venerdì, gennaio 29, 2010

Pier Giorgio vivo - 29



In tutti vedeva Gesù, Gesù da servire, da amare, da consolare, ma rivelava la sua viva e ossequente fede sopratutto alla presenza del sacerdote, nel quale vedeva e al quale si rivolgeva come a Gesù stesso. La sua devozione al Papa poi si mafestava in una gioia espansiva per avere travato Colui che gli faceva conoscere la volontà del suo Dio. Pier Giorgio nutriva una tenera, filiale, profonda venerazione verso la Mamma celeste. Per tutte queste sue doti si è fatto stimare e amare non solo dalla gioventù universitaria italiana, ma anche all'estero.

L'ha detto Pier Giorgio - 28


Carissimo papà,

Non è che io abbia dimenticato il mio caro papà lontano, ma quando scrivo ad uno di voi scrivo a tutti. Sono contento che tu presto verrai e così passeremo qualche giorno assieme e così per un pò di tempo mi sembrerà diminuire la grande distanza, che purtroppo, ci separa. Io studio molto colla speranza di frequentare il IV anno a Berlino, dove si studia più praticamente specialmente per il ramo minerario. Saluti a tutti a te a Mamma e a Luciana mille baci e saluti da


Pier Giorgio

Rassegna stampa



04 Febbraio 2010 - Espresso
Fecondazione Artificiale
Libero embrione 265 KB

29 Gennaio 2010 - Repubblica
Adozione E Affido
Da genitori gay nessun disagio per i figli 69 KB

29 Gennaio 2010 - Avvenire
Adozione E Affido
No ad una coppia di lesbiche 76 KB

29 Gennaio 2010 - Avvenire
Omosessuali
Strasburgo. Ecco i giochi delle lobby gay 83 KB
 

giovedì, gennaio 28, 2010

Dal prof. Carlo Bellieni

New York TimesLos Angeles Marijuana Sellers Limited

Chiudono per decreto cittadino molti dei negozi di marijuana a Los Angeles su richiesta dei cittadini: ora avranno orari ristretti e saranno allontanati dalle zone più abitate. E in Italia invece ci si augura che accada il contrario da noi: ascoltassero l'esperienza di chi ci è passato.

 

LASTAMPA.it - HomePoker on line, rischio salute mentale

Il gioco d'azzardo nuoce alla salute? Bella scoperta. il fatto è che se ne fa sponsor lo Stato. magari in forme ridanciane e accattivanti, ma quanti giochi televisivi banalizzano il guadagno, la fatica del lavoro in favore dell'azzardo e della fortuna? E quante lotterie sono sponsorizzate dallo Stato che ne trae utili (magari a fin di bene, ma pur sempre utili sul gioco d'azzardo). Magari ora non sarà più classificato "azzardo" quello reso lecito dalla TV, ma ci lascia sempre attoniti.


lunedì, gennaio 25, 2010

Massimiliano Amolini, Uomo Vivo, ha esaurito tutte le copie del suo libro, per cui non chiedetene più...!


Cari Amici,

sono molto molto contento di comunicarvi che il nostro amico Massimiliano Amolini (ricordate il suo libro? Ne abbiamo parlato in un posto il 12 Gennaio 2010!) ha esaurito tutte le copie del suo libro!

Un successone! Vedete che bella cosa? Io sono molto molto contento ed allegro per questo.

Vi faremo sapere se ne ristamperà ancora, nel frattempo NON CHIEDETENE PIU' perché appunto non ci sono.

Qualora ci fossero, saremo noi a farvelo sapere.

EVVIVA MASSIMILIANO!!!

venerdì, gennaio 22, 2010

Novena a San Giovanni Bosco

l 31 gennaio è le festa di s. Giovanni Bosco, un santo eccezionale! Amò e educò un numero straordinario di giovani e li portò a Gesù: creò un popolo santo.
Per capire che tipo era e che cuore aveva, leggete quanto scrisse in una sua lettera "Ricordatevi che l'educazione è cosa del cuore, e che Dio solo ne è il padrone, e noi non potremo riuscire a cosa alcuna, se Dio non ce ne insegna l'arte, e non ce ne mette in mano le chiavi. Studiamoci di farci amare, di insinuare il sentimento del dovere, del santo timore di Dio, e vedremo con mirabile facilità aprirsi le porte di tanti cuori e unirsi a noi per cantare le lodi e le benedizioni di colui, che volle farsi nostro modello, nostra via, nostro esempio in tutto, ma particolarmente nell'educazione della gioventù".
Don Bosco è il copatrono della Compagnia e ogni anno lo festeggiamo nel giorno della sua festa.
Quest'anno vogliamo proporre a tutti gli amici della Compagnia una novena in onore del santo che dunque inzierà il 22 per terminare il 30 di gennaio.
In questi giorni la Compagnia si ritroverà a Casa San Francesco alle ore 21.30 per recitare il santo Rosario e il 31 gennaio (domenica) andremo insieme alla Santa Messa e faremo una bella festa insieme.
Invitiamo tutti a unirsi a noi in questa novena e chi può, a venire a Casa S. Francesco e chi non potesse, a fare la novena a casa sua, con la sua famiglia o con gli amici.
A Don Bosco, in questi giorni vicini alla sua festa, chiediamo allora tante grazie per noi, le nostre famiglie, i nostri amici in difficoltà, per i malati, per l'Italia, per Haiti, per i cristiani in difficoltà per la fede, per la nostra conversione, per la nostra santità, per i defunti, per il Papa e la Chiesa, per i sacerdoti, per chi è lontano da Dio, per il lavoro, per un mondo cristiano... e per tutte le nostre intenzioni particolari. Mettiamo tutto questo nelle mani di don Bosco perchè lo porti a Gesù! Chiediamo a tutti i nostri amici di sostenere, nella preghiera, la Compagnia.
Un saluto a tutti.

Giulio Giustozzi

lunedì, gennaio 18, 2010

Non è semplice essere cattolici.

In questo collegamento e in quest'altro trovate le ultime notizie dal Vietnam sulle persecuzioni aperte e meno aperte ai cattolici.

In questo collegamento trovate le ultime notizie dall'Iraq, dove si continuano ad uccidere cattolici.

In questo collegamento, notizie dalla Malaysia, dove invece si assaltano le chiese ma i leader musulmani sono contrari a questi atti.

Papa: il valore etico della biomedicina si misura con il rispetto alla persona



Nella società attuale si tende a sostituire la verità con il consenso, mentre la Chiesa propone valutazioni morali “alla luce sia della ragione che della fede”. La legge morale naturale è fondata nella stessa natura umana e interpella “la coscienza e la responsabilità dei legislatori”.


Città del Vaticano (AsiaNews) - Il valore etico della biomedicina “si misura con il riferimento sia al rispetto incondizionato dovuto ad ogni essere umano, in tutti i momenti della sua esistenza, sia alla tutela della specificità degli atti personali che trasmettono la vita”. Questo principio, ribadito oggi da Benedetto XVI, trova la sua ragion d’essere nella legge naturale, prima ancora che nel cristianesimo, ed il suo fondamento nella verità, che spesso oggi si “tende a sostituire con il consenso, fragile e facilmente manipolabile”.

Il Papa - che evidentemente non si cura di tale “consenso” - ha trovato nell’odierno incontro con i partecipanti all’assemblea plenaria della Congregazione per la dottrina della fede l’occasione per riaffermare che “la Chiesa, nel proporre valutazioni morali per la ricerca biomedica sulla vita umana, attinge alla luce sia della ragione che della fede”, in quanto è sua convinzione che "ciò che è umano non solamente è accolto e rispettato dalla fede, ma da essa è anche purificato, innalzato e perfezionato". Sono passaggi della istruzione “Dignitas personae” pubblicata nel 2008 dalla stessa Congregazione, che Benedetto XVI ha citato e definito “un nuovo punto fermo nell’annuncio del Vangelo”.

La Chiesa, egli ha sostenuto, “nel proporre valutazioni morali per la ricerca biomedica sulla vita umana, attinge infatti alla luce sia della ragione che della fede”. Si nega validità, così, “alla mentalità diffusa, secondo cui la fede è presentata come ostacolo alla libertà e alla ricerca scientifica, perché sarebbe costituita da un insieme di pregiudizi che vizierebbero la comprensione oggettiva della realtà. Di fronte a tale atteggiamento, che tende a sostituire la verità con il consenso, fragile e facilmente manipolabile, la fede cristiana offre invece un contributo veritativo anche nell’ambito etico-filosofico, non fornendo soluzioni precostituite a problemi concreti, come la ricerca e la sperimentazione biomedica, ma proponendo prospettive morali affidabili all’interno delle quali la ragione umana può ricercare e trovare valide soluzioni”.

“Vi sono, infatti, determinati contenuti della rivelazione cristiana che gettano luce sulle problematiche bioetiche: il valore della vita umana, la dimensione relazionale e sociale della persona, la connessione tra l’aspetto unitivo e quello procreativo della sessualità, la centralità della famiglia fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna. Questi contenuti, iscritti nel cuore dell’uomo, sono comprensibili anche razionalmente come elementi della legge morale naturale e possono riscuotere accoglienza anche da coloro che non si riconoscono nella fede cristiana”.

La legge morale naturale, infatti, “non è esclusivamente o prevalentemente confessionale”. “Fondata nella stessa natura umana e accessibile ad ogni creatura razionale, la legge morale naturale costituisce così la base per entrare in dialogo con tutti gli uomini che cercano la verità e, più in generale, con la società civile e secolare. Questa legge, iscritta nel cuore di ogni uomo, tocca uno dei nodi essenziali della stessa riflessione sul diritto e interpella ugualmente la coscienza e la responsabilità dei legislatori”.

sabato, gennaio 16, 2010

LA TRADIZIONE DEL PRESEPE







Ciao a tutti,
oggi sono invena di scrivere. AhAh!
Volevo condividere con voi un'altra cosa bella che abbiamo avuto modo di vedere in questi giorni: il presepe fatto dai nostri amici di Gavardo.
Da diversi anni durante le vacanze natalizie alcuni di noi colgono l'occasione di andare a trovare dei nostri amici del Nord (precisamente di Gavardo). Lo facciamo prima di tutto perchè ci unisce a loro una grande amicizia capace di annientare la lontanza fisica che ci unisce e poi perchè loro hanno come tradizione la costruzione di un presepe.
Quest'ultima viene ben programmata e porta via diverse sere libere in cui i nostri amici si vedono per costruire questo presepe frutto di una Grande Fede.







