mercoledì, giugno 30, 2010

L'incontro con don Mario Lusek e Giambattista Croci

L'incontro con don Mario Lusek e Giambattista Croci

martedì, giugno 29, 2010

Vivere Festa N° 5

Racconto del giorno

“Amor mi mosse”
Storie dei sacerdoti diocesani scomparsi nel XX secolo. Presentazione del
libro e della mostra a cura dell’autore

Mons. Vincenzo Catani sacerdote diocesano, archivista della Diocesi di San Benedetto del Tronto - Ripatransone - Montalto, storico e scrittore


28 Giugno 2010: Don Vincenzo Catani è venuto a presentare il suo libro “Amor mi mosse” , che tratta delle vite dei sacerdoti della nostra diocesi scomparsi nell’ultimo secolo. Ha dato questo titolo al libro riprendendolo da un canto dell’Inferno di Dante (Divina Commedia). Leggendola, ha subito pensato che fosse adatta al suo libro, perché un sacerdote per essere tale deve amare Dio più di qualunque altra cosa al mondo e ha raccontato come lui si fosse innamorato. Nessuno avrebbe mai pensato che uno come lui potesse diventare prete. I suoi genitori e suo nonno – colui che “comandava” nella sua famiglia- erano atei e se non fosse stato per sua nonna lui non sarebbe stato neanche battezzato. Da ragazzo tutto ciò che gli interessava era studiare, di Gesù e della Chiesa gliene importava ben poco, anzi, definiva il Vangelo un “libro di favole” e leggeva libri di filosofi atei (e gli piacevano pure!). Alla fine della scuola dovette scegliere se andare in seminario o all’università per diventare medico. Un giorno ebbe la vocazione, mentre teneva in mano un libro ateo e il Vangelo, buttò via il libro ateo e decise di lasciare tutto e andare in seminario. In pochi credevano in lui e questa scelta gli comportò delle prove tremende, dovette rinunciare a molte cose, ma nella sua vita non si è mai pentito della sua scelta. Certo, anche lui a volte prova delle sofferenze, ma non su delle cose banali come tutti noi. Soffre perché deve offrire dei valori alle persone che non vogliono averli e a molti di loro non interessa averli. Nonostante ciò, dopo molti anni lui è ancora innamorato di Gesù e si emoziona come la prima volta quando dice la messa. Per lo scorso anno sacerdotale ha deciso di scrivere questo libro, che ha cominciato ad abbozzare al Camposcuola 2009, a Foce. Da qualche anno sceglie Foce come meta dei suoi Campiscuola perché lì ha vissuto un prete a cui lui era molto affezionato: Don Basilio Brunori. Altri sacerdoti a cui lui era molto affezionato sono stati Don Lorenzo e Don Primo che definisce i “suoi preti”.
Don Vincenzo ci ha tenuto molto a precisare che tutte queste persone erano uomini semplici, ma ricchi interiormente, che hanno dato tutta la loro vita per Gesù e la Chiesa.


Vanessa Chiappani

lunedì, giugno 28, 2010

Amor mi mosse - L'incontro con mons. Vincenzo Catani

Vivere Festa N° 4

Racconto del giorno

“Dite a Renzo che sono felice” Storie che accadono a persone in stato vegetativo e ad un amico che fa ancora il medico
Giovan Battista Guizzetti medico geratra esperto di stati neurovegetativi


27 giugno 2010: dopo la “gustosa” cena abbiamo avuto l’occasione di ascoltare il grandissimo Giovan Battista Guizzetti, un medico geriatra esperto di stati neurovegetativi.
“Dite a Renzo che sono felice” le prime parole pronunciate da una ragazza appena uscita dallo stato neuro- vegetativo. Questa affermazione è un paradosso. È difficile e sorprendente credere che una persona che si trovi in quello stato possa essere felice.
Ma cos’è veramente lo “stato neurovegetativo”? È una condizione clinica recente , così definita da Guizzetti, in cui il paziente è consapevole della sua identità e dell’ambiente in cui si trova ,ma non ha vigi- lanza...non interagisce. Ma chi sono, dunque, queste persone? Non sono dei malati, ma dei disabili: hanno perso tutti
i loro diritti eccetto quello più importante, cioè di ESSERI UMANI. Di fronte a queste persone l’uomo si interroga sul vero senso della vita e sull’essenziale, niente oltre all’AMORE GRATUITO di chi le circonda è importante. Aiutandole a vivere e non a morire, con la sua vicinanza e il suo sorriso... Così il paziente non perde la sua dignità.
“Loro...” ha sottolineato il medico “...mi hanno fatto riscoprire l’immenso valore dei gesti quotidiani che per noi sono banali, scontati, come bere un sorso d’acqua, alzarsi da una sedia ecc..
Quindi ci fanno riscoprire quanto siamo fortunati e di quanti doni ogni giorno ci riempie il Signore!!


Laura Damiani

Vivere Festa N° 3

Racconto del giorno


“L’alleanza disastrosa tra abnorme ingenuità e abnorme peccato” Eugenetica, pedofobia, vitofobia. Come ci stiamo autodistruggendo"

Carlo Bellieni: medico e saggista italiano esperto di neonatologia, membro della Pontificia Accademia Pro Vita



26 giugno 2010: alla festa del beato Pier Giorgio Frassati, ci è stata esposta la conferenza del professor Bellieni, di professione neurologo. Il professore cura i bambini molto piccoli, anche nello stato prenatale, del quale nessuno si cura. “Nella società di oggi” ci spiega il professore “contano solo i giovani, ovvero coloro di cui nessuno si deve prendere la responsabilità”. Quindi, vengono spesso abortiti anche bambini che hanno anche handicap non molto gravi. Il neurologo ci ha fatto anche notare che in televisione di queste cose si parla molto ma si discute solo di conseguenze: “Sui giornali si discute per mesi se sia giusto abortire oppure no, ma nessuno arriva a chiedersi quali siano le cause per cui una mamma decida di abortire”. In televisione, enormi quantità di politici espongono queste leggi pro-aborto e altre ancora in modo disponente e intelligente, che riescono a fare, così, piacere alla gente... “ Ma nessuno si rende conto che qui si approvano sempre più leggi per sempre meno gente” continua Bellieni. In questo modo si crea una catena: una coppia fa solo un bambino che cresce in una scuola dove si insegnano sempre più cose, viene mandato a fare un’ attività sportiva (non a giocare ma a fare un’attività sportiva!) dovendo continuamente rispecchiare i desideri dei genitori crescendo anche lui avrà un figlio solo e così via... Alla fine della conferenza, mi sono avvicinata al professore e gli ho posto una domanda: “Come è possibile spezzare questa catena che soggioga la società di oggi?”. Il professore mi ha risposto: “L’ unico modo per spezzare questa catena è la preghiera ma anche il giudizio...non c’è qualcosa nella nostra vita che noi non possiamo giudicare; potrebbero arrivare in duemila a picchiarti, a sbatterti in prigione ma il tuo giudizio e il tuo pensiero non cambieranno mai”.

