venerdì, ottobre 30, 2009

Pier Giorgio vivo - 28



Quando al mattino andavo a Messa, vedevo e, posso dire, ammiravo Pier Giorgio che pregava in maniera tale che noi, molto più anziani, ci saremmo augurati di poterlo imitare.
Niente, nessuno poteva distrarlo dalla sua preghiera; e uno che fosse così raccolto non si è mai visto nè prima nè dopo. Non avevo soggezione di nessuno e a quel tempo era davvero difficile, specie per un giovanotto, mostrarsi col suo rosario in mano.

L'ha detto Pier Giorgio - 26



La fede e la speranza cessano con la nostra morte, l'Amore, ossia la carità, dura in eterno, anzi, credo, sarà più viva nell'altra vita.
Per conto mio quindi pregherò per lei per quanto poco valgano le mie preghiere, ma Dio nella sua onnipotenza non guarderà ai miei demeriti ma le esaudirà lo stesso per i meriti di lei.

mercoledì, ottobre 28, 2009

La catechesi di Papa Benedetto - Fede e ragione, sempre insieme.

Il testo della catechesi all'udienza generale di Papa Benedetto XVI di oggi 28 Ottobre 2009

Cari fratelli e sorelle,

oggi mi soffermo su un’interessante pagina di storia, relativa alla fioritura della teologia latina nel secolo XII, avvenuta per una serie provvidenziale di coincidenze. Nei Paesi dell’Europa occidentale regnava allora una relativa pace, che assicurava alla società sviluppo economico e consolidamento delle strutture politiche, e favoriva una vivace attività culturale grazie pure ai contatti con l’Oriente. All’interno della Chiesa si avvertivano i benefici della vasta azione nota come "riforma gregoriana", che, promossa vigorosamente nel secolo precedente, aveva apportato una maggiore purezza evangelica nella vita della comunità ecclesiale, soprattutto nel clero, e aveva restituito alla Chiesa e al Papato un’autentica libertà di azione. Inoltre si andava diffondendo un vasto rinnovamento spirituale, sostenuto dal rigoglioso sviluppo della vita consacrata: nascevano e si espandevano nuovi Ordini religiosi, mentre quelli già esistenti conoscevano una promettente ripresa.

Rifiorì anche la teologia acquisendo una più grande consapevolezza della propria natura: affinò il metodo, affrontò problemi nuovi, avanzò nella contemplazione dei Misteri di Dio, produsse opere fondamentali, ispirò iniziative importanti della cultura, dall’arte alla letteratura, e preparò i capolavori del secolo successivo, il secolo di Tommaso d’Aquino e di Bonaventura da Bagnoregio. Due furono gli ambienti nei quali ebbe a svolgersi questa fervida attività teologica: i monasteri e le scuole cittadine, le scholae, alcune delle quali ben presto avrebbero dato vita alle Università, che costituiscono una delle tipiche "invenzioni" del Medioevo cristiano. Proprio a partire da questi due ambienti, i monasteri e le scholae, si può parlare di due differenti modelli di teologia: la "teologia monastica" e la "teologia scolastica". I rappresentanti della teologia monastica erano monaci, in genere Abati, dotati di saggezza e di fervore evangelico, dediti essenzialmente a suscitare e ad alimentare il desiderio amoroso di Dio. I rappresentanti della teologia scolastica erano uomini colti, appassionati della ricerca; dei magistri desiderosi di mostrare la ragionevolezza e la fondatezza dei Misteri di Dio e dell’uomo, creduti con la fede, certo, ma compresi pure dalla ragione. La diversa finalità spiega la differenza del loro metodo e del loro modo di fare teologia.

Nei monasteri del XII secolo il metodo teologico era legato principalmente alla spiegazione della Sacra Scrittura, della sacra pagina per esprimerci come gli autori di quel periodo; si praticava specialmente la teologia biblica. I monaci, cioè, erano tutti devoti ascoltatori e lettori delle Sacre Scritture, e una delle principali loro occupazioni consisteva nella lectio divina, cioè nella lettura pregata della Bibbia. Per loro la semplice lettura del Testo sacro non bastava per percepirne il senso profondo, l’unità interiore e il messaggio trascendente. Occorreva, pertanto, praticare una "lettura spirituale", condotta in docilità allo Spirito Santo. Alla scuola dei Padri, la Bibbia veniva così interpretata allegoricamente, per scoprire in ogni pagina, dell’Antico come del Nuovo Testamento, quanto dice di Cristo e della sua opera di salvezza.

Il Sinodo dei Vescovi dell’anno scorso sulla "Parola di Dio nella vita e nella missione della Chiesa" ha richiamato l’importanza dell’approccio spirituale alle Sacre Scritture. A tale scopo, è utile far tesoro della teologia monastica, un’ininterrotta esegesi biblica, come pure delle opere composte dai suoi rappresentanti, preziosi commentari ascetici ai libri della Bibbia. Alla preparazione letteraria la teologia monastica univa dunque quella spirituale. Era cioè consapevole che una lettura puramente teorica e profana non basta: per entrare nel cuore della Sacra Scrittura, la si deve leggere nello spirito in cui è stata scritta e creata. La preparazione letteraria era necessaria per conoscere l’esatto significato delle parole e facilitare la comprensione del testo, affinando la sensibilità grammaticale e filologica. Lo studioso benedettino del secolo scorso Jean Leclercq ha così intitolato il saggio con cui presenta le caratteristiche della teologia monastica: L’amour des lettres et le désir de Dieu (L’amore delle parole e il desiderio di Dio). In effetti, il desiderio di conoscere e di amare Dio, che ci viene incontro attraverso la sua Parola da accogliere, meditare e praticare, conduce a cercare di approfondire i testi biblici in tutte le loro dimensioni. Vi è poi un’altra attitudine sulla quale insistono coloro che praticano la teologia monastica, e cioè un intimo atteggiamento orante, che deve precedere, accompagnare e completare lo studio della Sacra Scrittura. Poiché, in ultima analisi, la teologia monastica è ascolto della Parola di Dio, non si può non purificare il cuore per accoglierla e, soprattutto, non si può non accenderlo di fervore per incontrare il Signore. La teologia diventa pertanto meditazione, preghiera, canto di lode e spinge a una sincera conversione. Non pochi rappresentanti della teologia monastica sono giunti, per questa via, ai più alti traguardi dell’esperienza mistica, e costituiscono un invito anche per noi a nutrire la nostra esistenza della Parola di Dio, ad esempio, mediante un ascolto più attento delle letture e del Vangelo specialmente nella Messa domenicale. E’ importante inoltre riservare un certo tempo ogni giorno alla meditazione della Bibbia, perché la Parola di Dio sia lampada che illumina il nostro cammino quotidiano sulla terra.

La teologia scolastica, invece, - come dicevo - era praticata nelle scholae, sorte accanto alle grandi cattedrali dell’epoca, per la preparazione del clero, o attorno a un maestro di teologia e ai suoi discepoli, per formare dei professionisti della cultura, in un’epoca in cui il sapere era sempre più apprezzato. Nel metodo degli scolastici era centrale la quaestio, cioè il problema che si pone al lettore nell’affrontare le parole della Scrittura e della Tradizione. Davanti al problema che questi testi autorevoli pongono, si sollevano questioni e nasce il dibattito tra il maestro e gli studenti. In tale dibattito appaiono da una parte gli argomenti dell’autorità, dall’altra quelli della ragione e il dibattito si sviluppa nel senso di trovare, alla fine, una sintesi tra autorità e ragione per giungere a una comprensione più profonda della parola di Dio. Al riguardo, san Bonaventura dice che la teologia è "per additionem" (cfr Commentaria in quatuor libros sententiarum, I, proem., q. 1, concl.), cioè la teologia aggiunge la dimensione della ragione alla parola di Dio e così crea una fede più profonda, più personale e quindi anche più concreta nella vita dell’uomo. In questo senso, si trovavano diverse soluzioni e si formavano conclusioni che cominciavano a costruire un sistema di teologia. L’organizzazione delle quaestiones conduceva alla compilazione di sintesi sempre più estese, cioè si componevano le diverse quaestiones con le risposte scaturite, creando così una sintesi, le cosiddette summae, che erano, in realtà, ampi trattati teologico-dogmatici nati dal confronto della ragione umana con la parola di Dio. La teologia scolastica mirava a presentare l’unità e l’armonia della Rivelazione cristiana con un metodo, detto appunto "scolastico", della scuola, che concede fiducia alla ragione umana: la grammatica e la filologia sono al servizio del sapere teologico, ma lo è ancora di più la logica, cioè quella disciplina che studia il "funzionamento" del ragionamento umano, in modo che appaia evidente la verità di una proposizione. Ancora oggi, leggendo le summae scolastiche si rimane colpiti dall’ordine, dalla chiarezza, dalla concatenazione logica degli argomenti, e dalla profondità di alcune intuizioni. Con linguaggio tecnico, viene attribuito ad ogni parola un preciso significato e, tra il credere e il comprendere, viene a stabilirsi un reciproco movimento di chiarificazione.

