lunedì, febbraio 28, 2011

LAOS Niente cibo per 65 contadini laotiani, finchè non abbandoneranno il cristianesimo


Funzionari governativi hanno espropriato case e terreni a 18 famiglie. Sono riunite in un centro di raccolta e non hanno cibo. Bloccate le donazioni di cibo da parte dei vicini. Per il regime comunista, devono rinnegare la fede in Cristo. Attivista pro diritti umani: “il governo rispetti la Costituzione”. 

 Vientiane (AsiaNews/Agenzie) – Le autorità laotiane hanno cacciato 65 contadini cristiani dal loro villaggio, perché si sono rifiutati di rinnegare la fede cristiana. Radunati in un centro di raccolta, essi sono a rischio fame: i funzionari hanno distrutto i loro raccolti e impediscono la consegna di generi di prima necessità. Fonti locali affermano che il governo intende affamarli “fino a che non abbandoneranno il cristianesimo”.

Le 18 famiglie contadine vivono in un centro di accoglienza provvisorio nei pressi del villaggio di Katin, nel distretto di Ta-Oyl, nella provincia di Caravan, nel sud del Laos. In due diversi frangenti, i cristiani sono stati scacciati dalle loro case. Il primo episodio risale al gennaio 2010 e ha riguardato 11 famiglie, mentre il secondo provvedimento – preso a dicembre dello scorso anno – ha interessato altre sette famiglie.
Fonti cristiane in Laos, citate da Christian Solidarity Worldwide (CSW), riferiscono che i capi del villaggio impediscono ai contadini di tornare nelle loro case e riprendere possesso delle terre. Una zona coltivata nei pressi del villaggio è stata distrutta. I funzionari hanno imposto alle famiglie della zona di non aiutare i cristiani o fornire loro cibo. Il timore è che le autorità vogliano “affamare” le persone, fino a che “non abbandoneranno il cristianesimo”.
Nonostante gli appelli della comunità internazionale, la situazione non sembra migliorare, tanto che è morto un uomo in questi mesi di lontananza dal villaggio. Stuart Windsor, direttore nazionale di CSW, invita il governo comunista laotiano a “aderire alle disposizioni della Costituzione nazionale che garantisce protezione a tutti i cittadini, permettendo ai contadini Katin di tornare nel loro villaggio”.
In Laos, nazione guidata da un regime comunista, la maggioranza della popolazione (il 67%) è buddista. Su un totale di sei milioni di abitanti, i cattolici sono lo 0,7%

Afghanistan - Liberato in segreto a Kabul un cristiano in carcere per apostasia

AFGHANISTAN



Sayed Mussa rischiava la condanna a morte per aver lasciato l’islam e abbracciato il cristianesimo. Forse l’uomo è già stato fatto uscire dal Paese. Mesi di sforzi diplomatici occidentali per ottenere la liberazione. Ancora in carcere un altro convertito.

Kabul (AsiaNews/Agenzie) – Un afghano convertito al cristianesimo è stato liberato dalla prigione, in cui era rinchiuso da nove mesi, ed è forse stato fatto uscire dal Paese in segreto questa settimana. Sayed Mussa 46 anni, correva il rischio di una condanna a morte per apostasia. La sua liberazione è giunta dopo mesi di discreti sforzi diplomatici dei rappresentanti occidentali sul governo afghano.
Sayed Mussa, sposato e padre di sei figli, lavorava per il Comitato internazionale della Croce Rossa prima dell’arresto. E’ stato liberato il 21 febbraio dal Kabul Detention Center dopo che i giudici avevano appurato che non c’era sufficiente materiale per portare avanti le accuse. Così ha dichiarato il gen. Qayoum Khan, direttore della prigione.
Non è chiaro se Sayed Mussa sia ancora in Afghanistan, o sia già stato fatto espatriare. Alcuni dei parenti, fra cui la moglie, dicono di non avere sue notizie. I diplomatici, in primo luogo l’ambasciata Usa, si sono rifiutati di confermare la notizia della liberazione, e affermano di continuare a tenere sotto osservazione il caso Mussa, e altri simili.
Il gen. Qayoum Khan ha detto che Mussa è stato portato lunedì scorso negli uffici del tribunale, dopo che il procuratore aveva inviato alla prigione una lettera, in cui si diceva che non c’erano prove contro di lui, e che doveva essere rilasciato.
Sayed Mussa è stato arrestato nel maggio 2010 dopo che una televisione locale aveva mostrato alcuni occidentali che battezzavano degli afghani, e altri afghani che pregavano in un raduno segreto di cristiani. Fonti locali, in condizioni di anonimato, dicono che il governo afghano ha subito forti pressioni per la sua liberazione, e che era a disagio, perché temeva le reazioni dei musulmani radicali.
Secondo alcuni Mussa potrebbe aver rinnegato la sua conversione, prima di essere liberato. Mussa era uno degli almeno due afghani in carcere con l’accusa di apostasia. Un altro, Shoaib Assadullah Musawi è in prigione dal novembre 2010 nella città di Mazar-i-Sharif , con l’accusa di aver dato un Vangelo a un amico. La costituzione afghana garantisce la libertà di praticare la propria fede, ma ambiguamente lascia ai singoli tribunali la possibilità di riferirsi alla Shari’a su molti temi, fra cui la conversione.