Elisa Lanni

Vivere Festa N° 2



Racconto del giorno


Giornata dell’educazione
Esperienze dall’Opera Chesterton e dal mondo




La scuola Chesterton ha “tenuto banco” nella seconda giornata della festa. Quale miglior contesto per spiegare le ragioni del titolo della nostra festa se non proprio questa conferenza??? “Puoi impastare di nuovo il mondo intero,[...],eppure gli uomini continueranno ad essere tristi, se non fosse per una piccola porta che si apre nel cielo.” Come diceva a questo proposito Sermarini, la sofferenza e il dolore fanno parte della realtà, quindi l'unico modo per essere uomini vivi ed andare controcorrente” è seguire ciò che ci da più “Speranza”. La scuola Chesterton è una “Speranza” perchè ricorda che bisogna perdere tempo con gli uomini puntando non solo alla formazione, ma sopratutto all'educazione: un ragazzo diventa uomo quando sente che qualcuno gli “vuole bene”. Per dare testimonianza di questa grande “opera” sono intervenute due insegnanti della scuola. Lorena, professoressa di arte, il cui intervento è stato incentrato sull'affermazione di Chesterton: “il mondo finirà non quando mancheranno le meraviglie, ma quando l'uomo smetterà di meravigliarsi”; Chiara, professoressa di italiano, che ha raccontato la propria esperienza, definendola “uno Tzunami positivo”che, invece di devastare ed abbattere, ha ricostruito la sua vita alla luce di un grande ideale. L'intero incontro può essere riassunto in un'espressione più volte citata da Sermarini: “Soffrire per la verità e tenere desto il ricordo”.


Silvia Grazioli

Vivere Festa N°1

Racconto del giorno

Incontro con Don Giorgio Mazurkiewicz su Don Jerzy Popieluszko


Il nostro amico Don Giorgio Mazurkiewicz, ieri sera, è venuto a parlare di Don Jerzy Popieluszko, prete polacco, beatificato il 6 giugno 2010, che negli anni ottanta ha contribuito, donando la sua vita, a salvare la fede cattolica in tutta la Polonia, durante la dittatura comunista. Don Giorgio ci ha raccontato il suo rapporto con il Beato, e del suo incontro con Don Jerzy racconta: «Ho incontrato Don Jerzy nella seconda metà del 1970 quando ero cappellano nella Chiesa di Sant’Anna, dove seguivo gli universitari di Varsavia. Anche lui aveva l’incarico di cappellano dell’università, e più volte ho servito insieme a lui la Messa che celebrava ai suoi ra- gazzi. Per cinque anni ogni sera ci incontravamo sull’altare per concelebrare le Sacre funzioni. Lui era un uomo di una serenità incredibile, una persona semplice di una cordialità estrema . Nel 1980 venne inviato come cappellano spirituale per gli operai di un cantiere a nord della città che contava circa 10.000 lavoratori. In quel momento fui allontanato anche io, e per un periodo ci perdemmo di vista. Proprio in quegli anni iniziarono le messe che a detta del regime comunista “contribuirono a sollevare le rivolte dei lavoratori”.» ma il nostro amico continua «Le sue prediche non incitavano la rivolta, e tanto meno, non erano discorsi politici; lui non faceva altro che commentare il Vangelo del giorno, ma in Polonia, un detto recita: “Bisogna amare Dio, amare l’onore, e amare la patria”. Questo comportamento caratteristico dei polacchi, ha permesso di salvare l’identità del paese negli anni, nonostante le distruzioni per mano di nazisti e comunisti. Dalle sue prediche i lavoratori si sentivano chiamati in causa, nel salvare la propria religione che a causa del regime non erano liberi di praticare. Perciò tutto questo dava fastidio alle forze che dominavano il paese anche se queste Messe non contenevano altro che commenti del Vangelo del giorno. La sua vera forza stava nello stravolgere le masse operaie solo invocando la reale presenza di Cristo tra le sue mani». A seguire Don Giorgio ci ha descritto la sua fortuna nell’aver conosciuto di persona tre figure determinanti per il Cristianesimo polacco: il Beato Don Jerzy Popieluszko, il Papa Karol Wojtyla, che tra poco tempo sarà anche lui beatificato e il cardinale Stefan Wyszynski, che in tutta la sua vita non ha fatto altro che trasmettere la propria Fede, contribuendo anche lui alla liberazione del proprio paese, tanto da essere considerato “la nostra quercia”, come ci ha raccontato Don Giorgio.

Federico Capriotti

domenica, giugno 27, 2010

L'incontro col dott. Guizzetti sullo stato vegetativo.

