabato 19 Maggio ore 17:00 - Chiesta di Cristo Re (Porto d'Ascoli)


NON MANCATE!




Il discorso di ringraziamento di Benedetto XVI per il concerto in suo onore,, 11/05/12 21:16

Raffaella BlogPapa (@raffaellablog)
11/05/12 21:16
DISCORSO DEL PAPA AL TERMINE DEL CONCERTO IN SUO ONORE magisterobenedettoxvi.blogspot.com/2012/05/il-pap…

venerdì, maggio 11, 2012

I Vescovi americani sulla presa di posizione di Obama sui matrimoni tra omosessuali

E se non potete andare alla Marcia, siate dei...

E se non potete andare alla Marcia, siate dei...
Annarosa Rossetto 10 maggio 23.15.45
E se non potete andare alla Marcia, siate dei sostenitori da lontano!
Marcia Nazionale per la Vita | Roma, 13 maggio 2012
www.marciaperlavita.it
L'iniziativa vuole: affermare che la vita è un dono, indisponibile, di Dio - chiedere il Suo aiuto, ...

venerdì, maggio 04, 2012

da Avvenire del 3 maggio 2012



LA STORIA


E Bartali salvò 49 soldati inglesi


Basta allora con Ginettaccio, meglio "Gino il pio", o come scrissero, negli anni neri del fascismo, ma non senza un certo sarcasmo: "Gino il mistico" e "l’arrampicatore divino". Ma queste etichette appiccicate al diretto interessato, un monumento del ciclismo come Gino Bartali, le avrebbe trovate enormemente inappropriate.
Se le sarebbe strappate immediatamente di dosso, urlando furente e rosso in volto: «Basta, qui l’è davvero tutto da rifare…». Scorza ruvida, quanto rara, mai più rivista, specialmente nello scarno "mitificio" dello sport odierno. Il Gino nazionale, un uomo con la "U" maiuscola e un fuoriclasse delle due ruote che, se proprio doveva essere incensato, preferiva almeno lo si facesse per le sue tante vittorie (2 Tour de France, 3 edizioni del Giro d’Italia, 4 Milano-Sanremo) e i 700mila chilometri - li aveva calcolati - percorsi pedalando. «In realtà, in bici di chilometri ne aveva fatti più di un milione, ma a me diceva: "Se spariamo una cifra del genere penseranno che voglia vantarmi"…», ricorda il figlio Andrea che ha appena dato alle stampe un libro tenero, visceralmente intimo e familiare: Gino Bartali, mio papà> (Limina).
In "quel penseranno voglia vantarmi", c’è tutta la fiera ricchezza della cultura contadina appresa da papà Torello che nella casa di Ponte a Ema - dove Gino venne al mondo il 18 luglio 1914 -, predicava quotidianamente il piacere dell’essere onesti. «Della verità non si deve mai avere paura», il primo insegnamento cristiano che nonno Torello aveva impartito ai figli, racconta Andrea, al quale il suo papà Gino («un cristiano - scrive tipicamente fiorentino, brontolone come lo sono i fiorentini»), ha trasmesso a sua volta la convinzione che «il rispetto per i dieci comandamenti, vale più di qualunque vittoria». Il vero mito di Bartali non è stato né Girardengo, né Guerra né Binda, ma Gesù di Nazareth. «Considerava Gesù il più grande dei rivoluzionari.
Così come trovava straordinario l’ammonimento divino: "Ama il prossimo tuo come te stesso". Era convinto che se tutti avessero seguito questo insegnamento, non ci sarebbero più state guerre e il mondo vivrebbe in pace». Precetti cristiani che il giovane Bartali aveva già chiari nella sua mente quando a 10 anni si iscrisse all’Azione Cattolica, ed erano solidi come pietre di una pieve romanica, quel giorno del ’36, in cui prese i voti di terziario carmelitano nella chiesa di San Paolino a Firenze. In ogni tappa della sua vita di uomo, di padre e di campione, c’è sempre stato un arrivo ideale a una chiesa e per la Chiesa.
«La prima vittoria papà la conquistò a 13 anni e non in bicicletta, ma a piedi, in una gara podistica verso il Monastero dell’Incontro, sulle colline fiorentine». Subito dopo cominciò la grande scalata al successo, intensa e veloce come uno sprint al velodromo. Ma anche un percorso esistenziale pieno di salite più dure della petrosa Izoard, e dietro alla maglia rosa, gruppi di avversari per spirito assai distanti dall’amico ed eterno rivale Fausto Coppi: inseguitori ostili in "camicia nera". Ma la spia dell’Ovra (il giornalista Franco Monza, ndr) nel suo fascicolo personale (n° 576) poteva solo annotare: «Un tipo molto strano questo Bartali che ad ogni vittoria ringrazia sempre Dio e la Madonna invece di dedicare il successo al nostro Duce».