venerdì, febbraio 25, 2011

Due articoli interessanti dal blog di Paolo Rodari


25 febbraio 2011 -
Leggi anche qui.
Aumentano i cattolici nel mondo, ma in occidente, in Europa e nell’America del nord, è vertiginoso il calo delle vocazioni, ovvero di coloro che entrano nei seminari con lo scopo di diventare sacerdoti.
E’ quanto si può leggere dentro i dati presenti all’interno dell’Annuario pontificio del 2011 (nelle librerie nei prossimi giorni), un tomo rosso di oltre duemila pagine che elenca tutti i Pontefici del passato, i membri dei “ministeri” della curia romana, i nomi dei cardinali e dei vescovi di tutto il mondo, le ambasciate e gli istituti religiosi. Nel Medio Evo esisteva il Liber Pontificalis, una serie di brevi voci biografiche sui Papi, altro non era che un antesignano dell’Annuario pubblicato dalla Santa Sede dall’inizio del secolo scorso.
Il calo dei seminaristi è grave anche in Italia. Tanto che in molti dentro le sacre mura si domandano: cosa succederà di qui in avanti? Passano gli anni e l’età media dei sacerdoti aumenta di parecchio. Il risultato è che le parrocchie non hanno più preti che le tengano aperte. C’è chi sostiene che il problema è dei vescovi, che occorrono insomma presuli capaci di suscitare vocazioni nei giovani. Vescovi che lavorino per la formazione dei preti, che curino questo aspetto a discapito di altri. Ma, a guardare i numeri, non è detto che la soluzione risieda soltanto qui. La penuria dei seminaristi è generalizzata, è presente in tutte le diocesi, qualsiasi sia il “colore” o la bravura del vescovo residente.
Milano è la diocesi tra le più popolose dell’Italia. Venegono, il prestigioso seminario ambrosiano fino a qualche decennio fa frequentato da frotte di seminaristi che divenivano preti tra i più preparati e all’avanguardia, è quasi vuoto. In tutto il numero dei seminaristi dichiarato (il numero riportato è solitamente leggermente in eccesso) è di 139 unità. Non se la passano meglio le altre diocesi italiane, anche quelle più prestigiose.
Nella Torino dei grandi “santi sociali” – don Bosco, Cottolengo, Cafasso, Murialdo, Faà di Bruno – i seminaristi sono appena 21. A Genova 14, a Firenze 29, a Bologna 15, a Venezia 21, a Palermo 40. Sempre guardando i numeri in rapporto alla popolazione, le cose vanno un po’ meglio a Napoli dove i seminaristi sono 91, un numero che comunque non consente chissà quali brindisi.
Qualche giorno fa l’Annuario pontificio è stato presentato in Vaticano calcando la mano, giustamente, sui dati mondiali che restano buoni. I fedeli battezzati nel mondo sono passati da 1,166 miliardi nel 2008 a 1,181 miliardi l’anno seguente, con un aumento assoluto di 15 milioni di fedeli e un incremento percentuale pari all’1,3 per cento. Sono aumentati anche i vescovi: dal 2008 al 2009 si è passati da 5.002 a 5.065, con un aumento dell’1,3 per cento. Il continente più dinamico risulta quello africano (più 1,8 per cento), seguito dall’Oceania (più 1,5), Europa (più 1,3), America (più 1,2) e Asia (più 0,8). La popolazione sacerdotale rimane sul trend di crescita moderata inaugurata nel 2000, dopo un lungo periodo di risultati piuttosto deludenti. Il numero dei sacerdoti, sia diocesani che religiosi, è salito nel corso degli ultimi dieci anni dell’1,34 per cento a livello mondiale, passando da 405.178 nel 2000 a 410.593 nel 2009. In particolare, tra il 2008 e il 2009, i sacerdoti sono aumentati dello 0,34 per cento, con tendenze variabili da continente a continente. Qui sta il punto: occorre entrare dentro i dati dei continenti per accorgersi delle difficoltà soprattutto occidentali. Il continente da dove un tempo partivano i missionari con destinazione il mondo intero, ovvero l’Europa, nei prossimi anni non potrà fare altro che aprire le proprie porte a una contro evangelizzazione, quella dalle chiese africane, asiatiche e sudamericane verso di sé. In ballo c’è la sua sopravvivenza.
Pubblicato sul Foglio venerdì 25 febbraio 2011

25 febbraio 2011 -
Oggi c’è da leggere Avvenire a pagina 23. C’è un servizio dedicato a un incontro di formazione per esorcisti svoltosi vicino a Palermo. Venti esorcisti siciliani si sono confrontati su un tema non facile: come discernere se una persona è realmente posseduta dal maligno?
Dice fra Benigno Palilla: “L’azione del maligno sul piano straordinario è la punta dell’iceberg. C’è un’azione più massiccia che è la tentazione che cerca di separare l’uomo da Dio. Il nostro compito non è quello di fare i distributori di esorcismi, ma di essere guide spirituali”.
E ancora: “Il mondo del demoniaco è ancora un tabù, invece noi, nella pastorale ordinaria, ci incontriamo col problema. Non dobbiamo dimenticare che il mandato di Gesù è di annunciare, guarire e scacciare i demoni”.
Leggi qui due articoli di Alessandra Turrisi:
Esorcisti, guide spirituali contro l’azione del Maligno“.
Pubblicato su palazzoapostolico.it venerdì 23 febbraio 2011

mercoledì, febbraio 23, 2011

L'Editore Cantagalli sull'Unità d'Italia (finalmente qualcuno fuori dal coro!)