IL PROSSIMO ANNO NON MANCHERO'

Ciao a tutti come avete potuto leggere dai post messi nei precedenti giorni il 28-29-30 dicembre siamo stati a Roma a vedere le meraviglie che questa città ha e i Santi che in essa sono vissuti. Perchè vi sto dicendo questo? Perchè ieri ci siamo rivisti per raccontarci da amici, ciò che di questo campo ci eravamo riportati a casa.



Ecco cosa ci siamo detti:



"LA COSA CHE PI' MI E' PIACIUTA E' STATO STARE INSIEME."

"ALCUNI CREDONO CHE STARE CHE CHI E' VICINO A DIO E' TRISTE, MA NON E' VERO BASTA VEDERE S.FILIPPO NERI"

"SCRUPOLI E MALINCONIE FUORI DA CASA MIA (S.FILIPPO NERI)."

"VIVEVA MEGLIO DI ME QUINDI AVEVA RAGIONE."

"LA CONVERSIONE VIENE SEMPRE DA UN INCONTRO."



video

venerdì, gennaio 15, 2010

Verifica del campo invernale a Roma...

Olive, la prof. licenziata per "bullismo" cristiano

Olive, la prof. licenziata per "bullismo" cristiano



un grazie all'autore di questo articolo uscito su Il Sussidiario, l'amico Gianfranco Amato

mercoledì 13 gennaio 2010

Neppure il clima natalizio è riuscito ad arrestare l’ondata discriminatoria che sta colpendo i cristiani nel Regno Unito. Questa volta è toccata a Olive Jones, insegnante di matematica con esperienza ventennale. Da quattro anni la professoressa Jones ha scelto di dedicarsi all’insegnamento a domicilio di ragazzi gravemente ammalati o con particolari disturbi psichici. Per tale incarico ha ricevuto un contratto part-time di 12 ore settimanali dalla Oak Hill Short Stay School e dai Servizi Scolastici del Comune di North Somerset.

Durante una delle sue lezioni domiciliari la professoressa Jones, approfittando del fatto che la sua alunna si sentisse male, ha deciso di scambiare due chiacchiere con la madre della ragazza. In qullo che doveva essere un normale colloquio tra donne, la Jones ha commesso l’imprudenza di toccare un argomento oggi pericoloso in Gran Bretagna: la propria fede religiosa. Così, l’incauta insegnante ha raccontato alla madre dell’alunna un episodio accadutole quando da adolescente aiutava i genitori nella fattoria di famiglia vicino a Carmarthen nel Galles.

Mentre si trovava alla guida di un trattore e stava affrontando una salita particolarmente ripida, all’improvviso il mezzo agricolo cominciò a ribaltarsi e per un puro caso non fu all’origine di un incidente mortale. Da quel momento la Jones interpretò quel “caso” come un miracolo ed si avvicinò alla fede. Malgrado non avesse fatto trapelare alcun disappunto, la madre della ragazza decise di inoltrare un reclamo contro l’insegnante per quella sua personale esternazione. Neppure le autorità interessate dalla protesta della donna avvisarono la professoressa Jones, la quale, del tutto ignara della denuncia a suo carico, decise di proseguire tranquillamente nel proprio lavoro tornando successivamente a visitare l’alunna per le consuete lezioni.

L’insegnante questa volta, però, commette una seconda imprudenza chiedendo alla ragazza se desidera che preghi per le sue particolari condizioni di salute. A quella inaspettata domanda la stessa ragazza volge lo sguardo alla madre che seccamente replica: «Noi veniamo da una famiglia che non crede». Di fronte a tale reazione la Jones desiste immediatamente. Anzi, adducendo a pretesto che la ragazza non si sentisse particolarmente portata per la matematica, chiede alla madre se intenda cancellare le successive lezioni. La madre risponde di no, desiderando che la propria figlia continui a ricevere l’insegnamento domiciliare.

Nonostante le due donne si lascino in buoni rapporti, nel giro di poche ore la professoressa Jones viene convocata dalla preside della scuola che le contesta il fatto di aver manifestato, durante il servizio, la propria fede, qualificando quel fatto come un vero e proprio atto di «bullismo». Un gesto di pura ed inqualificabile prepotenza. Da qui, il licenziamento in tronco. La professoressa Jones, ovviamente, non la prende benissimo. Dichiara di sentirsi «devastata» dal provvedimento che considera «completely disproportionate» e un vero «marchio di infamia» inflitto alla sua persona.

«Se avessi commesso un atto criminale», confessa, «credo che la reazione sarebbe stata la stessa». La professoressa si scaglia contro l’interpretazione del concetto di libertà di opinione applicata nel suo caso. Sul punto la donna ha le idee molto chiare: «Sono davvero stupita che in un Paese con una forte tradizione cristiana come la Gran Bretagna sia diventato sempre più difficile parlare della propria fede». Ciò che la rende più furiosa non è tanto l’errata interpretazione delle nuove ambigue disposizioni normative in materia di uguaglianza, quanto il «politically-correct system» che impedisce, di fatto, «la possibilità di esternare in pubblico qualunque riferimento alla dimensione religiosa della propria coscienza, pur potendo tale circostanza essere potenzialmente utile anche agli altri».

«La sensazione che ho», continua la Jones, «è che se avessi parlato di qualunque altro argomento al mondo, non ci sarebbero stati problemi, ma il semplice fatto di aver toccato il tema del cristianesimo ha rappresentato la violazione di un tabù. Lo stesso cristianesimo viene ormai visto come una “no-go area”, un campo minato nel quale è più prudente non addentrarsi in pubblico».

La mia amica avvocatessa Andrea Williams, direttrice del Christian Legal Centre, che assiste la professoressa, ha espresso il suo commento: «Storie come quella di Olive Jones stanno, purtroppo, diventando sempre più diffuse in questo Paese e rappresentano il risultato di un’applicazione maldestra delle cosiddette politiche sull’uguaglianza, le quali si traducono, di fatto, in una vera e propria discriminazione a carico dei cristiani nel tentativo di eliminare la dimensione religiosa dalla sfera pubblica».

«Olive Jones», continua la direttrice del Christian Legal Centre, «ha avuto compassione per la sua allieva e si è ritrovata senza lavoro per aver espresso la speranza che nasce dalla sua fede. E’ tempo che si recuperi un approccio di “common sense” su queste delicate materie». Nick Yates, portavoce del Comune di North Somerset, si è limitato ad un freddo e laconico comunicato: «Olive Jones ha lavorato come insegnante per i Servizi Scolastici di North Somerset. Una denuncia è stata sporta da un genitore nei suoi confronti. Su tale denuncia è in corso un’attività istruttoria». Nel frattempo la professoressa Jones è stata licenziata senza preavviso. Episodi del genere fanno persino rimpiangere gli eccessi di un certo sindacalismo scolastico di casa nostra.

giovedì, gennaio 14, 2010

Dite a Renzo che sono felice

Splendido pezzo, splendida storia


Vita quotidiana delle persone in stato vegetativo al Don Orione di Bergamo
di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro
Tratto da Il Foglio del 13 gennaio 2010

Dite a Renzo che io sono felice”. Renzo è un nome di fantasia, però questa non è la scena madre di un romanzo, è un commovente frammento di realtà. E la realtà, quando è così intima, va protetta e avvolta almeno in quello che resta del pudore al tempo delle leggi sulla privacy. Renzo e la moglie, che gli ha mandato a dire la sua felicità, non hanno bisogno di un separé dietro cui nascondersi, ma di un luogo in cui chiedere e ricevere attenzione e rispetto. Perché lei, che chiameremo Lucia, gli ha fatto sapere della sua capacità di amare e di essere felice pur trovandosi in un letto, in quella condizione che oggi la medicina chiama “stato vegetativo”.

Detto più brutalmente, ma con meno imprecisione di quanto si potrebbe immaginare, Lucia è una delle ventiquattro Eluana Englaro di cui attualmente si occupa il dottor Giambattista Guizzetti al Centro Don Orione di Bergamo. Qui, dal 1996, è attivo un reparto che accoglie malati in stato vegetativo, stato di minima responsività e locked in syndrome. Qui, Eluana Englaro sarebbe stata magari compagna di stanza di Lucia, appena uscita da quel letargo che la medicina ha esplorato solo in minima parte. Sarebbe stata curata, rispettata e amata come tutti gli altri pazienti. Su questo, il dottor Guizzetti è chiaro. “Qui i malati come Eluana trovano posto e assistenza. Il suo caso non era più grave di altri che assistiamo. Abbiamo malati immobilizzati in un letto e apparentemente inconsapevoli di ciò che li circonda e malati in grado di stare su una sedia a rotelle, di seguire un discorso e farsi intendere. Abbiamo persino avuto pazienti che sono migliorati al punto tale da poter tornare a casa”.

Tutto ciò Guizzetti lo spiega per venire incontro allo stupore di chi, quando si parla di stato vegetativo, immagina corpi tenuti in vita artificialmente e poi, con sorpresa, scopre persone vive, in cui il soffio vitale, l’anima, continua testardamente a dare forma al corpo. Perché è proprio questo che colpisce chiunque entri per la prima volta in questo reparto del Don Orione. E Guizzetti, che alterna linguaggio e gesti professionali alla ruvidità di un cattolicesimo bergamasco sopravvissuto alla burocrazia invadente dei piani pastorali, è lì ad aspettare la constatazione che, puntualmente, si disegna sulla faccia dell’interlocutore: niente macchinari, persone che spesso riescono a muoversi, guardano, ascoltano o che, se pure mostrano di non guardare o di non ascoltare, vivono senza l’aiuto di alcunché di artificiale. Testimoni di un attaccamento così radicale tra anima e corpo da mostrare che alla vita umana esiste una sola alternativa: la morte. Un attaccamento così intimo da rendere palpabile che alla vita umana non si contrappone alcuna sua gradazione, alcuna “zona grigia”. Dopo aver fatto il giro del reparto accompagnati da Guizzetti, dopo aver visto i suoi pazienti, i loro familiari, il personale che li assiste, si comprende che, anche nelle circostanze più dolorose della vita, ci si può trovare davanti solo a un uomo o a un cadavere: tertium non datur. Una verità tanto più palpabile davanti al letto di ognuno dei pazienti del Don Orione di Bergamo: quelli capaci di relazioni evidenti come quelli raccolti in un silenzio indecifrabile.

