mercoledì, dicembre 30, 2009
sabato, dicembre 26, 2009
Auguri di buon natale
In questo giorno santo chiediamo al Signore il dono dello Stupore.
Come sarebbe diversa la nostra vita se avessimo nel cuore almeno un pò della meraviglia dei pastori che quella notte corsero alla mangiatoia!
Buon Natale e buona vita!
giovedì, dicembre 24, 2009
Auguri di Buon Natale!!!
bruscamente
campane a mezzanotte, come cannoni.
Messaggeri di una battaglia appena vinta:
è la gioia della grotta, un'allegria
da trincea, da città fortificata.
Questo bimbo da una grotta
erompe –
sotterranea divinità che esplode – :
ha minato il mondo. Scrolla dal basso
palazzi e parlamenti; e il gran re che avverte
la vibrazione sotto i piedi, trema
nel tremante suo palazzo.
E tra i misteri della grotta
questo è forse il più grande: anche
se gli uomini sotto terra
l'inferno hanno cercato, sotterra il cielo
hanno trovato. Questo il paradosso:
le più Alte Idee da quel giorno solo dal basso
possono agire. E il Regno
non può ricostituirsi senza
ribellione.
Perché la Chiesa non nacque
principato, ma per esser – contro il principe
del mondo –
universale rivoluzione.
mercoledì, dicembre 23, 2009
martedì, dicembre 22, 2009
Pio XII, il papa che si oppose a Hitler
Pio XII, il papa che si oppose a Hitler
Benedetto XVI ha riconosciuto le sue virtù eroiche. Fino agli anni ’60 il mondo ebraico l’ha sempre lodato e apprezzato per aver salvato la vita di centinaia di migliaia di ebrei. Poi ha cambiato registro. La “leggenda nera” contro di lui sostenuta dai Paesi comunisti.
Milano (AsiaNews) - Papa Benedetto ha approvato l’eroicità delle virtù di Pio XII, con reazioni negative da una parte del mondo ebraico e da corrente laiche o laiciste che hanno avversato da sempre il “Pastor Angelicus”, venerato e pregato da molti che l’hanno conosciuto. Ho letto l’opera di uno storico tedesco, Michael Hasemann: “Pio XII – Il Papa che si oppose a Hitler” (Paoline, Milano 2009, pagg. 336), che fa giustizia delle calunnie contro Eugenio Pacelli: di aver favorito l’ascesa al potere di Hitler e di avere taciuto di fronte alla Shoa degli ebrei. La ricerca di Hesemann, fondata su documenti d’archivio tedeschi e nazisti, ha la Prefazione del Postulatore della causa di beatificazione di Pio XII, il gesuita tedesco Peter Gumpel che scrive: “Mentre il nostro immane lavoro di ricerca e studio procedeva, i miei collaboratori e io ci siamo convinti sempre più che nei riguardi di Pio XII era stata creata una vera e propria “leggenda nera””.
Eugenio Pacelli, come nunzio in Germania, era contro Hitler fin dagli anni venti. Da quel “pazzo fanatico”, che aveva carisma e mobilitava le folle, non sarebbe venuto nulla di buono: i suoi rapporti a Roma e l’azione che svolse in Germania lo dimostrano senza ombra di dubbio. Poi, come Papa Pio XII, aveva mobilitato la diplomazia vaticana e la rete europea di diocesi, parrocchie, istituti ed enti religiosi per portare in salvo gli ebrei e ottenne, già durante la guerra, centinaia di migliaia di visti d’ingresso per i profughi dall’Europa nazista in Argentina, Santo Domingo e altri paesi dell’America Latina. “Nel frattempo – scrive Hasemann – le potenze belligeranti non facevano nulla per impedire la Shoah. Parecchi Stati, fra i quali Svizzera e USA, respinsero i rifugiati ebrei, fino al punto di rimandarli in Germania, dove finivano nelle camere a gas! L’Aviazione alleata aveva sorvolato più volte Auschwitz, scattando fotografie anche dei forni crematori, ma non si prese la briga di bombardare le linee ferroviarie che portavano al lager”.
Eppure c’è stata una violenta campagna contro “il silenzio” di Pio XII, ma nessuno ha protestato contro il silenzio di Roosevelt, Churchill, Stalin e nemmeno della Croce Rossa, anche lei impegnata nella salvezza dei profughi dal Nazismo e costretta al silenzio per poter salvarne il più possibile. Gli ebrei salvati per intervento diretto della Chiesa cattolica, secondo una ricerca documentata fino allo scrupolo di Pinchas Lapide, storico israeliano: da 847.000 a 882.000, con numeri per i singoli paesi: Romania 250.000, Francia e Ungheria 200.000, Italia 55.000, ecc.
Hasemann riporta citazioni di rappresentanti del mondo ebraico, che fino al 1963 ringraziavano Pio XII. Chaim Weizmann (futuro primo Presidente dello Stato di Israele) già nel 1943 scriveva: “La Santa Sede presta il suo potente aiuto, ovunque sia possibile, allo scopo di alleviare la sorte dei miei correligionari perseguitati”. Nel 1944, il rabbino capo degli ebrei in Palestina, dichiarò: “Il popolo d’Israele non dimenticherà mai ciò che ha fatto Sua Santità per i nostri fratelli e sorelle più sfortunati, in questa tragicissima pagina della nostra storia”. Il 21 settembre 1945 il segretario del “Congresso ebraico mondiale”, Leon Kubowitzky, ringraziava Pio XII per “aver salvato gli ebrei dalle persecuzioni fasciste e naziste” e per “tutto il bene che la Chiesa si è sforzata di compiere a favore del nostro popolo”. Alle parole era unita una donazione di 20.000 dollari al Pontefice.
Al termine della guerra, Moshe Scharett, futuro secondo Presidente di Israele, venne ricevuto in udienza da Pio XII e dichiarò: “Gli dissi che, a nome del popolo ebraico, era mio dovere ringraziare lui, e tramite lui l’intera Chiesa cattolica, per tutto ciò che avevano fatto per salvare gli ebrei nelle varie nazioni”. Raffaele Cantoni, Presidente dell’UCEI (Unione delle comunità ebraiche in Italia), dichiarava nel dopoguerra: “Sei milioni di miei correligionari sono stati assassinati dai nazisti, ma il numero delle vittime sarebbe stato di molto superiore senza l’efficace intervento di Pio XII”. Per il 17 aprile 1955 gli ebrei italiani proclamarono una “Giornata del ringraziamento” per i soccorsi loro prestati dal Papa. Il 26 maggio di quell’anno l’Orchestra filarmonica di Israele venne appositamente in Vaticano per eseguire brani di Beethoven alla presenza di Pio XII, “in segno di gratitudine dello Stato ebraico per l’opera da lui compiuta a favore dei perseguitati”.
Fino all’inizio degli anni sessanta, da parte del mondo ebraico non vi sono che voci favorevoli all’azione di Pio XII in aiuto agli ebrei perseguitati. La campagna contro questo grande Papa nasce nel 1963 quando viene pubblicato in Germania “Il Vicario”, di uno sconosciuto giovane tedesco Rolf Hochhuth, che mai aveva frequentato gli Archivi vaticani e non conosceva quelli nazisti. Hasemann documenta molto bene che l’opera di Hochhuth è stata preparata direttamente dal KGB e si augura che si aprano gli archivi sovietici, ma queste notizie non sono passate nella stampa mondiale. “Il Vicario” ha un successo immediato e internazionale, sostenuta dai Partiti comunisti dell’Occidente e dalla stampa fiancheggiatrice di sinistra. Qualsiasi smentita circa la falsità delle tesi sostenute non trova spazio nella stampa internazionale, mentre già nel marzo 1963 il governo della Repubblica Federale tedesca aveva preso le distanze da “Il Vicario”, con questo comunicato: “Il Governo Federale si rammarica che siano state mosse accuse contro Papa Pio XII. Il defunto Pontefice aveva levato in diverse occasioni la voce contro le persecuzioni razziali del Terzo Reich e liberato quanti più ebrei possibile dalle mani dei persecutori”.
