giovedì, dicembre 02, 2010

A proposito di suicidio.


Il gran sparlare suscitato dal suicidio del povero Mario Monicelli ci obbliga a ricordare quello che diceva in proposito il nostro amico Gilbert Keith Chesterton, perché sono parole chiare, chiarissime, che ci aiutano a superare la dittatura del relativismo che impera anche nei bar, dal fruttivendolo e dalla parrucchiera (non parliamo negli uffici pubblici), pur essendo fondato sul nulla.

Ciò non toglie che si spera sempre che il povero Monicelli abbia avuto spazio e tempo di pentimento. Noi cattolici siamo fatti così, pensiamo ancora che un suicidio sia una sciagura e non una specie di festa, come molti benpensanti hanno detto con una leggerezza allucinante.

I passi che vi suggeriamo, e che suggeriamo caldamente di diffondere (chi ha un blog, un sito, una newsletter, un account su Facebook o su Twitter, un elenco di indirizzi di posta elettronica di amici e pure di nemici lo faccia! Con la stessa sfacciataggine con cui lo stanno facendo i maitres a penser che imperversano, parlano e chiedono il silenzio a tutti) vengono dal capolavoro di Chesterton, Ortodossia (le pagine sono quelle dell'edizione Lindau). E' una buona occasione per rileggere questo volume tutto intero.




"Il suicidio non è solo un peccato, è il peccato. È il male supremo e assoluto, il rifiuto di qualsiasi interesse per l’esistenza, il rifiuto di prestare fedeltà alla vita. L’uomo che uccide un uomo, uccide un uomo. L’uomo che uccide se stesso, uccide tutti gli uomini: annienta il mondo. Il suo gesto è peggiore (dal punto di vista simbolico) di qualsiasi stupro o attentato dinamitardo. Perché distrugge tutti gli edifici ed offende tutte le donne. Il ladro è appagato dai diamanti, il suicida non lo è: questo è il suo crimine. Non si lascia corrompere nemmeno dalle pietre sfolgoranti della Città Celeste. Il ladro esalta gli oggetti che ruba, se non il loro proprietario. Ma il suicida insulta tutto ciò che esiste al mondo non rubandolo. Rifiutando di vivere per amore di un fiore, guasta tutti i fiori. In tutto l’universo non c’è una sola creatura minuscola per la quale la sua morte non sia una beffa. Quando un uomo s’impicca a un albero, le foglie potrebbero cadere incollerite e gli uccelli volare via furiosi, poiché ognuno di essi ha ricevuto un affronto personale". (pag 102)

"Il fatto di seppellire il suicida separato dagli altri defunti ha un significato. Il crimine di quell’uomo è diverso dagli altri crimini, perché rende impossibili persino i crimini". (pag 103)

"Il suicida, ovviamente, è l’opposto del martire. Un martire è qualcuno che ama così tanto qualcosa che sta fuori di lui da dimenticare la propria vita. Il suicida è un uomo che ama così poco qualsiasi cosa stia fuori di lui da desiderare di vedere la fine di tutto. Il primo vuole che qualcosa cominci, il secondo vuole che tutto finisca. In altre parole, il martire è nobile, proprio perché (per quanto rinunci al mondo o detesti tutta l’umanità) confessa questo estremo legame con la vita e pone il suo cuore fuori da se stesso: muore affinché qualcosa possa vivere. Il suicida è ignobile perché non possiede tale legame con l’esistenza: è un semplice distruttore, personalmente distrugge l’universo". (pag 103)