A causa della confusione terminologica in materia, nel 1994 la “Multi- Society Task Force” sullo stato vegetativo persistente ha definito i criteri necessari per diagnosticarlo. Una sequela di definizioni in fondo alla quale rimane sempre la sagacia del medico a decidere. “E in ogni caso – spiega Guizzetti – la questione dello stato di coscienza, intesa come consapevolezza di sé e come capacità di sperimentare sensazioni, è molto controversa, in quanto solleva questioni etiche di grave importanza. Tutti i ragionamenti che si fanno attorno a questi malati, e in particolare quello che vorrebbe riconosciuta la liceità morale della sospensione dell’idratazione e dell’alimentazione, si basano su due affermazioni non dimostrate: che in nessun momento questi pazienti sono consapevoli di sé e dell’ambiente, e che mai sono in grado di provare dolore o sofferenza”.

Ed è qui che racconta la storia di Lucia. Una campionessa di ciclismo ricoverata dopo una caduta. Ospedale, coma, poi stato vegetativo e, dunque, dimissione da un luogo non attrezzato per assisterla e curarla. “Per capire fino in fondo quella dichiarazione di felicità – spiega il medico – bisogna raccontare un antefatto. Durante una delle periodiche riunioni con i familiari, una giovane volontaria si è alzata e ha fatto un discorso molto bello, ma sicuramente molto difficile da accettare, parlando del desiderio di felicità che permane nel cuore di questi malati. Aveva sorpreso persino me. Tanto che quando alcuni rappresentanti del personale sono venuti a dirmi che si trattava di un discorso senza senso sbattuto in faccia a gente che soffre ho dovuto rifletterci un bel po’. Poi, durante la settimana, abbiamo accompagnato Lucia in un ospedale di Brescia per tentare una cura che avrebbe contribuito a rilassare la sua muscolatura dandole sollievo. E lì è accaduto il fatto. Inaspettatamente, Lucia ha ripreso a parlare. E, ancora più inaspettatamente, ha dato ragione a quella ragazza che molti avevano scambiato per una pazza insensibile alle ragioni dei malati e dei loro familiari”.

“Dite a Renzo che io sono felice”. Che non significa negare il dolore, ma avergli trovato un posto nella propria esistenza e chiedere che trovi un posto anche in quella dei propri cari. E, a ben guardare, è molto più duro, più faticoso, più doloroso sulla bocca di Lucia che su quello della giovane volontaria: come lo è sempre la messa in pratica di una teoria rispetto alla sua enunciazione.

Se poi ci si avvicina a Lucia, se la si vede sofferente – mentre i suoi familiari spiegano: “Questa mattina era allegra, faceva un sacco di battute, adesso è stanca…” – si comprende quanto sia eroico e insieme umanissimo quel: “Dite a Renzo che io sono felice”. E si tocca con mano quanto sia straordinario quel composto di anima e corpo e che è l’uomo. Dove l’anima, intimamente legata alla materia di cui è forma, contemporaneamente ne è indipendente e non risente delle sue condizioni. Sempre presente a se stessa, intimità tanto con un corpo in perfetta efficienza, quanto in quello di una Eluana Englaro o in quello di un nonno che dimentica il proprio nome e non riesce a maneggiare il telefonino.

Eppure, il pensiero moderno si è dato il compito di separare anima e corpo, ha fatto della creatura umana un angelo o una bestia, ma non un uomo. Ed è chiaro che, quando anima e corpo non sono più legati, se ne può fare quello che si vuole. Ma se l’anima è imprendibile, il corpo può essere imprigionato in qualsiasi lager: quelli in cui viene segregato, torturato, ucciso, e quelli in cui viene manipolato, abortito, eutanasizzato.

In questo reparto della bella periferia bergamasca che guarda verso le colline della Maresana, il dottor Guizzetti si occupa dei corpi proprio perché sa che non possono sussistere senza l’anima. Non è un laico che fa onestamente il medico, ma un medico che fa onestamente il cattolico. Per questo non si pone obiettivi standard in base ai quali decidere della sorte di un suo simile, ma fa tutto quanto gli è possibile come medico e come credente perché i suoi malati stiano ogni giorno il meglio possibile. “Nel malato in stato vegetativo – dice – raramente si può ottenere la guarigione. E sappiamo bene che, col passare del tempo, un tale esito diventa sempre più improbabile. Nonostante questo, utilizzando i mezzi ordinari a nostra disposizione, cerchiamo di alleviare la sofferenza e migliorare la qualità della vita. Non si può sempre guarire, evento raro in queste situazioni, ma sempre si può ‘prendersi cura’. Io penso che questo il medico lo possa fare al meglio quando abbia risolto e chiarito a se stesso il significato del suo essere mortale, della sua finitezza. Quando un uomo comprende di essere una canna che si può spezzare in ogni momento, comprende pure che, davanti a un malato, non può mai dire: non c’è più niente da fare. Non c’è mai un momento nell’assistenza ad un essere umano in stato vegetativo in cui possiamo dire: basta adesso possiamo fermarci. Si tratta semplicemente di trovare la cosa giusta da fare. L’etica del prendersi cura si traduce nella ricerca e nell’applicazione delle cose giuste, continuando a stare vicino al paziente senza cadere nell’errore dell’accanimento o dell’abbandono terapeutico”.

E che cosa impara un uomo che vive ogni giorno a fianco di suoi simili in queste condizioni? “Vivendo qui – risponde Guizzetti – ho compiuto una scoperta straordinaria. Mi sono reso conto che se io ho sete posso alzarmi e bere un bicchiere d’acqua, se ho caldo posso farmi aria con un foglio di carta, se ho fame posso andare in cucina a prendermi un panino. Io lo posso fare e questi malati no. Questa banalissima constatazione mi ha fatto capire quanto gusto abbiano un bicchiere d’acqua, un poco d’aria, un pezzo di pane. Diventano regali meravigliosi se penso che potrei non averli più o che avrei potuto non averli mai. Ho dovuto trovarmi davanti a questi malati per capire di essere una creatura a cui è stato donato tutto, anche il frammento più piccolo di ciò che ha e di ciò che è”.

Eccolo il centuplo promesso già su questa terra a chi lascia tutto in nome del Signore. Non consiste nella moltiplicazione degli averi, ma nella moltiplicazione del gusto per ciò che si è disposti ad abbandonare e si ritrova. Tutto diventa straordinario, se si pensa che avrebbe potuto non esserci, così come è straordinario tutto ciò che si salva da un naufragio. E le creature sono proprio questo, degli esseri salvati dal naufragio del nulla. Se solo capissero questo, se solo non si incaponissero nell’idea di essere i facitori di se stessi, se solo si abbandonassero all’idea di non poter disporre del proprio essere rimettendolo nelle mani di chi lo ha tratto dal niente, sarebbero in grado di gustare la propria vita per il centuplo.

“Dite a Renzo che io sono felice”: sette parole che riassumono il senso di ogni esistenza, anche di coloro che non hanno neppure un raffreddore. E lì, a raccoglierle ci può essere chiunque, tanto un medico come Guizzetti, quanto qualcuno che non ne comprende il senso. In ogni caso, sono dette: “Dite a Renzo che io sono felice”. Sette parole che hanno avuto la possibilità di essere pronunciate solo perché qualcuno si è chinato su un corpo apparentemente inanimato e lo ha curato.

Bisogna passare almeno qualche ora, magari come volontario, qui ai piedi dei colli bergamaschi della Maresana. Può fare solo bene, specialmente ai giovani, che per loro ardimentosa natura sono portati ad ammirare il fisico eccezionale che stabilisce il primato mondiale dei cento metri piani piuttosto che ad accarezzare quello del compagno di classe ridotto su una sedia a rotelle. Ma farà sicuramente bene anche agli adulti di ogni età. Oltre a essere un meritorio atto di carità, una visita a luoghi e persone come questi può indurre pensieri cha aiutano a mutare il proprio orizzonte.

Qui, per esempio, si può intuire quanto sia vero che, per amare completamente Dio, un’anima ha bisogno di tutto l’aiuto del corpo di cui è forma. Ma, quel corpo, come insegna san Bernardo di Chiaravalle, deve essere privo di angustie, deve avere trovato anch’esso compimento nella gloria. Davanti al lavoro quotidiano di medici, infermieri e volontari del Don Orione diviene evidente che la cura di un corpo malato, in qualche modo, è la figurazione di quanto ci è necessario per la vera beatitudine: la pacificazione amorosa di un corpo e dell’anima che lo abita.

Ma tutto questo, si obietterà, è mistica, è qualcosa che ha poco a che fare con la vita dei poveri mortali. E’ vero, è la descrizione del quarto grado dell’amore, quello supremo, che san Bernardo racconta nel “De diligendo Deo”. E’ mistica, ma proprio per questo è qualcosa di molto concreto e riguarda tutti.

mercoledì, gennaio 13, 2010

Dal prof. Carlo Bellieni

BBC

Teacher suspended in prayer row

Un'insegnante a domicilio per bambini malati, con un'esperienza ventennale,  è stata sospesa dall'incerico per aver offerto alla bambina che seguiva di pregare per lei. Succede in Inghilterra, e non è un caso isolato. Se le avesse proposto di farle le carte, o di seguire un insegnamento new-age, o magari di spiegarle che la vita immortale non esiste, sarebbe successo lo stesso?

martedì, gennaio 12, 2010

Massimiliano Amolini, Uomo Vivo, racconta la sua vita - Da oltre diciannove anni su un letto ma... che vita!!!


Quella che vi propongo oggi è la lettura di un bellissimo libro scritto dal sacerdote cattolico Luigi Bresciani e che riguarda la vita del mio amico Massimiliano Amolini, che molti Tipi Loschi conoscono.