Fwd: La Santa Sede sugli incredibili fatti del Belgio


«Neanche i regimi comuni sti ci hanno mai trattato così». È questo il senso del duro com mento sul caso delle perquisi zioni in Belgio rilasciato ieri mattina dal cardinale Segreta rio di Stato Tarcisio Bertone a margine di un convegno dedi cato ai temi economici che si è svolto all'università Lumsa di Roma. «Non ci sono preceden ti, nemmeno nei regimi comu nisti di antica esperienza», ha detto il cardinale, riferendosi al «sequestro» dei vescovi del Belgio, costretti a rimanere rin chiusi per nove ore nel palazzo arcivescovile di Malines-Bru xelles dopo l'arrivo della poli zia e dei magistrati che hanno preso in consegna i loro telefo nini e computer. E che hanno pure violato le tombe di due cardinali primati, nella cripta della cattedrale, alla ricerca di non si sa quali documenti. «È un fatto inaudito e grave -ha detto ancora Bertone –. Al di là della condanna della pe dofilia l'irruzione e il seque stro dei vescovi per nove ore, senza bere né mangiare...». Ie ri un portavoce dell'arcivesco vado di Bruxelles ha reso noto che tutta l'attività amministra tiva e informativa della curia «resta bloccata dopo le perqui s izioni e il sequestro di materia li effettuato dalla polizia». Gli investigatori, oltre ai 475 fasci coli riguardanti testimonianze su casi di pedofilia, hanno an che sequestrato i server e i com puter utilizzati per il sito inter net dell'arcivescovado e la ge stione degli affari correnti. Venerdì il Vaticano aveva re agito in modo sdegnato per le modalità della perquisizione e per le indagini nell'oltretom ba. In questione non è il diritto degli inquirenti di far luce sui vecchi casi di abusi, in seguito alle denunce di un anziano sa cerdote, ma il modo con cui tut to è stato gestito: «I vescovi so no stati trattati alla stregua di un gruppo di criminali –spiega no Oltretevere – e sono stati vio lati i dossier confidenziali del la Commissione per il tratta mento degliabusi sessuali gui data dal professor Peter Adria ensses, senza rispettare la vo lontà di quelle vittime che ave vano accettato di collaborare ma in modo confidenziale». Il clamoroso blitz, e la prova di forza della violazione dei se polcri,rappresenta un segnale preciso per la Chiesa: per la pri ma volta in modo così eclatan te le autorità di un Paese euro peo e democratico dimostra no di non avere alcuna fiducia nelle gerarchie ecclesiastiche che già stavano collaborandoe non si sono opposte in alcun modo alle indagini. La Santa Sede guarda con molta preoc cupazione quanto sta accaden do. È infatti la seconda volta nel giro di poco più di un anno che i rapporti con il Belgio so no così tesi: il 2 aprile 2009 ilParlamento belga, con 95 voti a favore, 18 contrari e 7 asten sioni, aveva approvato una mo zione con la quale si sollecita va «l'esecutivo a condannare l'inaccettabile presa di posizio ne del Papa» relativa all'uso del preservativo nella lotta con tro l'Aids, e a «presentare una protesta formale alla Santa Se de ». Le modalità scelte per la perquisizione e gli interrogato ri, con il «sequestro» dei vesco vi impossibilitati a comunica re con l'estero per tutta la gior nata, è considerata nei sacri pa lazzi una preoccupante azione dal sapore «intimidatorio».

sabato, giugno 26, 2010

Meno male che c'era il piano B...

Piano B per il professor Bellieni: piove, tutti nel tendone!

L'incontro con gli amici di Gavardo - 2

L'incontro con gli amici di Gavardo

venerdì, giugno 25, 2010

Bello e commovente l'incontro con padre Jerzy Mazurkiewicz

Molto bello e commovente l'incontro di ieri sera con padre Jerzy Mazurkiewicz sul beato Jerzy Popieluszko, anche perché il relatore raccontava del suo personale rapporto con il beato, e ci ha dato una bella idea di cosa fosse in quel momento per la Polonia la presenza di giganti come lo stesso Popieluszko, papa Giovanni Paolo II e il cardinale Stefan Wyszynski, "la nostra quercia", come ha detto padre Jerzy.

Solo così si capisce che il cattolicesimo è parte inscindibile dell'identità polacca.

giovedì, giugno 24, 2010

Soffrire per la Verità e tenerne desto il ricordo

Soffrire per la Verità e tenerne desto il ricordo

Soffrire per la Verità e tenerne desto il ricordo - Il popolo losco

La Santa Messa di apertura della Festa del beato Pier Giorgio Frassati

lunedì, giugno 21, 2010

Il martirio dei vescovi e la salvezza delle anime

In calce alla lettera di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro ci sarebbe la risposta di Giuliano Ferrara, ma è solo parziale perché per leggerla tutta bisogna essere abbonati.

Ci premeva mettere la lettera dei nostri due amici perché crediamo che dica il vero.

21 giugno 2010
Il martirio dei vescovi e la salvezza delle anime

La risposta dell'elefantino alla lettera di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro


Caro direttore, sono bastati pochi giorni perché calasse il silenzio sul martirio di monsignor Luigi Padovese avvenuto in Turchia ai primi di giugno. Salvo rare eccezioni, in casa cattolica, ci si è crogiolati nell’interpretazione minimale del fatto derubricandolo al rango di “gesto folle”. Ma, a ben guardare, forse è meglio il silenzio piuttosto che il povero tentativo di chiamare con un altro nome il martirio. Meglio il silenzio, perché tutti quei discorsi che in morte di monsignor Padovese hanno impiegato volutamente le parole sbagliate lasciano trasparire l’agghiacciante convinzione ormai divenuta maggioritaria dentro il mondo cattolico: che la Chiesa non abbia più bisogno di martiri, cioè di testimoni di Cristo. Tanto basta il dialogo.

D’altra parte, non si vede come potrebbe andare diversamente quando si predica la sostanziale equivalenza delle religioni in merito alla salvezza delle anime. E’ vero che atti magisteriali importanti come la Dominus Jesus e l’insegnamento di Papa Benedetto XVI vanno in ben altra direzione. Ma è altrettanto evidente lo scollamento tra il magistero e la teologia dominante, l’insegnamento nelle facoltà teologiche e nei seminari, la predicazione domenicale e, conseguenza di tutto ciò, il comune pensare di gran parte dei fedeli per i quali un minareto vale più o meno come un campanile. Fino a quando il cattolicesimo non ritroverà la propria unicità in ordine alla salvezza eterna di tutti gli uomini, che è la suprema legge della Chiesa, non potrà capire il martirio di un vescovo o di un qualsiasi fedele. Finirà sempre per chiamarlo con un altro nome: per ignoranza, per quieto vivere, per codardia o, peggio ancora, considerandolo inutile. Perché versare il sangue in nome di Cristo là dove la salvezza scorre, magari non limpidissima, per altri rivoli?

Se non fosse tanto drammatica, ci sarebbe da sorridere davanti a questa fase paradossale della storia in cui non sono più i persecutori a temere i martiri cristiani, ma lo sono i cristiani stessi a ritenerli quanto meno imbarazzanti. E qui non si tratta neppure di trovarsi a disagio davanti a chissà quale violenza perpetrata ai danni di inermi infedeli da convertire. Qui non ci si trova davanti all’oppressione dei corpi al fine della salvezza delle anime. Ci ritrova davanti al suo esatto contrario, davanti all’offerta sacrificale del proprio corpo per la salvezza altrui. Ma, anche senza voler scomodare il tanto aborrito proselitismo, ci si trova davanti a un gesto considerato inutile, dato che si pone il dialogo come manifestazione suprema della divinità. E allora lo si chiama con un altro nome.