Cari fratelli e sorelle, facendo eco all’invito della Prima Lettera di Pietro, la teologia scolastica ci stimola ad essere sempre pronti a rispondere a chiunque domandi ragione della speranza che è in noi (cfr 3,15). Sentire le domande come nostre e così essere capaci anche di dare una risposta. Ci ricorda che tra fede e ragione esiste una naturale amicizia, fondata nell’ordine stesso della creazione. Il Servo di Dio Giovanni Paolo II, nell’incipit dell’Enciclica Fides et ratio scrive: "La fede e la ragione sono come le due ali, con le quali lo spirito umano s'innalza verso la contemplazione della verità". La fede è aperta allo sforzo di comprensione da parte della ragione; la ragione, a sua volta, riconosce che la fede non la mortifica, anzi la sospinge verso orizzonti più ampi ed elevati. Si inserisce qui la perenne lezione della teologia monastica. Fede e ragione, in reciproco dialogo, vibrano di gioia quando sono entrambe animate dalla ricerca dell’intima unione con Dio. Quando l’amore vivifica la dimensione orante della teologia, la conoscenza, acquisita dalla ragione, si allarga. La verità è ricercata con umiltà, accolta con stupore e gratitudine: in una parola, la conoscenza cresce solo se ama la verità. L’amore diventa intelligenza e la teologia autentica sapienza del cuore, che orienta e sostiene la fede e la vita dei credenti. Preghiamo dunque perché il cammino della conoscenza e dell’approfondimento dei Misteri di Dio sia sempre illuminato dall’amore divino.

martedì, ottobre 27, 2009

Il nostro presidente a Tolentino parla di Pier Giorgio Frassati.

TOLENTINO INCONTRA PIERGIORGIO FRASSATI

Giovedì 29 ottobre alle ore 21.15 a Tolentino (MC) presso la parrocchia ‘Santa Famiglia’ sita in viale Trento e Trieste, riprendono gli incontri di ‘Lessico Familiare’, organizzati dall’Azione Cattolica, dalle ACLI e dal CGS "V. Bachelet"; interverrà il presidente della Compagnia dei Tipi Loschi, Marco Sermarini, che parlerà sul tema: “Piergiorgio Frassati, comunicatore di bellezza”.

lunedì, ottobre 26, 2009

I compleanni col Rosso Antico sono ancora attuali...


L'articolo sui compleanni col Rosso Antico ha avuto un certo successo, così l'amico Marcello Marino di Foggia ha pensato di regalarcene una bottiglia... virtualmente!

Lo ringraziamo per il pensiero e per l'apprezzamento della sostanza dell'articolo, cioè le belle cose normali di una volta!

Una testimonianza su scioperi a scuola...

Il nostro amico Federico detto "Capra" ci racconta qualcosa su scuola e scioperi...

Ricomincia la scuola e puntuale (come la morte) arrivano le contestazioni e gli scioperi, semplici giorni di protesta contro il sistema scuola, il governo, e chi più ne ha, più ne metta.

Lo sciopero che tende a colpire il reparto scuola è sempre più un giorno perso per un'accozzaglia di scuse e motivazioni che trovano sempre meno l´appoggio di coloro che da sempre combattono per il diritto allo studio, e sempre un maggiore appoggio di chi non va a scuola perché "non gliene va"!
Da questo punto di vista, la città e gli studenti di San Benedetto del Tronto non ci stanno! A che cosa? Non si sa, ma ci tengono a far sapere che loro non dimenticano... Sembra assurdo, ma proprio così recitano i volantini che hanno riempito le scuole di San Benedetto. Uno dei volantini più emblematici recitava frasi del tipo: "Sono i responsabili della crisi" (chi?), oppure, tolgono i fondi dalle scuole, e frasi del genere senza un preciso soggetto, in fondo al foglio, finalmente si identificavano dicendo: noi non dimentichiamo (come se ci fosse qualcosa da ricordare), invitando i ragazzi a scioperare il 9 Ottobre. Premesso che le motivazioni erano semplicemente assurde, e che i quattro gatti che hanno scioperato a San Benedetto non se li sono "filati" nessuno tranne la pattuglia dei carabinieri, bisogna far notare che a San Benedetto le contestazioni riguardanti la scuola hanno sempre appoggio. Quest´anno non sapendo come invogliare la gente, e vedendo che pochi erano a far parte del corteo che si era radunato di fronte al liceo Scientifico, i manifestanti si sono giocati le ultime cartucce chiedendo disperatamente ai liceali di andare a farsi una passeggiata in centro, piuttosto che stare in classe per cinque ore. Sicuramente molti hanno scelto la strada più comoda, e non fare la figura dei "secchioni" (come se andare a scuola fosse un'assurdità), andando dietro ad un corteo di gente che sui volantini chiede il diritto alla continuità scolastica, poi si corregge persuadendo i ragazzi chiedendo di fare quattro passi con loro. Il giorno dello sciopero è sempre un giorno diverso dagli altri, vedi già la mattina nel pullman arrivare gente mai vista prima e ragazzi che difficilmente ancora frequentano la scuola, perché troppo grandi, oppure vedi che a reggere lo striscione della manifestazione ci sono ragazzi che, forti delle loro idee, provano a combattere e si mettono in prima linea per difenderle. Questo mi fa molto riflettere perché è visibile nei loro occhi una domanda di felicità, a questa domanda purtroppo mi rendo conto che non sanno rispondere, o meglio si rifugiano in qualcosa che purtroppo per loro non li renderà mai felici. Pensando a ciò posso reputarmi molto fortunato di aver incontrato una compagnia di amici che ogni giorno mi richiama al bisogno di felicità, l´unica cosa che mi manca è far conoscere anche a loro la compagnia, per questo diffondiamo il nostro giornale.

domenica, ottobre 25, 2009

"Prima dicevo "Ciao, don carlo'. Oggi dico 'ciao, san carlo'"


Oggi è stato beatificato don Carlo Gnocchi.

Eccolo qui in piazza Duomo a Milano in compagnia dei "suoi" alpini.

Noi Tipi Loschi amiamo molto il beato Carlo Gnocchi. Ne abbiamo ascoltato la vita dalla voce di Stefano Zurlo durante la festa di Pier Giorgio Frassati del 2008, e ci ha molto molto colpito.

venerdì, ottobre 23, 2009

Papa: l'uomo cerca meglio Dio con la preghiera che con la ragione.


Il Papa mercoledì ha parlato di San Bernardo di Chiaravalle, santo molto caro a noi Tipi Loschi (sua è la lettura che facciamo il giorno del 1° Novembre in occasione della ricorrenza della nascita della nostra cara Compagnia, è lui che nella Divina Commedia pronuncia il famoso inno-preghiera tanto caro al nostro Pier Giorgio, sua è la preghiera Memorare...). Ecco una sintesi delle parole del Papa, che integralmente trovate qui:


All’udienza generale Benedetto XVI illustra la figura di Bernardo di Chiaravalle, l’ultimo dei padri della Chiesa. Espresse la partecipazione dell’uomo all’amore di Dio, si dedicò in particolare alle figure di Gesù e di Maria e non a caso è colui al quale Dante nel Paradiso affidò la preghiera a Maria. Combatté l’eresia dei Catari e l’antisemitismo.


Città del Vaticano (AsiaNews) – “Anche noi dobbiamo riconoscere che l'uomo cerca meglio e trova più facilmente Dio con la preghiera che con la discussione”: è l’insegnamento che Benedetto XVI ha tratto, mercoledì 21 Ottobre 2009, dalla vita e dalle opere di San Bernardo di Chiaravalle, “chiamato l’ultimo dei padri della Chiesa”, alla figura del quale ha dedicato il suo discorso per l’udienza generale.

Alle quasi 40mila persone presenti in piazza San Pietro, il Papa ha ricordato la figura del grande monaco per il quale “a volte si pretende di risolvere le questioni fondamentali su Dio, sull'uomo e sul mondo con le sole forze della ragione”, ma “senza una profonda fede in Dio, alimentata dalla preghiera e dalla contemplazione, da un intimo rapporto con il Signore, le nostre riflessioni sui misteri divini rischiano di diventare un vano esercizio intellettuale, e perdono la loro credibilità”.

Nato nel 1090 a Fontaines in Francia da una famiglia “numerosa e discretamente agiata”, Bernardo studiò grammatica, retorica e dialettica e a 20 anni entrò nel convento di Citeaux, “una fondazione monastica nuova, piu agile” rispetto alle esistenti, “ma anche più rigorosa”. “A solo 25 anni potè impegnarsi nella vita monastica” e “guardando alla vita degli altri monasteri chiamò a una vita sobria e misurata nella mensa e negli abiti e racomandando la cura dei poveri”. Nel 1130 avviò “una vasta corrispondenza con molte persone” importanti, ma anche umili. Alle tante lettere debbono aggingersi sermoni, sentenze, trattati. Cominciò anche “a occuparsi di gravi problemi della Santa Sede e della Chiesa”.

Benedetto XVI ha ricordato poi “soprattutto i suoi scritti polemici” e in particolare contro l’eresia dei Catari “che hanno disprezzato la materia e il corpo umano e cosi hanno disprezzato il Creatore”. Difese invece gli ebrei, tanto che un rabbino, Efraim, gli “indirizzò un vibrante omaggio”. “Celeberrimi sono poi i suoi sermoni sul Cantico dei Cantici” e “anche un libro abbastanza particolare per un suo allievo, Bernardo Pignatelli, divenuto papa Eugenio III, su come fare un papa buono, rimane una lettura doverosa per tutti i papi”. Morì nel 1153.