I nostri fratelli cattolici nel mondo soffrono molto. Guardate che succede in Indonesia ed in Iraq.
In alto: manifestazione dei cattolici curdi in Iraq e i danni alla chiesa indonesiana di cui all'articolo qui sotto.
Jakarta, mille estremisti islamici, fra cui donne e bambini, assaltano una chiesa cattolica
di Mathias Hariyadi
Ancora un omicidio mirato contro la comunità cristiana di Mosul
sabato, dicembre 19, 2009
Pier Giorgio vivo - 28

L'ha detto Pier Giorgio - 27
mercoledì, dicembre 16, 2009
Il Papa parla di Giovanni di Salisbury, di ragione, di libertà e di vita
CATECHESI DEL SANTO PADRE IN LINGUA ITALIANA Cari fratelli e sorelle,
oggi ci avviamo a conoscere la figura di Giovanni di Salisbury, che apparteneva a una delle scuole filosofiche e teologiche più importanti del Medioevo, quella della cattedrale di Chartres, in Francia. Anch'egli, come i teologi di cui ho parlato nelle settimane scorse, ci aiuta a comprendere come la fede, in armonia con le giuste aspirazioni della ragione, spinge il pensiero verso la verità rivelata, nella quale si trova il vero bene dell'uomo.
Giovanni nacque in Inghilterra, a Salisbury, tra il 1100 e il 1120. Leggendo le sue opere, e soprattutto il suo ricco epistolario, veniamo a conoscenza dei fatti più importanti della sua vita. Per circa dodici anni, dal 1136 al 1148, egli si dedicò agli studi, frequentando le scuole più qualificate dell'epoca, nelle quali ascoltò le lezioni di maestri famosi. Si recò a Parigi e poi a Chartres, l'ambiente che segnò maggiormente la sua formazione e di cui assimilò la grande apertura culturale, l'interesse per i problemi speculativi e l'apprezzamento per la letteratura. Come spesso accadeva in quel tempo, gli studenti più brillanti venivano richiesti da prelati e sovrani, per esserne stretti collaboratori. Questo accadde anche a Giovanni di Salisbury, che da un suo grande amico, Bernardo di Chiaravalle, fu presentato a Teobaldo, Arcivescovo di Canterbury - sede primaziale dell'Inghilterra -, il quale volentieri lo accolse nel suo clero. Per undici anni, dal 1150 al 1161, Giovanni fu segretario e cappellano dell'anziano Arcivescovo. Con infaticabile zelo, mentre continuava a dedicarsi allo studio, egli svolse un'intensa attività diplomatica, recandosi per dieci volte in Italia, con lo scopo esplicito di curare i rapporti del Regno e della Chiesa di Inghilterra con il Romano Pontefice. Fra l'altro, in quegli anni il Papa era Adriano IV, un inglese che ebbe con Giovanni di Salisbury una stretta amicizia. Negli anni successivi alla morte di Adriano IV, avvenuta nel 1159, in Inghilterra si creò una situazione di grave tensione tra la Chiesa e il Regno. Il re Enrico II, infatti, intendeva affermare la sua autorità sulla vita interna della Chiesa, limitandone la libertà. Questa presa di posizione suscitò le reazioni di Giovanni di Salisbury, e soprattutto la coraggiosa resistenza del successore di Teobaldo sulla cattedra episcopale di Canterbury, san Tommaso Becket, che per questo motivo andò in esilio, in Francia. Giovanni di Salisbury lo accompagnò e rimase al suo servizio, adoperandosi sempre per una riconciliazione. Nel 1170, quando sia Giovanni, sia Tommaso Becket erano già rientrati in Inghilterra, quest'ultimo fu assalito e ucciso all'interno della sua cattedrale. Morì da martire e come tale fu subito venerato dal popolo. Giovanni continuò a servire fedelmente anche il successore di Tommaso, fino a quando venne eletto Vescovo di Chartres, dove rimase dal 1176 al 1180, anno della sua morte.
Delle opere di Giovanni di Salisbury vorrei segnalarne due, che sono ritenute i suoi capolavori, designate elegantemente con i titoli greci di Metaloghicón (In difesa della logica) e ilPolycráticus (L'uomo di Governo). Nella prima opera egli – non senza quella fine ironia che caratterizza molti uomini colti – respinge la posizione di coloro che avevano una concezione riduttiva della cultura, considerata come vuota eloquenza, inutili parole. Giovanni, invece, elogia la cultura, l'autentica filosofia, l'incontro cioè tra pensiero forte e comunicazione, parola efficace. Egli scrive: "Come infatti non solo è temeraria, ma anche cieca l'eloquenza non illuminata dalla ragione, così la sapienza che non si giova dell'uso della parola è non solo debole, ma in certo modo monca: infatti, anche se, talora, una sapienza senza parola può giovare a confronto della propria coscienza, raramente e poco giova alla società" (Metaloghicón 1,1, PL 199,327). Un insegnamento molto attuale. Oggi, quella che Giovanni definiva "eloquenza", cioè la possibilità di comunicare con strumenti sempre più elaborati e diffusi, si è enormemente moltiplicata. Tuttavia, tanto più rimane urgente la necessità di comunicare messaggi dotati di "sapienza", ispirati cioè alla verità, alla bontà, alla bellezza. È questa una grande responsabilità, che interpella in particolare le persone che operano nell'ambito multiforme e complesso della cultura, della comunicazione, dei media. Ed è questo un ambito nel quale si può annunciare il Vangelo con vigore missionario.
Nel Metaloghicón Giovanni affronta i problemi della logica, ai suoi tempi oggetto di grande interesse, e si pone una domanda fondamentale: che cosa può conoscere la ragione umana? Fino a che punto essa può corrispondere a quell'aspirazione che c'è in ogni uomo, cioè la ricerca della verità? Giovanni di Salisbury adotta una posizione moderata, basata sull'insegnamento di alcuni trattati di Aristotele e di Cicerone. Secondo lui, ordinariamente la ragione umana raggiunge delle conoscenze che non sono indiscutibili, ma probabili e opinabili. La conoscenza umana – questa è la sua conclusione - è imperfetta, perché soggetta alla finitezza, al limite dell'uomo. Essa, però, cresce e si perfeziona grazie all'esperienza e all'elaborazione di ragionamenti corretti e coerenti, in grado di stabilire rapporti tra i concetti e la realtà, grazie alla discussione, al confronto e al sapere che si arricchisce di generazione in generazione. Solo in Dio vi è una scienza perfetta, che viene comunicata all'uomo, almeno parzialmente, per mezzo della Rivelazione accolta nella fede, per cui la scienza della fede, la teologia, dispiega le potenzialità della ragione e fa avanzare con umiltà nella conoscenza dei misteri di Dio.
