Questa commozione per Gesù – che nei salotti che oggi frequenti è disprezzato come nei salotti di duemila anni fa – ha cambiato il mondo e salva l’umanità.
lunedì, novembre 29, 2010
Bravo Antonio Socci
Questa commozione per Gesù – che nei salotti che oggi frequenti è disprezzato come nei salotti di duemila anni fa – ha cambiato il mondo e salva l’umanità.
Il nostro amico Simone Gulmini diventa accolito e ci chiede di pregare!
Riceviamo e volentieri pubblichiamo!
"Carissimi amici,
si sa che la vita è un cammino fatto di piccoli passi e uno stare fermi è già un tornare indietro. Ma qui in seminario si corre e quando si corre il tempo vola. Così ci si ritrova, per grazia di Dio, a ricevere il ministero dell'accolitato quando sembra ieri il giorno in cui per la prima volta ho messo piede in seminario. Per chi non è del mestiere, il ministero dell'accolitato è l'ultimo passo prima del diaconato a cui segue il sacerdozio. Il termine «accolito» deriva da un verbo greco che significa «seguire» o anche «servire» il diacono e il sacerdote nelle azioni liturgiche, specialmente nella celebrazione della messa, oltre a distribuire come ministro straordinario la santa comunione o esporre la ss. Eucaristia. In attesa dell'ordinazione diaconale (Giugno 2011) vi chiedo di accompagnare con le vostre preghiere il ricevimento di questo ufficio in data 2 Dicembre.
Grato del vostro sostegno vi auguro di accogliere come non mai Colui che è venuto e che viene in ogni istante.
Simone".
Dal prof. Carlo Bellieni - L'era del rifiuto
di Carlo Bellieni
È notizia di questi giorni che dal prossimo gennaio 2011 i cibi rimasti integri e inutilizzati nelle mense delle scuole torinesi non rischieranno più di finire nei cassonetti dei rifiuti, ma verranno destinati a chi ha bisogno di un pasto caldo. È quanto previsto dal progetto sperimentale di recupero pasti denominato "La pietanza non avanza - Gusta il giusto, dona il resto", promosso e finanziato dall'assessorato all'Ambiente della Regione Piemonte, in collaborazione con la direzione regionale Sanità, il Comune di Torino, l'Associazione Banco Alimentare del Piemonte e la ditta Compass Group.
Quest'iniziativa accende una lampadina non solo sullo spreco in sé, ma su ben altro. Infatti viviamo in una civiltà dove le eccedenze sono innumerevoli e vanno perse in maniera moralmente colpevole. Anche recentemente allarmi sono stati lanciati verso la perdita di circa un 30% dei cibi che passano per le mense, supermercati o ristoranti, ma anche nelle nostre case. Ma buttar via cibo o oggetti di vario tipo non ci impressiona più, tranne se pensiamo che così "le risorse finiranno", oppure che "non siamo all'avanguardia nel riciclo".
Ma questa è una critica infantile: pensare a un'improbabile fine delle risorse è indice di paura e tutto il riciclo del mondo non arresterebbe lo sfascio. Un passo oltre lo fa l'iniziativa torinese, perché mette al centro del recupero le persone bisognose, e questo è importante perché ci apre a un altro punto eticamente grave: è l'idea che ormai siamo convinti che esistano delle cose "in sé" inutili.
L'inutilità delle cose è un'idea postmoderna, che non sa riconoscere l'utilità intrinseca di tutto e dunque la riparabilità, la riutilizzabilità, la scambiabilità e addirittura la preziosità di tutto, e si limita ad accettare quello che è "perfetto". I nostri vecchi accomodavano anche i piatti rotti con colla e sottili fil di ferro; oggi la maggior parte delle cose che abbiamo in casa sappiamo bene che "non vale la pena" di accomodarle, perché è più economico comprarne di nuovi; e di conseguenza non si trova più chi accomoda scarpe, ombrelli, ma anche radio o computer appena un po' datati.
Da dove nasce questa fobia, che è alla base dello spreco e che va a braccetto con la "religione del riciclaggio", che colpevolizza il vecchietto che non butta la cartaccia nel sacco giusto ma non dice nulla degli imballaggi oscenamente ingombranti, dei gadget dei giornali fatti per essere buttati e mai letti? Sono oltre 134.000 le vecchie tv e i vecchi monitor raccolti e avviati al riciclo in Emilia Romagna finora nel 2010 (dati consorzio ReMedia), e sono tv funzionanti, ma che improvvisamente non servono più: si poteva comprare un decoder esterno; invece la gente se ne disfa e basta: perché?
Per l'incapacità di accettare una sfida: quella che "tutto è bene", concetto donato al mondo dal cristianesimo e che ha portato il progresso di cui godiamo, perché ha insegnato che tutto si poteva conoscere senza paura, che tutto si poteva utilizzare. Invece oggi la cultura postmoderna dice che "è bene solo quello che mi serve", e butta via tutto il resto, disfacendosi invece di cose preziose.
E, attenzione, questo vale non solo per le bucce delle pere che nessuno mangia più (e che farebbero invece tanto bene), ma vale anche per i rapporti umani, dove il marito che non va più bene per un motivo o un altro va cambiato, il nonno che disturba va invitato a capire che in fondo "non è giusto sentirsi un peso per gli altri" e avviarsi in silenzio a chiedere di morire, il bambino che non passa l'esame dell'analisi genetica prenatale non va fatto nascere.
Siamo nella prima società che genera rifiuti, cosa mai successa prima nella storia del mondo. E "rifiuto" non significa "spreco", che sarebbe un valore alterato ma in un certo senso positivo se fosse una corsa all'utilizzo infrenabile e creativo; ma significa"fobia", paura, diffidenza, che ci fa perdere il gusto (e i mille gusti) della vita. L'unica soluzione - e l'ottima iniziativa torinese è un segnale d'allarme per correre ai ripari più generali - è il rispetto, cioè la capacità e la grazia di guardare le cose intravedendo con la coda dell'occhio il Disegno mai insensato, di cui esse fanno parte, riscoprendo la preziosità di tutto.
sabato, novembre 27, 2010
Quella guerra dimenticata alle frontiere della cristianità.
I possenti carri armati di fabbricazione russa avanzano in colonna verso gli obiettivi sollevando una nuvola di polvere e fumo. Le cannonate riempiono come tuoni la vallata colpendo i bersagli. Dietro i carri avanzano le truppe infagottate nelle mimetiche. Soldati ragazzini, ma decisi a difendere un fazzoletto di terra che chiamano patria.