"Dal coma alla vita - L'uomo vivente è gloria di Dio" è un volume che deve far parte della nostra biblioteca, ma soprattutto il suo contenuto deve far parte della nostra testa e del nostro cuore.

Massimiliano, giovane forte ed esuberante al punto giusto, simpatico tanto ma tanto, un giorno di diciannove anni fa si tuffa nel Lago di Garda e purtroppo si rompe la colonna vertebrale. Passa mesi in stato vegetativo, quello stato vegetativo da cui esce grazie all'amore dei genitori ed in particolare alla vicinanza fisica e affettuosa della mamma (ma non che il babbo sia da meno, credetemi! E' uno spettacolo vederli tutti e due!) per affrontare una nuova vita in cui Maxi non molla e non cede di un millimetro.

E' un travaglio anche la storia della sua fede, che dopo la prova esce rafforzata e consolidata.

Conosco Massimiliano perché mia moglie, nel suo primo anno di insegnamento, lo ebbe come alunno al Centro di Formazione Professionale S.C.A.R. di Tormini di Roè Volciano (BS), a pochi chilometri dal paese dove Massimiliano vive (e non vivacchia!), Carpeneda di Vobarno (BS). Mi ha dato il modo di conoscerlo e le sono molto grato. Poi è diventato amico dei Tipi Loschi.

Questo libro bellissimo di cui consiglio la lettura (è semplice, è chiaro, è immediato, è evidente) è la risposta a chi crede che una vita come quella di Maxi non sia vita. Un'unghia di Massimiliano è molto, molto più viva di noi tutti messi insieme! Massimiliano è un punto di riferimento per tutti, decidono di prendere la penna e la carta in mano per lui fior di cardinali e patriarchi. Smuoverebbe le montagne, se fosse necessario.

E' anche la risposta a chi vuole far credere che dallo stato vegetativo non si possa uscire. Balla più grossa non esiste.

Io e mia moglie e tutti i Tipi Loschi siamo molto grati a Maxi e alla sua famiglia di onorarci della loro amicizia e di farci dono della loro fede semplice e buona. Vorremmo trasmetterne un po' a tutti, per cui vi parliamo di Massimiliano. E comunque gli vogliamo bene e siamo amici, ed è questo che conta.

Il libro si può chiedere al nostro amico Massimiliano scrivendo a questo indirizzo email:

piccolo.atomo@alice.it

il costo è di € 10,00 cui andrà aggiunta una piccola somma per le spese postali.

A titolo esemplificativo, vi metto le immagini delle belle lettere giunte a Massimiliano dal cardinale Angelo Comastri, arciprete della Basilica di San Pietro, e dal Vescovo della sua diocesi, Brescia.

domenica, gennaio 10, 2010

Dal prof. Carlo Bellieni

di Carlo Bellieni

Osservatore Romano, 10 gennaio 2010

Una grave epidemia ha colpito negli ultimi anni il mondo, ma nessuno ne parla. È quella delle nascite premature, mai così numerose e costantemente in aumento, tanto che i posti letto nei reparti a esse destinati spesso non bastano. Così dichiarava nel giugno 2009 l'allora presidente dei neonatologi italiani Claudio Fabris all'agenzia Dire ricordando che annualmente sono 40.000 le nascite premature in Italia. E ogni anno 540.000 bambini prematuri nascono negli Stati Uniti: sono il 12,8 per cento del totale, secondo il Center for Disease Control (marzo 2009), con un aumento del 20 per cento dal 1990. In Francia l'aumento dal 1995 al 2005 è stato del 25 per cento («Santé Médecine», novembre 2009) e in Inghilterra del 30 per cento in 25 anni. L'industria già prevede l'ulteriore incremento delle vendite dei macchinari per l'assistenza a questi piccolissimi, secondo il Millennium Research Group (24 luglio 2007).

La nascita prematura non è da banalizzare: la sopravvivenza migliora di anno in anno grazie ai progressi tecnologici, ma i rischi per la salute restano tanti, e talora gravi: ogni anno nascono quasi 13 milioni di bambini prematuri nel mondo, di cui un milione circa muore. E questo ha un costo elevato: annualmente negli Stati Uniti si spendono oltre 26 milioni di dollari per i prematuri. Questa epidemia è un paradosso, perché non si tratta di un nuovo virus e le cure mediche, così come le prestazioni sanitarie, migliorano sempre. Allora, cosa la fa diffondere? Già, perché se per le infezioni e altre complicazioni il normale progresso medico è sempre più efficace, ci deve essere un fattore che sfugge alle maglie della medicina, quasi fosse un nuovo germe cui non si è preparati. Per l'associazione storica March of Dimes, «i fattori chiave che contribuiscono a questo aumento sono l'aumento di gravidanze oltre i 35 anni, l'aumento di tecniche di riproduzione assistita con gravidanze gemellari e l'aumento di nascite moderatamente premature».

In Italia sono in continuo aumento le nascite da donne ultraquarantenni: da 12.383 nati nel 1995 a 27.938 nati nel 2006 (fonte Istat 2008); in Canada è raddoppiato dal 1970 al 1990 il numero di donne che partoriscono oltre i 30 anni e di conseguenza i parti prematuri sono aumentati del 3,5 per cento sotto i 35 anni e del 14 per cento oltre questa età (Suzanne Tough, «Pediatrics» 2002); sempre in Canada le donne che partoriscono oltre i 35 anni erano il 6 per cento nel 1975, il 18 per cento nel 1995 e il 25 per cento nel 2005 (Arthur Leder, Sexuality, Reproduction and Menopause, 2006).

La maternità posticipata è insomma responsabile del 36 per cento dell'aumento di nascite premature. E più si aspetta a concepire, più è difficile farlo. Allora spesso si ricorre a un aiuto medico; ma, come riporta la rete ginecologica francese Audipog (giugno 2003), questo stesso aiuto non è senza pericoli: «il rischio di gravidanze multiple in donne sottoposte a trattamenti per la fertilità è del 15 per cento contro il 2,1 per cento del concepimento naturale», e Dorte Hvidtjorn su «Pediatrics» dell'agosto 2006 riporta che  il 18 per cento dei nati da fecondazione in vitro sono prematuri, contro il 5 per cento degli altri nati, mentre una rassegna del «Lancet» riporta che anche le gravidanze con un feto singolo medicalmente indotte hanno un rischio doppio di prematurità (luglio 2007).

Il fenomeno tocca ogni latitudine, ma colpisce tipicamente la società del benessere: «le donne che rimandano la maternità sono spesso più scolarizzate, si affidano prima alle cure prenatali, hanno uno stile di vita più sano » scrive Suzanne Tough. E Susan Bewley scrive, nel 2005 sul «British Medical Journal», a proposito delle gravidanze oltre i 35 anni: «I ginecologi sono testimoni di cambiamenti demografici e tragedie nelle ultime due decadi in seguito a questa trasformazione demografica: il dolore dell'infertilità, aborti spontanei, famiglie più piccole del desiderato». E aggiunge riferendosi alle gravidanze in età avanzata: «Ironia della sorte: mentre la società diventa più attenta ai rischi e le donne incinte diventano più ansiose che nel passato, una causa maggiore prevenibile di questa malattia della salute passa misconosciuta. Le agenzie di salute pubblica sono attente ai teenager, ma ignorano l'epidemia di gravidanze della mezza età».

Tutta l'educazione alla gravidanza sui media è concentrata a spiegare come correre ai ripari quando un figlio non arriva o su come non avere figli; ma nulla su come evitare di restare sterili, quale sia il corretto periodo per avere figli, come non avere complicazioni.

È un paradossale pudore inverso: parlare di sesso e contraccezione, ma assolutamente non parlare del desiderio e dell'istinto ad avere figli (se non quando si tratta di come correre ai ripari). E parlare poco degli altri rischi, come l'alcol e il fumo in gravidanza.

Non bisogna recriminare, ma fare fronte all'epidemia. Non tutta la prematurità è legata all'età materna: su varie cause (infezioni, diabete e altre patologie) già si agisce fruttuosamente, su altre si può migliorare (droghe, fumo, alcol, malnutrizione, stress e lavori faticosi). Questi interventi colpiscono il cuore dell'epidemia, mentre l'incremento progressivo e continuo delle nascite premature ha uno stretto legame con l'incremento dell'età delle mamme.

Servono allora coraggiose iniziative a favore delle famiglie giovani e delle donne in età fertile, perché il sogno di maternità non venga frustrato da carenza di denaro o da impedimenti nella carriera lavorativa. Ma serve anche un intervento culturale che riveli i costi dell'autonomia e della mancanza di legami considerate come ideali. Urge una rivoluzione copernicana che rimetta l'ordine biologico al centro del programma di vita: si può derogare all'orologio delle ovaie o del testosterone, ma è molto più saggio riconoscerne il secolare ritmo e, invece di sfuggirlo per poi rimpiangerlo, sfruttarlo appieno.

venerdì, gennaio 08, 2010

Le intenzioni per l'Apostolato della Preghiera di Papa Benedetto XVI per l'anno 2011

Gennaio

Generale: Perché le ricchezze del creato siano preservate, valorizzate e rese disponibili a tutti, come dono prezioso di Dio agli uomini.
Missionaria: Perché i cristiani possano raggiungere la piena unità, testimoniando a tutto il genere umano la paternità universale di Dio.

Febbraio

Generale: Perché la famiglia sia da tutti rispettata nella sua identità e sia riconosciuto il suo insostituibile contributo in favore dell'intera società.
Missionaria: Perché in quei territori di missione dove più urgente è la lotta contro le malattie, le comunità cristiane sappiano testimoniare la presenza di Cristo accanto ai sofferenti.

Marzo

Generale: Perché le nazioni dell'America Latina possano camminare nella fedeltà al Vangelo e progredire nella giustizia sociale e nella pace.
Missionaria: Perché lo Spirito Santo dia luce e forza alle comunità cristiane e ai fedeli perseguitati o discriminati a causa del Vangelo in tante regioni del mondo.

Aprile

Generale: Perché la Chiesa sappia offrire alle nuove generazioni, attraverso l'annuncio credibile del Vangelo, ragioni sempre nuove di vita e di speranza.
Missionaria: Perché i missionari, con la proclamazione del Vangelo e la testimonianza di vita sappiano portare Cristo a quanti ancora non lo conoscono.