Ha ben poco da attendersi l’occidente da un cattolicesimo incapace, prima ancora che di affermare, di pensare la propria unicità rispetto all’islam e a qualsiasi altra religione. Questo non è certo il cattolicesimo che diede vigore alla filosofia greca e alla civiltà romana attraverso la grandiosa affermazione del Logos. Questa è una religione malaticcia che ha abdicato al mandato principe disceso dal Logos: quello di chiamare ogni cosa con il suo nome. Ma per farlo ci vogliono fede, intelligenza e coraggio nelle giuste proporzioni. Gli esempi non mancano. San Francesco, narrano le Fonti francescane, andò dal Sultano in piena crociata e gli mostrò che cosa comportasse l’essere cristiani: “I cristiani giustamente attaccano voi e la terra che avete occupato, perché bestemmiate il nome di Cristo e allontanate dal suo culto quelli che potete”. Magari, questo San Francesco stupirà coloro che l’hanno conosciuto come antesignano del pacifismo dialogante del XX secolo. Ma quello splendido uomo medievale era ben altro, era un fiero e battagliero ambasciatore di Cristo: cioè un santo.
Alessandro Gnocchi, Mario Palmaro

Al posto di “unicità”, parlando da non credente e da lettore della tradizione privo di vincoli carismatici, metterei “identità”. Salvare se stessi nel pluralismo religioso, non escludendolo. Affermare la propria coscienza libera e la propria fede nella libertà della coscienza e della fede altrui, anziché negarla. Può essere che questo sia un compromesso debole, laico nel senso di popolare, non degno di un alto e gerarchico magistero di salute, può essere; ma già affermare la propria libera determinazione di abitanti del mondo cristiano suona scandalo agli adoratori del secolo. Io mi accontento. Per il resto, per molto del resto di quel che avete scritto sull’imbarazzante imbarazzo intorno al martirio di monsignor Padovese, come potrei non essere d’accordo con voi?


© - FOGLIO QUOTIDIANO

Giovedì iniziamo la sarabanda...

Giovedì 24 Giugno 2010 iniziamo la Festa del beato Pier Giorgio Frassati 2010.

Saremmo contentissimi di vedere tanta gente in questi dieci - undici giorni di festa, perché siamo sicuri che, vedendo quello che accade tra i Tipi Loschi, molti vorrebbero vivere così. Siamo sicuri che, vedendo i testimoni che abbiamo invitato, molti vorrebbero seguirli. Siamo più che certi che, ascoltando le storie -da molti dimenticate- che narrano l'eroismo cristiano, molti ne vorranno imitare lo spirito nella loro vita (pensate a quando vedrete la mostra sui preti della Diocesi di San Benedetto, a quando vedrete la mostra "Soffrire per la Verità e tenerne desto il ricordo": riuscirete a rimanere a pie' fermo come se nulla fosse?).

Saremo contentissimi anche se fossimo solo in quattro in questi giorni, perché siamo sicurissimi che chi arde per il Signore poi dà fuoco a tutta l'Italia, come avrebbe detto la nostra amica Santa Caterina da Siena, tanto amata dal nostro Pier Giorgio.

E' una bella opportunità, perché non coglierla al volo?

Vi aspettiamo.

mercoledì, giugno 16, 2010

Ancora il Papa su San Tommaso d'Aquino

http://press.catholica.va/news_services/bulletin/news/25738.php?index=25738&lang=it

Qui sopra il collegamento con il sito del Vaticano con il testo
dell'udienza generale di Papa Benedetto XVI di oggi dedicata ancora
una volta al grande San Tommaso d'Aquino.

La Festa del beato Pier Giorgio Frassati 2010!

Fecondazione in vitro: allarmi

Avremo il prof. Carlo Bellieni a Grottammare per i festeggiamenti in onore del beato Pier Giorgio Frassati sabato 26 Giugno 2010 alle ore 21.30!

E' una bella occasione per ascoltarlo di persona e farlo ascoltare a chi in testa ha tante tante idee confuse e in contraddizione tra loro.


IVF treatments linked to autism 
novità sulla frontiera della fecondazione in vitro. Uno studio israeliano ha mostrato che il 10% dei bambini con autismo è nato da fecondazione in vitro; la spiegazione può in parte essere l'età media delle madri e padri, più alta che nella popolazione generale. A questo proposito, arriva la notizia che la mamma-in-vitro più vecchia al mondo (72 anni) sta morendo 18 mesi dopo la nascita del figlio. Infine, uno studio francese mostra che il tasso di malformazioni è maggiore che nella popolazione generale.
 
My daddy's name is donor
Questo rapporto narra che i nati da donazione di sperma hanno problemi di droga, delinquenza e depressione più deegli altri; almeno la metà è disturbato dall'idea che il denaro c'entra con il proprio concepimento e altrettanti da quella che potrebbero trovarsi a fare sesso con un parente senza saperlo. Due terzi di loro vorrebbero conoscere il loro padre biologico e la metà di loro non è d'accordo con questa pratica. (leggi)

martedì, giugno 15, 2010

I Blues Brothers piacciono in Vaticano

Il 16 giugno 1980 usciva negli Stati Uniti "The Blues Brothers" e fu quasi subito leggenda 

In missione per conto di Dio (e del cinema)


Sull'Osservatore Romano di oggi trovate una serie di articoli sul film "The Blues Brothers", che l'Uomo Vivo si sente di consigliare e sottoscrivere.

Ho passato ore indimenticabili al cinema e poi a casa a vedere questo inossidabile divertentissimo film.

Credo di essere stato almeno dodici volte al cinema per vederlo.

Bello. Troppo bello. In alcuni punti commovente.

Almeno questo - Bloody Sunday, finalmente gli inglesi hanno ammesso la verità

Da Rainews24


Nel Bloody Sunday, la sanguinosa domenica del 1972 in cui i parà britannici uccisero 14 manifestanti per i diritti civili a Derry, in Irlanda del nord, furono i soldati ad aprire il fuoco per primi con "un comportamento ingiustificato e ingiustificabile". Ad affermarlo è stato il premier conservatore britannico, David Cameron, nel presentare a Londra il rapporto sui tragici eventi del 30 gennaio di 38 anni fa che dettero il via a una lunga stagione di violenze nell'Ulster.