Gli elicotteri d'attacco sorvolano a bassa quota le colonne e lanciano razzi per aprire un varco all'avanzata. Per fortuna è solo un'esercitazione che serve a mostrare i muscoli. Il nemico, neppure tanto immaginario, è l'esercito azero, che nella simulazione avrebbe scatenato un'offensiva contro il Nagorno Karabakh. Una minuscola repubblica cristiana, povera e indipendente sul territorio dell'Azerbaijan musulmano e ricco di petrolio. Un puntino sulla carta geografica che nessun Paese al mondo riconosce, neppure la vicina Armenia protettrice dell'enclave.
«Questa è l'ultima frontiera della cristianità, ma siamo delusi dall'Europa, che sembra non capirlo. Eppure noi ci ispiriamo ai vostri valori», sottolinea Mikael Hajiyan, portavoce del Parlamento di Stepanakert, la «capitale» del Nagorno Karabakh. In mezzo alle montagne del Caucaso meridionale, lungo 200 chilometri di trincee e fortificazioni, si fronteggiano da 16 anni armeni e azeri. Al crollo dell'Unione sovietica, fra il 1992 e il '94, si massacrarono lasciando sul terreno 30mila morti e un fiume di profughi. Settecentomila azeri sono fuggiti dal Nagorno Karabakh e 250mila armeni dall'Azerbaijan. Alla fine gli armeni hanno vinto, ma il conflitto è rimasto congelato. In quest'angolo di Caucaso cova una delle guerre più dimenticate del pianeta, che negli ultimi mesi ha registrato nuove e pericolose fiammate. Cecchini che sparano quasi ogni giorno e commando «suicidi» azeri che raggiungono le trincee avversarie per far fuori più soldati armeni possibile, prima di farsi ammazzare. Da giugno le vittime ufficiali sono una ventina, ma c'è chi pensa siano in realtà il doppio. Oltre 700 le violazioni della tregua sulla linea di contatto fra i due eserciti denunciate alle Nazioni Unite.
I turni al fronte durano una settimana e la leva tocca a tutti dai 18 anni. Prima di andare in trincea i reparti armeni (in tutto 20mila uomini) si inginocchiano e recitano il Padre nostro.
Artem Grigoryan si è arruolato volontario: «Quando hanno colpito Mher l'ho sentito gridare come un ossesso. Eravamo tutti in posizione e lo scontro a fuoco con gli azeri è durato mezz'ora. Per fortuna è rimasto soltanto ferito». Le trincee si snodano come sul Carso ai tempi della Prima guerra mondiale. Si dorme nei bunker sotterranei. Gli azeri in alcuni punti sono vicinissimi a poco più di cento metri. Spesso innalzano manichini o insultano i santi e gli eroi della storia armena per provocare la sparatoria. Basta alzare di poco la testa o tenere per qualche secondo di troppo aperta la feritoia della postazione e ti beccano. «Sappiamo bene che la guerra non è mai finita. Il Karabakh assomiglia a un vulcano, pronto a eruttare in qualsiasi momento», osserva Armen, che ha appena finito il servizio militare. Nei bunker sotterranei della linea di contatto gli armeni giocano a scacchi o leggono libri. Andrey Grigoryan, capelli a spazzola e faccia da bravo ragazzo, ama roba pesante come Schopenhauer e Nietzsche. Altri si accontentano dei fumetti o della musica via radio. Le cuffiette sono severamente proibite, perché non ti fanno sentire lo sparo dei cecchini.
«L'Azerbaijan si prepara ad attaccarci, ma se scoppierà la guerra coinvolgerà tutto il Caucaso e gli interessi petroliferi stranieri potrebbero diventare obiettivi», fa notare Ashot Ghoulian, presidente del Parlamento del Nagorno Karabakh. L'Azerbaijan è un eldorado energetico per grandi compagnie come la britannica Bp e pure l'Eni è presente. I turchi, che si sono macchiati del genocidio armeno, considerano gli azeri fratelli. Cinquemila soldati russi piantonano, da parte armena, la frontiera sbarrata con la Turchia.
La guerra più che di religione è nazionalistica, ma in Nagorno Karabakh non mancano i preti combattenti. «Il rischio che ricominci è reale e io sono pronto a tornare a combattere con la croce e il fucile», ammette tranquillamente padre Grigor, 54 anni, nel monastero di Ganzasar. Abito talare nero e capelli color argento faceva il musicista, ma poi ha trovato la vocazione in prima linea nel 1992, quando benediceva i soldati armeni.
Alle pendici della «montagna del tesoro», dove sorge il monastero, c'è il villaggio di Vanq. In ottobre Albano è venuto da queste parti a inaugurare un asilo e a cantare. Soltanto per questo gli azeri minacciano di sbatterlo nella lista nera delle persone non grate. Per l'Azerbaijan il Nagorno Karabakh, due volte più piccolo del Kosovo, con meno di 150mila abitanti, è «territorio occupato».
Harut Grigoryan è una delle ultime vittime della guerra dimenticata. Gli mancavano un paio di settimane per finire il servizio di leva, ma il 26 ottobre un cecchino l'ha ucciso sulle trincee di Martakert. «Ho tirato su mio figlio sotto le bombe, quando aveva due anni - racconta la madre - E l'ho perso a venti». Il padre, Ashot, è un veterano, ferito due volte. Una lacrima gli riga la guancia: «Ha fatto il suo dovere. Si è sacrificato per la patria, ma non voglio vendetta. So cos'è la guerra e per questo vi dico che noi e gli azeri abbiamo bisogno di vivere in pace».
Il Papa ci ricorda che l'embrione è un uomo.
In questo collegamento trovate un articolo de Il Giornale sulla veglia del Papa per la vita nascente.
L'embrione è un uomo. Lo dice la ragione.
giovedì, novembre 25, 2010
I martiri del massacro di Baghdad segno di unità per tutti i cristiani dell’Iraq
di Simone Cantarini
Con una speciale messa i sopravvissuti ricoverati al Policlinico Gemelli ricordano oggi in Vaticano le 57 vittime dell’attacco alla chiesa di Nostra Signora del Perpetuo soccorso di Baghdad. AsiaNews ha raccolto la testimonianza di p. Aysar Saaed giovane sacerdote iracheno che domani lascerà l’Italia per stare vicino ai familiari delle vittime rimaste in Iraq.
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Roma (AsiaNews) – Una speciale messa in ricordo delle vittime dell’attacco del 31 ottobre alla chiesa di Nostra Signora del perpetuo soccorso di Baghdad verrà celebrata oggi pomeriggio in Vaticano dal card Leonardo Sandri, prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali. Alla celebrazione saranno presenti i sopravvissuti rimasti feriti, ricoverati dal 12 novembre al policlinico Gemelli di Roma. A quasi un mese dal tremendo assalto degli estremisti islamici, costato la vita a 57 persone, AsiaNews ha raccolto la testimonianza di p. Aysar Saaed, giovane sacerdote iracheno. In Italia dal 2005 per studi, p. Saaed si è occupato in questi giorni dell’assistenza ai 26 sopravvissuti alla strage e domani anticiperà il suo ritorno in patria per stare vicino alle famiglie delle vittime rimaste in Iraq.