Maggio

Generale: Perché quanti operano nei mezzi di comunicazione rispettino sempre la verità, la solidarietà e la dignità di ogni persona.
Missionaria: Perché il Signore doni alla Chiesa in Cina di perseverare nella fedeltà al Vangelo e di crescere nell'unità.

Giugno

Generale: Perché i sacerdoti, uniti al Cuore di Cristo, siano sempre veri testimoni dell'amore premuroso e misericordioso di Dio.
Missionaria: Perché lo Spirito Santo faccia sorgere dalle nostre comunità numerose vocazioni missionarie, disposte a consacrarsi pienamente alla diffusione del Regno di Dio.

Luglio

Generale: Perché i cristiani contribuiscano ad alleviare, specialmente nei Paesi più poveri, la sofferenza materiale e spirituale degli ammalati di Aids.
Missionaria: Per le religiose che operano nei territori di missione, affinché siano testimoni della gioia del Vangelo e segno vivente dell'amore di Cristo.

Agosto

Generale: Perché la Giornata Mondiale della Gioventù che si svolge a Madrid incoraggi tutti i giovani del mondo a radicare e fondare la loro vita in Cristo.
Missionaria: Perché i cristiani dell'Occidente, docili all'azione dello Spirito Santo, ritrovino la freschezza e l'entusiasmo della loro fede.

Settembre

Generale: Per tutti gli insegnanti, affinché sappiano trasmettere l'amore alla verità ed educare agli autentici valori morali e spirituali.
Missionaria: Perché le comunità cristiane sparse nel continente asiatico proclamino il Vangelo con fervore, testimoniandone la bellezza con la gioia della fede.

Ottobre

Generale: Per i malati terminali, perché nelle loro sofferenze siano sostenuti dalla fede in Dio e dall'amore dei fratelli.
Missionaria: Perché la celebrazione della Giornata Missionaria Mondiale accresca nel Popolo di Dio la passione per l'evangelizzazione e il sostegno all'attività missionaria con la preghiera e l'aiuto economico alle Chiese più povere.

Novembre

Generale: Per le Chiese orientali cattoliche, affinché la loro venerabile tradizione sia conosciuta e stimata quale ricchezza spirituale per tutta la Chiesa.
Missionaria: Perché il continente africano trovi in Cristo la forza di realizzare il cammino di riconciliazione e di giustizia, indicato dal secondo Sinodo dei Vescovi per l'Africa.

Dicembre

Generale: Perché tutti i popoli della terra, attraverso la conoscenza ed il rispetto reciproco, crescano nella concordia e nella pace.
Missionaria: Perché i bambini e i giovani siano messaggeri del Vangelo e perché la loro dignità sia sempre rispettata e preservata da ogni violenza e sfruttamento.

Dal Vaticano, 31 Dicembre 2009

Benedictus XVI

giovedì, gennaio 07, 2010

LETTERE DALLA TERRA SANTA/ L'appello di Samar: "Pietà per Saiwa e le sue figlie"


Antonio Quaglio

giovedì 7 gennaio 2010

Caro Direttore,

il giorno dopo Capodanno eravamo in 150 nel patio della Lazarus Home a Betania. L'incontro con Samar Sahhar e con tutte le sue figlie (senza virgolette, con lei non sono più orfane) è stato per tutti il momento più forte del nostro pellegrinaggio in Terra Santa. Quasi alla fine del nostro cammino tra Galilea e Giudea, ci è stato chiaro che è meritato venire qui solo e soprattutto per questo: che Gesù era lì in quel momento, esattamente come nella Grotta della Natività di Betlemme o in cima al Monte Tabor.

Poter entrare in casa di Samar - ci ha ricordato Charlie di Avvenimenti - è un dono di per sé: non si è mai sicuri di poterlo fare fino a poco prima. In questa dura "no man's land" stretta tra il muro israeliano e la cupa sagoma di una moschea in costruzione, le minacce alla presenza di Samar sono quotidiane. Ci può essere sempre qualcuno che tira sassi agli amici di Samar, che a Betania vuol costruire un ospedale che non c'è, ma è cristiana e non porta il velo. O ci può essere un padre che assedia l'unico orfanotrofio femminile della Palestina, perché non tollera che una bimba (non un bimbo) picchiata e abbandonata, per strada possa essere soccorsa da qualcuno: anche se questo qualcuno è una palestinese che dal 1971 si batte - prima con le opere, poi anche con le parole, sempre con la fede cristiana - perché tra la sua gente ci sia più famiglia, più salute, più educazione, più futuro, più civiltà dell'uomo.

Anche con noi Samar non ha certo perso tempo in convenevoli. Ci ha raccontato una storia viva e sanguinante. Ci ha detto di parlarne in giro, perché e' questione di giorni e c'è di mezzo la vita di una donna e il destino delle sue cinque figlie. Noi abbiamo cantato Mattone su mattone con Diana, che aveva due anni quando, nel 2004, fu lasciata assieme alle sue sorelle Tabet, Naziha, Lulu e Imtiaz davanti alla casa di Samar.

«Le ho trovate che piangevano sui gradini - ricorda - la loro mamma aveva ucciso il padre e nessuno sapeva dov'era finita. E nessuno dei parenti si è mai fatto vivo per le bimbe». A furia di chiedere e cercare, Samar ha trovato Saiwa (questo è il nome della donna) sepolta in fondo a una prigione: relegata con altre uxoricide in condizioni di fronte alle quali anche la forza d'animo di Samar ha vacillato. Ma si è messa a piangere anche una guardia carceraria: era la prima volta che vedeva dei bimbi portati in visita alla loro madre. Una donna - ha avuto conferma Samar in quel colloquio - la cui vita era precipitata dopo anni di abusi. Una donna abbandonata perfino dai genitori: nessuno, salvo Samar, è mai stato a trovarla in cella.

«In quel momento ho deciso che Saiwa doveva entrare nella mia famiglia», ci ha raccontato Samar. Da allora, fra le mille cose cui Samar tien dietro ogni giorno, c'è anche "Mercy for Saiwa", pietà per Saiwa. Ha testimoniato più volte, è andata già due volte ad appellarsi personalmente dal presidente dell'Autorità nazionale palestinese Abu Mazen: l'hanno accompagnata anche gli amici italiani del comune laziale di Valmontone, tra i più continui sostenitori di Lazarus Home.

Ma alla vigilia di una nuova udienza del processo - fissata per domenica 10 gennaio - la situazione resta difficilissima, per non dire disperata. Saiwa ha un difensore d'ufficio, ma le sue opinioni sul caso hanno più a che vedere con la shaarja che con il diritto: «Non ci può essere pietà per una donna così, che è indegna anche dei suoi figli», ha detto a Samar. E lo stesso direttore del carcere, che pure ha aperto le porte alle visite, ha avvertito: «Le speranze sono poche, meglio tenere le figlie lontane». Se anche il giudice risparmiarà Saiwa, su di lei penderà sempre la terribile sete di vendetta dell'intera "tribù" del marito ucciso. Neppure domenica sarà al sicuro: quando andrà a testimoniare in aula sarà da sola e le aggressioni ai processi non sono affatto rare.

Ma la speranza di Samar è intatta, incrollabile: «Quando vado a trovarla in carcere, Saiwa mi sorride sempre. Noi là siamo "la famiglia di Saiwa". Lei sa che al mondo c'è qualcuno che la ama per la persona che è, che ama la miseria che finora ha circondato la sua vita. Lei spera perché noi siamo lì con lei, vogliamo che torni libera e si ricongiunga alle sue figlie e viva in famiglia con noi».

(Antonio Quaglio)

Pietà per Saiwa


La storia che vorrei raccontare iniziò quando cinque bambine furono lasciate sulla porta dell’orfanotrofio, esattamente cinque anni fa. Diana era la più piccola e aveva due anni, Tabet ne aveva tre, poi Naziha, Lulu e Imtiaz, la maggiore, che aveva sei anni. Non potete immaginare i pianti e le lacrime sui gradini dell’orfanotrofio di queste bambine che avevano perso entrambi i genitori. La loro madre aveva ucciso il loro padre e nessuno sapeva dove era finita.

Le prime parole di Imtiaz furono: «Questo posto è un rifugio? È questo l’orfanotrofio?». Le altre bambine le abbracciavano piangendo, perché anche loro si erano trovate in condizioni simili.

La prima cosa che feci dopo aver accolto le bambine fu un giro di telefonate per cercare di sapere dove era la loro madre e alla fine la trovai in una prigione. Decisi quindi di andare a visitarla.

La situazione nella prigione era difficile da immaginare, ma tutti i poliziotti erano commossi perché era la prima volta che qualcuno portava dei bambini a visitare la propria madre in quella prigione.

Da quel momento e ascoltando la storia di quella donna, della sua vita piena di maltrattamenti e abusi, ho deciso che doveva diventare un membro della mia famiglia della Casa di Lazzaro. Ho detto di lei a tutti i miei amici e con gli amici italiani di Valmontone (che aiutano la nostra casa) siamo andati due volte nell’ufficio del Presidente dell’Autorità Palestinese, Abu Mazen, per chiedere pietà per lei.

La donna non è mai stata visitata da nessuno in prigione, neppure dai suoi genitori: gli unici visitatori siamo noi della Casa di Lazzaro.

Una volta ho chiamato l’avvocato nominato per la sua difesa e gli ho chiesto se vi sarebbe stata pietà per Saiwa: la risposta è stata che non vi sarebbe stata nessuna pietà per una donna simile. Gli dissi: «Pietà almeno per le figlie» e la risposta fu «Neppure le sue figlie devono conoscerla».

Il direttore della prigione è stato sempre molto accogliente durante le nostre visite alla prigione, ma anche lui ha parlato allo stesso modo: «Meglio non creare speranze in una situazione dove non c’è nessuna speranza». Mi ha detto anche che mi consigliava di non continuare a portare le bambine con me durante le visite alla madre, ma di tenerle lontano. Su Saiwa incombe la vendetta della famiglia e di tutta la tribù del marito, così tutti sono convinti che lei morirà comunque.