Cameron si è detto "profondamente dispiaciuto" per il ruolo avuto dal Primo reggimento dei paracadutisti. Il rapporto di 5mila pagine, redatto da un team guidato dal giudice Lord Saville di Newdigate, è stato presentato dopo 12 anni di inchiesta e 195 milioni di sterline di spesa.

domenica, giugno 13, 2010

Mons. Franceschini al posto di mons. Padovese

Citta' del Vaticano, 12 giu. (Adnkronos) - Benedetto XVI ha nominato questa mattina mons. Ruggero Franceschini, vescovo di Smirne, amministratore apostolico del Vicariato Apostolico di Anatolia. Una nomina che il vescovo ha accolto ''con gratitudine e spirito di servizio. Sara' difficile, difficilissimo, perche' la comunita' cristiana e' prostrata - ha spiegato ai microfoni della Radio Vaticana - pero' e' anche una comunita' cristiana che e' giovane e, quindi, ha voglia di riuscire a superare questi momenti. Io ho parlato con i giovani che sono un po' divisi perche' si sono infiltrati tanti musulmani e, forse, bisognava essere piu' attenti su questo ma non ci perderemo d'animo, faremo il possibile''.

Tipi Loschi arrivati a Loreto!

sabato, giugno 12, 2010

Il Papa e la chiusura dell'Anno Sacerdotale

http://press.catholica.va/news_services/bulletin/notizia.php?lang=it&index=25711

In questo collegamento trovate lecparile del Papa bellissime a
chiusura dell'Anno Sacerdotale.

martedì, giugno 08, 2010

IL CASO/ La nascita di Gaia e Benedetto, uno schiaffo al femminismo libertario

di Luigi Santambrogio - Il Sussidiario

martedì 8 giugno 2010

Ci dev’essere qualcosa di straordinario, quasi di prodigioso nel reparto ginecologico degli ospedali Riuniti di Bergamo. Qualcosa che non si può soltanto spiegare con la bravura e la professionalità di medici, chirurghi e ostetriche. Perché un miracolo può sempre capitare, ma due, e nella stessa settimana, no. Perché due coincidenze, come diceva l’impareggiabile Sherlock Holmes, cominciano a essere una prova. Di che? Mah, fate un po’ voi, a noi tocca solo raccontare i fatti.

E i fatti sono che dopo la miracolosa nascita di Gaia, la piccina partorita il primo giugno da una mamma di 40 anni in coma da quattro mesi, un altro parto è accaduto agli Ospedali Riuniti sotto la stessa cifra di straordinarietà del primo.

Il 4 giugno scorso, a venire al mondo è stato un maschietto: bimbo di una madre alla 16esima settimana di gestazione con un tumore alla placenta. La donna ha coraggio da vendere: rinuncia subito a spezzare l’esile filo della vita per portare a compimento quella gravidanza impossibile, così ad alto rischio da giustificare, forse, la più drammatica e crudele delle scelte.

Certo, nessuna madre vorrebbe mai trovarsi in questa alternativa, sciogliere il dilemma con una condanna all’annientamento del minuscolo essere, invisibile come un embrione, che porta in pancia. Ma nel caso la legge è dalla sua parte: non stiamo parlando di aborto praticato solo per impossibilità economica o davanti al rischio di un pericolo imponderabile e non misurabile per l’equilibrio e la salute psichica. Termine così generico e generoso da contenere tutto e niente.

No, sia nel caso della mamma di Gaia in coma sia in quello del piccino sbucato alla mondo ieri, la minaccia era reale, concreta, certificata e misurata. Come lo è lo stato di incoscienza di un essere umano tenuto alla vita dai cavi sottilissimi di una macchina. O lo stato clinico di una donna che vede crescere nel grembo insieme allo straordinario miracolo del concepimento, anche la sua rovina, il grumo di cellule malvagie e pazze che minaccia di trascinare entrambi alla distruzione, giù nel pozzo nero del niente. Ecco, da questo limbo di esistenze sospese sono infine arrivati a noi la bimba e il bimbo di Bergamo.

La mamma di Gaia era ricoverata nel reparto di Neurochirurgia, dov’era in terapia intensiva dalla fine gennaio, in seguito a un'improvvisa emorragia al cervello dovuta a un aneurisma. I medici della Ginecologia, guidati dal primario, il professor Luigi Frigerio, d'accordo con il marito, decidevano di non far nascere subito la bimba (non avrebbe avuto alcuna speranza di sopravvivere) e di attendere il decorso della gravidanza. Col passare dei giorni e delle settimane, la donna non offriva segni di ripresa mentre il feto cresceva regolarmente. Alla fine della scorsa settimana, la donna partorisce Gaia: miracolo di due chili e, già dal nome, promessa di una vita gioiosa e felice.

Succede così anche al nuovo amichetto di incubatrice, il piccino venuto al mondo ieri. Potremmo chiamarlo Benedetto, perché pure la sua storia, tanto breve quanto incredibile, non può che essere segnata dall’alto, indicare il Cielo.

Come per Gaia, anche per Benedetto il papà e i medici si sono trovati di fronte allo stesso dilemma (enorme e forse insopportabile): fermare tutto, oppure lasciare l’ultima parola alla vita. Alla fine, prendono la decisione migliore: lasciano fare ai due feti, mai come in questo caso fragilissime presenze di un disegno superiore.

La mamma di Gaia continua imperterrita a pulsare di un’energia nascosta e inarrestabile, Benedetto prosegue a crescere testardo, evitando di succhiare da quella placenta infetta il male che cerca di ucciderlo. Grazie a quei due bambini, oggi i medici, i genitori, l’intera città sorprendono il mistero della vita nella sua unità di bene e male, di dolore e stupore. Festeggiano la vittoria del cuore, un cuore più forte della morte.

Sì, ci deve essere qualcosa di miracoloso nel reparto maternità del dottor Frigerio. Agli Ospedali Riuniti di Bergamo.

lunedì, giugno 07, 2010

BEATIFICAZIONE POPIELUSZKO: LA MADRE DEL SACERDOTE, «ADESSO SONO FELICE»