Bartali correva e vinceva per il popolo, per gli ultimi e per gli umili servitori di Dio. «Non si è mai visto un Giro con tanti preti venuti sulla soglia della chiesa magari con una bandierina in mano. Un Giro con tanti fraticelli che aspettavano pazientemente sotto gli alberi. Un Giro con tanti seminaristi allineati sui viali fuori porta e con tante monache che portavano fuori dal cancello della loro scuoletta le bambine che battevano le mani anche loro.
"Questo è un Giro di credenti è un Giro di credenti", scriveva tra il divertito e il sorpreso Orio Vergani. E quando il fascismo cominciò a perseguitare gli ebrei, rispondendo all’invito del Papa, Pio XII («tramite il vescovo di Firenze, il cardinale Elia Dalla Costa che lo aveva unito in matrimonio con mia madre Adriana», sottolinea Andrea) Bartali si mise a disposizione di quei fraticelli come il francescano padre Rufino Niccacci e alle suore come la clarissa suor Eleonora, per salvare il maggior numero di persone.
Della "tappa" straordinaria, Firenze-Assisi (tra l’ottobre del 1943 e il giugno del ’44, la "corse" almeno una quarantina di volte) per consegnare agli ebrei in clandestinità i documenti falsi nascosti nella canna della sua bicicletta, abbiamo già parlato e tanto si è scritto a cominciare dal bel libro Assisi Underground di Alexander Ramati, ma poco si sapeva su altre gesta eroiche compiute da Bartali e che stanno riaffiorando dopo la sua morte, avvenuta il 5 maggio del 2000 (commemorata come ogni anno a Firenze nella chiesetta di San Salvatore al Vescovo con una Messa in suffragio in forma privata).
«Quando papà raccontava delle tante persone salvate, subito mi diceva: "Ma questo Andrea, che non si sappia in giro…". E io ribattevo anche un po’ seccato, ma allora cosa me le racconti a fare queste storie? E lui bonario: "Il bene va fatto, ma non bisogna dirlo. Ma verrà il tempo in cui queste cose sarà opportuno farle sapere". E quel tempo ora è arrivato». Così adesso sappiamo che oltre ai tanti ebrei che Bartali ha tratto in salvo, ci fu anche il suo intervento diretto per strappare alle mani del carnefice nazista ben 49 soldati inglesi rimasti «intrappolati» a Villa Selva (Firenze).
Fu l’asso del ciclismo a rompere l’assedio tedesco: «Si finse un milite fascista con tanto di divisa e baionetta, rigorosamente scarica. Gli inglesi vedendolo entrare si arresero a quello che pensavano fosse il "carceriere", mentre si rivelò il loro salvatore che li consegnò nelle mani amiche dei partigiani», racconta Andrea che nel suo libro ha inserito una testimonianza inedita e che noi riportiamo, in cui il figlio di un internato nel lager tedesco di Dachau, con la concessione della foto del suo idolo, "Bartali", riuscì a barattare la sua vita e quella di altri 20 prigionieri che così poterono far ritorno a casa.
E chissà quanti altri, grazie all’azione generosa e incessante del grande campione, hanno avuto la stessa buona sorte di quei prigionieri? «Bartolo Paschetta, alta carica dell’Opus Dei, uomo vicino a Pio XII e titolare della libreria Ave in via della Conciliazione quando lo incontravo mi diceva: «Hai un grande papà. Tu non puoi sapere quanto persone ha e abbiamo salvato».
Uno di questi è Giorgio Goldenberg tornato recentemente da Israele a Firenze, per rivedere lo scantinato di casa Bartali «dove da bambino rimase nascosto per mesi, evitando la deportazione». L’avvocato Renzo Ventura, sta perorando il riconoscimento di Gino Bartali nel Giardino dei Giusti di Gerusalemme, con un fascicolo inerente al salvataggio dei suoi genitori. Nuovi racconti ad Andrea sono arrivati a libro ormai in stampa, come quelli di don Arturo Paoli, parroco nell’alta lucchesia che ricorda perfettamente le soste di Bartali a Farneta, alla Certosa di Lucca, quando portava i documenti falsi per i clandestini che si sarebbero imbarcati dal porto di Genova o fuoriusciti per la Svizzera. «In un tempo senza più memoria, mi piacerebbe andare a fondo.
Così, insieme alla giornalista Laura Guerra (Fondazione Gino Bartali Onlus) stiamo cercando di rintracciare tutte quelle storie che hanno avuto come protagonista mio padre». Storie sommerse di salvati (si possono segnalare a: Lg.press@libero.it), vittorie delle quali il grande Bartali si limitava a dire: «Queste sono medaglie che si appuntano sull’anima e varranno nel Regno dei Cieli e non su questa terra».