Di Bernardo, il Papa ha sottolineato “due aspetti centrali, che riguardano Gesù Cristo e Maria Santissima sua madre”. Il monaco esprime la “partecipazione del cristiano all’amore di Dio”, non è una “novita teologica, ma configura il teologo al contemplativo e al mistico”. “Viene proprio da qui il titolo di doctor mellifluus, la sua lode a Cristo infatti scorre come il miele”. L'abate di Chiaravalle amava infatti ripetere che “uno solo è il nome che conta, quello di Gesù Nazareno" e “arido è ogni cibo dell'anima, se non è irrorato con questo olio; insipido, se non è condito con questo sale. Quello che scrivi non ha sapore per me, se non vi avrò letto Gesù”.

Per Bernardo “la vera conoscenza di Dio consiste nel’esperienza personale e profonda di Gesù Cristo. La fede è anzitutto incontro personale intimo con Gesù, esperienza della sua vicinanza, della sua amicizia e del suo amore: solo così si impara ad amarlo e conoscerlo sempre di più: auguriamoci che questo possa avvenire in ciascuno di noi”.

Al tempo stesso Bernardo esalta la “intima partecipazione di Maria all’opera redentrice del Figlio.”In te – scrive tra l’altro -la partecipazione alla Passione del Figlio passò di molto l’intensità e le sofferenze fisiche del martirio”. Sottolinea il “posto privilegiato della Vergine nell’economia della salvezza”. “Non a caso”, ha ricordato Benedetto XVI, Dante “mette sulle labbra del doctor mellifluus la sublime preghiera a Maria: ‘Vergine Madre, figlia del tuo Figlio, / umile ed alta più che creatura, / termine fisso d'etterno consiglio”.

Al termine dell'udienza, Benedetto XVI ha ricevuto da Aleksandre, Anna, Elad e Magomed, giovani di diverse religioni (due sono ortodosse, uno ebreo e l'altro musulmano) provenienti da Georgia, Federazione Russa e Israele, il documento in 14 punti “Rondine per la pace nel Caucaso”, che mira a una serie di azioni future volte a favorire la pacifica convivenza dei popoli della regione.

mercoledì, ottobre 21, 2009

Auguri Ivan



Carissimi amici,
scusate il ritardo con cui condivido con voi questa bellissima notizia. Come alcuni di noi sanno, sabato 19 Settembre, il nostro caro amico Ivan di Canneto ha ricevuto l'ordinazione a diacono. Ecco alcune foto e i nostri migliori auguri.



Mons. Negri: l'ora di religione non è un privilegio della Chiesa, ma una proposta culturale

Da Il Sussidiario


di don Gabriele Mangiarotti e mons. Luigi Negri

mercoledì 21 ottobre 2009


La questione dell’ora di religione nella scuola dello Stato sta diventando argomento di interesse e a volte alcuni interventi generano un po’ di confusione.
Innanzitutto chiariamo la ragione per cui si insegna religione cattolica nella scuola dello stato in Italia. Si legge nel Concordato così: «La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i princìpi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado.
Nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità educativa dei genitori è garantito a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi di detto insegnamento.
All’atto dell’iscrizione gli studenti o i loro genitori eserciteranno tale diritto, su richiesta dell’autorità scolastica, senza che la loro scelta possa dar luogo ad alcuna forma di discriminazione» [Legge n. 121 del 25 marzo 1985, Art. 9.2].
In questo modo si riconosce la valenza culturale dell’insegnamento, e si esclude che possa considerarsi una forma di catechismo, oppure di un privilegio concesso alla Chiesa Cattolica e negato ad altre fedi. Lo Stato prevede che, nel caso non ci si voglia, per qualsiasi ragione, avvalere di tale insegnamento, si possa chiedere che ci sia un’attività alternativa, da svolgersi in concomitanza a tale insegnamento, e predisposta dal Collegio Docenti, su richiesta dei genitori degli alunni (o degli alunni stessi, ove maggiorenni). La presenza di tale attività alternativa fa sì che l’IRC mantenga la sua caratteristica di insegnamento da svolgersi «nel quadro delle finalità della scuola», mentre sollecita una responsabilità reale delle famiglie nei confronti della scuola stessa. Siamo certamente preoccupati nei confronti della cosiddetta «ora del nulla», che si realizza quando la scuola non fornisce affatto possibilità reali di studio serio e motivato, ma non riteniamo che la legge attuale preveda – almeno stando a quanto si legge nelle norme – una qualsiasi forma di «ora» alternativa, cioè di materia curricolare di altra religione.
Certamente sarebbe buona cosa che chi vuole usare del tempo scolastico per approfondire in particolare i contenuti della religione islamica, non nella forma di una supplenza a un insegnamento religioso in forma di catechesi, ma di consapevolezza dei contenuti culturali di tale religione lo possa fare, rendendo la scuola più flessibile ai bisogni degli alunni e delle famiglie.
Una scuola che si fa padrona degli alunni e si fa educatrice dei contenuti religiosi propri ci sembra più un retaggio dell’Ottocento che una scuola moderna e aperta ai valori della civiltà di oggi e democratica in senso sostanziale.
La polemica estiva sui crediti scolastici, ecc… ha creato una mentalità che relega l’IRC ad essere un privilegio concesso alla Chiesa Cattolica, con l’aggravante che questo non è concesso ad altri soggetti e ad altre religioni. Ma tale discussione non ha certo giovato alla scuola nel suo insieme, perché ha contribuito a mantenere nella mentalità comune l’impressione che la religione sia un fatto sostanzialmente non rilevante per la cultura.
Vogliamo allora fare nostra l’indicazione di Benedetto XVI agli Insegnanti di Religione il 25 aprile 2009: «Il vostro servizio, cari amici, si colloca proprio in questo fondamentale crocevia, nel quale – senza improprie invasioni o confusione di ruoli – si incontrano l’universale tensione verso la verità e la bimillenaria testimonianza offerta dai credenti nella luce della fede, le straordinarie vette di conoscenza e di arte guadagnate dallo spirito umano e la fecondità del messaggio cristiano che così profondamente innerva la cultura e la vita del popolo italiano. Con la piena e riconosciuta dignità scolastica del vostro insegnamento, voi contribuite, da una parte, a dare un’anima alla scuola e, dall’altra, ad assicurare alla fede cristiana piena cittadinanza nei luoghi dell’educazione e della cultura in generale. Grazie all’insegnamento della religione cattolica, dunque, la scuola e la società si arricchiscono di veri laboratori di cultura e di umanità, nei quali, decifrando l’apporto significativo del cristianesimo, si abilita la persona a scoprire il bene e a crescere nella responsabilità, a ricercare il confronto ed a raffinare il senso critico, ad attingere dai doni del passato per meglio comprendere il presente e proiettarsi consapevolmente verso il futuro».