NEWSLETTER il fuoco ha da ardere

N°39 del 23 febbraio 2011



L'Italia delle polemiche: 150 anni tra dibattiti e controversie
Newsletter a cura di Mariavera Speciale


novità

L'unità d'Italia, centocinquant'anni 1861-2011Giacomo BiffiL'unità d'Italia, centocinquant'anni 1861-2011. Contributo di un italiano cardinale a una rievocazione multiforme e problematica

Nella variegata moltitudine degli interventi dedicati alla celebrazione di questo importante anniversario, quella del cardinal Biffi è una voce controcorrente che aggiunge un po' di pepe al dibattito sulla storia e sul futuro del nostro paese.
La provocazione lanciata dal cardinale è che se lo Stato italiano, in quanto realtà politica, fino al 1861 non esisteva ancora, lo "spirito della nazione" era innegabilmente riconoscibile: "agli occhi del mondo gli italiani esistevano già da almeno sette secoli", universalmente ammirati per la loro creatività e il loro genio. Nell'arte come nella musica, nell'architettura e in poesia, i modelli italiani venivano osservati con meraviglia, innalzati a esempio di perfezione e bellezza suprema, mentre scienziati, inventori e ingegnosi ricercatori italiani offrivano notevoli contributi alla storia del progresso.
Allora lo si chiamò Risorgimento, ma da che cosa effettivamente dovevamo "risorgere"? Il '700 italiano, a ben vedere, non è stato quel periodo di squallore e desolazione che la parola evocava. Certo l'unità politica ha portato i suoi innegabili vantaggi, ma la frammentazione, a detta del cardinale, non era un fenomeno del tutto negativo in quanto "corrispondeva a un certo genio del nostro popolo". Quali grandi prove di eccellenza hanno dato, invece, gli italiani all'indomani della fatidica data? Le genti italiche finalmente unite sotto l'unico vessillo tricolore, sembrano perdere "un certo smalto" e quell'originalità di pensiero che l'aveva caratterizzate nei secoli precedenti.
Rimane poi il dubbio se il percorso verso lo Stato unitario fu vera rivolta di popolo, e vera unificazione, o piuttosto una conquista piemontese che si limitò, incautamente e precipitosamente, a sottomettere al suo dominio economie, storie e condizioni talmente diverse tra loro da far sì che ancora oggi ne siano evidenti i drammatici frutti. I padri della nazione, legati soltanto dall'evidenza "che nessuno di loro poteva soffrire gli altri tre", non si curarono troppo di dare al popolo la sensazione che si trattasse davvero di un nuovo inizio (per salvare la forma sarebbe bastato che il re d'Italia si imponesse il nome di Vittorio I, ad esempio), né ebbero la saggezza di interpretare come una risorsa le particolarità regionali immaginando una qualche forma di Stato federale.
Ma l'errore più grave commesso da chi si impegnò a costruire l'Italia politica, secondo il cardinale fu quello di ignorare, o meglio, combattere aspramente, l'unico vero collante dello spirito italico: la fede cattolica.
Comunque la si pensi, se gli italiani trovano difficile identificarsi con fierezza nella loro nazione è anche perché, agli albori dell'unità statuale, poco è stato fatto per metterne in risalto la specificità, trasformando così la terra di Dante, Michelangelo e Vivaldi in un "regno di secondo ordine" tutto proteso a riproporre versioni sbiadite di modelli politici e culturali altrui. E di questa "poca lungimiranza" è figlia forse anche una certa esterofilia aprioristica che domina il pensiero comune contemporaneo e non incoraggia certo un dibattito sereno e costruttivo sulla nostra identità.
Solo una cosa forse il cardinal Biffi ha omesso di citare tra ciò che veramente unisce gli italiani di ogni regione e a qualunque latitudine, un segno distintivo del carattere italico odierno: il piacere di polemizzare e discutere su qualunque argomento, anche senza averne le competenze. Anche senza, ad esempio, avere mai letto (o per lo meno sfogliato) un libro di cui si parla.


DAL CAPITOLO III "QUALE RISURREZIONE?": "Credo sia innegabile che alla fine del secolo XVIII le condizioni sociali, politiche, economiche della penisola postulassero qualche trasformazione non superficiale, e qualche rinnovamento fosse auspicabile e necessario.
E va riconosciuto che quanto è avvenuto ha provocato un mutamento profondo nelle strutture pubbliche, nella legislazione, nella vita associata, che oggettivamente va giudicato benefico.
Sotto questo profilo il Risorgimento non può ricevere, entro la lunga storia d'Italia, una valutazione negativa. Ma nella sua denominazione, oltre che nella storiografia più diffusa e, conseguentemente, nella retorica divulgata, si tende a lasciar credere che si sia trattato di una rinascita totalizzante: un passaggio degli italiani dalle tenebre alla luce, se non proprio dalla morte alla vita. Prima del 1860 - si ama supporre - tutto è degenerazione e squallore; dopo il 1860 tutto riprende a fiorire: il termine stesso "risorgimento" insinua o suppone proprio questa amplificazione che invece chiederebbe, a nostro parere, di essere attentamente verificata. Senza disconoscere che in campo politico, sociale e anche economico (almeno per alcune regioni settentrionali) si siano dati effettivi progressi, vorremmo domandarci se si possa anche parlare - in che senso, con quale legittimità e con quale ampiezza - di un "risorgimento&#1 48; culturale, morale e spirituale del nostro popolo, tale da avvantaggiarlo nella stima delle nazioni"
.