“Ad essere stata attaccata è stata la mia parrocchia – afferma il sacerdote - io ho fatto lì il servizio sacerdotale per cinque anni, prima di venire qui in Italia per studiare. Sarei dovuto tornare l’anno prossimo, durante l’estate, perché dovevo concludere la tesi. Lascio tutto, ma non è importante. Noi ci sentiamo responsabili e vogliamo stare con i nostri fedeli con la nostra gente, con la nostra Chiesa, dare un segno di speranza, di solidarietà, di consolazione al nostro popolo. È una decisione personale”.
P. Saaed dice che per il momento i feriti resteranno invece ancora in Italia. Molti di loro non vogliono tornare a Baghad, hanno paura e sono ancora sotto shock. “Il mondo – afferma - non ha visto nulla del massacro, anche se abbiamo provato a mostrare foto della chiesa e delle vittime, ma non si può immaginare, c’era sangue ovunque, sul pavimento, sulle pareti, sui lampadari, sugli arredi sacri. Tutto era impregnato di sangue”. “La cosa più importante – sottolinea padre Saaed - è fare curare i feriti anche a livello psicologico, perché hanno vissuto un momento terribile. Hanno passato 4 -5 ore di inferno. Molti di loro non credevano di uscire vivi, pensavano di morire lì come gli altri. Hanno visto i propri familiari cadere davanti a loro”.
Nonostante il dramma e la crudeltà di questo attacco, p. Saaed sottolinea che la chiesa di Nostra Signora del Perpetuo soccorso ha offerto un simbolo di unità per i cristiani iracheni. “La nostra chiesa colpita dall’attentato ha offerto un simbolo molto bello: la chiesa è del rito sirocattolico, però i martiri non erano solo i nostri, c’erano caldei, sirocattolici, siroortodossi. I martiri erano divisi di tanti riti, ma questa chiesa [di Baghdad] era un simbolo di una Chiesa unita”.
“Noi in Iraq – continua - siamo cristiani, ma divisi in tanti riti: la maggior parte sono caldei, poi ci sono i siri cattolici, siri ortodossi, assiri, armeni cattolici e armeni ortodossi, melchiti cattolici e melchiti ortodossi, la chiesa latina, i protestanti, gli evangelici. Però prima nessuno si definiva caldeo, siro, assiro, si diceva cristiano. Oggi, con tutto il caos che hanno portato gli americani, anche la Chiesa ha sottolineato queste differenze. Ma questo non serve oggi. Per nominare i cristiani, nella Costituzione del 2005 non si dice popolo cristiano, si dice ‘il popolo caldeo siro assiro’. Ma si può fare una cosa così? Io mi domando e gli armeni dove sono? Non sono cristiani? I melchiti non sono cristiani? I latini che cosa sono, non sono cristiani? Quindi? A cosa serve tutto questo? Quindi, chi ha sbagliato? Hanno sbagliato i responsabili della comunità. Tutti, perché oggi noi siamo cristiani, non di più”.
P. Saaed sottolinea che oggi tutti gli iracheni, cristiani e musulmani, hanno una responsabilità, soprattutto nel dire la verità. “Le cose – afferma - devono essere nominate come sono, che significa dire la verità così com’è. Bianca o nera, anche se la verità da noi costa tanto. Da noi è costata la vita di 58 persone, oltre a 70 feriti. Questa è la verità. Poi, oggi non si può cercare la via diplomatica, oggi la via diplomatica non serve, mi dispiace dirlo, oggi dobbiamo usare tutti la forza morale, non soltanto per condannare, denunciare l’atto di violenza, ma per specificare le cose come stanno: il male, la morte non porta un bene alla vita umana. Porta la miseria, la sofferenza”.
“Quindi – aggiunge - abbiamo bisogno del contributo di tutti, di tutte le religioni per educare e crescere una generazione nuova: che sappia cosa vuol dire tolleranza etnica, politica e religiosa; che sappia cosa vuol dire pace. Il dono della pace è importante per la vita umana. Che sappia cosa vuol dire che la differenza con l’altro è un dono, una ricchezza, non deve essere causa di sofferenza, che sappia cosa vuol dire che l’altro è mio fratello, mio compagno, cosa vuol dire i diritti umani fondamentali, che ognuno di noi ha il diritto di essere cittadino pieno, conosciuto, non c’è uno di prima classe e uno di seconda classe. Rispettare la vita e il valore della vita, e in questo dobbiamo impegnarci tutti noi, con la buona volontà, con l’aiuto di Dio, del Signore, per far crescere una nuova generazione. Solo così possiamo aiutare il nostro Paese”.
In vista del Natale p. Saaed, afferma: “Non so con quale spirito ci prepareremo al Natale. La gente, qui, è stanca, ferita nello spirito oltre che nel corpo. Andremo in chiesa, ma solo per pregare per la pace. E per ricordare nostro Signore Gesù che si è fatto piccolo nella grotta, per portare misericordia e salvezza a tutti noi”.
PAKISTAN Silenzio sulla sorte di Asia Bibi. Forse tempi più lunghi del previsto per la liberazione
La richiesta di grazia non è ancora stata presentata. Secondo alcuni la cristiana condannata a morte per blasfemia dovrebbe prima fare appello all’alta Corte e alla suprema Corte. Oggi è giunto in Pakistan il card. Tauran.
Lahore (AsiaNews) – Il ministero dell’ Interno non ha ancora ricevuto nessuna richiesta di grazia da parte di Asia Bibi o della sua famiglia, ha detto ad AsiaNews Jamal Yousaf, segretario aggiunto al ministero. L’assenza di questa richiesta rende impossibile per ora l’atto di perdono da parte del presidente Asif Ali Zardari. Un esame degli aspetti legali della vicenda sembra però presentare un panorama in cui i tempi appaiono più lunghi di quanto si pensava.
Un funzionario del ministero degli Interni, parlando in condizioni di anonimato, ha detto ad AsiaNews che Asia Bibi ha diritto ad appellarsi all’alta Corte di Lahore (Lhc) contro la decisione di primo grado. “nel caso che la Lhc rigetti il suo appello, può rivolgersi alla suprema Corte. Nel caso che anche in questo caso la sentenza di primo grado sia confermata, allora può avanzare richiesta di grazia alla presidenza”.