Il credente e il teologo, che approfondiscono il tesoro della fede, si aprono anche a un sapere pratico, che guida le azioni quotidiane, cioè alle leggi morali e all'esercizio delle virtù. Scrive Giovanni di Salisbury: "La clemenza di Dio ci ha concesso la sua legge, che stabilisce quali cose sia per noi utile conoscere, e che indica quanto ci è lecito sapere di Dio e quanto è giusto indagare… In questa legge, infatti, si esplicita e si rende palese la volontà di Dio, affinché ciascuno di noi sappia ciò che per lui è necessario fare" (Metaloghicón 4,41, PL 199,944-945). Esiste, secondo Giovanni di Salisbury, anche una verità oggettiva e immutabile, la cui origine è in Dio, accessibile alla ragione umana e che riguarda l'agire pratico e sociale. Si tratta di un diritto naturale, al quale le leggi umane e le autorità politiche e religiose devono ispirarsi, affinché possano promuovere il bene comune. Questa legge naturale è caratterizzata da una proprietà che Giovanni chiama "equità", cioè l'attribuzione a ogni persona dei suoi diritti. Da essa discendono precetti che sono legittimi presso tutti i popoli, e che non possono in nessun caso essere abrogati. È questa la tesi centrale delPolycráticus, il trattato di filosofia e di teologia politica, in cui Giovanni di Salisbury riflette sulle condizioni che rendono l'azione dei governanti giusta e consentita.
Mentre altri argomenti affrontati in quest'opera sono legati alle circostanze storiche in cui essa fu composta, il tema del rapporto tra legge naturale e ordinamento giuridico-positivo, mediato dall'equità, è ancor oggi di grande importanza. Nel nostro tempo, infatti, soprattutto in alcuni Paesi, assistiamo a uno scollamento preoccupante tra la ragione, che ha il compito di scoprire i valori etici legati alla dignità della persona umana, e la libertà, che ha la responsabilità di accoglierli e promuoverli. Forse Giovanni di Salisbury ci ricorderebbe oggi che sono conformi all'equità solo quelle leggi che tutelano la sacralità della vita umana e respingono la liceità dell'aborto, dell'eutanasia e delle disinvolte sperimentazioni genetiche, quelle leggi che rispettano la dignità del matrimonio tra un uomo e una donna, che si ispirano a una corretta laicità dello Stato – laicità che comporta pur sempre la salvaguardia della libertà religiosa –, e che perseguono la sussidiarietà e la solidarietà a livello nazionale e internazionale. Diversamente, finirebbe per instaurarsi quella che Giovanni di Salisbury definisce la "tirannia del principe" o, diremmo noi, "la dittatura del relativismo": un relativismo che, come ricordavo qualche anno fa, "non riconosce nulla come definitivo e lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie" (Missa pro eligendo Romano Pontifice, Omelia, "L'Osservatore Romano", 19 aprile 2005).
Nella mia più recente Enciclica. Caritas in veritate, rivolgendomi agli uomini di buona volontà, che si impegnano affinché l'azione sociale e politica non sia mai sganciata dalla verità oggettiva sull'uomo e sulla sua dignità, ho scritto: "La verità e l'amore che essa dischiude non si possono produrre, si possono solo accogliere. La loro fonte ultima non è, né può essere, l'uomo, ma Dio, ossia Colui che è Verità e Amore. Questo principio è assai importante per la società e per lo sviluppo, in quanto né l'una né l'altro possono essere solo prodotti umani; la stessa vocazione allo sviluppo delle persone e dei popoli non si fonda su una semplice deliberazione umana, ma è inscritta in un piano che ci precede, e che costituisce per tutti noi un dovere che deve essere liberamente accolto" (n. 52). Questo piano che ci precede, questa verità dell'essere dobbiamo cercare e accogliere, perché nasca la giustizia, ma possiamo trovarlo e accoglierlo solo con un cuore, una volontà, una ragione purificati nella luce di Dio.
Iraq - Mons. Sako: a Mosul è in atto una “pulizia etnica” contro i cristiani
Kirkuk (AsiaNews) – A Mosul è in atto una “pulizia etnica e religiosa” che si è acuita “nell’imminenza del Natale”. È quanto afferma ad AsiaNews mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, che anticipa il “rafforzamento delle misure di sicurezza per le feste”. In città si respira un clima di tensione e paura, accresciuto dal nuovo attacco avvenuto ieri a due luoghi di culto, che ha causato una vittima e 40 feriti. Una fonte cristiana della città, anonima per motivi di sicurezza, lancia l’allarme: “la comunità è destinata a morire”.
Nella tarda mattinata di ieri un’autobomba è esplosa nei pressi della chiesa dell’Annunciazione, nel quartiere al-Mohandiseen, danneggiando muri e vetrate. Gli attentatori hanno lanciato anche una serie di granate contro l’adiacente scuola cristiana, uccidendo una neonata e ferendo altre 40 persone, fra cui cinque liceali. Saad Younes, padre della bambina di otto giorni, conferma che l’esplosione è avvenuta mentre la cognata e la piccola uscivano dall’ospedale.
Un secondo attentato ha preso di mira la chiesa siro-cattolica dell’Immacolata, nel quartiere di al-Shifaa, a nord di Mosul. Un ordigno è esploso davanti alla cancellata che si affaccia sulla strada, senza causare vittime né feriti. Gli attacchi di ieri sono solo l’ultimo episodio di una serie di violenze contro i luoghi di culto cristiani della città: il 26 novembre scorso i terroristi hanno raso al suolo la chiesa di Sant’Efrem e colpito la Casa Madre delle suore domenicane di Santa Caterina.
Fonti di AsiaNews in città confermano la “fuga delle suore” e le poche rimaste “hanno paura ad uscire”. Gli attacchi sono “un messaggio di avvertimento” per costringere i cristiani all’esodo di massa. “Le famiglie che sono fuggite al nord, nel Kurdistan – conferma la fonte – non hanno lavoro, né una prospettiva di vita. La comunità cristiana è destinata a morire”.
Una preoccupazione condivisa da mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk, che parla di “pulizia etnica e religiosa” in atto a Mosul. Il governo centrale e i partiti, aggiunge il prelato, si preoccupano solo delle elezioni, in programma il 7 marzo 2010, e soprattutto della “spartizione del petrolio”. Il quadro politico della città è complesso: gli arabi controllano il potere locale, i curdi non partecipano al consiglio municipale; nella zona vi è inoltre una forte presenza di gruppi fondamentalisti e membri del vecchio regime di Saddam Hussein.
“La situazione è molto tesa – sottolinea mons. Sako – la settimana scorsa sono stati uccisi due fratelli cristiani, altri due sono stati rapiti. Dov’è il governo locale? Dov’è il governo centrale? Dove sono le rappresentanze dei partiti al potere?” domanda il prelato.
Egli auspica una maggiore coesione all’interno della comunità cristiana, perché riesca a creare un “potere forte” in grado di respingere le violenze. Fra le possibili risposte, il prelato chiede “una dichiarazione forte a nome delle chiese e dei partiti cristiani, per dire che siamo saldi, che siamo per l’Iraq, per la pace e la convivenza fra le etnie e le religioni”. “Distruggere questo mosaico – aggiunge – è come distruggere tutto l’Iraq”.(DS)
martedì, dicembre 15, 2009
Papa: la crisi ecologica “storica opportunità” per ripensare i nostri stili di vita
Città del Vaticano (AsiaNews) – La “crisi ecologica” che il mondo si trova oggi ad affrontare è una “storica opportunità” per ripensare in modo lungimirante il modello di sviluppo dell’umanità, abbandonando stili di vita, personali e nazionali, dettati dall’egoismo e dal consumismo, a favore di una solidarietà tra persone, nazioni e generazioni, fondata sulla comune responsabilità nei confronti del creato. E’ una “necessità” che, per Benedetto XVI, esige la coscienza che “ogni decisione economica ha una conseguenza di carattere morale” e che, di conseguenza, va affrontata con un rinnovamento culturale ed etico, che si preoccupi in primo luogo della “ecologia umana”, rifiutando ogni riduzione della persona, sia quella proveniente dalla “assolutizzazione” della tecnica, sia quella visione egualitaristica della “dignità” di tutti gli esseri viventi, che rischia di sfociare in un nuovo pantesimo.