lunedì, ottobre 19, 2009

L’idea (disastrosa) dell’ora di Islam e il rischio della scuola coranica

Dal Corriere della Sera di lunedì 19 ottobre 2009 - di Vittorio Messori

Ancora una volta, riecco l’invocazione scaramantica: «Ci vorrebbe l’ora di…». Stavolta, quella nuova, da istituire subito nelle scuole pubbliche, sarebbe «l’ora di Islam». C’è qualcosa di drammati­co, ma anche di grotte­sco, nella parabola, vec­chia ormai di due secoli, delle funzioni che si so­gna di affidare alla «scuo­la di Stato». C’è, qui, un mito nato — come tanti — dagli schemi ideologi­ci di giacobini e girondi­ni. Non lo scettico Voltaire ma il fervoroso Rousseau fu il maestro di quei signori: si nasce buoni, il peccato originale è una favola disastrosa, date ai fanciulli dei maestri acconci ed avrete il regno della bontà, dell’altruismo, del civismo. Sorgono difficoltà sempre nuove? Ma dov’è il problema? Basterà inserire nella scuola pubblica delle apposite «ore di…» che educhino al bene e al buono i nuovi virgulti; e tutto sarà ripianato. Da noi, il Cuore deamicisiano è l’icona caricaturale di questi nuovi templi di un’umanità plasmata dalla Ragione e strappata alla superstizione. Succede, però, che proprio nell’Occidente laicamente formato, abbiano trovato folle entusiaste le ideologie mortifere che hanno devastato i due secoli seguiti al trionfo delle utopie roussoiane. Ma poiché gli ideologi hanno per motto «se la realtà non coincide con la teoria, tanto peggio per la realtà», il mito ha continuato ad agire. Il sesso fra gli adolescenti crea gravidanze incongrue e favorisce violenze? Si istituiscano nelle scuole «corsi di educazione sessuale». Alcol e droghe devastano i giovanissimi? Ecco gli esperti per gli appositi «corsi contro le dipendenze». C’è strage su moto e automobili? Subito «corsi di educazione stradale». La convivenza sociale è sempre più turbolenta? Ecco dei bei «corsi di educazione civica». Si potrebbe continuare, ma la realtà è chiara: a ogni problema, una risposta affidata alla scuola. Con il risultato, segnalato da pedagogisti ovviamente inascoltati, o di effetti irrilevanti o addirittura di aggravamento delle situazioni: il confuso istinto di ribellione dei giovani porta a sperimentare e a praticare ciò che è condannato nelle prediche degli adulti, soprattutto se insegnanti. Trasgredire al professore dà tanto gusto come, un tempo, trasgredire al parroco. E ora, tocca all’Islam, la cui presenza tra noi, ogni giorno in crescita, è tra gli eventi che meritano l’inflazionato aggettivo di «storico». Non siamo davanti a una immigrazione, ma a una di quelle migrazioni che si verificano una o due volte in un millennio. Per quanto importa, sono tra i convinti che, sulla lunga durata, l’Occidente si rivelerà per l’islamismo una trappola mortale. I nostri valori e, più ancora, i nostri vizi, corroderanno e, alla fine, faranno implodere una fede il cui Testo fondante non è per nulla in grado di affrontare la critica cui sono state sottoposte le Scritture ebraico-cristiane. Una fede che, in 1400 anni, non è mai riuscita ad uscire durevolmente dalle zone attorno ai tropici, essendo una Legge nata per remote organizzazioni tribali. Una fede che, priva di clero e di un’organizzazione unitaria, impossibilitata a interpretare il Corano — da applicare sempre e solo alla lettera — è incapace di affrontare le sfide della modernità e deve rinserrarsi dietro le sue mura, tentando di esorcizzare la paura con l’aggressività. Ma poi: panini al prosciutto, vini e liquori, minigonne e bikini, promiscuità sessuale, pornografia, aborti liberi e gratuiti, «orgogli» omosessuali, persino la convivenza con cani e gatti, esseri impuri, e tutto ciò di cui è fatto il nostro mondo — nel bene e nel male — farà sì che chi si credeva conquistatore si ritroverà conquistato. Ma questo, dicevo, in una prospettiva storica: per arrivarci passerà molto tempo e molti saranno i travagli, magari i drammi. Per adesso, che fare? Sorprende che, proprio da destra, si proponga lo pseudorimedio che è, da sempre, quello caro alle sinistre: nelle scuole «corsi di Islam», quello buono, quello politically correct . L’idea non ha né capo né coda. Brevemente: poiché, a parte casi particolari, gli allievi islamici sono ancora pochi in ogni classe, bisognerebbe riunirli tutti assieme in una classe sola, almeno per quelle ore. Ed ecco pronta la madrassa, la scuola coranica, che esige che i credenti in Allah stiano unicamente con altri credenti. Stretti in comunità, a cura della nostra Repubblica, chi farà loro lezione? E che gli si insegnerà? Gli ingenui, o insipienti, promotori della proposta si cullano forse nel mito di un «Islam moderato», pensano che esistano schiere di intellettuali musulmani «laici, pluralisti, democratici», pronti ad affrontare concorsi per cattedre di Islam «corretto»? Ignorano che incorrerebbe in una fatwa di morte il muslìm che presentasse la sua religione come una verità tra le altre? Non sanno che relativismo e neutralità religiosa sono frutti dell’illuminismo europeo, ma bestemmie per il credente coranico? Ignorano che l’anno islamico inizia da Maometto e che il tempo e il mondo sono solo del suo Allah? Non sanno che è impensabile il concetto stesso di «storia delle religioni» per chi è convinto che c’è una sola fede e le altre sono o incomplete o menzognere? I politici pensano, allora, di affidare le «ore di Islam» a non islamici, di far spiegare il Corano — in modo «laico e neutrale» — a chi non lo crede la Parola eterna e immutabile di Dio? Fossi un assicuratore, mai stipulerei una polizza sulla vita per simili, improbabili, introvabili docenti. Se l’insegnamento nelle istituende «madrasse della Repubblica italiana» differisse anche di poco da quello delle moschee, l’esplosione di violenza sarebbe inevitabile. E, come troppo spesso è successo con i fautori delle «ore di…», le buone intenzioni produrrebbero frutti disastrosi.
© Corriere della Sera

domenica, ottobre 18, 2009

Le parole di papa Benedetto XVI all'Angelus di oggi 18 Ottobre 2009

Cari fratelli e sorelle!

Oggi, terza domenica di ottobre, si celebra la Giornata Missionaria Mondiale, che costituisce per ogni comunità ecclesiale e per ciascun cristiano un forte richiamo all’impegno di annunciare e testimoniare il Vangelo a tutti, in particolare a quanti ancora non lo conoscono. Nel Messaggio, che ho scritto per questa occasione, mi sono ispirato a un’espressione del Libro dell’Apocalisse, che a sua volta riecheggia una profezia di Isaia: "Le nazioni cammineranno alla sua luce" (Ap 21,24). La luce di cui qui si parla è quella di Dio, rivelata dal Messia e riflessa sul volto della Chiesa, rappresentata come la nuova Gerusalemme, città meravigliosa dove risplende in pienezza la gloria di Dio. E’ la luce del Vangelo, che orienta il cammino dei popoli e li guida verso la realizzazione di una grande famiglia, nella giustizia e nella pace, sotto la paternità dell’unico Dio buono e misericordioso. La Chiesa esiste per annunciare questo messaggio di speranza all’intera umanità, che nel nostro tempo "conosce stupende conquiste, ma sembra aver smarrito il senso delle realtà ultime e della stessa esistenza" (Giovanni Paolo II, Enc. Redemptoris missio, 2).

Nel mese di ottobre, specialmente in questa Domenica, la Chiesa universale pone in rilievo la propria vocazione missionaria. Guidata dallo Spirito Santo, essa sa di essere chiamata a proseguire l’opera di Gesù stesso annunciando il Vangelo del Regno di Dio, che "è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo" (Rm 14,17). Questo Regno è già presente nel mondo come forza di amore, di libertà, di solidarietà, di rispetto della dignità di ogni uomo, e la Comunità ecclesiale sente premere nel cuore l’urgenza di lavorare, affinché la sovranità di Cristo si realizzi pienamente. Tutte le sue membra ed articolazioni cooperano a tale progetto, secondo i diversi stati di vita e i carismi. In questa Giornata Missionaria Mondiale voglio ricordare i missionari e le missionarie - sacerdoti, religiosi, religiose e laici volontari - che consacrano la loro esistenza a portare il Vangelo nel mondo, affrontando anche disagi e difficoltà e talvolta persino vere e proprie persecuzioni. Penso, tra gli altri, a don Ruggero Ruvoletto, sacerdote fidei donum, recentemente ucciso in Brasile, al Padre Michael Sinnot, religioso, sequestrato pochi giorni fa nelle Filippine. E come non pensare a quanto sta emergendo dal Sinodo dei Vescovi per l’Africa in termini di estremo sacrificio e di amore a Cristo e alla sua Chiesa? Ringrazio le Pontificie Opere Missionarie, per il prezioso servizio che rendono all’animazione e alla formazione missionaria. Invito inoltre tutti i cristiani a un gesto di condivisione materiale e spirituale per aiutare le giovani Chiese dei Paesi più poveri.

Cari amici, quest’oggi, 18 ottobre, è anche la festa di san Luca evangelista che, oltre al Vangelo, ha scritto gli Atti degli Apostoli, per narrare l’espandersi del messaggio cristiano fino ai confini del mondo allora conosciuto. Invochiamo la sua intercessione, insieme con quella di san Francesco Saverio e di santa Teresa di Gesù Bambino, patroni delle missioni, e della Vergine Maria, affinché la Chiesa possa continuare a diffondere la luce di Cristo tra tutti i popoli. Vi chiedo, inoltre, di pregare per l’Assemblea speciale per l’Africa del Sinodo dei Vescovi, che in queste settimane si sta svolgendo qui, in Vaticano.

Da Affari Italiani - Gli Italiani vogliono la messa in latino

Abbiamo letto e giriamo ai nostri lettori:

"Nove milioni di italiani vorrebbero la Messa antica. Sono i risultati clamorosi del sondaggio Doxa pubblicato in esclusiva da Affaritaliani.it

Sabato 17.10.2009 15:09


CLICCA QUI PER GUARDARE LE TABELLE
Nove milioni di italiani vorrebbero la Messa antica. Sono i risultati clamorosi dell'indagine Doxa pubblicato in esclusiva da Affaritaliani.it.

Queste le domande del sondaggio:
1) Si considera cattolico?
2) Quanto spesso va alla Messa
3) E' al corrente della liberalizzazione della Messa tradizionale in latino da parte di Benedetto XVI?
4) Troverebbe normale la coesistenza nella Sua parrocchia della Messa moderna in italiano e di quella antica in latino e canto gregoriano?
5) Se fosse disponibile nella Sua parrocchia, andrebbe alla Messa tradizionale in latino e con che frequenza?

E il risultato...

La prima domanda serviva a discriminare il campione di intervistati, limitando l'interesse soltanto a chi si considera cattolico. E' preoccupante che solo poco più di tre quarti di italiani senta ancora di appartenere alla religione cattolica. Il dato è più basso di altri sondaggi, sia perché è più recente (e la tendenza, si sa, è negativa), sia soprattutto perché gli altri sondaggi formulano così la domanda: "Lei si sente: cattolico-protestante-musulmano-buddista-non appartenente a nessuna religione-altro (quale)"; per cui la risposta "cattolico" è in quel caso quasi indotta da una comparazione negativa con altre religioni da cui ci si sente più distanti. La domanda: "Si considera cattolico? Sì-No" è invece certamente più 'impegnativa' ed equivale ad una sorta di professione di fede. Che molti, purtroppo, non si sentono più di fare.