Secondo l’articolo 45 della Costituzione del Pakistan, il presidente ha il potere di accordare la grazia, e di perdonare, sospendere o commutare ogni sentenza emanata da qualsiasi tribunale o altra autorità. Il funzionario del ministero dell’Interno ha detto anche che il governatore del Punjab aveva osservato – nella sua risposta al governo federale sulla proposta di abolire la pena di morte – che il potere di accordare la grazia si estende solo alle punzioni “tazir” ( cioè emanate in base alla legge islamica). Una sentenza emanata come “tazir” è imposta per ordine dello stato e non come un diritto del singolo nel quadro della legge divina, sosteneva il governatore del Punjab. Safdar Shaheen Pirzada, uno dei consiglieri legali dell’ufficio del presidente Zardari ha detto però: “Il presidente può perdonare una persona che ha commesso un offesa contro lo stato. Comunque il presidente non ha il potere di accordare la grazia se l’offesa è commessa contro la religione, il profeta Maometto o Allah”.
Intanto è giunto oggi in Pakistan il card. Jean-Louis Tauran, presidente del pontificio Consiglio per il dialogo interreligioso. Tauran nei prossimi tre giorni avrà incontri con la comunità cattolica, con diverse commissioni della conferenza episcopale e interverrà anche a un meeting interreligioso. Oggi incontra le autorità civili, fra le quali il ministro per le Minoranze religiose, Shahbaz Bhatti, e il presidente del Pakistan Asif Ali Zardari. A Zardari il cardinale Tauran esprimerà l'attenzione della Santa Sede sulla vicenda di Asia Bibi, portando gli auspici espressi nei giorni scorsi dall'appello di Benedetto XVI.
Intanto secondo fonti locali sembra che il marito di Asia Bibi, Ashiq Masih e i suoi figli siano statio costretti a lasciare la propria casa nel distretto di Sheikupura, per il timore di ritorsioni da parte dei fondamentalisti islamici locali, e si siano trasferiti in una località segreta. ''Abbiamo paura. Abbiamo ricevuto diverse minacce di morte e avvertimenti, soprattutto da religiosi musulmani. Hanno anche protestato vicino a casa'', avrebbe detto Masih.
Due copti morti nella battaglia per la “chiesa delle Piramidi” negata
Migliaia di dimostranti cristiani hanno circondato il Governatorato a Giza per protestare contro il blocco della costruzione dell'unica chiesa della zona. Dura reazione delle forze di sicurezza. I fondamentalisti musulmani si oppongono al completamento e fanno pressione sulle autorità locali.
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Cairo (AsiaNews/Agenzie) – Due giovani copti sono morti nelle manifestazioni legate al tentativo dei radicali islamici di impedire la costruzione di una chiesa a Talbiya, Giza, nella zona delle Piramidi. I feriti nella dura reazione delle forze di sicurezza, sono almeno un cinquantina ha detto il procuratore generale Abdel Meguid Mahmud, dei quali sette ufficiali e 11 agenti di polizia. Cento persone sono state arrestate. Gli scontri si sono verificati quando circa duemila manifestanti copti hanno circondato la sede del Governatorato di Giza, responsabile di cercare di impedire con vari pretesti la fine dei lavori di una chiesa copta, la cui presenza è osteggiata dai fondamentalisti musulmani.
Le autorità hanno dispiegato migliaia di agenti nella zona di Giza e di Omraniya per prevenire ulteriori manifestazioni, quasi alla vigilia delle elezioni legislative nazionali. La protesta di ieri è nata dopo la decisione delle autorità di bloccare i lavori nella chiesa. Dall'inizio di novembre le autorità locali hanno cercato con diversi pretesti legali di impedire l'ultimazione della cupola. L'ultima ragione addotta è che le autorizzazioni di costruzione si riferivano a un centro sociale, e non a una chiesa.
I copti nella regione di Talbiya sono oltre un milione, e non dispongono di nessuna chiesa. Sono obbligati a viaggiare per vari chilometri per assistere alle funzioni religiose. Le autorità copte locali protestano dicendo che le moschee possono sorgere senza nessun problema. Invece per le chiese le difficoltà si moltiplicano all'infinito. Un rapporto governativo afferma che in Egitto ci sono 93mila moschee, contro duemila chiese. I copti costituiscono circa il 10 per cento della popolazione egiziana, e lamentano di essere discriminati e trattati ingiustamente. Nei giorni scorsi l'incendio doloso di 20 case di copti nel sud dell'Egitto a opera di una folla di musulmani fondamentalisti è stato definito un "atto del caso" nell'inchiesta giudiziaria.
sabato, novembre 20, 2010
Il Papa all'inizio del Concistoro: il relativismo minaccia la libertà
venerdì, novembre 19, 2010
Dichiarazione sull'attuazione della Costituzione Apostolica Anglicanorum Coetibus
Dal prof. Carlo Bellieni
PAPA/ Quel realismo contro i "secondo me" che uccidonoNovember 19th, 2010
Quanto è moderno questo Papa, e come coglie il succo delle questioni mediche! «La giustizia sanitaria deve essere fra le priorità nell'agenda dei Governi e delle Istituzioni internazionali», dice Benedetto XVI alla 25esima Conferenza internazionale per gli operatori sanitari tenutasi ieri. «Purtroppo - continua -, accanto a risultati positivi e incoraggianti, vi sono opinioni e linee di pensiero che la feriscono: mi riferisco a questioni come quelle connesse con la cosiddetta 'salute riproduttiva', con il ricorso a tecniche artificiali di procreazione comportanti distruzione di embrioni».
Ed ecco l'altro punto forte toccato dal Papa oggi: lo spreco farmacologico, che da una parte ha il soggettivismo che riduce la medicina a mercato, e dall'altra ha il "disease mongering", cioè il mercato vero e proprio che certe case farmaceutiche fanno della malattia, inventandosi addirittura le malattie (da situazioni che malattia non sono) per vendere farmaci, come denunciato da tantissime pubblicazioni scientifiche (vedi ad esempio il numero di luglio 2006 di PLos Medicine). «Nella nostra epoca - scrive infatti Ratzinger - si assiste ad un'attenzione alla salute che rischia di trasformarsi in consumismo farmacologico, medico e chirurgico, diventando quasi un culto per il corpo».
Come dargli torto? Ma non si ferma qui, affonda il colpo: «Si assiste dall`altra parte, alla difficoltà di milioni di persone ad accedere a condizioni di sussistenza minimali e a farmaci indispensabili per curarsi». Cosa dire, quando invece assistiamo ad una crociata per risolvere i problemi di sanità nei paesi poveri solo pressando per non far riprodurre i cittadini, surclassando un diritto inscritto nel DNA prima ancora che nelle costituzioni? Come non sentirsi bruciare dentro per il realismo di questo quadro, per la forza di questo dramma?
Ecco altri apolidi morali: chi non ha la forza di alzare la voce viene invitato a non riprodursi, a scomparire, come denunciavano di recente gruppi di afroamericani indicando l'aborto (e la parallela mancanza di aiuti economici alle donne povere, in maggioranza di colore) come un sistema per far sparire la minoranza di colore dagli USA (New York Times, febbraio 2010). E' davvero questa la nuova frontiera che il Papa ci indica: la lotta per la cittadinanza morale di tutti, per il diritto di tutti al riconoscimento di essere pienamente e inalienabilmente umani, anche quando sono così infinitamente piccoli o infinitamente poveri da non poterlo reclamare.