Cade nel momento in cui a Copenhagen le nazioni del mondo discutono del loro futuro il messaggio di Benedetto XVI per la 43ma Giornata mondiale della pace, che il Papa ha dedicato al tema “Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato”. In esso, partendo dal principio che “la creazione è l’inizio e il fondamento di tutte le opere di Dio e la sua salvaguardia diventa oggi essenziale per la pacifica convivenza dell’umanità” (n. 1), il Papa chiede ad ogni uomo e ad ogni nazione di scegliere vie che portino al “governo” e non all’“abuso” della natura, attraverso strumenti come l’uso dell’energia solare, una “gestione del sistema idrogeologico globale”, “appropriate strategie di sviluppo rurale incentrate sui piccoli coltivatori e sulle loro famiglie”, “idonee politiche per la gestione delle foreste, per lo smaltimento dei rifiuti, per la valorizzazione delle sinergie esistenti tra il contrasto ai cambiamenti climatici e la lotta alla povertà” (n. 10).
La questione ecologica, afferma Benedetto XVI è urgente, “Come rimanere indifferenti - chiede - di fronte alle problematiche che derivano da fenomeni quali i cambiamenti climatici, la desertificazione, il degrado e la perdita di produttività di vaste aree agricole, l’inquinamento dei fiumi e delle falde acquifere, la perdita della biodiversità, l’aumento di eventi naturali estremi, il disboscamento delle aree equatoriali e tropicali? Come trascurare il crescente fenomeno dei cosiddetti ‘profughi ambientali’: persone che, a causa del degrado dell’ambiente in cui vivono, lo devono lasciare”? “Come non reagire di fronte ai conflitti già in atto e a quelli potenziali legati all’accesso alle risorse naturali? Sono tutte questioni che hanno un profondo impatto sull’esercizio dei diritti umani, come ad esempio il diritto alla vita, all’alimentazione, alla salute, allo sviluppo” (n. 4).
La risposta deve partire dalla considerazione che “la crisi ecologica non può essere valutata separatamente dalle questioni ad essa collegate, essendo fortemente connessa al concetto stesso di sviluppo e alla visione dell’uomo e delle sue relazioni con i suoi simili e con il creato. Saggio è, pertanto, operare una revisione profonda e lungimirante del modello di sviluppo, nonché riflettere sul senso dell’economia e dei suoi fini, per correggerne le disfunzioni e le distorsioni” (n. 5). Occorre, insomma, “un profondo rinnovamento culturale”, la riscoperta di quei valori che costituiscono il fondamento sul quale costruire un futuro migliore per tutti. Dal momento, infatti, che le situazioni di crisi “siano esse di carattere economico, alimentare, ambientale o sociale, sono, in fondo, anche crisi morali collegate tra di loro”, esse “obbligano a riprogettare il comune cammino degli uomini. Obbligano, in particolare, a un modo di vivere improntato alla sobrietà e alla solidarietà, con nuove regole e forme di impegno” (n. 5).
Se, dunque, occorre un nuovo progetto di sviluppo, esso deve partire dalla considerazione che “tutto ciò che esiste appartiene a Dio, che lo ha affidato agli uomini, ma non perché ne dispongano arbitrariamente. E quando l’uomo, invece di svolgere il suo ruolo di collaboratore di Dio, a Dio si sostituisce, finisce col provocare la ribellione della natura, piuttosto tiranneggiata che governata da lui. L’uomo, quindi, ha il dovere di esercitare un governo responsabile della creazione, custodendola e coltivandola” (n. 6), anche per le generazioni future. Il Papa parla, in proposito, di “leale solidarietà inter-generazionale”, aggiungendo che “la tutela della proprietà privata non ostacoli la destinazione universale dei beni” (n. 8).
Quasi prevedendo le obiezioni che i Paesi del Terzo mondo hanno sollevato a Copenhagen (il messaggio porta la data dell’8 dicembre), Benedetto XVI afferma che è “importante riconoscere, fra le cause dell’attuale crisi ecologica, la responsabilità storica dei Paesi industrializzati”. Per questo “è necessario che le società tecnologicamente avanzate siano disposte a favorire comportamenti improntati alla sobrietà, diminuendo il proprio fabbisogno di energia e migliorando le condizioni del suo utilizzo” (n. 9). D’altro canto, “i Paesi meno sviluppati e, in particolare, quelli emergenti, non sono tuttavia esonerati dalla propria responsabilità rispetto al creato, perché il dovere di adottare gradualmente misure e politiche ambientali efficaci appartiene a tutti” (n. 8).
Appare infatti “sempre più chiaramente che il tema del degrado ambientale chiama in causa i comportamenti di ognuno di noi, gli stili di vita e i modelli di consumo e di produzione attualmente dominanti, spesso insostenibili dal punto di vista sociale, ambientale e finanche economico. Si rende ormai indispensabile un effettivo cambiamento di mentalità che induca tutti ad adottare nuovi stili di vita nei quali la ricerca del vero, del bello e del buono e la comunione con gli altri uomini per una crescita comune siano gli elementi che determinano le scelte dei consumi, dei risparmi e degli investimenti” (n. 11) . “Tale responsabilità non conosce frontiere. Secondo il principio di sussidiarietà, è importante che ciascuno si impegni al livello che gli corrisponde, operando affinché venga superata la prevalenza degli interessi particolari” (n. 11). “Occorre, inoltre, richiamare la responsabilità dei media in tale ambito, proponendo modelli positivi a cui ispirarsi. Occuparsi dell’ambiente richiede, cioè, una visione larga e globale del mondo; uno sforzo comune e responsabile per passare da una logica centrata sull’egoistico interesse nazionalistico ad una visione che abbracci sempre le necessità di tutti i popoli. Non si può rimanere indifferenti a ciò che accade intorno a noi, perché il deterioramento di qualsiasi parte del pianeta ricadrebbe su tutti” (n. 11).
Da parte sua, la Chiesa “ha una responsabilità per il creato”, dono di Dio per tutti, “anzitutto, per proteggere l’uomo contro il pericolo della distruzione di se stesso”. “Il degrado della natura è, infatti, strettamente connesso alla cultura che modella la convivenza umana, per cui quando l’«ecologia umana» è rispettata dentro la società, anche l’ecologia ambientale ne trae beneficio. Non si può domandare ai giovani di rispettare l’ambiente, se non vengono aiutati in famiglia e nella società a rispettare se stessi: il libro della natura è unico, sia sul versante dell’ambiente come su quello dell’etica personale, familiare e sociale. I doveri verso l’ambiente derivano da quelli verso la persona considerata in se stessa e in relazione agli altri” (n. 12). Di qui il nuovo incoraggiamento a salvaguardare una “autentica ecologia umana” che “affermi con rinnovata convinzione l’inviolabilità della vita umana in ogni sua fase e in ogni sua condizione, la dignità della persona e l’insostituibile missione della famiglia, nella quale si educa all’amore per il prossimo e al rispetto della natura” (n. 12).