Per ordinare questo libro


novità

1861-2011: A centocinquant'anni dall'Unità d'Italia. Quale identità?1861-2011: A centocinquant'anni dall'Unità d'Italia. Quale identita?
A cura di Francesco Pappalardo e Oscar Sanguineti

A centocinquant'anni dalla sua unificazione, l'Italia porta ancora il pesante fardello lasciatoci in eredità dall'epopea Risorgimentale (la "questione cattolica", la "questione istituzionale" e l'irrisolta "questione meridionale"), che spesso la successiva mitizzazione nazionalista ha voluto negare o ignorare del tutto.
La riscoperta dell'identità italiana, invece, passa proprio per un'analisi storica libera da tutte le ideologie, che riconosca le radici profonde di un Paese la cui storia inizia molto prima del 1861.
Rileggendo le pagine del Risorgimento sembra che il disegno dei padri della Nazione fosse "fare l'Italia contro gli italiani", non solo rifiutando ogni forma di federalismo sia politico che sociale (necessario in una realtà così variegata) ma soprattutto decostruendo "il tradizionale ethos italiano radicato nel cattolicesimo" in favore di "un ethos nuovo, progettato a tavolino, modellato sulle presunte caratteristiche delle più avanzate nazioni protestanti europee". L'ethos nazionale italiano di fronte alla modernità mantiene invece, proprio in virtù del suo radicamento nel cattolicesimo, tre elementi che lo distinguono da qualunque altro esprit collettivo: il realismo, la libertà dall'esito e l'universalismo. Nessuna utopica ricerca di una perfezione inarrivabile, ma semplice tensione verso il "meglio possibile", nessuna paura della predestinazione, ma valorizzazione dell'impegno a presc indere dall'esito, e infine, ma non da meno, una apertura all'universale, a una totalità costituita da molte differenze da valorizzare e accogliere. Certo il realismo degli italiani diventa spesso anche scetticismo frenante davanti ai grandi progetti, la libertà dall'esito fatalismo e apatia, e lo stesso universalismo può degenerare in atteggiamenti remissivi e in uno spirito di compromesso a tutti i costi. Questo però non basta a negare lo spirito di un popolo, semmai può diventare il punto di partenza per cercare di stimolarne gli aspetti migliori.
L'idea di unità politica dell'Italia era stata sostenuta da diverse correnti di pensiero che ne intravedevano senza difficoltà i vantaggi e i benefici, ma la forma che assunse, lo stato centralista, non teneva conto della ricchezza rappresentata dalle differenze dell'Italia preunitaria.
Per imporre all'Italia questa nuova veste bisognava stravolgere anche l'ethos del suo popolo, negare la storia e le tradizioni concrete per sostituirle con un modello astratto e utopistico. Lo sforzo "di vestire tutti gli italiani con lo stesso abito di legno" finì però col distruggere tradizioni, culture "e anche economie che - come quella del Regno delle Due Sicilie […] - non erano affatto in rovina prima del 1860". Dopo il Risorgimento così si alimenta il pregiudizio che attribuisce all'ethos cattolico l'arretratezza economica dell'Italia e del Meridione, e si cerca di rimpiazzare l'antico spirito della nazione con altre forme ispirate alle realtà politiche d'oltreconfine, che però non riusciranno mai ad attecchire veramente nell'animo del nostro popolo.
Per "risorgere" pienamente oggi, l'Italia ha bisogno di riscoprire le sue radici e la sua identità, senza pregiudizi né complessi. Scrive nell'introduzione Massimo Introvigne: "[…] la fedeltà all'ethos nazionale - che come ogni tradizione ha bisogno di essere continuamente rimeditata e aggiornata alle esigenze dell'ora presente - è una bussola che può sempre indicare la via, e tenere unita l'Italia in momenti storici particolarmente difficili. Purché non ci si vergogni delle proprie radici, e non si abbia timore di riaffermare la verità secondo cui non si può neppure cominciare a percepire e formulare l'ethos nazionale italiano prescindendo dalla fede cattolica".