giovedì, maggio 03, 2012

Da Zenit - Così ho scoperto la tomba di San Filippo

Intervista con il professor Francesco D'Andria, direttore della missione archeologica che ha compiuto la scoperta
di Renzo Allegri*
ROMA, lunedì, 30 aprile 2012 (ZENIT.org).- Il 3 maggio la Chiesa ricorda San Filippo e San Giacomo minore. Due apostoli, che fecero parte dei dodici. Grandi santi, quindi, ma non molto ricordati dal popolo cristiano.
Di San Filippo si è parlato molto la scorsa estate quando fu data la notizia che, a Hierapolis, in Frigia, è stata trovata la tomba dell'apostolo. Si tratta di una straordinaria scoperta archeologica, che ha interessato ed entusiasmato gli studiosi di tutto il mondo.
"Il valore di questo ritrovamento è indubbiamente di altissimo livello", dice il professor Francesco D'Andria, direttore della missione archeologica che ha compiuto la scoperta. "Non solo per quanto riguarda la tomba dell'apostolo ma soprattutto perché intorno a quella tomba abbiamo individuato e in parte scoperto un nuovo grande complesso archeologico che si estende per l'intera collina orientale di Hierapolis. Un complesso costituito da due chiese, una grande strada processionale, gradinate in travertino, cortiletti, cappellette, fontane, una serie di vasche termali per la purificazione, alloggi per i pellegrini, un complesso che dimostra come San Filippo, a Hierapolis, nei primi secoli della storia cristiana, godeva di una grandissima popolarità e il culto a lui attribuito era massimo".
Pugliese, classe 1943, laureato all'Università Cattolica di Milano in Lettere classiche e specializzatosi poi in Archeologia, il professor D'Andria è docente di archeologia all'Università del Salento-Lecce e direttore della "Scuola di Specializzazione in Archeologia" presente nell'ambito di quella Università. Da oltre trent'anni lavora a Hierapolis, alla ricerca della tomba di San Filippo e dal 2000 è direttore di quella missione scientifica. Al professore D'Andria abbiamo chiesto di parlarci di San Filippo e della eccezionale scoperta che con la sue equipe di ricercatori ha portato a termine.
"Notizie storiche su San Filippo ce ne sono poche", dice il professor Francesco D'Andria. "Dai Vangeli si ricava che era originario di Betsaida, sul Lago di Genezaret. Apparteneva quindi a una famiglia di pescatori. Giovanni è l'unico dei quattro evangelisti che lo cita diverse volte. Al capitolo primo del suo Vangelo, racconta come Filippo sia entrato nel gruppo degli apostoli fin dall'inizio della vita pubblica di Gesù, chiamato direttamente dal Maestro. In ordine di chiamata, occupa il quinto posto dopo Giacomo, Giovanni, Andrea e Pietro. Al capitolo sesto, quando narra il miracolo della moltiplicazione dei pani, Giovanni riferisce che, prima di compiere il prodigio, Gesù si rivolge a Filippo chiedendogli come si potesse dar da mangiare a tutta quella gente e Filippo gli rispose che 200 denari di pane non sarebbero stati sufficienti neppure per darne un pezzo a ciascuno. E al capitolo 12, sempre Giovanni riferisce che dopo l'ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme, alcuni greci volevano parlare con il Maestro e si rivolsero a Filippo. E durante l'ultima cena, quando Gesù parla del Padre ('Se conoscete me, conoscerete anche il Padre'), Filippo gli dice: 'Signore, mostraci il Padre e ci basta'. Dagli Atti degli Apostoli sappiamo che Filippo era presente con gli altri al momento dell'Ascensione di Gesù al cielo e il giorno di Pentecoste quando si verificò la discesa dello Spirito Santo. Le informazioni scritte si fermano a quel giorno. Tutto il resto proviene dalla tradizione".
Che cosa dice ancora la tradizione?