L’ultima considerazione del Papa è dedicata a contestare quelle concezioni del rapporto dell’uomo con l’ambiente che portano ad “assolutizzare” la natura e “ritenerla più importante della stessa persona”, in quanto elimina la differenza “ontologica” tra la persona umana e gli altri esseri viventi. “In tal modo, si viene di fatto ad eliminare l’identità e il ruolo superiore dell’uomo, favorendo una visione egualitaristica della ‘dignità’ di tutti gli esseri viventi. Si dà adito, così, ad un nuovo panteismo con accenti neopagani che fanno derivare dalla sola natura, intesa in senso puramente naturalistico, la salvezza per l’uomo. La Chiesa invita, invece, ad impostare la questione in modo equilibrato, nel rispetto della ‘grammatica’ che il Creatore ha inscritto nella sua opera, affidando all’uomo il ruolo di custode e amministratore responsabile del creato, ruolo di cui non deve certo abusare, ma da cui non può nemmeno abdicare. Infatti, anche la posizione contraria di assolutizzazione della tecnica e del potere umano, finisce per essere un grave attentato non solo alla natura, ma anche alla stessa dignità umana” (n. 13). (FP)
Il testo del messaggio: http://212.77.1.245/news_services/bulletin/news/24827.php?index=24827&lang=it
Una segnalazione dagli amici della Fraternità dei missionari di San Carlo Borromeo
"Carissimo Marco e carissimi tutti,
lunedì, dicembre 14, 2009
Dopo il crocifisso, la Corte Europea ci prova con l’aborto
lunedì 14 dicembre 2009
Dopo i crocifissi in Italia ora tocca alla legge antiabortista irlandese. Lo scorso 9 dicembre, infatti, si è svolta a Strasburgo, davanti ai 17 giudici della Grande Camera della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, l’udienza relativa al ricorso promosso contro l’Irlanda a causa della legislazione pro-life vigente in quello Paese.
Il caso è giunto avanti alla Corte a seguito della richiesta avanzata da tre donne irlandesi di veder riconoscere il “diritto” di aborto anche nell’Isola di smeraldo.
L’interruzione volontaria della gravidanza è attualmente illegale in Irlanda, a meno che la vita della donna non sia in grave pericolo, e persino la Costituzione è stata modificata nel 1983 per includere un emendamento pro-life. Oggi, infatti, nella Carta Costituzionale irlandese si legge: «Lo Stato afferma il diritto alla vita del nascituro e, tenuto conto dell’eguale diritto alla vita della madre, garantisce nella propria legislazione il riconoscimento e, per quanto possibile, l’esercizio effettivo e la tutela di tale diritto, attraverso idonee disposizioni normative».
Il governo irlandese non ha esitato a difendere a spada tratta la propria Costituzione e le norme che ne derivano in tema di aborto, davanti ai giudici di Strasburgo. L’Avvocato Generale dello Stato, Paul Gallagher, ha dichiarato, senza mezzi termini, che il ricorso rappresenta un «significant attack» al sistema sanitario irlandese. Gallagher si è rivolto alla Corte affermando che «il diritto alla vita del nascituro è basato su fondamentali valori morali profondamente radicati nel tessuto sociale irlandese».
La sentenza della Corte Europea è attesa per l’anno prossimo.
Ora, a prescindere dal merito dei singoli casi pendenti avanti la Corte di Strasburgo, la questione più generale che si pone è quella di capire se sia ammissibile che la cultura, la tradizione, i valori e persino le norme approvate in parlamento attraverso un processo democratico, possano essere messe in discussione da un organismo internazionale artificialmente creato e del tutto avulso dal contesto che è chiamato a giudicare.
Il paradosso si ingigantisce se si considera che quella cultura, quelle tradizioni, quei valori e quelle leggi appartengono ad uno stato membro dell’Unione Europea e possono essere smantellate da un organismo che con l’Unione non ha nulla a che vedere.
Sì, perché la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nonostante l’altisonante aggettivo, non è un’istituzione dell’Unione Europea e non va confusa, come spesso accade, con la Corte di Giustizia Europea, che invece è, a tutti gli effetti, un’importante componente dell’architettura istituzionale comunitaria.
Gli strenui difensori dei principi liberali e democratici si dovrebbero porre il problema se sia giusto consegnare la sovranità popolare di un Paese membro dell’Unione Europea a diciassette uomini dalle più disparate estrazioni, visto che fanno attualmente parte della Corte anche giudici provenienti dalla Turchia, dalla Macedonia, dall’Albania, dal Montenegro, dalla Moldavia, dalla Georgia e persino dall’Azerbaigian.
Oggi quell’organismo internazionale – impropriamente chiamato Corte Europea – è in grado di giudicare cultura, tradizioni, valori e leggi di Paesi che non rappresentano proprio la Korea di Kim Yong Il, la Libia di Gheddafi, l’Iran di Ahmadinejad, o la Birmania della giunta militare golpista guidata dal generale Than Shweh. Si tratta dell’Irlanda e dell’Italia, due civili e democratici Paesi europei accumunati, guarda caso, dal “difetto” di essere entrambi due Paesi cattolici.
Quando scoppiò il caso dei crocifissi, scoprimmo che il giudice della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo in rappresentanza dell’Italia è Vladimiro Zagrebelsky, talmente imparziale da aver meritato il premio di “Laico dell’anno 2008”, conferitogli dalla Consulta Torinese per la Laicità delle Istituzioni, aderente alla EHF – FHE European Humanist Federation.
C’è forse qualcuno disposto a scommettere su come Zagrebelsky si pronuncerà in merito alla questione irlandese?
mercoledì, dicembre 09, 2009
martedì, dicembre 08, 2009
lunedì, dicembre 07, 2009
GRAN BRETAGNA - La storia di Jennie, discriminata perché cristiana
Da Il Sussidiario
Gianfranco Amato
lunedì 7 dicembre 2009
Il fatto straordinario - destinato a creare un vero e proprio caso - è che lo scorso gennaio Jasmine è stata rimproverata dall’insegnante della sua classe per aver parlato della fede cristiana con un’altra bambina. Per essere precisi, la “colpa” della piccola Jasmine è di aver spaventato un’altra bambina parlando dell’inferno. A quella conversazione teologica tra bimbi, avvenuta nell’ottobre del 2008, nessun adulto, peraltro, aveva partecipato ed era quindi in grado di confermare l’esatto tenore della discussione.
Venuta a sapere delle motivazioni che avevano portato alla pubblica reprimenda della propria figlia, la signora Cain decide di mandare una e-mail privata ai familiari e agli amici della parrocchia che frequenta, chiedendo loro di pregare per l’accaduto.
Nonostante quella e-mail fosse stata spedita dal computer di casa della signora Cain, fuori dall’orario di lavoro, usando il proprio indirizzo di posta elettronica personale, finisce nelle mani del preside della scuola Gary Read, il quale decide di aprire un’inchiesta disciplinare a carico della signora Cain per «professional misconduct».
Così, anziché finire nei guai il preside per evidente violazione della privacy, è la povera signora Cain a finire davanti alla commissione disciplinare scolastica e a essere sanzionata con una censura scritta. Mrs. Cain non si arrende e chiede che la decisione adottata nei suoi confronti venga riesaminata.
La cosa buffa è che i membri della commissione disciplinare d’appello intendevano, in realtà, annullare il provvedimento sanzionatorio a carico della dipendente, considerandolo sproporzionato, fuori luogo e un tantino discriminatorio. A far cambiare loro idea, e bloccare l’annullamento della sanzione, sono stati gli zelanti funzionari del Human Resources Department dell’Amministrazione locale della Contea di Devon.