DAL SAGGIO DI OSCAR SANGUINETI "RISORGIMENTO E STORIOGRAFIA NON-CONFORMISTA": "Il Risorgimento è uno dei nodi principali - se non il nodo per antonomasia - della storia italiana contemporanea. Momento di svolta e mutamento radicale del modello politico del Paesi, autentico cambio di paradigma della cultura nazionale, è stato oggetto obbligato della ricostruz ione e della riflessione di ognuno dei differenti soggetti culturali e politici, individuali e collettivi - non escluse le numerose generazioni di cittadini a ondate successive ammaestrate al suo culto - che si sono affacciati e avvicendati alla ribalta della vita nazionale dal 1861 ad oggi.
Coerentemente con il carattere di scontro civile e di culture che in ultima analisi il Risorgimento italiano ha assunto e trasmesso come impronta all'Italia contemporanea, questa elaborazione non è mai sfociata in una lettura autenticamente comune e condivisa, o almeno riconosciuta sulle sue grandi linee, ma al contrario si è divisa, se non frammentata, in interpretazioni diverse e spesso contrastanti, quando non antitetiche.
Non tutte le letture però hanno avuto la medesima sorte. […] Dal momento che la versione "canonica" degli eventi del processo risorgimentale era stata eretta a mito fondatore del nuovo Stato nazionale unitario […] violare questo cliché, uscire dall'imperante agiografia, semplicistica o raffinata che fosse, significava essere guardati con sospetto, quasi come potenziali eversori o traditori della patria […]"
.

Il testamento biologico è un paralogismo anzi un autogol

Un interessante articolo di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro.

23 Febbraio 2011 - Foglio
Fine Vita
Il testamento biologico è un paralogismo 283 KB
 

 

sabato, febbraio 19, 2011

Una pagina internet cita il "nostro" don Basilio Brunori.

http://www.frontedelpiave.info/public/modules/Fronte_del_Piave_article/Fronte_del_Piave_view_article.php?id_a=417&app_l2=397&app_l3=417&sito=Fronte-del-Piave&titolo=Brigata-Abruzzi

In questo collegamento potremo trovare traccia di un nostro amico, quel don Basilio Brunori su cui abbiamo indugiato la scorsa estate durante la passata festa in onore del nostro Pier Giorgio Frassati.

Una serata della festa la dedicammo al bel libro di mons. Vincenzo Catani "Amor mi mosse", sui preti deceduti nell'ultimo secolo nella Diocesi di San Benedetto del Tronto - Ripatransone - Montalto. Tra le tante storie che vedemmo a volo d'angelo una colpì molti, soprattutto i ragazzi delle medie, quella di don Basilio Brunori, nativo di Castignano, parroco in montagna a Foce e poi capitano sulla Bainsizza, dove morì con un colpo di fucile austriaco in fronte, al comando ddl suo battaglione.

Lo avevano soprannominato "il capitano buono", e lo fu.

Qui troviamo qualche notizia in più: era aggregato al 58esimo Battaglione della Brigata "Abruzzo", e c'è anche la località esatta della sua morte.

Dovete scorrere la lunga pagina e troverete il nostro caro amico (sì, perché noi siamo amici anche così).

Evviva don Basilio!

mercoledì, febbraio 16, 2011

Il Santuario di San Giacomo della Marca chiede aiuto.

http://www.sangiacomodellamarca.net/

In questo collegamento trovate il sito del Santuario di San Giacomo della Marca a Monteprandone.

I frati sono nostri cari amici e il Santuario ha problemi di stabilità, deve essere consolidato nelle sue fondamenta.

Li vogliamo aiutare, i nostri amici frati?

martedì, febbraio 15, 2011

Rassegna stampa del 15 Febbraio 2011

15 Febbraio 2011 - Avvenire
Adozione E Affido
La Cassazione preme sul Parlamento
 <http://www.forumfamiglie.org/allegati/rassegna_20833.pdf> 433 KB

15 Febbraio 2011 - Agi
Adozione E Affido
Deriva che ignora il bene del minore
 <http://www.forumfamiglie.org/allegati/rassegna_20832.pdf> 36 KB

14 Febbraio 2011 - Apcom
Adozione E Affido
:: Priorità è il bene dei bambini
<http://www.forumfamiglie.org/allegati/rassegna_20831.pdf> 35 KB

14 Febbraio 2011 - SIrQuotidiano
Adozione E Affido
:: Belletti: il diritto dei bambini al primo posto
<http://www.forumfamiglie.org/allegati/rassegna_20835.pdf> 39 KB

15 Febbraio 2011 - Sole24ore
Adozione E Affido
Cassazione: adozione leggera per i single
<http://www.forumfamiglie.org/allegati/rassegna_20829.pdf> 184 KB

15 Febbraio 2011 - CorrieredellaSera
Adozione E Affido
Cassazione: adozione anche per i single
<http://www.forumfamiglie.org/allegati/rassegna_20828.pdf> 482 KB

15 Febbraio 2011 - CorrieredellaSera
Adozione E Affido
C'è famiglia senza coppia?
<http://www.forumfamiglie.org/allegati/rassegna_20827.pdf> 378 KB

15 Febbraio 2011 - Repubblica
Adozione E Affido
Giovanardi: già troppe coppie in attesa
<http://www.forumfamiglie.org/allegati/rassegna_20826.pdf> 90 KB

15 Febbraio 2011 - Repubblica
Adozione E Affido
Griffini:i tempi sono maturi
<http://www.forumfamiglie.org/allegati/rassegna_20830.pdf> 97 KB

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Società Chestertoniana Italiana
Via San Pio X, 4/C
63039 San Benedetto del Tronto (AP)
http://uomovivo.blogspot.com
C.F.: 91022790447 ccp 56901515