Professor Francesco D'Andria: Dopo la morte di Gesù, gli apostoli si dispersero in giro per il mondo per diffondere il Messaggio evangelico. E secondo la tradizione e antichi documenti scritti dei Santi Padri, sappiamo che Filippo svolse la sua missione in Scizia, nella Lidia, e, negli ultimi anni della sua vita, a Hierapolis, in Frigia. Policrate, che verso la fine del secondo secolo era vescovo di Efeso, in una lettera scritta a Papa Vittore I, ricorda i personaggi importanti della propria Chiesa, tra cui gli apostoli Filippo e Giovanni. Di Filippo dice: 'Fu uno dei dodici apostoli e morì a Hierapolis, come due delle sue figlie che invecchiarono nella virginità…. Altra sua figlia… fu sepolta in Efeso.
Tutti gli studiosi sono concordi nel ritenere che queste informazioni di Policrate sono assolutamente attendibili. La Lettera, che risale a circa il 190 dopo Cristo, cento anni dopo la morte di Filippo, è un documento fondamentale per i rapporti tra la Chiesa Latina e la Chiesa Greca. Riguarda la disputa sulla data della celebrazione della Pasqua. E in quella lettera, Policrate, che era il patriarca della Chiesa Greca,. rivendica la nobiltà delle origini della Chiesa nell'Asia affermando che come a Roma ci sono i trofei (i resti mortali) di Pietro e Paolo, nell'Asia ci sono le tombe degli apostoli Filippo e Giovanni. Inoltre, da quella lettera veniamo a sapere che Filippo trascorse gli ultimi anni della sua vita a Hierapolis, con due delle sue tre figlie, che certamente lo aiutavano nella sua opera di evangelizzatore. Eusebio da Cesarea, nella sua 'Storia Ecclesiastica', riferisce che Papia, che fu vescovo di Hierapolis all'inizio del terzo secolo, conobbe le figlie di Filippo e da esse apprese particolari importanti riguardanti la vita dell'apostolo, tra i quali anche il racconto di un miracolo strepitoso: la risurrezione di un morto.
Si sa come e quando l'apostolo Filippo morì?
Professor Francesco D'Andria: La maggior parte degli antichi documenti affermano che Filippo morì a Hierapolis, nell'anno 80 dopo Cristo, quando aveva circa 85 anni. Morì martire per la sua fede, crocifisso a testa in giù come San Pietro. Venne quindi sepolto a Hierapolis. Nell'antica necropoli di quella città fu trovata una iscrizione che accenna a una chiesa dedicata a San Filippo. In una data non precisata, il corpo di Filippo venne portato a Costantinopoli per sottrarlo al pericolo di profanazione da parte dei barbari. E nel sesto secolo, sotto Papa Pelagio I, trasferito a Roma e sepolto, insieme all'apostolo Giacomo, in una chiesa appositamente edificata per loro. La Chiesa, che si chiamava 'Dei santi Giacomo e Filippo', di stile bizantino, nel 1500 venne trasformata in una magnifica chiesa rinascimentale che è quella attuale che si chiama 'Dei santi apostoli'.
Quando sono iniziate le ricerche dalla tomba di Filippo a Hierapolis?
Professor Francesco D'Andria: Nel 1957, per merito del professor Paolo Verzone, che era docente di ingegneria al Politecnico di Torino e grande appassionato di ricerche archeologiche. Tra le Repubbliche italiana e turca venne allora stipulato un accordo che permetteva a una nostra equipe di archeologi di fare delle ricerche a Hierapolis. E il professor Verzone è stato il primo direttore di quella missione. Cominciò subito naturalmente a cercare la tomba dell'apostolo Filippo. Concentrò gli scavi in un monumento che era già in parte visibile e conosciuto come la chiesa di San Filippo, e portò alla luce una straordinaria chiesa ottagonale. Un autentico capolavoro della architettura bizantina del Quinto secolo, con archi meravigliosi in travertino. Questa chiesa era inglobata in un ampio quadrato, sul quale sorgevano le stanze che ospitavano i pellegrini e dove c'erano anche dei cortiletti