In questa tristissima vicenda è pure emerso, tra l’altro, che persino dal punto di vista formale il procedimento disciplinare non ha pienamente rispettato le regole. La signora Cain è stata sospesa dal lavoro per quattro mesi. Tornata a scuola, è stata accolta da un clima di assoluta ostilità e palesemente discriminatorio nei suoi confronti.
Stanca di subire ulteriori vessazioni, Jennie Cain ha deciso di adire il giudice del lavoro di Tauton chiamando in giudizio non solo la direzione della Landscore Primary School, ma anche l’Amministrazione locale della Contea di Devon. L’udienza è fissata per il prossimo 22 marzo 2010.
Quando il caso è divenuto di dominio pubblico una delle poche solidarietà che la signora Cain si è vista esprimere è stata quella dell’Arcivescovo di York attraverso un articolo pubblicato su un quotidiano nazionale.
Il presule si è scagliato, senza mezzi termini, contro queste forme illiberali di intolleranza che stanno prendendo sempre più piede in tutti i livelli della pubblica amministrazione britannica: «Chiedere a qualcuno di lasciare la propria fede fuori dalla porta del luogo di lavoro è come chiedere di rimuovere il colore della propria pelle prima di entrare in ufficio. La fede in Dio non è un orpello né un optional extra».
L’Arcivescovo ha precisato, inoltre, che per i cristiani «la fede è parte del proprio Dna, rappresenta l’elemento costitutivo del proprio essere e definisce il senso della loro presenza nel posto di lavoro. La fede abbraccia la realtà e l’esistenza intera di un cristiano e non può ridursi ad un atto di culto da rendere una volta a settimana la domenica».
Pronunciandosi sempre sul caso Cain, l’Arcivescovo di York ha precisato che in quella vicenda «le autorità hanno dimostrato di non avere la più pallida idea di cosa significhi per un credente la sequela di Cristo», e che «tale ignoranza sta al cuore del problema, di cui l’episodio della dipendente scolastica è un semplice sintomo».
Poi ha denunciato la crescente discriminazione cui sono vittime i cristiani in Gran Bretagna: «Coloro che dimostrano intolleranza e ignoranza, e vorrebbero relegare il cristianesimo a una delle tante possibili scelte di vita a disposizione, sostengono di agire in conformità alle politiche basate sul doppio concetto di “diversità e uguaglianza”. Tuttavia nella mente di chi che sostiene tali politiche il termine “diversità” sembra voler significare qualunque colore o credo eccetto il cristianesimo, che resta pur sempre la religione della maggioranza della popolazione, mentre la parola “eguaglianza” sembra valere per chiunque, bianco o nero, tranne che per un cristiano credente in Dio».
L’unico elemento positivo dell’avvilente vicenda che ha coinvolto Jennie Cain è quello di essere riusciti ad ascoltare le parole intelligenti e di buon senso dell’Arcivescovo di York. Ora aspettiamo che, a marzo, l’Employment Tribunal di Tauton faccia giusti
Il Papa all'Angelus parla della storicità dei Vangeli e dei fatti ivi contenuti, e i giornali intelligenti parlano del clima...
E' sempre più vero l'aforisma del nostro Gilbert che sosteneva:
Comunque il Vangelo è storia, anche se i primi a sostenere il contrario sono teologi e cosiddetti esperti di Sacra Scrittura che prendono lo stipendio da Università Pontificie, Seminari cattolici, Istituti teologici e Istituti di Scienze Religiose, probandati, noviziati e così via.
Certo, non tutti. Forse c'è uno scisma silenzioso in atto e alligna proprio dove si ritiene che il Papa e la santa dottrina cattolica debbano essere rispettati.
Angelus del 6 Dicembre 2009
Cari fratelli e sorelle!
In questa seconda domenica di Avvento, la liturgia propone il brano evangelico in cui san Luca, per così dire, prepara la scena su cui Gesù sta per apparire e iniziare la sua missione pubblica (cfr Lc 3,1-6). L’Evangelista punta il riflettore su Giovanni Battista, che del Messia fu il precursore, e traccia con grande precisione le coordinate spazio-temporali della sua predicazione. Scrive Luca: "Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturea e della Traconitide, e Lisania tetrarca dell’Abilene, sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto" (Lc 3,1-2). Due cose attirano la nostra attenzione. La prima è l’abbondanza di riferimenti a tutte le autorità politiche e religiose della Palestina nel 27/28 d.C. Evidentemente l’Evangelista vuole avvertire chi legge o ascolta che il Vangelo non è una leggenda, ma il racconto di una storia vera, che Gesù di Nazaret è un personaggio storico inserito in quel preciso contesto. Il secondo elemento degno di nota è che, dopo questa ampia introduzione storica, il soggetto diventa "la parola di Dio", presentata come una forza che scende dall’alto e si posa su Giovanni il Battista.
Domani ricorrerà la memoria liturgica di sant’Ambrogio, grande Vescovo di Milano. Attingo da lui un commento a questo testo evangelico: "Il Figlio di Dio – egli scrive -, prima di radunare la Chiesa, agisce anzitutto nel suo umile servo. Perciò dice bene san Luca che la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria nel deserto, perché la Chiesa non ha preso inizio dagli uomini, ma dalla Parola" (Espos. del Vangelo di Luca 2, 67). Ecco dunque il significato: la Parola di Dio è il soggetto che muove la storia, ispira i profeti, prepara la via del Messia, convoca la Chiesa. Gesù stesso è la Parola divina che si è fatta carne nel grembo verginale di Maria: in Lui Dio si è rivelato pienamente, ci ha detto e dato tutto, aprendoci i tesori della sua verità e della sua misericordia. Prosegue ancora sant’Ambrogio nel suo commento: "Discese dunque la Parola, affinché la terra, che prima era un deserto, producesse i suoi frutti per noi" (ibid.).
Cari amici, il fiore più bello germogliato dalla parola di Dio è la Vergine Maria. Lei è la primizia della Chiesa, giardino di Dio sulla terra. Ma, mentre Maria è l’Immacolata – così la celebreremo dopodomani –, la Chiesa ha continuamente bisogno di purificarsi, perché il peccato insidia tutti i suoi membri. Nella Chiesa è sempre in atto una lotta tra il deserto e il giardino, tra il peccato che inaridisce la terra e la grazia che la irriga perché produca frutti abbondanti di santità. Preghiamo dunque la Madre del Signore affinché ci aiuti, in questo tempo di Avvento, a "raddrizzare" le nostre vie, lasciandoci guidare dalla parola di Dio.
DOPO L’ANGELUS
Domani si aprirà, a Copenhagen, la Conferenza dell’ONU sui cambiamenti climatici, con cui la comunità internazionale intende contrastare il fenomeno del riscaldamento globale. Auspico che i lavori aiuteranno ad individuare azioni rispettose della creazione e promotrici di uno sviluppo solidale, fondato sulla dignità della persona umana ed orientato al bene comune. La salvaguardia del creato postula l’adozione di stili di vita sobri e responsabili, soprattutto verso i poveri e le generazioni future. In questa prospettiva, per garantire pieno successo alla Conferenza, invito tutte le persone di buona volontà a rispettare le leggi poste da Dio nella natura e a riscoprire la dimensione morale della vita umana.
giovedì, dicembre 03, 2009
Rassegna stampa del 03 Dicembre 2009
03 Dicembre 2009 - Repubblica
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L'Aifa sfida il governo 169 KB
03 Dicembre 2009 - CorrieredellaSera
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L'Aifa va avanti 128 KB
03 Dicembre 2009 - CorrieredellaSera
Ru486
Come usarla lo deve decidere il governo 57 KB
03 Dicembre 2009 - CorrieredellaSeraù
Aborto
Muore dopo l'aborto fai da te 182 KB
03 Dicembre 2009 - Repubblica
Cellule Staminali
Usa via libera alla ricerca sulle embrionali 85 KB
Oggi è il giorno di San Francesco Saverio...
il dies natalis di San Francesco Saverio, copatrono della nostra
Compagnia insieme al nostro Pier Giorgio e a Don Bosco.