"Quando vale la pena di fare una cosa, vale la pena di farla male"
(G.K. Chesterton)

domenica, febbraio 13, 2011

Da Il Giornale - Il Papa e i bambini rom carbonizzati

domenica 13 febbraio 2011, 13:25

Il Papa ricorda i bimbi rom carbonizzati: "Con società più fraterna non sarebbe successo"

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Benedetto XVI nella preghiera dell'Angelus ricorda i quattro bimbi rom morti carbonizzati nella loro baracca e dice: "E' doveroso domandarci se si sarebbe potuto evitare questa tragedia se la nostra società fosse più solidale" 


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Roma - È "doveroso domandarci" se si sarebbe potuta evitare la morte dei quattro bimbi rom, arsi vivi domenica scorsa a Roma, se la nostra società fosse più solidale e fraterna". Con queste parole pronunciate durante la preghiera dell'Angelus, il Papa ricorda la tragedia che è accaduta nella Capitale domenica scorsa nel quartiere Appio. Mentre lo fa, in piazza San Pietro è presente tutta la famiglia dei bimbi morti carbonizzati. I genitori dei quattro piccoli rom "hanno pianto quando il Papa ha ricordato i loro figli, e sono stati molto contenti per le sue parole", ha raccontato Paolo Ciani, responsabile della Comunità di Sant'Egidio per i rom e i sinti, che ha accompagnato l'intera famiglia dei piccoli nomadi defunti - genitori, fratelli, zii e cugini - in piazza San Pietro.

La frase di San Paolo Il Papa ricorda i quattro bambini facendo riferimento a una frase di San Paolo "Pienezza della Legge è la carità" e dice che questo tragico episodio "impone di domandarci se una società più solidale e fraterna, più coerente nell'amore, cioè più cristiana, non avrebbe potuto evitare tale tragico fatto. E questa domanda vale per tanti altri avvenimenti dolorosi, più o meno noti, che avvengono quotidianamente nelle nostre città e nei nostri paesi". Benedetto XVI ricorda poi che "la novità di Gesù consiste, essenzialmente, nel fatto che Lui stesso riempie i comandamenti con l'amore di Dio, con la forza dello Spirito Santo che abita in Lui. E noi, attraverso la fede in Cristo, possiamo aprirci all'azione dello Spirito Santo, che ci rende capaci di vivere l'amore divino. Perciò ogni precetto diventa vero come esigenza d'amore, e tutti si ricongiungono in un unico comandamento: ama Dio con tutto il cuore e ama il prossimo come te stesso".  

Veglia Ieri sera nel campo rom abusivo dove una settimana fa è divampato il rogo, si è svolta una veglia di preghiera organizzata dai genitori dei piccoli morti. Erdei Mircea, il padre delle vittime, ha annunciato che le salme dei figli saranno portate in Romania la prossima settimana. Nel quartiere romano di Bravetta ieri sono comparse scritte razziste contro i rom.

lunedì, febbraio 07, 2011

Una bella giornata sulla neve tra buoni amici

domenica, febbraio 06, 2011

Mario Palmaro - Assalto alla legge 40 - Ci riprovano a Milano

Da La Bussola Quotidiana

di Mario Palmaro
04-02-2011

La legge 40 sulla fecondazione artificiale entrerà presto nel guinness dei primati: non si contano più, infatti, i tentativi messi in atto dai giudici italiani per scardinarla, svuotarla dall'interno, smontandola un po' alla volta.

L'ultimo colpo di maglio in ordine di tempo lo ha assestato il Tribunale di Milano che giovedì 3 febbraio ha eccepito l'incostituzionalità della legge, e ha inviato gli atti alla Consulta.
Secondo i giudici ambrosiani, le norme della legge 40 del 2004 che vietano la fecondazione eterologa sono contro la nostra Costituzione,  in quanto un simile divieto ''non garantisce alle coppie cui viene diagnosticato un quadro clinico di sterilità irreversibile il diritto fondamentale alla piena realizzazione della vita privata familiare''. 

Ormai anche i sassi hanno capito che all'interno della magistratura esiste un fronte a trazione ideologica, che ha deciso di dare l'assalto alla legge sulla fecondazione artificiale. Del resto, le vicende giudiziarie presentano una dinamica che tende a ripetersi come un copione già scritto: una coppia presenta istanza contro parti della legge 40, facendosi assistere da un pool di numerosi, competenti e agguerriti legali. Le cliniche che fanno fecondazione artificiale, evidentemente, non stanno a guardare. E i giudici, accondiscendenti, fanno proprie le memorie degli avvocati, e sollevano eccezione di incostituzionalità.

Ma c'è un aspetto ulteriore che rende ancor più cagionevole la legge 40: l'esistenza di una giurisdizione sovrannazionale, nel quadro dell'entità giuridica e politica europea. Non si tratta più, infatti, di far valere, interpretandoli per altro in maniera elastica, i soli principi della Costituzione del 1948: ora vi sono anche le norme delle convenzioni e delle Carte europee. Il 23 febbraio la Corte Europea dei diritti dell'Uomo si  pronuncerà sulla conformità alla Convenzione europea dei diritti dell'uomo della legge austriaca, che pone un divieto analogo a quello italiano alla fecondazione artificiale di tipo eterologo. Ovviamente, la decisione riguarda l'Austria. Ma sarebbe stupido non capire che esiste un nesso logico fra un'eventuale decisione avversa e il destino della normativa in vigore in Italia.