triangolari, delle cappellette a sette lati: tutto quindi era giocato su una particolare simbologia dei numeri: il numero otto che, secondo Sant'Ambrogio e Sant'Agostino, è il simbolo dell'eternità; il numero quattro, che richiama i quattro evangelisti; il tre, che è simbolo della Trinità e il sette, tipico numero di valenza simbolica ebraico-cristiana. Tutto questo insieme di costruzioni , eseguite con tanta cura e ricercatezza, faceva pensare che quella era una grande chiesa di pellegrinaggio, un santuario molto importante, e il professor Verzone lo aveva identificato come il 'Martyrion', cioè la chiesa martiriale di San Filippo e quindi pensava che fosse stata costruita sulla tomba del santo. Fece perciò eseguire vari scavi nella zona dell'altare maggiore, ma non trovò mai niente che facesse pensare alla tomba.
Io stesso pensavo che la tomba si trovasse nella zona di quella chiesa, ma nel 2000, quando diventai direttore della missione archeologica italiana di Hierapolis su concessione del Ministero della Cultura di Turchia, cambiai opinione.
Perché?
Professor Francesco D'Andria: Tutti gli scavi compiuti in tanti anni non avevano dato alcun risultato. Feci ancora delle indagini anche attraverso delle 'prospezioni' geofisiche, cioè delle particolari esplorazioni del sottosuolo, e non ottenendo niente mi convinsi che bisognava cercare altrove. Sempre nella zona, ma in altra direzione.
E dove diresse le sue ricerche?
Professor Francesco D'Andria: I miei collaboratori ed io abbiamo studiato attentamente una serie di foto satellitari della zona, e le ricognizioni di un gruppo di bravi topografi del CNR-IBAM diretti da Giuseppe Scardozzi, e abbiamo capito che il Martyrion, la chiesa ottagonale, era il centro di un complesso devozionale ampio e articolato. Abbiamo identificato una grande strada processionale che portava i pellegrini dalla città fino alla chiesa ottagonale, il Martyrion in cima alla collina; i resti di un ponte che permetteva ai pellegrini di oltrepassare una valle dove scorreva un torrente; abbiamo visto che ai piedi della collina partiva una 'gradonata' in travertino, cioè una scalinata costituita da ampi scalini in pendenza, che portava alla sommità. All'inizio della 'gradonata', abbiamo identificato un altro edificio ottagonale, che non si vedeva in superficie, ma solo delle foto satellitari. Abbiamo scavato intorno a quell'edificio e ci siamo resi conto che era un complesso termale: i pellegrini che arrivavano a Hierapolis per rendere omaggio al corpo di San Filippo, prima di raggiungere il 'Martyrion' sulla collina, dovevano purificarsi. Anche per ragioni igieniche perché i viaggi che affrontavano erano massacranti.
Questa è stata una scoperta illuminante che ci ha fatto capire che l'intera collina era adibita a un percorso di pellegrinaggio con varie tappe. Continuando i nostri scavi, abbiamo trovato un'altra scalinata che arrivava direttamente all'Martyrion, e sullo spiazzo, accanto al Martyrion, c'era una fontana dove i pellegrini facevano altre abluzioni con l'acqua, e lì vicino, un piccolo pianoro, proprio di fronte al Martyrion, dove si vedevano delle tracce di edifici. Il professor Verzone non aveva osato affrontare uno scavo in quella zona perché era un'immane cumulo di pietre. Nel 2010 abbiamo iniziato a fare un po' di polizia e sono venuti alla luce elementi di estrema importanza.
Tipo?