Le restanti domande erano limitate ai cattolici. La seconda, inerente l'attuale pratica religiosa (novus ordo) è in linea con i più recenti sondaggi. Tra i cattolici, circa il 51% va a messa almeno una volta al mese. Il che significa, considerato l'insieme della popolazione (ossia anche i non cattolici) che circa il 38% degli italiani mette piede in chiesa almeno una volta al mese.

Ma queste prime domande ci interessavano relativamente, e servono a meglio inquadrare le risposte alle seguenti. E qui cominciano incredibili sorprese.

La prima: solo il 58% dei cattolici (e 64% dei praticanti almeno 1 volta al mese) ha sentito parlare del motu proprio e della possibilità di avere il rito antico. In Francia, secondo l'analogo sondaggio commissionato da Paix Liturgique, il risultato per i praticanti si attestava all'82%!

Questo significa due cose evidenti. La prima, che i sacerdoti mediamente svolgono poca o nessuna non diciamo promozione, ma anche solo informazione circa il motu proprio (lo scarto informativo, tra praticanti e non, è solo del 6%). E poi non chiamatela congiura del silenzio... Secondo punto: c'è un'ignoranza estremamente diffusa sul punto, che chiaramente impedisce il liberarsi di forze ed energie in favore di un ritorno della Messa antica e, soprattutto, comporta il permanere di pregiudizi anacronistici circa il fatto che il rito di sempre sia abrogato, vietato, proibito, contro il Papa e la Chiesa, e simili. Il che non fa che aumentare le difficoltà di applicazione del motu proprio, per semplice ignoranza dello stesso (con l'interessata connivenza, lasciatecelo dire, di molti reticenti prelati che, invece, non lo ignorano affatto).

Ma i numeri son galantuomini: e alla quarta domanda, un incredibile 71% di cattolici dice che troverebbe perfettamente normale che nella propria parrocchia convivessero le due forme del rito romano. D'altro canto, i tradizionalisti mica lasciano le panche delle chiese sporche... A fronte di un 6-7% di indecisi, solo il 22-24% troverebbe ciò anormale. E, sorpresa, in questo gruppetto di opposizione sono in maggioranza le donne, della fascia sotto i 55 anni di età. Avete presente il tipo: la catechista, la lettrice, la ministra straordinaria della comunione, la tuttofare, la faccendiera della parrocchia, l'animatrice dei battimani bambocceschi. Insomma, quel genere di persone che, in assoluta minoranza, hanno però forza intimidatrice verso il parroco che non volesse piegarsi a quel che voglion loro.

Ma una maggioranza schiacciante come il 70 e più percento, cui la convivenza con la Messa antica pare cosa buona e giusta, è tale da rendere non solo pretestuosa, ma insignificante ogni minaccia della pasionaria di turno.

E veniamo infine all'ultima domanda. Qui, i risultati sono talmente insperati che, se non fosse perché il sondaggio l'ha fatto la DOXA, che vi spende tutta la sua credibilità, essi sembrerebbero artefatti.

Sì: perché il 21% di tutti i cattolici (cifra che sale al 40% tra i cattolici che frequentano tutte le domeniche) hanno detto che, se la trovassero nella loro parrocchia, essi preferirebbero andare, tutte le settimane, alla Messa di S. Pio V.

Sapete di che cifre parliamo, in termini assoluti? Sono 9 milioni di italiani che vorrebbero andare ogni settimana alla Messa di sempre. E' assolutamente ENORME

E non solo: se consideriamo quelli che frequentano almeno una volta al mese, la percentuale sale al 33% di tutti i cattolici (e al 63% di quelli che frequentano almeno una volta al mese).

Forse non avete capito, tanto è incredibile: 2 PRATICANTI SU 3 ANDREBBERO ALLA MESSA TRIDENTINA ALMENO UNA VOLTA AL MESE, se l'avessero in parrocchia. Due su tre, capite? Di tutti quelli che vedete alle messe!

Aggiungendo ai praticanti settimanali della Messa tridentina (se ci fosse) questi frequentanti mensili, e dividendoli per 4 (perché in un mese ci sono 4 settimane), abbiamo che in media, ogni settimana, 12 milioni di cattolici sceglierebbero la Messa di sempre. Un italiano su cinque, atei e musulmani compresi!

E vi anticipiamo un dato ulteriore, che pubblicheremo più avanti: una piccola, ma significativa minoranza di persone che non vanno mai a Messa, ci andrebbe invece frequentemente se trovasse la Messa di sempre. E non parliamo di dieci-venti ultras tridentini, ma di non poche centinaia di migliaia di persone.


In definitiva, lo scopo del sondaggio è stato ampiamente raggiunto e superato: chi potrà mai più dire che in Italia la Messa tradizionale in latino non interessa quasi a nessuno?".

sabato, ottobre 17, 2009

Auguroni Elena

Ciao Amici,
oggi è il compleanno della responsabile delle due nostre rubriche: Pier Giorgio vivo e L'ha detto Pier Giorgio.
Ecco come i suoi amici più cari l'hanno festeggiata.




Pier Giorgio vivo - 27





Già a sedici anni Pier Giorgio si comportava così : si addormentava pregando a si alzava presto per poter pregare.

Per coloro che avevo occasione di osservarlo mentre recitava il Rosario era sufficiente la devozione che traspariva dal suo volto a far capire il grande Amore che nutriva per la Madonna.


venerdì, ottobre 16, 2009

Mille anni fa la distruzione del Santo Sepolcro

Da Avvenire

In pochi lo sanno, ma in questi giorni ricorre a Gerusalemme un millenario molto doloroso per la comunità cristiana della Terra Santa: quello della distruzione della basilica costantiniana del Santo Sepolcro ad opera del sultano fatimide al-Hakim. Un fatto destinato a cambiare in maniera radicale la fisionomia dei luoghi cristiani nella Città Santa, dal momento che – anche se poi ricostruita – la basilica non avrebbe mai più ritrovato lo splendore che ebbe nella Gerusalemme del primo millennio. Un luogo – in particolare – sarebbe andato perduto per sempre: il Martyrium, cioè la grande chiesa in cui si faceva memoria della Passione di Gesù.

A ricostruire la data esatta dell’anniversario è stato – sull’ultimo numero della rivista Terrasanta – l’archeologo francescano padre Eugenio Alliata. Le cronache dell’epoca raccontano, infatti, che la distruzione cominciò «il martedì il quinto giorno prima della fine del mese di Safar nell’anno 400 dell’Egira». Annota padre Alliata: «L’anno dell’Egira 400 inizia il 25 agosto 1009 ed essendo Safar il secondo mese dell’anno lunare islamico bisogna aggiungere 54 giorni per arrivare a martedì 18 ottobre, secondo il calendario gregoriano (giorno ovviamente estrapolato, trattandosi di una data anteriore all’istituzione ufficiale del medesimo)».

Quella che il 18 ottobre 1009 si consumò a Gerusalemme fu una distruzione radicale: lo stesso Santo Sepolcro – racconta sempre il cronista dell’XI secolo – «fu scavato e sradicato nella maggior parte». Ma come mai mille anni fa (e quasi quattro secoli dopo la conquista araba di Gerusalemme), si arrivò a uno scempio del genere? La risposta sta nella figura del sultano al-Hakim, che regnò al Cairo dal 1000 al 1021. Fu lui a imporre una svolta nella politica dei fatimidi, dinastia appartenente alla corrente ismailita degli sciiti, che fino a quel momento aveva mostrato tolleranza nei confronti sia dei sunniti sia delle altre minoranze religiose. Al-Hakim, al contrario, tentò con ogni mezzo di imporre la propria fede. E ad essere più duramente colpiti furono soprattutto cristiani ed ebrei: il sultano, ad esempio, portò all’esasperazione la legislazione sui dhimmi. Ma fu proprio la distruzione del Santo Sepolcro il culmine della sua intolleranza religiosa. Un fatto la cui eco rimbalzò molto presto in Europa, divenendo una delle ragioni addotte per la convocazione della prima Crociata.

Quella del 1009 fu, dunque, una pagina nerissima nei rapporti tra islam e cristianesimo. Da ricordare, però, tenendo presente che lungo i secoli ce ne sono state anche altre di segno opposto. Proprio la basilica del Santo Sepolcro era stata testimone del gesto compiuto dal califfo Omar, quando nel 638, al momento della conquista araba di Gerusalemme, scelse di non entrare a pregare in questo luogo santo, in segno di rispetto verso i cristiani (un fatto questo molto importante, dal momento che se non si fosse comportato così la «madre di tutte le chiese» sarebbe stata trasformata in moschea, come tanti altri luoghi di culto cristiani in Oriente).

Va inoltre aggiunto che – anche dopo lo scempio ordinato da al-Hakim – sotto il regno del suo successore al-Zahim fu comunque raggiunto un accordo tra il sultano e l’imperatore bizantino Argyropulos in forza del quale già nel 1042 poté iniziare la ricostruzione del Santo Sepolcro. Dettaglio interessante: l’intesa di dieci secoli fa prevedeva qualcosa di molto simile a quello che oggi chiameremmo il principio della reciprocità. L’imperatore, infatti, concedeva contestualmente il permesso di edificare una moschea a Costantinopoli.