Parlare di giustizia sanitaria nel caso di aborto e soppressione di embrioni vuol dire capire il nocciolo della questione: non si tratta più ormai di un diritto alla vita che viene messo in dubbio, ma di un diritto alla cittadinanza: certe "classi" di esseri umani valgono meno degli altri e se ne può disporre, per esempio per farne medicamenti per altri (ricchi e adulti), come è successo in via sperimentale di recente con degli embrioni usati come medicine.
E' un attacco al diritto alla cittadinanza che va anche oltre l'epoca prenatale, che si spinge a non considerare persona il neonato, il disabile mentale, l'anziano con demenza e così via, creando una nuova categoria: gli "apolidi morali", cioè quelle persone che hanno perso il diritto di essere chiamate tali, il diritto di essere "persone", secondo la linea vincente della bioetica mondiale. Che un embrione sia un essere umano vivo non lo dubita neanche il più acceso abortista; solo che per lui l'embrione è un essere umano che vale meno degli altri. E qui è il vulnus verso la giustizia, che vorrebbe invece che tutti si trattino allo stesso modo, e che non è un vezzo cristiano, come ben insegnava il laico Emmanuel Kant, per il quale nessun uomo è un mezzo per la felicità dell'altro, ma ognuno è in sé un fine. Insomma, parafrasando George Orwell, oggi "tutti gli uomini (donne) sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri".
Che modernità, quella di un Papa che capisce questo, che evidentemente non trova una giustificazione unicamente teologica alla difesa dell'umano, ma che ha per alleati il meglio del pensiero moderno. Già, perché il pensiero "moderno" riconosce l'evidenza; quello attuale (detto "postmoderno") invece la trascura in nome del soggettivismo e la scienza passa in secondo piano rispetto al nuovo mito: l'autodeterminazione. Per il pensiero "postmoderno", anche se su tutti i testi di embriologia c'è scritto che la vita inizia al concepimento, io lo ignoro in base al "secondo me"; la malattia non esiste se a me non conviene, o esiste, anche contro il parere di mille medici, se io decido che sono malato.
giovedì, novembre 18, 2010
La lettera - testimonianza redatta da due Piccole Sorelle sul martirio dei nostri fratelli cattolici a Baghdad - Diffondetela, cari amici, è un documento di fede straordinaria!
La chiesa è stata presa d'assalto domenica 31 ottobre dopo mezzogiorno, proprio dopo l'omelia di padre Tha'er ch celebrava la messa. Padre Wasim, che è il figlio di una cugina di sorella Lamia, confessava al fondo della chiesa; padre Raphael era nel coro. Gli attaccanti erano persone molto giovani (14-15 anni) non mascherati, armati di mitra e di granate e portavano una cintura esplosiva. Hanno aperto subito il fuoco, uccidendo padre Wasim che cercava di chiudere la porta della chiesa, poi hanno sparato alla cieca, dopo aver ordinato alle persone di gettarsi a terra, di non muoversi e di non gridare. Qualcuno è riuscito a mandare messaggi con il cellulare, ma dopo gli attaccanti sparavano su chiunque vedevano usare il telefonino. Il padre Tha'er che continuava a celebrare è stato ucciso all'altare nei suoi paramenti liturgici, suo fratello e sua madre sono stati uccisi anch'essi. Dopo è stato il massacro, non possiamo raccontare tutto ciò che le persone ci hanno detto, anche i bambini che piangevano sono stati uccisi. Alcune persone si erano rifugiate nella sacrestia e hanno barricato la porta, ma gli attaccanti sono saliti sulla terrazza della chiesa e hanno gettato delle bombe a mano attraverso le finestre della sacrestia che sono in alto.
Tutto ciò fa pensare che si trattasse di un attacco ben preparato, e che hanno avuto dell'aiuto dall'esterno; come hanno potuto forzare lo sbarramento della polizia (nella strada che va alla chiesa) e conoscere la via per arrivare alla terrazza, ecc.? Hanno mitragliato anche gli apparecchi dell'aria condizionate in modo che il gas, uscendo, asfissiasse quelli che erano vicini. Hanno mitragliato la croce, ridendo e dicendo alle persone: "Ditegli di salvarvi". Poi hanno lanciato l'appello alla preghiera: "Allau akbar, la ilah illa allahu…", e alla fine, quando l'esercito era sul punto di entrare si sono fatti esplodere. L'esercito e gli aiuti ci hanno messo circa due ore ad arrivare, così come gli americani che sorvolavano in elicottero, ma l'esercito non è addestrato a gestire queste situazioni, e non sapevano bene che cosa fare. Perché ci hanno messo tanto tempo ad arrivare? Tutto è finito verso le 10h30 – 11h di sera, è durato molto e pensiamo che molte persone siano morte in seguito alla perdita di sangue e alle ferite. Dopo i feriti sono stati condotti nei diversi ospedali e i morti in obitorio.
Le persone hanno cominciato ad arrivare per sapere che cosa era successo e avere notizie dei parenti, ma l'accesso alla chiesa era proibito e le persone hanno cominciato a peregrinare di ospedale in ospedale alla ricerca dei loro cari. Abbiamo visto persone che hanno cercato qualcuno fino alle 4h del mattino per scoprirlo infine all'obitorio. All'indomani ci sono state le esequie nella chiesa caldea vicina, la chiesa era piena, era impressionante, c'erano quindici bare allineate nel coro, le altre vittime sono state sepolte nei loro villaggi o separatamente, secondo i casi. C'erano rappresentanti di tutte le comunità cristiane come del governo, il nostro patriarca ha parlato così come il portavoce del governo e un religioso, capo di un partito islamico, Moammar el Hakim. La preghiera ha avuto luogo con grande dignità e senza manifestazioni rumorose. Padre Saad, responsabile di questa chiesa ha aiutato le persone a pregare man mano che arrivavano, prima che cominciasse la cerimonia. I due giovani sacerdoti sono stati sepolti nella loro chiesa devastata. C'è un cimitero sotto la chiesa, e prima di seppellirli hanno fatto passare le bare nella chiesa in modo che potessimo dire loro addio.