Professor Francesco D'Andria: Un architrave di marmo di un ciborio con un monogramma sul quale si leggeva il nome di Teodosio. Io ho pensato che fosse il nome dell'imperatore e quindi quell'architrave permetteva la datazione della chiesa martiriale tra il IV e il V secolo. Poi, piano piano abbiamo trovato tracce di un'abside. Scavando e pulendo è venuta alla luce la pianta di una grande chiesa. Mentre il Martyrion era a pianta ottagonale, questa era a pianta basilicale, con tre navate. Chiesa stupenda, con capitelli in marmo, raffinate decorazioni, croci, transenne traforate, fregi, tralci vegetali, palme stilizzate all'interno di nicchie e un pavimento centrale realizzato a intarsi marmorei con motivi geometrici a colori: tutto riferibile al quinto secolo, cioè l'età dell'altra chiesa, il Martyrion. Però, al centro di questa meravigliosa costruzione che ci entusiasmava e ci commuoveva, c'era un qualche cosa di sconcertante che ci teneva con il fiato sospeso.
Ed era?
Professor Francesco D'Andria: Una tipica tomba romana risalente al primo secolo dopo Cristo. La sua presenza poteva, in un certo senso, essere giustificata dal fatto che in quella zona, prima che i cristiani costruissero il santuario protobizantino, vi era una necropoli romana. Ma esaminando bene la sua posizione, abbiamo constatato che quella tomba romana si trovava al centro della chiesa. Quindi, la chiesa, nel V secolo, era stata costruita proprio 'intorno' a quella tomba romana pagana, per proteggerla, perché quella tomba era evidentemente importantissima. E abbiamo subito pensato che forse quella poteva essere la tomba dove era stato messo il corpo di San Filippo dopo la morte.
E avete trovato conferme a questa supposizione?
Professor Francesco D'Andria: Certamente. Nell'estate del 2011 abbiamo affrontato uno scavo in estensione nella zona di questa chiesa con il coordinamento di Piera Caggia, ricercatrice archeologa dell'IBAM-CNR, e sono emersi elementi straordinari che hanno pienamente confermato le nostre supposizioni. La tomba era inglobata in una struttura sulla quale vi è una piattaforma raggiungibile attraverso una scala di marmo. I pellegrini, entrando dal nartece, il vestibolo esterno alla chiesa, salivano nella parte superiore della tomba, dove vi era un luogo per la preghiera e scendevano dal lato opposto. E abbiamo visto che le superfici marmoree dei gradini di quelle scale marmoree sono completamente consunti dal passaggio di migliaia e migliaia di persone. Quindi, la tomba riceveva un tributo straordinario di venerazione.
Sulla facciata della tomba, intorno all'entrata, si vedono dei fori di chiodi che certamente servivano per sostenere una chiusura metallica applicata. Inoltre, vi sono degli incassi ricavati sul pavimento che fanno pensare a una ulteriore porta in legno: tutti accorgimenti che indicano come in quella tomba vi era un tesoro inestimabile, cioè il corpo dell'apostolo.
E sulla facciata, sui muri ci sono numerosi graffiti con croci che hanno in qualche modo sacralizzato la tomba pagana.
Scavando accanto alla tomba, abbiamo trovato delle vasche d'acqua per immersione individuali, che certamente servivano per le guarigioni. I pellegrini ammalati, dopo aver venerato la tomba, venivano immersi in quelle vasche, proprio come si fa a Lourdes.
Ma la conferma principale, direi matematica, che attesta senza ombra di dubbi che quella costruzione è veramente la tomba di San Filippo, viene da un piccolo oggetto che si trova in un museo di Richmond negli Stati Uniti. Un oggetto sul quale ci sono delle immagini che prima d'ora non si riusciva a decifrare pienamente, mentre ora hanno un significato solare.
Di che oggetto si tratta?
Professor Francesco D'Andria: E' un sigillo in bronzo di circa dieci centimetri di diametro, che serviva per autenticare il pane di San Filippo da distribuire ai pellegrini. Sono state trovate delle icone che rappresentano San Filippo con in mano un grosso pane. C'era anche allora il pane di San Filippo, come oggi c'è ancora il pane di Sant'Antonio. E questo pane, per distinguerlo dal pane comune, veniva marchiato con quel sigillo in modo che i pellegrini sapessero che si trattava di un pane speciale, da conservare con devozione.