Perché?
Perché fu un grande missionario e il cattolicesimo è missionario. Noi
siamo cattolici quindi missionari.
San Francesco scrisse con le sue Lettere pagine memorabili
sull'essenza del cristianesimo, oggi dai più dimenticate per causa del
progressismo borghese e triste che infesta molti seminari e facoltà
pontificie.
Viene da dire come disse lui: mandami dove vuoi, anche in India...
Inviato da iPhone
L'Udienza generale di Papa Benedetto XVI del 2 Dicembre 2009
in una precedente Catechesi ho presentato la figura di Bernardo di Chiaravalle, il "Dottore della dolcezza", grande protagonista del secolo dodicesimo. Il suo biografo – amico ed estimatore – fu Guglielmo di Saint-Thierry, sul quale mi soffermo nella riflessione di questa mattina.
Guglielmo nacque a Liegi tra il 1075 e il 1080. Di nobile famiglia, dotato di un’intelligenza viva e di un innato amore per lo studio, frequentò famose scuole dell’epoca, come quelle della sua città natale e di Reims, in Francia. Entrò in contatto personale anche con Abelardo, il maestro che applicava la filosofia alla teologia in modo così originale da suscitare molte perplessità e opposizioni. Anche Guglielmo espresse le proprie riserve, sollecitando il suo amico Bernardo a prendere posizione nei confronti di Abelardo. Rispondendo a quel misterioso e irresistibile appello di Dio, che è la vocazione alla vita consacrata, Guglielmo entrò nel monastero benedettino di Saint-Nicaise di Reims nel 1113, e qualche anno dopo divenne abate del monastero di Saint-Thierry, in diocesi di Reims. In quel periodo era molto diffusa l’esigenza di purificare e rinnovare la vita monastica, per renderla autenticamente evangelica. Guglielmo operò in questo senso all’interno del proprio monastero, e in genere nell’Ordine benedettino. Tuttavia incontrò non poche resistenze di fronte ai suoi tentativi di riforma, e così, nonostante il consiglio contrario dell’amico Bernardo, nel 1135, lasciò l’abbazia benedettina, smise l’abito nero e indossò quello bianco, per unirsi ai cistercensi di Signy. Da quel momento fino alla morte, avvenuta nel 1148, si dedicò alla contemplazione orante dei misteri di Dio, da sempre oggetto dei suoi più profondi desideri, e alla composizione di scritti di letteratura spirituale, importanti nella storia della teologia monastica.
Una delle sue prime opere è intitolata De natura et dignitate amoris (La natura e la dignità dell’amore). Vi è espressa una delle idee fondamentali di Guglielmo, valida anche per noi. L’energia principale che muove l’animo umano - egli dice - è l’amore. La natura umana, nella sua essenza più profonda, consiste nell’amare. In definitiva, un solo compito è affidato a ogni essere umano: imparare a voler bene, ad amare, sinceramente, autenticamente, gratuitamente. Ma solo alla scuola di Dio questo compito viene assolto e l’uomo può raggiungere il fine per cui è stato creato. Scrive infatti Guglielmo: "L’arte delle arti è l’arte dell’amore… L’amore è suscitato dal Creatore della natura. L’amore è una forza dell’anima, che la conduce come per un peso naturale al luogo e al fine che le è proprio" (La natura e la dignità dell’amore 1, PL 184,379). Imparare ad amare richiede un lungo e impegnativo cammino, che è articolato da Guglielmo in quattro tappe, corrispondenti alle età dell’uomo: l’infanzia, la giovinezza, la maturità e la vecchiaia. In questo itinerario la persona deve imporsi un’ascesi efficace, un forte controllo di sé per eliminare ogni affetto disordinato, ogni cedimento all’egoismo, e unificare la propria vita in Dio, sorgente, mèta e forza dell’amore, fino a giungere al vertice della vita spirituale, che Guglielmo definisce come "sapienza". A conclusione di questo itinerario ascetico, si sperimenta una grande serenità e dolcezza. Tutte le facoltà dell’uomo - intelligenza, volontà, affetti - riposano in Dio, conosciuto e amato in Cristo.
Anche in altre opere, Guglielmo parla di questa radicale vocazione all’amore per Dio, che costituisce il segreto di una vita riuscita e felice, e che egli descrive come un desiderio incessante e crescente, ispirato da Dio stesso nel cuore dell’uomo. In una meditazione egli dice che l’oggetto di questo amore è l’Amore con la "A" maiuscola, cioè Dio. È lui che si riversa nel cuore di chi ama, e lo rende atto a riceverlo. Si dona a sazietà e in modo tale, che di questa sazietà il desiderio non viene mai meno. Questo slancio d’amore è il compimento dell’uomo" (De contemplando Deo 6, passim, SC 61bis, pp. 79-83). Colpisce il fatto che Guglielmo, nel parlare dell’amore a Dio attribuisca una notevole importanza alla dimensione affettiva. In fondo, cari amici, il nostro cuore è fatto di carne, e quando amiamo Dio, che è l’Amore stesso, come non esprimere in questa relazione con il Signore anche i nostri umanissimi sentimenti, come la tenerezza, la sensibilità, la delicatezza? Il Signore stesso, facendosi uomo, ha voluto amarci con un cuore di carne!
Secondo Guglielmo, poi, l’amore ha un’altra proprietà importante: illumina l’intelligenza e permette di conoscere meglio e in modo profondo Dio e, in Dio, le persone e gli avvenimenti. La conoscenza che procede dai sensi e dall’intelligenza riduce, ma non elimina, la distanza tra il soggetto e l’oggetto, tra l’io e il tu. L’amore invece produce attrazione e comunione, fino al punto che vi è una trasformazione e un’assimilazione tra il soggetto che ama e l’oggetto amato. Questa reciprocità di affetto e di simpatia permette allora una conoscenza molto più profonda di quella operata dalla sola ragione. Si spiega così una celebre espressione di Guglielmo: "Amor ipse intellectus est - già in se stesso l’amore è principio di conoscenza". Cari amici, ci domandiamo: non è proprio così nella nostra vita? Non è forse vero che noi conosciamo realmente solo chi e ciò che amiamo? Senza una certa simpatia non si conosce nessuno e niente! E questo vale anzitutto nella conoscenza di Dio e dei suoi misteri, che superano la capacità di comprensione della nostra intelligenza: Dio lo si conosce se lo si ama!