I lavori di ricostruzione – terminati nel 1048 – si concentrarono solo sulla parte più venerata del complesso costantiniano: la rotonda al cui centro era posto il Santo Sepolcro. Nell’edificio antico, consacrato nell’anno 336, esistevano però anche altri due elementi distinti. Entrando dal cardo maximo, la strada principale della Gerusalemme romana e bizantina, per prima cosa si accedeva al Martiryum, la grande chiesa a cinque navate. Dal fondo di questo edificio sacro si entrava poi in un giardino, circondato da un triportico, dove nell’angolo di sud-est era venerata all’aperto la roccia del Calvario, dove Gesù fu crocifisso. Oltre il giardino, infine, si apriva l’anastasis, la rotonda con al centro il Santo Sepolcro. Per dare un’idea della grandiosità dell’intero complesso basti citare il fatto che insieme queste tre parti sviluppavano un asse di circa 150 metri (tanto per dare un termine di paragone la basilica di San Pietro è lunga 186 metri, dunque non molto di più).

La scelta di concentrarsi sulla rotonda del Santo Sepolcro fu confermata dai crociati: quando nel 1099 nacque il regno latino di Gerusalemme si affermò subito l’idea di riportare la basilica all’antico splendore. Ma la struttura rimase comunque più piccola rispetto a quella costantiniana: si decise di allargare l’anastasis, andando però a ricomprendere all’interno della chiesa solo la roccia del Calvario, che prima si trovava – invece – nel giardino. Questo spiega la fisionomia attuale della basilica, consacrata nel 1149 e poi rimasta sostanzialmente inviolata anche dopo la sconfitta dei crociati a Gerusalemme.

Il Martyrium, dunque, è il luogo santo che non c’è più. Luogo fondamentale della Gerusalemme bizantina, una comunità di cui oggi in realtà si ricorda pochissimo. Invece era proprio qui che – tra il IV e l’inizio dell’XI secolo – ogni domenica si riunivano i cristiani per celebrare l’Eucaristia. In una chiesa anch’essa ricca di simbolismi: Eusebio, nella sua Vita di Costantino, racconta che l’elemento principale dell’intera opera era «un emisfero collocato sulla parte più alta della basilica, cui facevano corona dodici colonne pari al numero degli Apostoli del Salvatore e ornate in cima con enormi crateri d’argento che l’imperatore aveva offerto personalmente quale bellissimo dono votivo al suo Dio».

Era la morte gloriosa di Gesù che nella Gerusalemme bizantina la Chiesa qui celebrava. Fermando lo sguardo sulla sua Passione prima di correre al sepolcro vuoto della Resurrezione. Forse è proprio questa l’idea più importante che un millenario così nascosto ci può aiutare a ritrovare.
Giorgio Bernardelli

martedì, ottobre 13, 2009

Alcune testimonianze sul campo 2009 a Sass de Stria...

Ecco le testimonianze su come noi, ragazzi delle superiori della Compagnia dei Tipi Loschi, abbiamo passato due momenti importanti delle nostre estati: il campo estivo, e il Meting per l'amicizia tra i popoli di Rimini

METTERE IN DISCUSSIONE UNA VACANZA INTERA PER UN PROBLEMA CHE INVECE POTREBBE RIVELARSI UNA GRANDE OCCASIONE
Problema fondamentale:
la camera. Ho passato la maggior parte del campo affaticato per questo motivo e volevo tornare a casa. Con il passare dei giorni però ho capito che avrei fatto una cavolata ad andarmene.
Mi è piaciuto giocare a carte con il Beccio!!!
Di ciò che ha detto Sermarini mi ha colpito quando diceva che "abbiamo un´idea distorta della sofferenza". Noi uomini infatti non conosciamo ancora la vera sofferenza e credo che spesso ci affatichiamo per cose inutili e per queste soffriamo.
Daniele Bolletta

ATTACCARSI ALLE COSE BELLE
Mi sono un po´ affaticato quando si facevano le camminate senza arrivare in cima, perché preferisco farle ed arrivare sopra per poi vedere tutto. Mi è piaciuta la canzone dell´uomo cattivo e al campo ho riapprezzato le cose belle, così come la nostra amicizia. Sermarini infatti ci ricordava che è bene attaccarsi alle cose belle. Sono riuscito poi ad ascoltare le riunioni, che mi sono servite, perchè ho capito cosa si deve fare per stare contenti anche quaggiù!!
Federico Capriotti

DUE COSE FONDAMENTALI: CONDIVIDERE E FIDARSI
Io volevo dirvi di alcune cose che mi hanno colpito del libro di Enzo Piccinini. Il matrimonio per esempio deve essere un´occasione per il mondo intero, non è una cosa che riguarda moglie e marito e basta. Io invece pensavo che ero a posto, che casa mia era aperta, ospito gente...per Enzo però la coppia era e deve essere aperta per tutto, non solo per far venire la gente, ma tutto, anche i propri pensieri sono proiettati fuori e allora tutto quello che si vive, lo si condivide (ma proprio tutto, ci si aiuta, ci si confronta e ci si scontra, si danno le ragioni di quello che si fa). Il confronto poi va bene, però a volte è bene fare come Piccinini, che con Don Giussani si comportava come un bambino: si fidava sempre!
Giusi Clementi

UN GRAZIE AI MIEI AMICI
Il campo è stata un´occasione per stare insieme cosa che magari potremmo non fare sempre durante il resto dell´anno. Al campo ho riscoperto questo grazie all´aiuto dei miei amici: grazie ad un´amicizia infatti impariamo a conoscere e a fare entrare nella nostra vita altre persone con le quali magari prima non volevamo avere a che fare. A volte anche fra di noi ci guardiamo così e rimaniamo indifferenti, non ci si interessa gli uni degli altri. Mi domando se in questi giorni dopo il campo vi incontrate, vi guardate, vi cercate, fate le cose insieme. Se non facciamo così quello che abbiamo vissuto al campo e poi al meeting sono chiacchiere.
Del meeting è piaciuta la mostra sulle riduzioni del Paraguay, perché mi ha fatto pensare che a volte diamo per scontato questa Compagnia. Questi indios invece sono rimasti affascinati dall´incontro con i gesuiti e questi gli hanno cambiato del tutto la loro vita. Noi stiamo qui perché? Da che cosa siamo rimasti affascinati? Io sono rimasto affascinato dalle persone, da uomini vivi e sono cambiato da quando sto più vicino a questi uomini vivi. Così è tutto un altro mondo, la nostra Compagnia, la nostra amicizia è un altro mondo!
Marco Pellei

PARTECIPARE E STARCI, GRATIFICA
A me sono piaciute le camminate anche perché non le facevo da anni, un pò perché non ne avevo la possibilità visto che sono stato fuori per la scuola, ma soprattutto perché ero fuori di testa!
Ho partecipato di più quest´anno e ho fatto molte esperienze nuove che mi sono piaciute. Tutto questo si può rifare, anzi devo dire che questa è un´amicizia che non ricordavo di avere, infatti sapevo che c´eravate ma me ne fregavo! Insomma devo dire che da quando sono tornato ci sono stato!!
Dimitri Sfrappini

SI STA BENE QUANDO SI STA CON I PROPRI AMICI
Mi è piaciuto tutto, anche se non ho fatto tutte le camminate perché non me ne andava. Sono stato bene però, perchè sono stato con i miei amici, quelli che mi aiutano a ragionare. Non so se il prossimo anno ci tornerò, perché avrò 18 anni ed essendo maggiorenne potrò fare quello che voglio.
Luca Fioravanti

GLI AMICI E LE RIUNIONI COME PUNTO FERMO
Il campo per me è un punto fermo. Vado fondamentalmente per stare con gli amici e sentire Serra. Anche quando non facevo le camminate, con chi rimaneva abbiamo sempre organizzato qualcosa perché mi sono detto, anche se non possiamo camminare, rimaniamo persone vive!!!
Del meeting la mostra di Napoli molto bella: così come la frase "nessun dono di grazia più vi manca" che Carron disse agli amici di Napoli una volta andato giù a trovarli. Questi ragazzi volevano lasciare la loro città per diverse difficoltà, ma si sono fidati di questa frase e sono rimasti perché anche a Napoli c´è del buono. E da questa scelta tante altre cose buone sono nate.
Bello di Piccinini quando nel suo libro racconta di un´operazione ad una sua amica, un´operazione difficile ed impegnativa durante la quale aveva anche il cuore di parlare e rispondere agli infermieri e ai colleghi che stavano operando con lui.
Luca Olivieri

ESSERE AFFATICATI E NON FARSI AIUTARE
Il campo l´ho vissuto male, perché sono stato affaticato di testa, ma nonostante questo ho sentito le riunioni e ho fatto tutte le passeggiate anche se da solo. Questa esperienza mi sarà sicuramente di lezione per le prossime volte. Mi ha fatto piacere poi parlare l´ultima sera con mio fratello Roberto, anche perchè a casa di queste cose non si parla mai. Devo dire insomma che almeno un Tommasi ha un cuore!!
Loris Tommasi

RIPARTIRE DA UN METODO DI VITA
Come sempre il campo mi è piaciuto, anzi sono stato contento di aver allacciato nuove amicizie e soprattutto con Dimitri.
Al campo ci si diverte, ma non è solo questo, impari ad ascoltare le riunioni, ci viene insegnato come ci ha detto Ciccio un metodo di vita.
Roberto Tommasi