Come ho detto, su quel sigillo ci sono delle immagini. Vi è la figura di un santo con il mantello del pellegrino e una inscrizione che dice 'San Filippo'. Sul bordo scorre il 'trisaghion' in greco: antica frase di lode a Dio: 'Agios o Theos, agios ischyros, agios athanatos, eleison imas' (Santo Dio, Santo forte, Santo immortale, abbi pietà di noi). Tutti gli specialisti di storia bizantina che conoscono quel sigillo hanno sempre detto che proveniva da Hierapolis. Ma la cosa più straordinaria, sta nel fatto che la figura del santo è rappresentata tra due edifici: quello alla sinistra, è coperto da una cupola, e si capisce che rappresenta il 'Martyrion' ottagonale; quello alla destra del santo, ha un tetto a due spioventi come il tetto della chiesa a tre navate che ora noi abbiamo scoperto. Tutti e due gli edifici sono alla sommità di una scalinata. Sembra proprio che si tratti di una fotografia del complesso esistente allora intorno alla tomba di San Filippo. Una fotografia scattata nel secolo VI. Inoltre, la chiesa con il tetto spiovente, nell'immagine del sigillo ha un elemento emblematico: una lampada appesa all'ingresso, tipico segno che serviva a indicare il sepolcro di un santo. Quindi, già in quel sigillo si indica che la tomba si trovava nella chiesa basilicale e non nel Martyrion.
Tutte queste scoperte voi le avete fatte in tempi recenti.
Professor Francesco D'Andria: Direi, recentissimi. Le abbiamo fatte tra il 2010 e il 2011. Soprattutto il 2011 è stato l'anno delle più grandi emozioni per noi: abbiamo scoperto la seconda chiesa e la tomba di Filippo. Abbiamo cioè concluso un lavoro iniziato 55 anni fa. La notizia ha fatto il giro del mondo. Ed ha richiamato a Hierapolis studiosi e curiosi. Tra gli altri, alla fine dell'agosto scorso, cioè subito dopo che era stata data in modo ufficiale la notizia della scoperta, sono arrivati cento cinesi, numerosi coreani e giornalisti di varie nazionalità.
Il 24 novembre scorso, io ho avuto l'onore di presentare la scoperta presso la Pontificia accademia archeologica di Roma davanti a studiosi e rappresentanti del Vaticano. Anche il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo, primate della Chiesa ortodossa, ha voluto ricevermi per avere i dettagli della scoperta, e il 14 novembre, festa di san Filippo per la Chiesa Ortodossa, ha voluto celebrare la Messa proprio sulla tomba ritrovata a Hierapolis. Ed io ero presente, emozionato come non mi era mai capitato, anche perché i canti della liturgia greca risuonavano dopo più di mille anni tra le rovine della chiesa.
Ed ora?
Professor Francesco D'Andria: Nei prossimi mesi riprenderemo i lavori e sono certo che ci attendono altre importanti sorprese.
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*Renzo Allegri è giornalista, scrittore e critico musicale. Ha studiato giornalismo alla "Scuola superiore di Scienza Sociali" dell'Università Cattolica. E' stato per 24 anni inviato speciale e critico musicale di "Gente" e poi caporedattore per la Cultura e lo Spettacolo ai settimanali  "Noi" e  "Chi". Da dieci anni è collaboratore fisso di "Hongaku No Tomo" prestigiosa rivista musicale giapponese.
E' direttore di un giornalino che si intitola "Medjugorje Torino" e viene diffuso in 410 mila copie a numero. Ha pubblicato 42 libri, tutti gi grandissimo successo. Diversi dei quali sono stati pubblicati in  francese, tedesco, inglese, giapponese, spagnolo, portoghese, rumeno, slovacco, polacco e cinese. Tra tutti ha avuto un successo straordinario "Il Papa di Fatima" (Mondatori).