Di fronte a questa massiccia offensiva, la legge vacilla. Ed è inutile che, in chiave apologetica, si continui a sostenere che per ora non è cambiato nulla. La Corte costituzionale italiana ha già colpito a morte l'impianto della norma, scardinando il limite massimo dei tre embrioni da produrre. Nei mesi scorsi, un'impressionante inchiesta del settimanale Tempi dimostrava che ormai, nelle cliniche italiane della provetta, i vincoli originari della legge sono spesso disattesi.  E tutto lascia presagire che altre ferite verranno inferte al testo. Al punto che sarà ben difficile riconoscere il volto originario della legge 40, una volta che l'azione dei giudici di vario livello l'avrà rosicchiata abbondantemente.

La legge 40 portava in sé, del resto, un peccato originale di logica giuridica, messo in luce dalle motivazioni della stessa sentenza della Corte Costituzionale italiana: rilevava infatti la Consulta che il legislatore non ha voluto vietare la fecondazione artificiale; e che, ammettendo la fecondazione omologa con l'impianto di più embrioni, lo Stato italiano dichiarava lecito destinare a morte sicura numerosi embrioni, se ciò si rende necessario per soddisfare il desiderio di maternità della coppia. Ragionamento purtroppo ineccepibile, in base al quale la Corte ha ritenuto di eliminare il divieto di produzione di più di tre embrioni. 

Ora, se il sacrificio di vite umane è legittimo e subordinato al desiderio di maternità, a maggior ragione il divieto di ricorrere ai gameti esterni  alla coppia appare appeso a un filo. Prima o poi, si troverà un giudice – a Roma o a Bruxelles – disposto a cancellare l'ultimo baluardo della  "via italiana al figlio in provetta".

Dal prof. Carlo Bellieni

OSSERVATORE ROMANO, 6 FEBBRAIO 2011

Per uscire dall'ideologia
della solitudine


di CARLO BELLIENI

La Giornata per la vita che si celebra in Italia è un richiamo, come sottolinea il messaggio dei vescovi, a "educare alla pienezza della vita". Nelle scuole, ma anche sui media, dove latita una buona informazione sui temi etici: si pensi al modo in cui è stato presentato il suicidio di un celebre regista italiano e allo spot televisivo dove un anziano chiede l'eutanasia come "diritto", tessendo lodi della sua vita scandita da decisioni prese in solitudine e chiedendo di concluderla nello stesso modo. Due esempi di una mentalità generale e montante, in cui la libertà è ridotta ad assenza di legami e la solitudine è vista come condizione ideale per prendere decisioni.
Ma la solitudine non è un ideale, perché sarebbe come dire che lo sono anche l'ignoranza o la schiavitù. Solitudine e tristezza schiacciano e soffocano la libertà. Nello scorso dicembre la rivista "Lancet" ha lanciato un allarme contro l'"epidemia di solitudine che colpisce gli anziani", analizzata in profondità dal documento The forgotten Age del Centre for Social Justice, pubblicato in novembre nel Regno Unito. E un preoccupato messaggio viene dall'"Australian and New Zealand Journal of Psychiatry", che nel numero di gennaio mette in evidenza l'alto tasso di suicidi tra gli adolescenti.
Eppure, la liberalizzazione di eutanasia, aborto e droga si basa proprio sul far credere che quanto decidiamo nel dolore e nella solitudine sia libertà, e sul far passare come "indegno" quello che invece è una caratteristica strutturale dell'essere umano: il dipendere dagli altri, che a volte può essere quasi totale, mai però indegno. Si è dato il nome di libertà alla solitudine, chiamandola autonomia, cioè "essere ognuno la legge di se stesso". Da qui a far credere che la perdita dell'autonomia quotidiana (camminare, parlare) renda la vita indegna il passo è breve. Ma non è così. Dipendere da una figlia o da un padre non è indegno, ed è profondamente ingiusto diffondere questa idea. La lotta alla malattia ci sta a cuore, ma non accettiamo l'idea che la vita malata e dipendente dagli altri perda significato.
Per diffondere la cultura della solitudine, i media tacciono i tanti casi di eroismo di fronte alla malattia, dando spazio ai rari esempi di coloro che rivendicano la supposta libertà di lasciarsi morire. Su questo tema si è discusso di recente, col solo errore di pensare che questo comportamento dei media nasca da una cultura della morte, la quale presuppone un'ideologia nichilista e autoritaria. Si tratta invece più banalmente di una cultura della solitudine, in realtà forse ancor più pericolosa della prima: essa mostra infatti un volto mite, che contrasta con i suoi effetti nefasti, e dissimula l'angoscia esistenziale della mentalità che la genera. Oltretutto, c'è un dato semplice e lampante che dovrebbe far riflettere: quanti vogliono vivere sono molto più numerosi di coloro che vorrebbero morire. Questo dovrebbe in primo luogo garantire un accesso proporzionale all'informazione, e soprattutto far capire che la scelta per la morte è e resta l'eccezione, perché non è ciò che i malati vogliono se le condizioni esterne non li inducono alla disperazione. Ed è compito dello Stato assicurare loro buone condizioni, non agevolare la morte.
Chi diffonde sui media un volto nobile della morte provocata, dovrebbe almeno immaginare quanto questo sia nocivo per le persone che soffrono, in particolare chi è depresso o solo. In questo modo, curare la vita del disperato o aiutarlo a farla finita appaiono due opzioni uguali, dello stesso peso. Ma è un ragionare strano, perché solitudine e disperazione sono l'antitesi della libertà e la annullano, riducendola a una ritirata forzata. Ed è pericoloso, per i rischi di emulazione: ricordo che in Italia una ventina di anni fa ci fu un breve periodo durante il quale si suicidarono molti adolescenti, e non è stato questo l'unico caso di suicidio contagioso. Bisognerebbe poi approfondire quanto influisca il peso economico nelle richieste di liberalizzazione dell'eutanasia. Nello scorso dicembre il "British Journal of Nursing" ha paventato il rischio dell'apertura all'eutanasia non per motivi "nobili", ma molto più prosaicamente per abbattere la spesa sociale. Come scrivono i vescovi italiani, la Giornata per la vita è un impulso verso "un nuovo umanesimo", per uscire dall'ideologia della solitudine e della paura. E, come ha spiegato il Papa lo scorso 17 novembre, è una spinta a ritrovare una "giustizia sanitaria", perché l'attacco alla vita viene subito dopo l'attacco alla giustizia. E cosa c'è di più ingiusto che lasciare una persona sola, o farla considerare inutile?
La paura di dover dipendere dagli altri, quasi non fosse la nostra condizione quotidiana, e il culto orgoglioso dell'autonomia, come se ogni giorno non obbedissimo a leggi universali e naturali con nostro giovamento, concorrono ad aprire all'eutanasia, ben diversa dal diritto a sospendere l'uso di medicine se inutili e intollerabili. È una cultura questa che definisce persona solo chi è in possesso di certe condizioni di indipendenza, e nasce da una società intrisa di disabilità affettiva. Una disabilità peggiore di quella fisica o mentale, perché non educa alla solidarietà verso queste ultime, ma solo all'infantile desiderio di farle sparire per magia.