(Varsavia) – “Dopo la morte di mio figlio ero in lacrime, adesso sono felice”. Sono le parole di Marianna Popieluszko, madre del sacerdote polacco Jerzy Popieluszko(1947-1984), beatificato ieri a Varsavia nel corso di una celebrazione solenne presieduta da mons. Angelo Amato, prefetto della Congregazione per le cause dei santi, e concelebrata dal card. William Joseph Levada, prefetto della Congregazione per la dottrina della fede, e da oltre un migliaio di vescovi e sacerdoti alla presenza di quasi 200 mila persone. Alla signora Marianna, che pochi giorni fa ha compiuto cento anni, l’arcivescovo della capitale polacca, mons. Kazimierz Nycz, ha rivolto parole d’affetto e di ringraziamento “per il figlio sacerdote e martire”: “Dio le ha dato la grazia di essere presente nel 1984 al funerale di suo figlio e alla sua tomba, come sotto la croce, e oggi, di poter gioire della sua elevazione alla gloria degli altari”. Nel corso della beatificazione, mons. Nycz ha presentato la figura del sacerdote polacco, rapito e trucidato nel 1984 da funzionari dei servizi del regime comunista, sottolineando che egli “sin dall’inizio del suo servizio sacerdotale, con zelo pastorale e naturale bontà attirava i fedeli a Cristo”. Padre Jerzy, ha proseguito mons. Nycz, “aveva la capacità di unire le persone provenienti da diversi ambienti e gruppi sociali poiché per ciascuno nutriva un profondo rispetto”.
L’arcivescovo di Varsavia ha poi ricordato che don Popieluszko, durante le “Messe per la Patria” celebrate quando in Polonia era in vigore la legge marziale imposta per soffocare il movimento di Solidarnosc, “parlava dei problemi dolorosi, dei diritti e della dignità umana calpestati, dell’annullamento delle coscienze, ma al contempo inneggiava alla riconciliazione e alla calma affinché il male sia sconfitto dalla forza del bene”. E proprio quelle parole “Sconfiggi il male col bene” scritte in rosso, in memoria di una frase scribacchiata sul recinto del “campo di morte” che sarebbe diventata la Polonia sotto il comunismo, ornavano domenica l’altare nel corso della liturgia di beatificazione. “Proprio a causa di quel suo atteggiamento”, ha concluso mons. Nycz, “padre Popieluszko è stato considerato pericoloso per il sistema comunista e le autorità del regime scatenarono contro di lui una campagna di repressioni” terminata con il rapimento, la tortura e la morte atroce. Durante l’omelia, mons. Amato ha detto che dopo la morte “il volto orrendamente sfigurato di questo mite sacerdote somigliava a quello flagellato e umiliato del Crocifisso, senza più bellezza e decoro” mentre “padre Jerzy era semplicemente un leale sacerdote cattolico, che difendeva la sua dignità di ministro di Cristo e della Chiesa e la libertà di tutti coloro che, come lui, erano oppressi e umiliati”.
Nella Polonia di allora, ha aggiunto mons. Amato, “si abbatté lo tsunami del male” e “religione, Vangelo, dignità della persona umana, libertà non erano concetti in sintonia con l’ideologia marxista”; così “la nobile terra polacca, benedetta da Dio con uomini d’ingegno e di santità, diventò il regno del terrore, della schiavitù e della falsità” mentre “il Vangelo di Cristo, parola di vita e di santità, fu sostituito dalla dottrina perversa dell’odio e della morte”. Padre Jerzy, però, “non si rassegnò a vivere in questo campo di morte e, con le sole armi spirituali della verità, della giustizia e della carità, cercò di rivendicare la libertà della sua coscienza di cittadino e di sacerdote”. Tuttavia, ha spiegato mons. Amato, “l’ideologia malefica non sopportava lo splendore della verità e della giustizia”. Per questo “l’inerme sacerdote fu spiato, perseguitato, catturato, torturato e, come ultimo scempio, incaprettato e, ancora agonizzante, buttato in acqua. I suoi carnefici, che non rispettavano la vita – ha concluso mons. Amato –, non rispettarono nemmeno la morte. Lo abbandonarono, come si abbandona la carcassa di un animale. Fu ritrovato solo dopo dieci giorni. Il sacrificio del giovane prete non fu una sconfitta. I suoi carnefici non potevano uccidere la Verità. La tragica morte del nostro martire, infatti, fu l’inizio di una generale riconversione dei cuori al Vangelo. La morte dei martiri è, infatti, il seme dei cristiani”.

venerdì, giugno 04, 2010

Antoni Gaudì e la sua opera




Andando attraverso questo collegamento al sito sulla liturgia tradizionale cattolica Rinascimento Sacro trovate un bell'articolo su Antoni Gaudì, autore della Sagrada Famiglia e di molte altre cose bellissime, prossimo alla beatificazione.

Leggete questo passaggio, poi vi verrà voglia di leggere il resto:

Sosteneva di se stesso: io ho immaginazione, non fantasia. Immaginazione viene da immagine: vedere la realtà delle cose, le cose come sono, non come la fantasia le elabora.

Jerzy Popielusko: il martire cristiano che ha sconfitto il comunismo




Domenica sarà beatificato il sacerdote polacco, vittima della violenza totalitaria negli anni '80

di Antonio Gaspari - da L'Ottimista

Aveva trentasette anni, era debole nel fisico ma fortissimo nello spirito. In Polonia è un eroe ma è poco o per nulla conosciuto nel resto del mondo. Buono con tutti, ha reagito agli insulti, alle provocazioni, alle violenze, con opere e parole di bene, di carità, di compassione. Il regime comunista lo ha accusato di essere un sovversivo che stava organizzando la rivolta armata, in realtà calmava gli animi, respingeva l’odio, praticava l’amicizia e la fratellanza. Assisteva gli ammalati, i poveri, i perseguitati. Di fronte alla violenza inaudita di un sistema ingiusto e disumano, ha reagito convincendo tutti quelli che lo avvicinavano a pregare, cantare le lodi a Maria, confessarsi e convertirsi.