mercoledì, maggio 02, 2012

Dal prof. Carlo Bellieni

May 2nd, 2012

mercoledì 2 maggio 2012

 

Esiste una rivista scientifica intitolata "Epigenetics". E' la nuova frontiera della medicina, assieme alla metabolomica di cui parleremo altrove. L'epigenetica è la serie di meccanismi cellulari che coordina il modo in cui il DNA (la genetica) si esprime. Insomma, il DNA da solo serve a poco, senza una struttura che lo fa parlare, di cui conosciamo ancora poco e che mostra (come fa un bel documentario della BBC intitolato "The ghost in our genes") che il dogma che "tutto è scritto nel DNA" è semplicemente sbagliato. Ai fan del determinismo non sarà perciò andato giù che Repubblicaabbia dedicato un paio di importanti articoli all'epigenetica. Perché c'è ancora chi pensa che "noi siamo quello che è scritto nei geni", soprattutto chi vorrebbe sostituirsi a Dio e trovare "il mistero della vita". Non gli sarà piaciuto perché ancora pensano che "decifrare il DNA è decifrare la vita", con possibili derive eugenetiche e deterministe (DNA errato = persona errata).

 

Uscire da questo coro, è ancora un fatto raro, perché in tutte le scuole si continua a magnificare la "lotta per la sopravvivenza" come unica via di evoluzione della vita e il DNA come unico linguaggio della vita stessa e di questa supposta lotta. Ma in biologia la parola "unico" non esiste: aver mappato il DNA è un passo importante per la scienza e di grande soddisfazione per tutti noi, ma è servito davvero a poco, per quanto invece se ne attendeva, pur con possibili ricadute terapeutiche; e anche aver ricostruito in laboratorio un filamento di DNA poi inserito in un batterio al posto di quello naturale è un bel passo avanti scientifico, ma ancora avvolto nel mistero.

Perché il DNA da sé non funziona: serve tutta una struttura che lo "accordi" e lo faccia "suonare" e questa struttura è dentro le nostre cellule ma non la conosciamo: per ora l'abbiamo intravista, le abbiamo dato un nome (epigenetica, appunto) ma non ne sappiamo nulla tranne che funziona bene e agisce tramite l'azione di gruppi metilici sul DNA che "zittano" o "fanno parlare" i geni che al bisogno occorre che parlino o stiano zitti. Ecco perché le nostre cellule sono tutte diverse pur avendo tutte lo stesso DNA. Ed ecco perché continuiamo ad essere preoccupati per ogni tipo di manipolazione genetica: non sappiamo cosa attiviamo!

Su Repubblica Giuliano Aluffi ("Se il destino non è più scritto nel DNA") spiega che queste attivazioni o silenziamenti di geni sono dovuti all'interazione con l'ambiente e possono essere ereditati. Ma come? Non ci avevano insegnato come dogma assoluto che l'evoluzione della vita avviene solo perché chi ha il DNA più adatto sopravvive a chi ha quello meno adatto? Invece sul DNA può agire l'ambiente inquinato e stressogeno, (vedi l'ultimo numero della rivista Molecular Psychiatry) cambiando non la sequenza dei geni, ma il modo in cui parlano. E allora è possibile che i cambiamenti di altezza, di forma e di vita dei vari organismi viventi non siano dipesi solo dalla lotta feroce in seguito a cui sopravviveva "il migliore" o meglio "il più adatto", ma anche da un armonica interazione con l'ambiente che invece di dire "Ne resterà solo uno!" (cioè il migliore) dice una parola semplice: "Adattiamoci, collaboriamo".

Capite come l'evoluzione della vita assuma una chiave diversa: non più lotta (che andava bene al tempo vittoriano in cui tutto doveva giustificare la prevalenza di un popolo su un altro), ma collaborazione. Fa riflettere questo gioco di matrioske: più si studia più si vede che una scoperta non dà mai la risposta finale, ma apre ad un altro mistero e ad un'altra scoperta tanto da far pensare che questo gioco sia infinito e nella sua natura indecifrabile (come un programma di PC che volesse decifrare come è fatto il suo programmatore). Insomma, l'epigenetica – la nuova frontiera della biologia – ci dice che siamo davvero liberi: anche dal nostro genoma. E ci fa piacere che arrivi nei giornali di ampio pubblico. Il mistero della biologia e della genetica è grande e lo resterà perché - come constatiamo nella nostra esistenza in cui tutto sembra chiaro finché non cerchiamo di spiegarlo - "tutte le immagini portano scritto più in là" come poeticamente riportava Eugenio Montale. La scienza, ben lungi dall'essere nemica di uno spirito religioso, apre tutti noi a queste considerazioni.