SPERIMENTARE LA SPERANZA
Mi è piaciuto più di tutto ascoltare le riunioni di Marco, perché non ho sempre potuto quest´anno. In particolare mi ha colpito il discorso della speranza, perché mio marito ed io abbiamo sperimentato cos´è la speranza. Il campo e le riunioni con Serra hanno ridestato l´entusiasmo che c´è. Anche le indicazioni che ci ha dato per essere uomini vivi sono state utili, soprattutto il richiamo al servizio e alla messa settimanale, perchè lo scorso anno i ragazzi non lo hanno fatto per una nostra dimenticanza. Al campo non ho avuto occasione di parlare con tutti i ragazzi, ma sto continuando il lavoro quaggiù.
Del meeting: mi è piaciuta la mostra di Napoli, perché tutti spiegavano con entusiasmo le cose che fanno. Anche noi ne facciamo di cose belle eppure a volte siamo un po´ meno entusiasti nel raccontarle. Anche in questa mostra si parlava della speranza: due testimonianze mi hanno colpito; la testimonianza della mamma della bambina down lasciata per questo dal marito, che riconosce nella figlia questa speranza, perché grazie a lei ha incontrato il movimento; l´episodio della caffettiera che da una moka da due è diventata una da venti, perché la casa gli si è riempita di amici.
Mi ha colpito la frase "paion traversie, eppur sono opportunità" perché quello che per noi sembrava un dolore, si è poi tramutato in Gioia, perchè per noi Giorgia è veramente una Gioia. Bella anche la mostra dei genitori di santa Teresina che mi sono fatta raccontare, perchè anche io desidero un matrimonio come quello, un rapporto con mio marito non chiuso su se stesso e vorrei che mia figlia crescesse nello stesso modo in cui sono cresciute le loro figlie, anche attraverso le amicizie che frequentiamo. Per me la condivisione è: quando siamo stati in Russia io e mio marito eravamo soli, ma sentivamo la vicinanza di tutte le persone che a casa stavano pregando e ho visto al ritorno che la nostra gioia era la loro.
Loredana Giuliani

FIDARSI, PREMIA
Inizialmente non mi andava di venire e diciamo che ne sono stata costretta, ma alla fine vi ringrazio, perché ho passato dei bei giorni.
Ciò di cui sono stata contenta è stata la confessione con Don Andrea, perchè mi sono confessata tutti i miei dubbi. Belle anche le scampagnate. Le riunioni di Serra invece non sono riuscita a seguirle.
Elena Novelli

SENTIRSI GRANDI
Mi è piaciuto tutto, sono stato bene con Ciccio, ma ho fatto fatica a seguire le riunioni e mi stupivo nel sentir parlare Vladimiro o Piergiorgio che sono più piccoli di me circa ciò che li colpiva. Nelle ultime riunioni però ho cercato di seguire e mi sono sentito importante!
Mi è piaciuto stare col Beccio, perchè ho scoperto cose nuove di lui.
Andrea Capriotti

FAR FINTA DI PERDERE TUTTO, PER CAPIRNE L´IMPORTANZA
L´anno scorso non c´eravamo, perché dovevamo andare in Russia.
Volevo venire tanto quest´anno anche perché volevo chiarire certe questioni della mia vita che non mi riportavano (una difficoltà di lavoro). Durante una riunione Marco diceva: un uomo vivo per capire ciò che conta nella sua vita fa finta di aver perso tutto per poi capire quali sono le cose importanti nella vita. Abbiamo incontrato durante il campo un´altra coppia che era venuta con noi in Russia. Noi abbiamo condiviso con loro una cosa grande che ci lega, per questo ci siamo voluti incontrare anche a costo di sacrifici. Il marito mi ha detto che lui sapeva che Dio ci aveva messo insieme per affrontare questa cosa. Io sono rimasto annichilito, perché loro sono andati a messa grazie a noi che gli avevamo raccontato la nostra esperienza. Sfido voi ragazzi a condividere fra di voi qualcosa di grande che ci fa rimanere legati per la vita. Si può partire anche dal condividere cose piccole, un gelato insieme, una passeggiata: fa bene all´amicizia.
Marco Nobili

...FARE AMICIZIE NUOVE
Sono andato al campo contento, poi mi sono affaticato. Non vedevo l´ora di ripartire, poi siamo ripartiti e non me ne andava di tornare a casa. Nonostante questo mi sono trovato bene ed ho anche fatto amicizia con Giannandrea.
Francesco Sterlicchio

APPREZZARE TUTTO
La vacanza mi è piaciuta; mi sono piaciute le camminate e anche le riunioni.
Domenico Roncarolo

IL CAMPO: UN METODO
Il campo è sempre un´occasione per stare insieme e perché quello che ci viene insegnato al campo è utile e dovremmo farlo soprattutto a San Benedetto. Come stiamo al campo è un metodo che se applichiamo quaggiù ci può fare veramente felici. Stiamo sempre insieme come al campo e diamo sempre un giudizio a ciò che viviamo; con i ragazzi delle medie al tavolo durante il pranzo usciva sempre qualcosa di bello, un giudizio anche se a volte attraverso uno scontro, ma era utile, perché poi si era più vivi. Poi delle riunioni, Chesterton mi piace anche se faccio fatica a leggerlo. Nell´uomo vivo bello dove il tizio vuole rubare le cose che già gli appartenevano, mi fa capire che a volte diamo per scontato ciò che abbiamo. Poi anche se sembra scontato: montagne montagne io vi amo!!!
Stefano Olivieri

COINVOLGERSI, RENDE PERSONE VIVE!
Mi ha colpito la canzone dell´uomo cattivo: tutti lo davano per disperso, ma alla fine c´è stata una speranza anche per lui. In camera sono stata bene con Chiara Pellei, Chiara Falcioni ed Elena e mi sono legata ad Elena, almeno un pochino, sicuramente più di prima. Mi è piaciuta la risposta di Serra ad una domanda di Marco Capecci che però non ricordo bene. Comunque Serra ha risposto dicendo che noi non sperimentiamo questa speranza, perché non ci coinvolgiamo nella nostra vita e non la prendiamo sul serio. Anche a me capita così. Non posso dire poi che torno dal campo cambiata...però oggi (giovedì sera) sono venuta a riunione!
Sara Marcozzi

UN´AMICIZIA CHE NON LASCIA MAI NULLA SUL TAVOLO!
È SEMPRE UNA GRANDE OCCASIONE PASSARE QUALCHE GIORNO AL MEETING. PERSONALMENTE E´ UN "APPUNTAMENTO" AL QUALE CERCO DI NON MANCARE MAI. DOPO L´ANNO IN CUI FECI DA GUIDA ALLA MOSTRA DELLA CDO SPORT E VI PASSAI UNA SETTIMANA INTERA CON SILVIA GRAZIOLI, COME SI DICE: PORTA FRUTTO RIMANERE ATTACCATI A QUESTE BELLE COSE! POI GRAZIE AL MEETING ORA DIVORO LIBRI SU LIBRI E SE POTESSI OGNI ANNO MI FAREI LA SCORTA IN LIBRERIA! IO, FEDERICA OLIVIERI, CHE NON LEGGEVO NEMMENO PER COMPLETARE UNA ANALISI DEL TESTO A SCUOLA! COME SEMPRE QUINDI BASTA FIDARSI DI CHI CI PROPONE QUESTE COSE, ANCHE SE ALL´INIZIO NON CAPIAMO BENE IL MOTIVO. CIO´ POI CHE MI ENTUSIASMA AL MEETING E´ INCONTRARE TANTE FACCE AMICHE CHE NON SI VEDONO DURANTE L´ANNO, PERCHE´ LONTANE. PER NON PARLARE POI DELLE MOSTRE CHE IN 3 GIORNI HO GIRATO TUTTE E GLI INCONTRI PIU´ SALIENTI AI QUALI SONO ANDATA CHE, COME AL CAMPO, RIDESTANO IL NOSTRO CUORE. INSOMMA TRA IL CAMPO ED IL MEETING CI SI RIFA´ OGNI ANNO LA SCORTA PER AFFRONTARE AL MEGLIO IL QUOTIDIANO AL QUALE OGNUNO DI NOI E´ CHIAMATO.
AGGIUNGO POI UN ULTIMO GIUDIZIO DEL CAMPO: SONO PARTITA CON L´INTENZIONE DI ESSERE APERTA A 360° E COSì E´ STATO; SONO STATA CON TUTTI E SONO STATA A TUTTO, ANCHE SE A VOLTE PER LA STANCHEZZA SI ERA COMBATTUTTI, MA STRINGENDO I DENTI HO CAPITO CHE E´ MEGLIO NON FAR CADERE NULLA DI QUEL CHE CI VIENE MESSO DAVANTI. TUTTO QUESTO PERO´ E´ POSSIBILE SOLO GRAZIE ALL´AIUTO DI QUALCUNO CHE COSTANTEMENTE TI RICHIAMA AD ESSERE DESTO E SVEGLIO SEMPRE. ORA CONTINUEREMO A METTERE IN PRATICA GLI INSEGNAMENTI RICEVUTI ANCHE QUAGGIU´.
Federica Olivieri

giovedì, ottobre 08, 2009

Benedetto XVI: ogni riforma va fatta dentro la Chiesa, mai contro di essa

All’udienza generale di ieri mercoledì 7 Ottobre 2009 Benedetto XVI ha illustrato la figura di San Giovanni Leonardi, fondatore della congregazione dei Chierici regolari della Madre di Dio, patrono dei farmacisti, cofondatore del Collegio urbaniano di Propaganda Fide “che nel corso dei secoli ha creato migliaia di sacerdoti, molti di essi martiri, per evangelizzare i popoli”.