giovedì, febbraio 03, 2011

Procreazione assistita, lo strappo del tribunale: "Legge 40 alla Consulta" - Noi l'avevamo detto. Passa l'angelo e dice amen...

Da Il Giornale


Milano - Il tribunale di Milano ha eccepito l'incostituzionalità della legge sulla procreazione medicalmente assistita e ha inviato gli atti alla Consulta. Secondo i pm milanesi, laddove vieta la fecondazione eterologa e prevede sanzioni alle strutture che dovessero praticarla, la norma non garantirebbe "alle coppie cui viene diagnosticato un quadro clinico di sterilità irreversibile il diritto fondamentale alla piena realizzazione della vita privata familiare".

La decisione del tribunale di Milano I giudici della prima sezione civile, investendo della questione la Corte Costituzionale - così come qualche mese fa è stato fatto a Firenze e Catania - hanno accolto il ricorso di una giovane coppia di Parma, assistita da un pool di legali, gli avvocati Ileana Alesso, Marilisa d'Amico, Massimo Clara, Maria Paola Costantini e Sebastiano Papandrea. I due coniugi prima della scorsa estate avevano chiesto, sulla base di una sentenza della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo in una controversia promossa da alcune coppie infertili contro l'Austria, che fosse ordinato in via d'urgenza al ginecologo a cui si erano rivolti di effettuare la fecondazione eterologa per via della completa e irreversibile infertilità del marito, sulla base della sentenza di Strasburgo. In alternativa marito e moglie avevano chiesto di sollevare l'eccezione davanti alla Consulta. I giudici milanesi, come hanno fatto nei mesi scorsi i loro colleghi di Firenze e Catania, hanno scelto questa seconda strada.

Ecco che combina il nostro amico Franco Nembrini...

http://www.clonline.org/articoli/ita/fnNoiGen0111.pdf

In questo collegamento trovate un bell'articolo che parla del nostro carissimo amico Franco Nembrini, del suo lavoro con Dante e con migliaia di ragazzi e di tanto altro.

Franco è davvero uno di noi e siamo contentissimi di quello che gli accade intorno e di poteri considerare suoi amici.

Leggete perché vale. L'autore è Giorgio Paolucci, autore di libri con un altro nostro amico (Camille Eid) e redattore di Avvenire, da un supplemento del quale è tratto l'articolo.

mercoledì, febbraio 02, 2011

Voli liberi (dai ragazzini)

http://www.corriere.it/cronache/11_febbraio_02/marchetti-voli-senza%20bambini_a4b6e656-2ed4-11e0-ac59-00144f02aabc.shtml

L'ultima: voli liberi da bambini...

Perché non nascere direttamente grandi e possibilmente col cervello già cotto?

Andando avanti così, prima o poi "il progresso" raggiungerà questo obiettivo...

La cosa più impegnativa che sono riusciti a dire è che "sarebbe discriminatorio"...

martedì, febbraio 01, 2011

Dal prof. Carlo Bellieni