Una sintesi del pensiero di Guglielmo di Saint-Thierry è contenuta in una lunga lettera indirizzata ai Certosini di Mont-Dieu, presso i quali egli si era recato in visita e che volle incoraggiare e consolare. Il dotto benedettino Jean Mabillon già nel 1690 diede a questa lettera un titolo significativo: Epistola aurea (Lettera d’oro). In effetti, gli insegnamenti sulla vita spirituale in essa contenuti sono preziosi per tutti coloro che desiderano crescere nella comunione con Dio, nella santità. In questo trattato Guglielmo propone un itinerario in tre tappe. Occorre - egli dice - passare dall’uomo "animale" a quello "razionale", per approdare a quello "spirituale". Che cosa intende dire il nostro autore con queste tre espressioni? All’inizio una persona accetta la visione della vita ispirata dalla fede con un atto di obbedienza e di fiducia. Poi con un processo di interiorizzazione, nel quale la ragione e la volontà giocano un grande ruolo, la fede in Cristo è accolta con profonda convinzione e si sperimenta un’armoniosa corrispondenza tra ciò che si crede e si spera e le aspirazioni più segrete dell’anima, la nostra ragione, i nostri affetti. Si giunge così alla perfezione della vita spirituale, quando le realtà della fede sono fonte di intima gioia e di comunione reale e appagante con Dio. Si vive solo nell’amore e per amore. Guglielmo fonda questo itinerario su una solida visione dell’uomo, ispirata agli antichi Padri greci, soprattutto ad Origene, i quali, con un linguaggio audace, avevano insegnato che la vocazione dell’uomo è diventare come Dio, che lo ha creato a sua immagine e somiglianza. L’immagine di Dio presente nell’uomo lo spinge verso la somiglianza, cioè verso un’identità sempre più piena tra la propria volontà e quella divina. A questa perfezione, che Guglielmo chiama "unità di spirito", non si giunge con lo sforzo personale, sia pure sincero e generoso, perché è necessaria un’altra cosa. Questa perfezione si raggiunge per l’azione dello Spirito Santo, che prende dimora nell’anima e purifica, assorbe e trasforma in carità ogni slancio e ogni desiderio d’amore presente nell’uomo. "Vi è poi un’altra somiglianza con Dio", leggiamo nell’Epistola aurea, "che viene detta non più somiglianza, ma unità di spirito, quando l’uomo diventa uno con Dio, uno spirito, non soltanto per l’unità di un identico volere, ma per non essere in grado di volere altro. In tal modo l’uomo merita di diventare non Dio, ma ciò che Dio è: l’uomo diventa per grazia ciò che Dio è per natura" (Epistola aurea 262-263, SC 223, pp. 353-355).
Cari fratelli e sorelle, questo autore, che potremmo definire il "Cantore dell’amore, della carità", ci insegna ad operare nella nostra vita la scelta di fondo, che dà senso e valore a tutte le altre scelte: amare Dio e, per amore suo, amare il nostro prossimo; solo così potremo incontrare la vera gioia, anticipo della beatitudine eterna. Mettiamoci quindi alla scuola dei Santi per imparare ad amare in modo autentico e totale, per entrare in questo itinerario del nostro essere. Con una giovane santa, Dottore della Chiesa, Teresa di Gesù Bambino, diciamo anche noi al Signore che vogliamo vivere d’amore. E concludo proprio con una preghiera di questa Santa: "Io ti amo, e tu lo sai, divino Gesù! Lo Spirito d'amore mi incendia col suo fuoco. Amando Te attiro il Padre, che il mio debole cuore conserva, senza scampo. O Trinità! Sei prigioniera del mio amore. Vivere d'amore, quaggiù, è un darsi smisurato, senza chiedere salario … quando si ama non si fanno calcoli. Io ho dato tutto al Cuore divino, che trabocca di tenerezza! E corro leggermente. Non ho più nulla, e la mia sola ricchezza è vivere d'amore".
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L'ha detto Pier Giorgio - 31
- 31 - il telegramma ed era già sufficiente per la mia festa
- 30 - Bisogna far molti sacrifici per giungere sicuri alla meta
- 29 - Cara mamma
- 28 - Pier Giorgio e la famiglia
- 27 - Pregherò anche per te, e tu prega molto per me...
- 26 - la fede e la speranza cessano con la nostra morte
- 25 - Noi cattolici e specialmente noi studenti abbiamo un grave dovere da compiere: la formazione di noi stessi
- 24 - Lettera ad un amico
- 23 - Godimento spirituale nella lettura di San Paolo
- 22 - "Forse era uno che ne aveva piu bisogno di me"
- 21 - La bocciatura di Pier Giorgio
- 20 - Desiderio di sole, di salire su, in alto, di andare a trovare Dio in vetta
- 19 - Bisogna uccidere il germe
- 18 - Preghiera, organizzazione e sacrificio
- 17 - Meglio soli ma con la coscienza pulita
- 16 - La gioia di rivedere i miei e i miei amici
- 15 - Confidiamo nella provvidenza divina e nella sua misericordia.
- 14- Pregare molto Dio che ridoni agli uomini la vera pace
- 13 - Dobbiamo sempre conservare la speranza
- 12 - "Perché dovrei essere triste?".
- 11 - "Evviva il Papa, evviva!".
- 10 - Non sprechiamo i più begli anni della nostra vita
- 9 - Il suo avvenire
- 8 - "Morto?..."
- 7 - L'affetto degli amici.
- 6 - Non sciupare gli anni più belli della nostra vita e combattere.
- 5 - Pier Giorgio, il tempo e Sant'Agostino.
- 4 - "...mi innamoro perdutamente della montagna".
- 3 - La montagna come la primavera non annoia mai.
- 2 - La Fede datami nel Battesimo
- 1 - Solo la morte può farmi cessare.
Pier Giorgio vivo - 33
- 33 - ...cristianesimo, che evidentemente non conoscevo, perchè non lo vivevo...
- 32 - Perfetta correttezza morale
- 31 - "...misurava le proprie azioni dalla loro intrinseca moralità..."
- 30 - Aveva imparato, per teoria e per pratica, a distinguere fra compagni e amici...
- 29 - Pier Giorgio e l'amore per gli altri
- 28 - ...mormorava le sue preghiere alla Vergine con timore filiale
- 27- ...Si addormentava pregando
- 26 - Era il primo a fare la Comunione
- 25 - Allontanare, almeno per un giorno, quei giovani amici dagli eventuali pericoli morali
- 24 - ...suscitare nell'anima il desiderio...
- 23-Pier Giorgio portava nella compagnia il dolce lume della gioia
- 22 - Mi raccomando agli amici e specialmente alle preghiere
- 21 - Pier Giorgio e l'ordine francescano
- 20 - Le creature sincere e semplici sono tutte così...
- 19 - Pier Giorgio e la passione per le montagne
- 18 - Per chi è puro, tutto è puro; per chi è impuro, niente è puro
- 17 - Ai miei figli mi preoccuperò di dare...un'istruzione completa ed un'educazione cristiana
- 16 - Eucarestia punto di riferimento
- 15 - Amante di ogni sport
- 14 - Mamma, vieni a vedere che bel cielo!
- 13 - Il segno della croce
- 12 - Pier Giorgio era sempre là dove occorreva essere
- 11 - Non aveva paura di niente, nemmeno della paura.
- 10 - Il contrario del tipo bigotto.
- 9 - Pregava con semplicità.
- 8 - Vitalità irrompetente ed espressiva
- 7 - Pier Giorgio entusiasta nella preghiera.
- 6 - Non faceva mistero delle sue convinzioni religiose
- 5 - Pier Giorgio e i rosari.
- 4 - Una personalità vera abbraccia tutta la realtà.
- 3 - Aria franca e coraggiosa, fede prorompente.
- 2 - Pier Giorgio ventata di vita.
- 1 - Vicino ai bambini veneti sfollati