All'inizio non sapevamo niente delle vittime, non conoscevamo nessuno direttamente, salvo padre Raphael, un sacerdote molto anziano; siamo andate all'ospedale per visitarlo e visitare i feriti che erano là. Erano le famiglie che ci accompagnavano di stanza in stanza, così come la gente dell'ospedale ci indicava i feriti. Per caso erano tutte donne o ragazze, ferite da proiettili, non era come un'esplosione in cui può accadere di perdere un braccio o una gamba. Siamo rimaste al loro fianco senza parlare molto, erano loro che parlavano o le loro famiglie, ciascuno riviveva la sua storia e la raccontava. Dal momento che l'attacco ha avuto luogo di domenica alla messa, membri di una stessa famiglia sono stati feriti o uccisi, alcuni proteggendo i loro bambini. Siamo stati colpiti dalla loro calma e dalla loro fede quando raccontavano, sentivamo che erano persone venute da un altro mondo e che in quel momento là nulla contava più se non l'incontro vicino con il Signore non pensavano più a nulla e pregavano solo, e questo è durato cinque ore.
Il venerdì dopo pranzo i giovani di molte parrocchie sono venuti ad aiutare a spazzare i detriti e a pulire un po', e la domenica seguente, 7 novembre, tutti i preti siriaci e caldei di Baghdad che erano liberi hanno celebrato la messa nella chiesa vuota e devastata su un altare di fortuna; c'erano poche persone perché questa messa non era stata annunciata. Non ci siamo andate perché non l'abbiamo saputo. Era molto commovente. C'è stato un soprassalto di fede e di determinazione soprattutto nei preti che restano a Baghdad che dicono: vogliono cacciarci e sterminarci ma noi siamo qui e ci resteremo, dopo 14 secoli non potrete finirla con noi. La storia dei cristiani d'Iraq è una lunga storia di persecuzione, di martiri, di cristiani cacciati e mandati via. Pensiamo alla frase del salmo 69: "Più numerosi dei capello della testa coloro che mi odiano senza causa" e noi pensiamo soprattutto a Gesù, odiato senza ragione, mentre passava e faceva del bene. Terminiamo questa lettera con il grido di un bambino di tre anni che ha visto uccidere suo padre e che gridava "basta, basta" prima di essere ucciso anche lui. Sì, veramente con il nostro popolo gridiamo anche noi: basta.
Le vostre piccole sorelle di Baghdad, Alice e Martina.
Fonte: AsiaNews
Foto dei funerali dei Santi Martiri di Baghdad:
Firme da tutto il mondo per salvare Asia Bibi
In due giorni oltre 1300 persone hanno aderito alla campagna di AsiaNews per salvare la vita alla donna pakistana condannata a morte per una falsa accusa di blasfemia. Centinaia i messaggi provenienti da Spagna e America Latina, ma anche da Vietnam, Cina e Malaysia. In Pakistan centinaia di donne hanno manifestato ieri per Asia Bibi e per abolire la legge sulla blasfemia.

Lahore (AsiaNews) – "Asia Bibi è innocente. Salvarla non deve essere un atto politico, ma un obbligo morale verso tutti i cristiani perseguitati"; "la legge sulla blasfemia distrugge la convivenza e lo sviluppo del Pakistan". È quanto affermano alcuni dei lettori che in questi giorni hanno aderito alla campagna lanciata da AsiaNews lo scorso 15 novembre in favore di Asia Bibi (nella foto durante il processo) la donna cristiana condannata a morte in Punjab per una falsa accusa di blasfemia.
A tutt'oggi in 1500 hanno firmato l'appello, rilanciato in Malaysia dal quotidiano cattolico Herald e diffuso da privati e agenzie di stampa in tutto il mondo. Centinaia i messaggi provenienti da Spagna e America Latina, ma anche da Vietnam e Cina.
In Pakistan, nonostante gli evidenti rischi, diverse organizzazioni tra cui Giustizia e Pace hanno organizzato manifestazioni e iniziative per chiedere la liberazione della donna. Ieri a Nankana (Punjab) centinaia di donne, cristiane e musulmane hanno manifestato davanti agli uffici governativi chiedendo il suo rilascio immediato.
Saman Wazdani, musulmana e attivista per i diritti umani, ha dichiarato: "Le donne del Pakistan si stanno muovendo. Il Caso di 'Asia Bibi ha fatto pressione sulle nostre coscienze per chiedere l'abrogazione della legge sulla blasfemia". La donna sottolinea che il problema riguarda per tutto il sistema di giustizia pakistano. "I giudici – afferma - sono abbandonati a se stessi, sottostanno a vecchie strutture che non sono trasparenti e spesso interpretano la legge in modo errato. Il Paese ha urgente bisogno di una riforma giudiziaria".
La Conferenza degli Ulema del Pakistan (Conference of the Jamiat Ulema Pakistan – Jup), che rappresenta circa il 30% dei partiti religiosi, ha affermato la sua totale opposizione alla cancellazione della legge sulla blasfemia. Gli ulema considerano la legge "intoccabile" e minacciano proteste anche violente in caso di eventuali modifiche o correzioni.
LE TERRE ISLAMICHE GRONDANO DI SANGUE CRISTIANO, MA IL MONDO SE NE FREGA
Ma non solo. Domenica sera in Pakistan una madre di due figli, Asia Bibi, operaia agricola di 37 anni, è stata condannata a morte da un tribunale del Punjab, semplicemente perché cristiana: la famigerata “legge sulla blasfemia” infatti in quel Paese manda a morte chiunque sia accusato da musulmani di aver offeso Maometto.
Secondo l’agenzia Asianews, tutto risale a “una discussione molto animata avvenuta nel giugno 2009 a Ittanwali. Alcune delle donne che lavoravano con Asia Bibi cercavano di convincerla a rinunciare al cristianesimo e a convertirsi all’islam.
Durante la discussione, Bibi ha risposto parlando di come Gesù sia morto sulla croce per i peccati dell’umanità, e ha chiesto alle altre donne che cosa avesse fatto Maometto per loro.
Le musulmane si sono offese, e dopo aver picchiato Bibi l’hanno chiusa in una stanza. Secondo quanto raccolto da ‘Release International’ una piccola folla si è radunata e ha cominciato a insultare lei e i bambini.
L’organizzazione caritativa, che sostiene i cristiani perseguitati, ha detto che su pressione dei leader musulmani locali è stata sporta denuncia per blasfemia contro la donna”.
La condanna a morte per “blasfemia” era purtroppo già stata comminata a dei cristiani maschi. Per una donna invece è la prima volta.
Tuttavia nessuno si solleverà per salvare una donna cristiana. I cristiani sono carne da macello. Come ai tempi di san Paolo sono “la spazzatura del mondo”.
Il mondo intero si è indignato e si è sollevato per salvare Sakineh, la donna condannata a morte in Iran per presunta complicità nell’omicidio del marito e per adulterio.
Bernard Henri Lévy ha (meritoriamente) scatenato la protesta dell’intero Occidente: si sono uniti a lui giornali, tv, governi, ministri, Unione europea, sindaci, intellettuali, montagne di premi Nobel, di Saviani e di Carlebruni. Perfino noi. E poi migliaia di firme, di foto esposte.