Il prossimo 10 gennaio andremo ancora in tribunale per assistere all’udienza di Saiwa. È normale che ci siano molte aggressioni e in tribunale ci saranno tutti i parenti del marito, mentre lei sarà sola. Quando vede me e Padre Roberto - un prete che viene con me e altri amici alla prigione - lei sorride. Noi veniamo normalmente presentati come la famiglia di Saiwa. Questo le dà la speranza che c’è qualcuno che le vuol bene per quello che lei è; lei ha capito completamente la sua miseria e difende i propri diritti nella speranza di tornare libera e di riunirsi alle proprie figlie, che stanno vivendo e aspettando perché lei torni da loro.

(da una lettera di Samar Sahhar)

India - «Io, bramino e discepolo di Gandhi, ho abbracciato Cristo “luce che vince le tenebre”».




di Nirmala Carvalho (qui a fianco nella foto con Pandit Dharam Prakash Sharma)

Pandit Dharam Prakash Sharma è figlio di due eroi dell’indipendenza dell’India. All’età di 17 anni legge il Discorso della montagna, che gli fa incontrare Gesù. Dopo 20 anni di ricerca, una carriera nel cinema, negli affari e nella politica, la conversione e il battesimo. Solo Cristo “spezza la catena del peccato e trionfa sulla morte”.


New Delhi (AsiaNews) – Per la prima volta all’età di 17 anni, mentre leggeva il Discorso della montagna di Gesù, ha sentito una voce che gli diceva: “Sono Io, sono Colui che stai cercando sin dall’infanzia”. Queste parole lo hanno accompagnato per più di 20 anni, fino alla conversione al cristianesimo avvenuta nel 1976. La storia di Pandit Dharam Prakash Sharma, un bramino, figlio unico di due eroi dell’indipendenza dell’India, nato in carcere e cresciuto sotto l’ala protettrice del Mahatma Gandhi, è un cammino di fede che lo ha spinto a seguire le orme di Cristo, la “luce” che vince “l’oscurità”, colui che “ci libera dai peccati”.

“In una sera del 1954, quando ero ancora studente – racconta ad AsiaNews – mi sono imbattuto in un testo in lingua inglese che riportava il Discorso della montagna. L’ho letto tutto d’un fiato. Ha ispirato la vita e l’opera di Gandhi e di tutto il movimento per l’indipendenza indiano. È stato un momento memorabile: all’improvviso ho sentito una voce che mi diceva ‘Sono Io, sono Colui che stai cercando sin dall’infanzia’ e il mio cuore ha provato una improvvisa sensazione di pace…”.

Egli racconta di aver letto più volte il Discorso, con una preghiera sulle labbra e la sensazione di una presenza attorno a sé: “Dio, puoi rispondermi – si domandava – Ci sei?”.

Pandit Dharam Prakash Sharma (nella foto con la corrispondente di AsiaNews) è nato il 23 dicembre 1937 nel carcere di Fatehpur, nell’Uttar Pradesh, figlio unico di uno dei più importanti leader religiosi di Pushkar – nel Rajastan – una città santa per gli indù e meta di continui pellegrinaggi. Il padre Pandit Sohan Lal Sharma e la madre, Gyaneshwary Devi, sono due figure di primo piano del movimento di indipendenza e hanno più volte sofferto la prigionia.

All’età di cinque anni è stato accolto nell’ashram di Pavanar, vicino a Nagpur, ed è cresciuto sotto la guida amorevole e attenta del Mahatma Gandhi. Dharam ha intrapreso una brillante carriera cinematografica, poi è passato agli affari, fino alla nomina parlamentare: dal 1969 al 1973 ha ricoperto un seggio nel Rajya Sabha, il Senato indiano. Egli ha rassegnato le dimissioni il 1 gennaio 1977, dopo aver abbracciato il cristianesimo, nonostante le pressioni dell’allora premier Indira Gandhi. Durante gli anni di prigionia l’ex Primo Ministro si rivolse proprio a Dharam, chiedendogli di “pregare Dio” per la sua salvezza.

Il cammino che ha portato Pandit Dharam Prakash Sharma alla conversione, testimonia la ricerca profonda avviata sin dalla prima giovinezza e che solo in età adulta ha trovato pieno compimento. Dopo aver letto il Discorso della montagna di Gesù, egli si è rivolto al suo professore di inglese, che non seppe però soddisfare la sua sete di ricerca. Quindi l’incontro con un sacerdote di origini italiane, che prima di rispondere alle sue domande esigeva la conversione e il battesimo.

Dharam, però, non era ancora pronto ad abbracciare il cristianesimo, perché associava la religione agli invasori inglesi, fonte di sofferenze e dolori per la famiglia. “Odio l’idea di diventare cristiano” affermava deciso, mentre la ricerca di una risposta sull’incontro con Gesù si faceva sempre più forte.

La conversione al cristianesimo arriva molti anni più tardi, nel 1976, mentre si trova in missione diplomatica nel Gujarat. Dharam incontra il cristiano evangelico Bakht Singh – figura conosciuta in tutta l’Asia del Sud – e con lui trascorre otto giorni approfondendo lo studio della Bibbia e delle Sacre Scritture. Il 16 maggio riceve il sacramento del battesimo, portando a compimento il cammino di fede “verso il vero Dio e la sua grazia”.

Una conversione coltivata anche negli anni di matrimonio – Dharam ha sposato una cristiana – e che ha spinto i genitori, in età avanzata, a seguire l’esempio del figlio. Dieci giorni prima di morire il padre, Pandit Sohan Lal Sharma, gli confessa: “Figlio mio per dieci anni ho osservato la tua vita, i cambiamenti e la pace che hai raggiunto. Sei sulla strada giusta. Il tuo Dio è il mio Dio”.

A chi gli chiede come si raggiunge il Moksha, la piena realizzazione spirituale che nella religione indù porta alla liberazione dal ciclo vita/morte, egli risponde: “In un momento in cui tutto era buio, è apparsa una luce argentata nel cielo… e l’Altissimo si è fatto uomo nella persona di Gesù Cristo… per spezzare la catena del peccato e trionfare sulla morte”.

mercoledì, gennaio 06, 2010

L'omelia e le parole all'Angelus di oggi 6 Gennaio 2010 di Papa Benedetto XVI

Nel collegamento qui sotto trovate l'omelia e le parole all'Angelus di Papa Benedetto XVI: umiltà, scienza, fede, ragione. Quante cose abbiamo da imparare!

http://212.77.1.245/news_services/bulletin/notizia.php?lang=it&index=24916


martedì, gennaio 05, 2010

Da L'Osservatore Romano - Intervista a Giovanni Lindo Ferretti...



L'ex cantante punk filosovietico Giovanni Lindo Ferretti racconta in un'intervista la storia della sua vita cambiata
La comunione dei santi resiste anche all'invasione dei media


di Andrea Possieri

Un ex cantante punk convertito al cattolicesimo o, più semplicemente, un punk cattolico. Giovanni Lindo Ferretti, spesso, viene presentato con questo ossimoro che si trasforma velocemente in un'etichetta dal sapore agrodolce. Prima di tutto, però, l'ex cantante dei "Cccp. Fedeli alla linea" è un "reduce" delle battaglie ideologiche del Novecento. Un superstite che ha "fatto la pace" con la propria famiglia e che è "tornato a casa" tra le montagne dell'appennino tosco-emiliano.
Raggiungere la dimora di Giovanni Lindo Ferretti, in questo gelido inverno, non è un'impresa da poco. Lasciata alle spalle l'autostrada, superati insidiosi tornanti innevati, una minuscola carreggiata ricca di curve e di ponti ci introduce a Cerreto Alpi, piccolo borgo di montanari e allevatori, "un postaccio in alto, scosceso e aspro, sporco d'umanità e di bestiame". È qui che ha vissuto e che vive quella Bella gente d'appennino (Milano, Mondadori, 2009, pagine 198, euro 17) che dà il titolo all'ultimo libro di Ferretti.

Sul tuo ultimo libro hai scritto che "la casa in ristrutturazione e un tumore alla pleura" ti hanno "ancorato alla vita" e ti hanno aiutato a salvarti. Da cosa ti hanno salvato?

Mi hanno salvato da una dissipazione vitale. Dissipare la vita, per me, non è stata una questione di grandi idee ma un problema di quotidianità. La mattina mi alzavo tardi, bighellonavo, preparavo un concerto e, infine, mi esibivo sul palco. Una vita che pensavo fosse libera ma che, invece, era schiava di ogni moda stagionale. La malattia che dovevo affrontare e la casa da ristrutturare, che avrebbero potuto essere considerate soltanto una doppia disgrazia mi hanno obbligato a fare seriamente i conti con la vita e mi hanno aiutato a cambiare radicalmente la mia quotidianità.

Sembra quasi che ci sia un parallelo tra la malattia del corpo e la casa in rovina.

Effettivamente, la ristrutturazione della casa di famiglia, dove sono nato e cresciuto ha a che fare con un'idea che travalica la mia singola esistenza. Inizialmente, volevo rimetter mano soltanto al tetto, poi, però, è venuta un'alluvione e la casa si è riempita d'acqua. Così sono sceso alle fondamenta e non avevo abbastanza soldi. Due gravosi problemi: salvarmi la vita, non far crollare la mia venerabile dimora. Partendo da questi due dati, profondamente negativi, ho accettato la realtà e sono andato avanti, cominciando a ringraziare Dio per ciò che avevo.

Tutto questo, però, accadeva in un momento di particolare successo.

Sì, grossomodo tra il 1999 e il 2001, nel periodo in cui il mio gruppo musicale, i Csi (Consorzio suonatori indipendenti), è diventato troppo fortunato e io sono salito sul palcoscenico, per ben due anni, con gli occhi bendati per non vedere niente e la speranza che i concerti finissero alla svelta. Già prima della malattia, comunque, avevo iniziato a pensare che la vita che mi ero costruito non era di così grande interesse e gradimento come avevo immaginato e continuavo con sempre maggiore insoddisfazione pensando che occorresse cambiare radicalmente: fornire un senso alla mia vita, tornarmene a casa.

Nelle tue canzoni, comunque, c'è sempre stata un'attenzione alla dimensione spirituale.