È stato barbaramente ucciso dai suoi aguzzini, ma la sua vita e il sangue versato hanno dato forza e coraggio ad un popolo intero e così una delle peggiori dittature che la storia ricordi è stata sconfitta. Nel 1987, inginocchiato sulla sua tomba, Giovanni Paolo II disse: “Come Cristo, il suo sangue ha salvato l’Europa”.
Stiamo parlando di padre Jerzy Popiełuszko, testimone e martire di un popolo, quello polacco, che ha sconfitto la dittatura comunista con le armi dell’amore e del Vangelo cristiano. Domenica 6 giugno verrà beatificato a Varsavia. Nato nel 1947 a Okopy, provincia di Bialystok, in Polonia, Popiełuszko si è subito distinto per il suo coraggio, la difesa dei diritti umani, la richiesta di libertà e giustizia, la capacità di amare anche i suoi persecutori. Nella Chiesa di San Stanislao Kostka e nelle fabbriche, padre Popieluszko aiutava gli operai, dava loro coraggio, li educava all’amore fraterno, li invitava a non reagire quando venivano colpiti, li confessava, sosteneva le loro famiglie. Insegnava loro a rispondere con preghiere e canti sacri e patriottici alle minacce e alle aggressioni. Sosteneva Solidarnosc nelle sue battaglie per garantire migliori condizioni sociali, per la libertà, la giustizia, il progresso.
Il regime comunista lo identificò subito come un nemico mortale. Tentarono in vari modi di minacciarlo e spaventarlo. Uccisero i figli e i parenti delle persone a lui più vicine. Qualcuno dei suoi collaboratori cedette alle minacce e divenne una spia dei servizi segreti. Ma padre Popieluszko non cedette mai alle provocazioni. Mai si piegò al sentimento di odio. Nei momenti più duri, quando i suoi collaboratori non riuscivano a contenere l’odio contro i persecutori, padre Popieluszko spiegava: “dobbiamo combattere il peccato, non le sue vittime”. Questa sua capacità eroica di amare tutti cristianamente, lo rese libero e invincibile. Il regime cercò di screditarlo e di accusarlo di cospirazione ma padre Popieluszko non parlava mai di politica.
Gli eventi precipitarono e in Polonia venne imposta la legge marziale. Il regime sovietico non poteva accettare la ribellione del popolo polacco. Come in Ungheria nel 1956 e poi in Cecoslovacchia nel 1968 i carri armati sovietici erano pronti a sopprimere con la violenza armata ogni richiesta di libertà. Ma il popolo polacco ha mostrato qualità morali straordinarie. Le forze di polizia e dell’esercito che irrompevano nelle fabbriche occupate, trovavano operai, padri di famiglia, giovani, che pregavano, che cantavano le lodi a Maria, che erano inginocchiati di fronte ai crocefissi e che dicevano: “perché mi picchi? sono un tuo fratello polacco”. Un fenomeno ed una reazione simile alla rivolta non violenta che il Mahatma Gandhi organizzò in India.
Il pontefice Giovanni Paolo II e padre Popieluszko sono due tra i milioni di testimoni di questa rivoluzione pacifica che ha sconfitto il regime comunista, una delle più brutali e potenti dittature che hanno insanguinato il ventesimo secolo. La dittatura socialista voleva fiaccare il morale dei polacchi: per questo motivo il 19 ottobre 1984 di ritorno da un servizio pastorale da Bydgosszcz a Gorsk, vicino a Torun, padre Popieluszko venne rapito da tre funzionari del Ministero dell’Interno, selvaggiamente picchiato e orrendamente seviziato. Pur legato dentro al cofano di un auto, Popieluszko cercò di fuggire. I persecutori lo colpirono ancora più selvaggiamente, lo sfigurarono, lo legarono tra bocca e gambe in modo che non potesse distendersi senza soffocare. Gli strinsero un masso ai piedi e lo buttarono in un fiume.
Il regime pensava di aver messo a tacere il più coraggioso dei suoi oppositori e demoralizzato i suoi amici, invece, nonostante i ricatti, le minacce, la violenza, più di 600.000 persone parteciparono al funerale di Popieluszko e, nel giro di pochi anni, la Polonia venne liberata e l’intero sistema sovietico collassò. Tra i giovani che parteciparono al funerale di Popieluszko, c’era il sedicenne Rafał Wieczyński, che ha diretto e realizzato il film Popiełuszko. Non si può uccidere la speranza.
Un film straordinario che racconta la storia di un eroe sconosciuto e di un popolo cattolico. Prima della proiezione del film, che è avvenuta nella Radio Vaticana, venerdì 28 maggio, Hanna Suchocka, già Primo Ministro Polacco, membro della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali e attuale Ambasciatore presso la Santa Sede, ha spiegato che “nella Chiesa non sono mancati uomini e donne, che hanno testimoniato Cristo fino alla fine”. La figura di padre Popiełuszko è però “eccezionale, perché è un eroe contemporaneo che ha testimoniato come si può vincere il male con il bene”.
L’edizione in DVD del film Popiełuszko. Non si può uccidere la speranza, sarà in distribuzione nelle edicole da venerdì 4 giugno, con le riviste Panorama, TV Sorrisi e Canzoni e Ciak.

“Corpus Domini” in Turchia. Il sacrificio eucaristico del vescovo Luigi Padovese

Dal blog di Sandro Magister

Era in procinto di partire per Cipro, incontro a Benedetto XVI. Ma è stato ucciso alla vigilia, giovedì 3 giugno, festa del Corpus Domini.
Luigi Padovese, 64 anni, milanese, francescano cappuccino, amò e percorse passo passo la Turchia dapprima come ricercatore e docente di patrologia, nonché preside della Pontificia Università Antonianum di Roma. In tale veste promosse più di venti simposi di studio su san Paolo, a Tarso, e su san Giovanni, a Efeso. Dal novembre 2004 era vescovo, vicario apostolico per l’Anatolia, con sede a Iskenderun. Era presidente della conferenza episcopale.
La sua lettura della situazione politica, culturale e religiosa della Turchia era molto realistica, lontana dalla cartolina da sogno dipinta dal ministro degli esteri di Ankara nell’intervento citato due giorni fa in questo blog, due post più sotto.
L’agenzia MissiOnLine del Pontificio Istituto Missioni Estere di Milano ha rimesso in rete dopo la sua uccisione una conferenza da lui tenuta nel 2007, che illumina sul dramma che vivono i cristiani in quel paese.
Nella parte finale, monsignor Padovese sintetizzava così – “per evitare facili irenismi” – l’abisso che separa la visione cristiana di Dio da quella musulmana:
“Grande è la distanza che separa le due religioni. Occorre anzitutto sapere che l’islam si considera la rivelazione ultima, più completa e più razionale. Ne consegue che quanti non la seguono sono su un piano di netta inferiorità; diventare cristiano, per un musulmano, significa regredire a uno stato inferiore. Stando così le cose, richiedere la reciprocità in rapporto alla libertà religiosa è un’utopia. La potrà richiedere un islamico in un paese cristiano, ma non l’inverso. Concretamente la libertà di coscienza non esiste nell’islam e l’esercizio delle altre religioni non è libero, bensì tollerato.
“Per ebrei e cristiani Dio ha creato l’uomo ‘a sua immagine e somiglianza’. Per l’islam ciò appare un’assurdità, perché contrasta con la trascendenza assoluta di Dio. In effetti, questo versetto della Genesi non compare nel Corano, che pure riporta l’episodio biblico della creazione. La ragione è che Dio non può uscire dal suo isolamento. Il confine tra Dio e l’uomo rimane invalicabile con la conseguenza che il primo è troppo trascendente per poter amare ed essere amato. Soltanto i mistici sufi – presumibilmente per influenze cristiane – hanno messo l’accento sull’amore di Dio per l’uomo e dell’uomo per Dio.
“Un’altra conseguenza riguarda il concetto di dignità dell’uomo, che per cristiani ed ebrei si fonda a partire da questa stessa dottrina biblica di essere a immagine e somiglianza di Dio. Tanto per esemplificare, osserviamo come la lotta per il riconoscimento della dignità e libertà umana abbia trovato in ambito cristiano motivazioni e impulsi profondi a partire dalla ‘parentela’ intrecciata da Dio con l’uomo (maschio e femmina!) e restaurata in Cristo. Le teologie che intendono liberare l’uomo dalle diverse schiavitù dei nostri giorni non trovano forse il loro fondamento ultimo nel testo della Genesi (1, 26): ‘Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza’? Non così per l’islam, che trae tutta la sua normativa dal Corano. Proprio considerando questa vicinanza tra Dio e l’uomo, mediata poi da Cristo, si capisce come l’etica cristiana primitiva si configura più come risposta nella fede a questo Dio inteso come partner che non come adeguamento a una norma. La cosa risulta tanto più chiara se si osserva che tra i 99 titoli riservati a Dio nell’islam manca quello di Padre e, dunque, manca un principio ispiratore della morale personalista cristiana”.
Sicuramente, il vescovo Padovese non ebbe difficoltà a capire e a condividere in pieno la lezione di Ratisbona di papa Joseph Ratzinger.
Il 5 febbraio scorso, quarto anniversario dell’uccisione a Trebisonda di don Andrea Santoro, aveva detto alla Radio Vaticana:
“Don Andrea fu ucciso come simbolo, in quanto sacerdote cattolico. Non è stata uccisa soltanto la persona, ma si è voluto colpire il simbolo che la persona rappresentava: ricordarlo in questo momento, all’interno dell’anno dedicato ai sacerdoti, è ricordare a tutti noi che la sequela di Cristo può arrivare anche all’offerta del proprio sangue”.
E in un intervento a Venezia nell’ottobre del 2009:
“Le tragiche morti di don Andrea, del giornalista armeno Hrant Kink, dei tre missionari protestanti di Malatia hanno portato alla ribalta la realtà di un cristianesimo che in Turchia esiste ancora e reclama pieno diritto di cittadinanza.
“Se accettassimo come cristiani di non comparire, restando una presenza insignificante nel tessuto del paese, non ci sarebbero difficoltà, ma stiamo rendendoci conto che questa è una strada senza ritorno, che non fa giustizia alla storia cristiana di questi paesi nei quali il cristianesimo è nato e fiorito; è una strada che non farebbe giustizia alle migliaia di martiri che in queste terre ci hanno lasciato in eredità la testimonianza del loro sangue”.