Bene. Niente di simile sarà fatto per la povera Bibi, che ha la sola colpa di essere cristiana. Il mondo non fa una piega quando si tratta di cristiani.
Anche altre recenti notizie di stupri e uccisioni di ragazze cristiane in Pakistan sono scivolate allegramente via dai mass media occidentali. Senza drammi.
Ma l’esempio supremo dell’indifferenza dell’Occidente per i massacri dei cristiani lo ha dato ieri il presidente americano Obama.
L’ineffabile Obama ha appena visitato l’Indonesia dove aveva vissuto qualche anno da bambino. E se n’è uscito con queste mirabolanti dichiarazioni riportate dai media del mondo intero: “L’Indonesia è un modello”.
Ecco qualche perla di Obama: “Una figura paterna mi insegnò qui da bambino che l’Islam è tolleranza, non l’ho dimenticato”. Poi il presidente americano “esalta l’Indonesia ‘laica, pluralista, tollerante, la più grande democrazia in una nazione a maggioranza islamica’ ”. Ed ecco un’altra perla: “Lo spirito della tolleranza, sancito nella vostra Costituzione, è uno dei caratteri fondanti e affascinanti di questa nazione”.
Ma davvero? L’Indonesia, con i suoi 212 milioni di abitanti, è il paese musulmano più popoloso del mondo ed è una potenza economica. Il 75 per cento della popolazione è musulmano, i cristiani sono il 13,1 per cento, cioè 27 milioni e 800 mila persone.
E’ vero che la Costituzione, sulla carta, riconosce il pluralismo religioso e una buona percentuale di musulmani effettivamente è favorevole a una convivenza pacifica con i cristiani.
Ma concretamente cosa è accaduto? Sia sotto il regime di Suharto che sotto il successivo i cristiani hanno subito massacri e persecuzioni inenarrabili.
A Timor Est – un’isola abitata da cristiani – il regime indonesiano, che la occupò contro la deliberazione dell’Onu, ha perpetrato un vero e proprio genocidio.
Secondo monsignor Carlos Belo, premio Nobel per la pace, sono state 200 mila le vittime e 250 mila i profughi su una popolazione totale di 800 mila abitanti.
Dal 1995 al 2000 sono state distrutte 150 chiese. I massacri sono continuati anche dopo che la comunità internazionale, nel 1999, ha imposto l’indipendenza di Timor Est.
In quello stesso anno stragi di cristiani sono stati perpetrate anche in un’altra zona cristiana dell’Indonesia: l’arcipelago delle Molucche.
In tre anni di scontri si sono avute circa 13.500 vittime e 500 mila profughi. Più di 6 mila cristiani delle Molucche sono stati costretti a convertirsi all’Islam (con il solito corredo di stupri e infibulazioni forzate). Altri 93 cristiani dell’isola di Keswi sono morti perché si rifiutavano di convertirsi.
Le cronache parlano di episodi orrendi come quello in cui sei bambini cristiani sono stati uccisi ad Ambon, in un campo di catechismo: “inseguiti, sventrati, evirati e decapitati dagli islamisti che fendevano le bibbie con la spada”.
In altri casi gli attacchi degli islamisti avevano “l’ausilio di truppe militari regolari… come nell’isola di Haruku il 23 gennaio 2000, quando sono rimasti uccisi 18 cristiani” (dal Rapporto 2001 sulla libertà religiosa nel mondo).
A Natale del 2000 i fondamentalisti hanno fatto una serie di attentati colpendo la cattedrale di Giakarta e altre dieci città, con 17 morti e circa 100 feriti.
Nel 2001 l’agenzia Fides dava notizia di nuovi attacchi di guerriglieri islamici contro i cristiani nell’isola di Sulawesi e anche a Makassar con scene di caccia all’uomo. Poi altre chiese bruciate e molte vittime.
Un gruppo di cristiani indonesiani firmarono un appello drammatico: “Preghiamo per i cristiani di Indonesia. Preghiamo per la loro fede durante gli attacchi e per quanti subiscono la tentazione di nascondere la loro identità di fedeli a Cristo. Preghiamo per il mondo perché prenda provvedimenti contro la persecuzione, dovunque essa si verifichi”.
Invece il mondo se ne frega delle stragi di cristiani e Obama va in Indonesia a esaltare questo Paese come esempio di Islam buono. Figuriamoci com’è quello cattivo.
Nel paese indicato da Obama come modello di tolleranza, il 19 ottobre 2005, tre studentesse cristiane, Yusriani di 15 anni, Theresia di 16 anni e Alvita di 19 anni, furono assalite mentre si recavano a scuola (in un liceo cattolico di Poso) da un gruppo di fondamentalisti islamici.
I fanatici le immobilizzarono e poi, con un machete, le sgozzarono. Quindi tagliarono loro la testa a causa della loro fede in Gesù. La testa di una di loro è stata poi lasciata davanti alla chiesa cristiana di Kasiguncu.
Più di recente si è avuto il triste episodio della condanna a morte di tre contadini cattolici, Fabianus Tibo, Domingus da Silva e Marinus Riwu, colpevoli di essersi difesi nel 2000 dagli attacchi degli islamisti a Poso.
Monsignor Joseph Suwatan, vescovo di Manado, andò a confortarli in prigione a Palu in veste di “inviato speciale del Vaticano”, perché – spiegò – Benedetto XVI vuole condividere il dolore ed esprimere la sua solidarietà per l’ingiustizia legale subita dai tre cattolici durante il loro processo.
Un’ultima notizia dal “paese modello” di Obama. Nel settembre 2009 il parlamento di Aceh ha approvato all’unanimità l’introduzione della legge islamica. Ecco il titolo del Corriere della sera del 15 settembre: “Sharia in Indonesia, lapidazione per gli adulteri”.
Con buona pace delle Sakineh che ne faranno le spese. Di cui in realtà non frega niente a nessuno in Occidente. In particolare però non frega niente della tragedia dei cristiani, veri agnelli sacrificali.
Non frega niente all’Onu, alla Ue, ai premi Nobel, ai giornali progressisti, alle carlebruni e ai saviani (che non hanno lanciato appelli né fatto monologhi televisivi su questo genocidio censurato). E tanto meno frega a Obama.
TRA SCIENZA E FEDE NON C'E' INCOMPATIBILITA': LO SCIENZIATO SCOPRE NELLE LEGGI DELLA NATURA, L'IMPRONTA DEL CREATORE
Di tutt’altro tenore le parole rivolte recentemente da Benedetto XVI alla Pontificia Accademia delle Scienze. Infatti, per il Papa, l’esperienza dello scienziato che investiga la natura è «quella di percepire una costante, una legge, un logos [cioè una razionalità nella natura] che egli non ha creato, ma che ha invece osservato» e questa constatazione può portare a svolgere un ragionamento (filosofico o prefilosofico) che arriva ad affermare l’esistenza di Dio, cioè «porta ad ammettere l’esistenza di una Ragione onnipotente, che è altra da quella dell’uomo e che sostiene il mondo».