Non sono mai stato ateo e ho sempre avuto una visione carnale della dimensione della Creazione. Quando mi sono distaccato dalla Chiesa cattolica non ho abbandonato l'idea della Creazione. Per un periodo ho subito il fascino dell'islam. Poi ho iniziato a coltivare un grande amore per la letteratura e la storia ebraica - che è già quasi "un ritorno a casa" - e per un periodo di tempo ho frequentato il buddismo.

Alla fine, però, c'è stato il ritorno al cristianesimo e alla casa di famiglia.

Quando sono tornato a vivere nella casa della mia famiglia, a Cerreto Alpi, c'era ancora un prete in paese. Sono andato da don Guiscardo e gli ho esposto tutti i miei problemi e i miei dubbi. Don Guiscardo mi ha risposto che non c'era molto da discutere. Ogni giorno, non solo la domenica, c'era la messa. E poi c'erano le festività durante l'anno. Ho riscoperto la dimensione al tempo stesso naturale e liturgica dell'anno solare. Tornare a casa, per me, ha significato tornare nella casa della mia famiglia e risentirmi generazione su generazione. Chi mi guarda, guarda anche mio padre, mia madre e mio nonno. È una bella responsabilità!

"Tornare a casa" è un'espressione che ricorre molto spesso nei tuoi interventi. Cosa ha significato nascere e crescere in questo piccolo borgo di montagna?

Sono nato in un periodo in cui la disgrazia si era particolarmente accanita contro la mia famiglia. Mio padre è morto quando mia madre ha scoperto di essere incinta. Dopo la sua morte mia madre ha dovuto mandare avanti tutta la famiglia, compresi i vecchi e i malati, ed è stato un periodo molto difficile e di estrema povertà. Sono stato allevato qui a Cerreto Alpi in una comunità tradizionale e posso dire di essere stato un bambino cattolico, felice perché amato. Crescere in una famiglia tradizionale vuol dire che non sono mai andato a catechismo: era mia nonna che si preoccupava della mia educazione religiosa. Visto che in paese esisteva una pluri-classe e lo studio non era eccellente sono stato mandato in collegio dalle suore di Maria Ausiliatrice.

Quand'è che hai deciso di diventare un cantante punk filo-sovietico?

Fino alle scuole medie inferiori ho avuto una educazione cattolica, poi, la mia adolescenza ha coinciso con il 1968 e, in quel particolare momento storico, ho abbandonato con molta buona volontà tutto ciò che ero, tutto ciò che mi avevano insegnato. Quando sono entrato al liceo scientifico pubblico ho pensato bene di rigirare il mio mondo, di ricostruirmi nuovo. Un uomo nuovo adatto ai tempi e con grandi aspettative: un po' come uscire dalla superstizione per avviarmi verso un luminoso futuro scientifico e materialista.

C'è una frase, nel libro, che sottolinea questo tuo passaggio biografico: "Giovanotto sono stato succube e agente di un'ideologia falsificante che estirpava, in baldanzosa marcia, ogni legame organico".

Quelle parole mi rappresentano a pieno e potrei anche cantarle. Devo aggiungere, però, che anche nel periodo di maggior distacco dalla Chiesa cattolica, non ho mai troncato in maniera assoluta con ciò che ero prima.

Per cinque anni, prima di iniziare a cantare, sei stato un operatore psichiatrico. Quanto ha influito quell'esperienza?

Quell'esperienza mi ha toccato profondamente, senza non avrei mai avuto il coraggio e, forse, il cattivo gusto di inventarmi cantante. Dopo aver lavorato per cinque anni come operatore psichiatrico ho pensato di aver saldato il mio debito con la società. È come se mi fossi accollato un dolore della società che, prima, era stato nascosto nei manicomi e, poi, era stato rigettato sulle famiglie e sugli operatori psichiatrici come me. Quei cinque anni mi hanno fornito un'attitudine ad accettare la vita nella sua complessità e la sofferenza che non si può evitare. Dopo così tanto disagio psichico e fisico, il fatto che io fossi diventato un cantante punk mi sembrava plausibile. Uno dei miei matti, quando tornai a trovarlo, mi abbracciò e mi disse: "Era ora che tu venissi dalla nostra parte!".

Finita l'esperienza con i Cccp, con i Csi e con i Pgr (Per grazia ricevuta) chi è oggi Giovanni Lindo Ferretti: un musicista, uno scrittore o un attore di teatro?

Di sicuro ero sbandato, ora non so bene cosa sono. Direi un cantore. Porto in giro due piccoli spettacoli, ma non posso lavorare più di due o tre serate al mese perché devo accudire mia madre. Da quattro anni vado in giro con voce e violino, oppure con voce, violino, organetto e una seconda voce maschile. Ho sperimentato il piacere di uno spazio scenico non deputato ai concerti. Cortili, aie, radure. Più di cento concerti in chiesa, per quanto esibirmi in chiesa mi crei sempre un po' di timore e di imbarazzo. Questo non trova corrispondenza nel pubblico, nei sacerdoti e alla fine mi rasserena.

Sicuramente, però, il gusto per la parola è un punto di contatto con il vecchio Ferretti.

Me lo riconoscono anche i detrattori. Il livello essenziale della mia dimensione pubblica è il piacere della parola, la sua musicalità, il gusto arcaico della parola. Non sono legato alle sperimentazioni o alle avanguardie del Novecento, ma sono intriso di oralità, legato ai salmi, all'epica. Credo che la parola sia il dono più grande che il Creatore ha fatto all'uomo. La parola è vita. E io, fra l'altro, vivo di parole.

Nel libro hai dedicato alcune pagine ai Papi che hanno caratterizzato la tua vita. Il pontificato di Giovanni Paolo ii ha coinciso con la tua affermazione pubblica.

Quello è stato il periodo di maggior distanza dalla Chiesa. Il pontificato di Giovanni Paolo ii coincide con la mia vita pubblica, il mio essere un cantante punk. Mi ricordo benissimo quando Karol Wojtyla è diventato Papa. L'ho visto in televisione e mi è sembrato un patriarca biblico, giovane e forte. Un'immagine che mi fa sempre pensare a san Giuseppe. Solitamente san Giuseppe viene rappresentato come un vecchio. Invece no, per me lo sposo di Maria è un bell'uomo, giovane e nel pieno delle forze. Giovanni Paolo ii era un bell'uomo, con quell'incedere fiero e deciso. È proprio una bella immagine. Nonostante ciò, per un lungo periodo della mia vita ho manifestato una costante forma di disprezzo verso il Papa. L'immagine di Giovanni Paolo ii che mi arrivava leggendo "la Repubblica", "l'Unità" o "il manifesto" era un insieme di negatività. La stessa cosa succede oggi per Benedetto XVI. Gli stessi che criticano Benedetto XVI usano Giovanni Paolo ii come termine di paragone: il Papa polacco era bravo invece "il pastore tedesco" è reazionario, dimenticando, che del "bravo" dicevano, a suo tempo, le stesse cose che dicono oggi del "reazionario".

Che cosa ti ha fatto cambiare idea su Giovanni Paolo ii?

Quello che mi ha molto colpito è stato il modo in cui ha vissuto la propria vecchiaia, la malattia. L'accettarsi compiutamente nella propria forza e nella propria debolezza. Smisi di leggere quei giornali che auspicavano le dimissioni del Papa malato e iniziai ad ascoltare l'Angelus, in televisione o direttamente a Roma. Ci sono stati momenti in cui mi sembrava che quel dolore, quel viso sofferente, quella persona malata parlassero direttamente a me. Legavo quella sofferenza al dolore dei vecchi della mia famiglia, alla loro agonia. È un grande dono se un vecchio può permettersi una agonia nelle propria casa assistito amorevolmente dai propri cari. Non si possono sciupare questi momenti. È un insegnamento vitale che si trasmette alle generazioni e non si verifica in altra situazione. Il Papa, usando i media e pur essendone usato, ha fatto un dono credibile non solo al popolo di Dio ma a tutti coloro che lo hanno visto. Ha mostrato che si può morire con una grande dignità nell'accettazione del mistero della vita. La sofferenza non si può spiegare con le parole si può solo vivere e si deve mostrare come ha fatto Giovanni Paolo ii.

Invece a proposito del cardinale Ratzinger hai scritto: "Un giorno, stanco di leggere sui quotidiani frasi estrapolate, esposte al pubblico disprezzo, del reazionario per eccellenza "Pastore tedesco", entrai in libreria e chiesi: "Non ha mai scritto un libro, questo tal Ratzinger?""

L'immagine che avevo del cardinale Ratzinger, senza aver mai letto un suo libro, era quella del "reazionario per eccellenza". Le prime volte che, da Papa, si è presentato in pubblico percepivo un indole di riservatezza e timidezza. Mentre Giovanni Paolo ii dominava le scene, Benedetto XVI è l'esatto opposto. Un po' soffro con lui e vorrei far sparire tutte le macchine fotografiche, le videocamere e i telefonini che circondano il Papa! Benedetto XVI incarna l'immagine dello studioso, dell'uomo saggio e sapiente, timorato di Dio. Quando il cardinale Ratzinger è diventato Papa mi sono inginocchiato davanti alla televisione piangendo per la commozione, la gioia. Il Papa è il nostro Santo Padre e può essere malato, sano, giovane o vecchio. Io lo amo per come egli è. Il Papa è forte al di là della propria indole perché, dietro e attorno a sé, c'è qualcosa che si chiama la comunione dei santi che regge anche l'invasione dei media.

È vero che, qualche tempo fa, hai firmato un contratto in cui erano previste delle clausole dove era vietato parlare male del Papa?

Quando lavoravo con il regista teatrale Giorgio Barberio Corsetti la produzione aveva aggiunto una clausola al contratto che intimava: "È vietato parlare del Papa nei camerini o attorno a Ferretti". Questo perché quando sentivo parlare male di Benedetto XVI mi innervosivo oltremodo e ne nascevano liti furiose per le stupidaggini che sentivo. Naturalmente io ho cumulato molte colpe nella mia vita e accetto la stupidaggine mia e altrui. Non sono stato meno sciocco di coloro che adesso si comportano da stolti nei confronti del Santo Padre. Ma io difendo il Papa e non sono in grado di accettare certe banalità determinate da ignoranza, malafede e superficialità.