giovedì, giugno 03, 2010

Dal blog di Paolo Rodari - Il più grande e il più umile, San Tommaso d'Aquino.


Sulla catechesi di ieri di Papa Benedetto. Oh, avessero detto qualcosa, i telegiornali, a parte che il Papa quando ha visto le Frecce Tricolori si è girato a guardarle e ha sorriso...
Comunque San Tommaso era uno dei santi preferiti da Pier Giorgio che ne aveva iniziato la lettura poco prima di morire...

IL PIÙ GRANDE E IL PIÙ UMILE

«La catechesi di oggi del Papa in piazza San Pietro è stata dedicata a San Tommaso.
Come sempre, Ratzinger, è riuscito a condensare in una cartella un ritratto stupendo.
Tommaso è il teologo che andò così in alto da riuscire – come lui forse nessuno – a mostrare che “tra fede cristiana e ragione sussiste una naturale armonia”.
Eppure “gli ultimi mesi della vita terrena di Tommaso restano circondati da un’atmosfera particolare, misteriosa direi. Nel dicembre del 1273 chiamò il suo amico e segretario Reginaldo per comunicargli la decisione di interrompere ogni lavoro, perché, durante la celebrazione della Messa, aveva compreso, in seguito a una rivelazione soprannaturale, che quanto aveva scritto fino ad allora era solo “un mucchio di paglia”. È un episodio misterioso, che ci aiuta a comprendere non solo l’umiltà personale di Tommaso, ma anche il fatto che tutto ciò che riusciamo a pensare e a dire sulla fede, per quanto elevato e puro, è infinitamente superato dalla grandezza e dalla bellezza di Dio, che ci sarà rivelata in pienezza nel Paradiso. Qualche mese dopo, sempre più assorto in una pensosa meditazione, Tommaso morì mentre era in viaggio verso Lione, dove si stava recando per prendere parte al Concilio Ecumenico indetto dal Papa Gregorio X. Si spense nell’Abbazia cistercense di Fossanova, dopo aver ricevuto il Viatico con sentimenti di grande pietà.
La vita e l’insegnamento di san Tommaso d’Aquino si potrebbero riassumere in un episodio tramandato dagli antichi biografi. Mentre il Santo, come suo solito, era in preghiera davanti al Crocifisso, al mattino presto nella Cappella di San Nicola, a Napoli, Domenico da Caserta, il sacrestano della chiesa, sentì svolgersi un dialogo. Tommaso chiedeva, preoccupato, se quanto aveva scritto sui misteri della fede cristiana era giusto. E il Crocifisso rispose: “Tu hai parlato bene di me, Tommaso. Quale sarà la tua ricompensa?”. E la risposta che Tommaso diede è quella che anche noi, amici e discepoli di Gesù, vorremmo sempre dirgli: “Nient’altro che Te, Signore!”".

Leggi qui l’intera catechesi di Benedetto XVI.»

martedì, giugno 01, 2010

Dal nostro caro amico Riro Maniscalco, from USA!

Fate una grande Festa - for the Human Glory of Christ!
E' ora che torno a trovarvi.
Love
Riro

Dagli amici statunitensi, precisamente dalla Florida!

«Cari Amici dei Tipi Loschi,

Io e molti nella mia parrocchia di Sto. Stefano a Pensacola, Florida USA pregheremo con Voi durante I giorni della novena. Pregate per noi. Anche c'e un seminarista, Philip Johnson, che ha un tumore nel cervello. Li ho inviato una reliquia di seconda classe di Pier Giorgio. Speriamo che faccia un miracolo per lui. Abbiamo bisogno di un miracolo per la sua canonizazione. Per questo debbono pregare molti. Vi raccomando.

Dio Vi benedica a tutti I fratelli e le sorelle nell'amore del Beato Pier Giorgio. Saluti alla Signorina Wanda Gawronska della mia parte se state in communicazione con Lei.

con la mia benedizione a tutti Voi,


Don Héctor R.G. Pérez y Robles, STD


P.N. In inglese si dice "Novena in Honor of Bd. Pier Giorgio Frassati" »