È un argomento su cui l’attuale pontefice ha insistito varie volte, fin da quando era professore universitario, per esempio in quel capolavoro che è la sua Introduzione al cristianesimo (1968), e poi da Papa, per esempio nel discorso di Ratisbona (2006). Con questo discorso, egli si ricollega ad una grande tradizione filosofica, quella che ha elaborato una prova filosofica dell’esistenza di Dio a partire dall’ordine e dal finalismo del mondo (le catastrofi sono un fenomeno parassitario dell’ordine, una sua perturbazione, ma non lo negano). Le basi di questo discorso si trovano già nel VI secolo avanti Cristo nelle speculazioni dei pitagorici, in quanto già questa scuola rilevava che il mondo è kosmos, cioè è un’entità in cui c’è ordine: «la struttura matematica dell’essere – scriveva Joseph Ratzinger nella citata Introduzione riconnettendosi a questi pensatori – porta a concepirlo come un pensato, come strutturato in maniera logico ideale», tanto è vero che «nemmeno la materia è semplicemente un non-senso che si sottrae alla comprensione, ma anch’essa reca in sé verità e comprensibilità che ne rendono possibile la comprensione intellettiva». In altri termini, la natura manifesta delle leggi e queste (compresa la legge di gravità su cui fa leva Hawking) reclamano un Legislatore come condizione di possibilità, perché, per vari motivi, il caso non le può spiegare. La natura manifesta una razionalità che rinvia ad una Ragione creatrice, cioè ad un Logos che la crea comprensibile alla nostra ragione e perciò la ragione scientifica può cimentarsi ad indagarla. Così, chi riflette a fondo sulla materia può comprendere che «essa è un pensato, un pensiero oggettivato. Non può quindi essere la realtà ultima. Prima di essa sta il pensiero», precisamente il Pensiero. E Dio, che è diverso dal mondo, nello stesso tempo si esprime in esso come un pittore si esprime nel quadro, perciò il mondo rimanda a Dio: dunque la ragione che investiga il creato può risalire al Creatore. È anche per questo motivo che la maggior parte degli scienziati di tutti i tempi è composta da credenti (assai spesso cristiani), tra cui molti ecclesiastici. Per limitarci solo a pochi nomi, basti citare Galileo, Newton, Galvani, Volta, Heisenberg, Einstein, Maxwell, Fermi, Eccles e Carrel, e gli ecclesiastici Mendel, Stenone, Spallanzani, Mercalli e Florenskij. Almeno riguardo a loro aveva ragione un grande scienziato come Pasteur che diceva che «poca scienza allontana da Dio, molta scienza riconduce a Lui».
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L'ha detto Pier Giorgio - 31
- 31 - il telegramma ed era già sufficiente per la mia festa
- 30 - Bisogna far molti sacrifici per giungere sicuri alla meta
- 29 - Cara mamma
- 28 - Pier Giorgio e la famiglia
- 27 - Pregherò anche per te, e tu prega molto per me...
- 26 - la fede e la speranza cessano con la nostra morte
- 25 - Noi cattolici e specialmente noi studenti abbiamo un grave dovere da compiere: la formazione di noi stessi
- 24 - Lettera ad un amico
- 23 - Godimento spirituale nella lettura di San Paolo
- 22 - "Forse era uno che ne aveva piu bisogno di me"
- 21 - La bocciatura di Pier Giorgio
- 20 - Desiderio di sole, di salire su, in alto, di andare a trovare Dio in vetta
- 19 - Bisogna uccidere il germe
- 18 - Preghiera, organizzazione e sacrificio
- 17 - Meglio soli ma con la coscienza pulita
- 16 - La gioia di rivedere i miei e i miei amici
- 15 - Confidiamo nella provvidenza divina e nella sua misericordia.
- 14- Pregare molto Dio che ridoni agli uomini la vera pace
- 13 - Dobbiamo sempre conservare la speranza
- 12 - "Perché dovrei essere triste?".
- 11 - "Evviva il Papa, evviva!".
- 10 - Non sprechiamo i più begli anni della nostra vita
- 9 - Il suo avvenire
- 8 - "Morto?..."
- 7 - L'affetto degli amici.
- 6 - Non sciupare gli anni più belli della nostra vita e combattere.
- 5 - Pier Giorgio, il tempo e Sant'Agostino.
- 4 - "...mi innamoro perdutamente della montagna".
- 3 - La montagna come la primavera non annoia mai.
- 2 - La Fede datami nel Battesimo
- 1 - Solo la morte può farmi cessare.
Pier Giorgio vivo - 33
- 33 - ...cristianesimo, che evidentemente non conoscevo, perchè non lo vivevo...
- 32 - Perfetta correttezza morale
- 31 - "...misurava le proprie azioni dalla loro intrinseca moralità..."
- 30 - Aveva imparato, per teoria e per pratica, a distinguere fra compagni e amici...
- 29 - Pier Giorgio e l'amore per gli altri
- 28 - ...mormorava le sue preghiere alla Vergine con timore filiale
- 27- ...Si addormentava pregando
- 26 - Era il primo a fare la Comunione
- 25 - Allontanare, almeno per un giorno, quei giovani amici dagli eventuali pericoli morali
- 24 - ...suscitare nell'anima il desiderio...
- 23-Pier Giorgio portava nella compagnia il dolce lume della gioia
- 22 - Mi raccomando agli amici e specialmente alle preghiere
- 21 - Pier Giorgio e l'ordine francescano
- 20 - Le creature sincere e semplici sono tutte così...
- 19 - Pier Giorgio e la passione per le montagne
- 18 - Per chi è puro, tutto è puro; per chi è impuro, niente è puro
- 17 - Ai miei figli mi preoccuperò di dare...un'istruzione completa ed un'educazione cristiana
- 16 - Eucarestia punto di riferimento
- 15 - Amante di ogni sport
- 14 - Mamma, vieni a vedere che bel cielo!
- 13 - Il segno della croce
- 12 - Pier Giorgio era sempre là dove occorreva essere
- 11 - Non aveva paura di niente, nemmeno della paura.
- 10 - Il contrario del tipo bigotto.
- 9 - Pregava con semplicità.
- 8 - Vitalità irrompetente ed espressiva
- 7 - Pier Giorgio entusiasta nella preghiera.
- 6 - Non faceva mistero delle sue convinzioni religiose
- 5 - Pier Giorgio e i rosari.
- 4 - Una personalità vera abbraccia tutta la realtà.
- 3 - Aria franca e coraggiosa, fede prorompente.
- 2 - Pier Giorgio ventata di vita.
- 1 - Vicino ai bambini veneti sfollati