Leggendo il libro par di capire, però, che non hai una particolare predilezione per l'arte sacra contemporanea.

Quando vedo certe opere d'arte o partecipo ad alcune celebrazioni liturgiche rimango senza parole. La messa è il sacrificio perfetto! Invece, ci sono celebrazioni liturgiche che per noi, povera gente di montagna, sono insultanti. La liturgia non è qualcosa che possiamo alimentare in base alle nostre voglie e alle nostre volontà. La liturgia è un legame fortissimo, è la Tradizione e non si può cambiare perché qualcuno crede di aver avuto una bella idea. La dimensione della Chiesa è storicizzata e storicizzabile ma non si può inventare di colpo un'altra cosa. Non voglio fare il moralista, però, di fronte all'arte moderna sono in uno stato di grande empasse. Francamente non ho mai visto niente, dell'arte moderna, che sia riconducibile a una dimensione religiosa. La religione è un legame con il divino e un rapporto con la storia determinato da un avvenimento, non proprio indifferente, che si chiama Incarnazione. Come è possibile costruire una chiesa che non sta in nessun rapporto con la Tradizione?

Questo discorso vale anche per la preghiera?

Ognuno di noi può inventarsi le proprie preghiere, ha tutta la libertà e anche il dovere di farlo. Ma la comunità non è la somma numerica dei convenuti. Io non sento alcun bisogno di preghiere nuove perché ci sono le preghiere di sempre che ci legano alla storia. A me dispiace di non sentire più il nome Melchisedek. Da bambino ero incantato dal nome Melchisedek e non vedevo l'ora di imparare a leggere per andare a studiare chi fosse. Egli è sommo sacerdote al cospetto di Dio prima ancora che cominci la storia di Abramo. Alcuni anni fa lessi il libro del cardinale Ratzinger, Introduzione allo spirito della liturgia, e lo trovai meraviglioso. Lui mi diceva tutte le cose che io volevo sentirmi dire per tornare in Chiesa in pace. Anzi, me ne diceva molte di più e mi sistemò molti punti che prima mi erano confusi. Dovrebbe essere il nostro dovere, oltre che piacere, ascoltare quel che dice il Santo Padre.

Dalla spiritualità alla pratica politica. Tu hai assunto anche una netta posizione pubblica sull'aborto.

La storia dell'aborto nel nostro mondo è una questione da cui non si può svicolare, l'aborto è un crimine incredibile che si commette con una leggerezza credibilissima. Io non posso far altro che ribadire quello che credo: nessuno ha il diritto di uccidere un innocente. Non mi permetto di giudicare una donna che abortisce, ma giudico severamente una società che invece di farsi carico della maternità trasforma, nel regno delle idee, l'uccisione dell'innocente assoluto in un diritto festoso sostenuto da cortei, balletti, striscioni e impone, nei fatti, non solo la desacralizzazione della vita ma la riduzione dell'uomo a materiale organico atto allo scarto o alla sperimentazione.

C'è una cosa, nella tua vita, che ti penti di aver fatto?

Aver scritto e cantato: "Allah è grande e Gheddafi è il suo profeta". Prima di tutto, per aver messo insieme Allah e Gheddafi e poi per quella spocchioseria, sottintesa, che si permette di irridere tutto e tutti ma che spero si possa perdonare a un giovane estremista sciocco e di buon cuore come era il sottoscritto. Due scappellotti, per questo, me li meriterei proprio. Mi pento di molte altre cose, ovvio, ma attengono alla relazione tra il Creatore e la mia persona e trovano nella dimensione del confessionale il proprio spazio. Rifuggo il parlar pubblico che diventa necessariamente pettegolezzo.

MALAYSIA Corte Suprema autorizza i cristiani a usare la parola Allah. Il governo fa ricorso

Ministro per gli affari religiosi: proteggere il nome di Allah da “insulti e abusi”. Il sito internet del settimanale cattolico Herald attaccato dagli hacker. Il direttore: garantiti i diritti costituzionali di libertà religiosa e di parola.


Kuala Lumpur (AsiaNews) – Il governo malaysiano ricorrerà contro la decisione della Corte Suprema, che ha autorizzato il settimanale cattolico Herald a usare la parola “Allah”. L’esecutivo invece, pur invitando i fedeli alla calma, ribadisce al contempo che “Allah” vale solo per i musulmani. Per p. Lawrence Andrew, direttore del settimanale cattolico, con la sentenza è stato rispettato il “diritto garantito dalla Costituzione di libertà religiosa e di libertà di pensiero”.

Il 31 dicembre scorso i giudici – dopo una lunga battaglia legale dei cattolici locali, sostenuta da AsiaNews – hanno stabilito che il termine “Allah” può essere usato nella lingua malay, come riferimento a Dio, anche dai non-musulmani.

Una decisione avversata dall’esecutivo che attraverso Jamil Khir Johari, Ministro per gli affari religiosi, afferma che “è importante proteggere l’uso della parola” e impedire “insulti e abusi”. Egli promette “tutte le misure giuridiche necessarie, nel rispetto della Costituzione federale” perché venga ripristinata la norma introdotta dal governo.

Proprio alla Costituzione fa riferimento p. Lawrence Andrew, direttore di Herald, che sottolinea il “diritto” sancito dalla Carta fondamentale dello Stato alla “libertà religiosa” e alla “libertà di pensiero e opinione”. Nella sentenza i giudici hanno spiegato che i cattolici “hanno il diritto costituzionale” di usare la parola “Allah”, bollando come “illegale, nullo e non avvenuto” il precedente bando governativo.

La notte scorsa il sito internet della testata cattolica – www.heraldmalaysia.com – è stato attaccato due volte dagli hacker. I tecnici hanno neutralizzato le incursioni e il sito ha ripreso la regolare attività. Il direttore non commenta l’incidente, per non “aggiungere tensione” in merito a una questione “assai delicata”.

In un editoriale che uscirà nel prossimo numero del settimanale – e ricevuto in esclusiva da AsiaNews – padre Andrew spiega che “i fedeli cristiani usavano la parola Allah già dai tempi del sultanato di Malacca”. Il sacerdote aggiunge che “uno dei primi dizionari stampati in lingua malay è il dizionario malay-latino, del 1631, e contiene la parola Allah”.

Egli ribadisce che “il settimanale cattolico è in linea con le libertà garantite dalla Costituzione” in tema di libertà di espressione, di parola e di religione. P. Andrew ringrazia infine quanti “ci hanno sostenuto in molte occasioni”, attraverso “la preghiera e il digiuno”.

Herald è pubblicato in quattro lingue e ha una tiratura di circa 14mila copie settimanali. La Malaysia è un Paese multi-culturale, ha una popolazione superiore ai 23 milioni di abitanti, con una presenza consistente di minoranze etniche, tra cui quella cinese e indiana. Il 60% circa è di religione musulmana: i cristiani sono circa il 10% della popolazione.

domenica, gennaio 03, 2010

Le parole di Papa Benedetto all'Angelus di oggi domenica 3 Gennaio 2010

Neretti nostri.

Cari fratelli e sorelle!


In questa Domenica – seconda dopo il Natale e prima del nuovo anno – sono lieto di rinnovare a tutti il mio augurio di ogni bene nel Signore! I problemi non mancano, nella Chiesa e nel mondo, come pure nella vita quotidiana delle famiglie. Ma, grazie a Dio, la nostra speranza non fa conto su improbabili pronostici e nemmeno sulle previsioni economiche, pur importanti. La nostra speranza è in Dio, non nel senso di una generica religiosità, o di un fatalismo ammantato di fede. Noi confidiamo nel Dio che in Gesù Cristo ha rivelato in modo compiuto e definitivo la sua volontà di stare con l’uomo, di condividere la sua storia, per guidarci tutti al suo Regno di amore e di vita. E questa grande speranza anima e talvolta corregge le nostre speranze umane.

Di tale rivelazione ci parlano oggi, nella Liturgia eucaristica, tre letture bibliche di straordinaria ricchezza: il capitolo 24 del Libro del Siracide, l’inno che apre la Lettera agli Efesini di san Paolo e il prologo del Vangelo di Giovanni. Questi testi affermano che Dio è non soltanto creatore dell’universo – aspetto comune anche ad altre religioni – ma che è Padre, che "ci ha scelti prima della creazione del mondo … predestinandoci ad essere per lui figli adottivi" (Ef 1,4-5) e che per questo è arrivato fino al punto inconcepibile di farsi uomo: "il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1,14). Il mistero dell’Incarnazione della Parola di Dio è stato preparato nell’Antico Testamento, in particolare là dove la Sapienza divina si identifica con la Legge mosaica. Afferma infatti la stessa Sapienza: "Il creatore dell’universo mi fece piantare la tenda e mi disse: «Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele»" (Sir 24,8). In Gesù Cristo, la Legge di Dio si è fatta testimonianza vivente, scritta nel cuore di un uomo in cui, per l’azione dello Spirito Santo, è presente corporalmente tutta la pienezza della divinità (cfr Col 2,9).

Cari amici, questa è la vera ragione di speranza dell’umanità: la storia ha un senso, perché è "abitata" dalla Sapienza di Dio. E tuttavia, il disegno divino non si compie automaticamente, perché è un progetto d’amore, e l’amore genera libertà e chiede libertà. Il Regno di Dio viene certamente, anzi, è già presente nella storia e, grazie alla venuta di Cristo, ha già vinto la forza negativa del maligno. Ma ogni uomo e donna è responsabile di accoglierlo nella propria vita, giorno per giorno. Perciò, anche il 2010 sarà più o meno "buono" nella misura in cui ciascuno, secondo le proprie responsabilità, saprà collaborare con la grazia di Dio. Rivolgiamoci dunque alla Vergine Maria, per imparare da Lei questo atteggiamento spirituale. Il Figlio di Dio ha preso carne da Lei non senza il suo consenso. Ogni volta che il Signore vuole fare un passo avanti, insieme con noi, verso la "terra promessa", bussa prima al nostro cuore, attende, per così dire, il nostro "sì", nelle piccole come nelle grandi scelte. Ci aiuti Maria ad accogliere sempre la volontà di Dio, con umiltà e coraggio, perché anche le prove e le sofferenze della vita cooperino ad affrettare la venuta del suo Regno di giustizia e di pace.