Città del Vaticano (AsiaNews) - Ogni riforma va fatta dentro la Chiesa, “santa, ma fragile” e mai contro di essa e deve “mirare” prima di tutto “ai cuori”, perché solo i santi “contribuiscono, in maniera determinante, a costruire un mondo migliore”. E’ un principio valido “anche oggi” e che sosteneva San Giovanni Leonardi, morto a Roma il 9 ottobre del 1609, al quale Benedetto XVI ha dedicato oggi (ieri, ndr) la sua riflessione per l’udienza generale.

Alle 40mila persone presenti in piazza San Pietro, il Papa ha infatti illustrato la figura di questo santo, fondatore della congregazione dei Chierici regolari della Madre di Dio, patrono dei farmacisti, beatificato nel 1861 e canonizzato nel 1938. Sacerdote ricordato per il “grande anelito missionario”, che con il prelato spagnolo Juan Bautista Vives y Maria diede vita al “progetto che ha portato alla creazione del Collegio urbaniano di Propaganda Fide che nel corso dei secoli ha creato migliaia di sacerdoti, molti di essi martiri, per evangelizzare i popoli”.

Giovanni Leonardi nacque nel 1541 a Decimo, vicino Lucca. A 17 anni il padre lo iscrisse a un corso di “speziaria”, ossia di farmacia a Lucca. “Per circa un decenio ne fu vigile frequentatore, ma quando acquisì il riconoscimento ufficiale che gli avrebbe permesso di aprire una sua spezieria, pensò se non fosse il momento di realizzare un progetto cha da sempre aveva nel cuore”. Così fu ordinato sacerdote e celebrò la sua prima messa nel giorno dell’Epifania del 1572.

Ma “non abbandonò la passione per la farmacopea, perché sentiva che gli avrebbe permesso di realizzare la vocazione di trasmettera agli uomini la medicina di Dio”. “Animato dalla convinzione che di tale medicina necessitano tutti gli esseri umani, cercò di farne la ragione essenziale della propria esistenza”.

Fu il principio generatore della sua attività sacerdotale durante “il diffuso movimento di rinnovamento spirituale nella Chiesa del suo tempo, che ebbe santi come Carlo Borromeo, Filippo Neri, Ignazio di Loyola e Giuseppe Calasanzio, Camillo de Lellis, Giovanni Gonzaga”.

Al gruppo di giovani per i quali nel 1574 fondo la congregazione dei Preti riformati della Beata Vergine, poi chiamata dei Chierici regolari della Madre di Dio, “raccomandava di avere avanti alla mente solo la gloria di Gesù crocefisso”.

Nel suo “zelo”, nel 1605 inviò a papa Paolo V, appena eletto, un memoriale osservando come sia “necessario che chi aspira alla riforma dei costumi degli uomini cerchi per prima cosa la gloria di Dio”. “Chi vuole operare una seria riforma religiosa e morale deve operare come un buon medico una attenta analisi dei mali che travagliano la Chiesa, così da poter indicare i rimedi essenziali”. E sosteneva che “si deve cominciare da chi comanda” e riguardare tutti. “Ogni riforma - ha proseguito Benedetto XVI - interessa certamente le strutture, ma in primo luogo deve incidere nel cuore dei credenti. Soltanto i santi, uomini e donne che si lasciano guidare dallo Spirito divino, pronti a compiere scelte radicali e coraggiose alla luce del Vangelo, rinnovano la Chiesa e contribuiscono, in maniera determinante, a costruire un mondo migliore”. Era una “luminosa figura [che] invita in primo luogo i sacerdoti e tutti i cristiani ad attendere costantemente alla prima misura della vita cristiana, che è la santità”.

In quegli anni c’erano anche le “premesse della futura cultura contemporanea, caratterizzata da una ingiusta scissione tra fede e ragione”, che “ha prodotto tra i suoi effetti negativi la marginalizzazione di Dio, con l’illusione di una possibile totale autonomia dell'uomo che sceglie di vivere come se Dio non ci fosse. E' la crisi del pensiero moderno che più volte ho avuto modo di evidenziare e che approda spesso in forme di relativismo”.

San Giovanni Leonardi, invece, sintetizzò il suo pensiero nell’espressione “Cristo anzitutto”. “Cristo al centro di tutto, della storia e del cosmo''. ''Di questo - ha sottolineato il Papa - affermò con forza l'umanità ha estremo bisogno, perché lui è la nostra misura e non c'è niente che non sia toccato dalla sua forza. Non c'è male che non trovi in Lui rimedio, non c'è problema che in Lui non si risolva. O Cristo o niente, ecco la sua ricetta per ogni tipo di riforma spirituale e sociale”.

In più di una crcostanza ebbe a ribadre che “l’incontro con Cristo si realizza nella Chiesa, santa, ma fragile, dove grano e zizzania crescono insieme, ma sempre sacramento di salvezza”. “Scelse di essere buon grano. Ha visto la Chiesa e la sua fragilità umana, che tuttavia è campo di Dio e strumento di salvezza per tutta l’umanità”. Capiva che “ogni riforma va fatta dentro la Chiesa, e mai contro la Chiesa. Il suo esempio – ha commentato il Papa - resta attuale anche oggi”. “Solo i santi rinnovano la Chiesa e contribuiscono in maniera determinante a costruire un mondo migliore”.

“Conquistato da Cristo come san Paolo additò e continua ad additare l’ideale cristocentrico per il quale bisogna denudarsi di ogni proprio interesse.”. “Accanto al volto di Cristo fissò lo sguardo sul volto materno di Maria, che rese patrona del suo ordine”.

“L’esempio di questo affascinante uomo di Dio – ha concluso – sia un modello, un richiamo a tutti i sacerdoti e a tutti i cristiani a vivere con entusiasmo la propria vocazione”.

sabato, ottobre 03, 2009

Pier Giorgio vivo - 26


Com'era bello vederlo entrare con i suoi compagni nelle prime ore della domenica in San Secondo, scarpe ferrate, bastoncini da sci o piccozza in mano, sacco in spalle. Si dirigeva con passo rumoroso alla sacrestia, deponeva il bagaglio e serviva l'altare.
Era commovente osservarlo: forte nel corpo, più forte nella fede!.. "Era il primo, soggiunge il padre Cesarini, a fare la Comunione; il contegno era sicuro indizio e preludio di una gita sui monti, piena di allegria, ma di allegria cristiana ".

L'ha detto Pier Giorgio - 25


E tanto più in questo momento grave attraversato dalla nostra patria, noi cattolici e specialmente noi studenti abbiamo un grave dovere da compiere: la formazione di noi stessi.

Noi, che per grazia di Dio siamo cattolici, non dobbiamo sciupare i più begli anni della nostra vita, come purtroppo fa tanta infelice gioventù, che si preoccupa di godere di quei beni che non arrecano bene, ma che portano per frutto l'immoralità della nostra società moderna.

giovedì, ottobre 01, 2009

La SAMI riparte alla grande: tutti a Norcia!

La SAMI riparte alla grande: tutti a Norcia!

Per l’anniversario della nostra società Alpinistica Maria Immacolata, dedicata per l’appunto alla Madonna, domenica 27 Settembre 2009 ci siamo recati a Norcia, nella Basilica di San Benedetto, patrono d’Europa, ad ascoltare la Santa Messa in rito tridentino.
Non abbiamo scalato nessuna montagna ma è stata una giornata fantastica.
La messa viene celebrata interamente in latino, solo l’omelia viene pronunciata in italiano ma vi posso assocurare che è stat la messa a cui ho partecipato di più in tutta la vita pur non conoscendo nemmeno una parola di latino.
Il rispetto e la sacralità di ogni gesto, l’assoluto silenzio dell’assemblea, i canti gregoriani dei monaci, bellissimi anche senza l’uso di strumenti, mi hanno commosso durante tutta la celebrazione.
Il momento della consacrazione è stato poi l’apice del rito, in cui si capisce veramente che il centro di tutto è l’Ostia Consacrata e cioè Gesù Cristo; personalmente ho avuto modo di ripensare a tutti i peccati fatti e di piangere per la mia pochezza e la mia poca fede, ma senza disperarmi per questo, anzi gioendo della misericordia del Signore.
La Santa Comunione si riceve in ginocchio e non sulle mani, tutto quello che viene fatto ha un senso profondo che si capisce perfettamente con il cuore anche se le nostr povere orecchie non conoscono il latino.
Il celebrante è rivolto di spalle all’assemblea, non per un poco rispetto, ma perché tutti i partecipanti devono essere rivolti verso di LUI.
La concentrazione e la bellezza dei gesti portano colui che assiste a rivolgere tutti i pensieri a Gesù Cristo e alla propria vita, cosa che difficilmente mi è capitata durante le normali celebrazioni della domenica.
Alla fine della messa il sacerdote è venuto fuori della chiesa e si è intrattenuto qualche minuto con il popolo.
E’ proprio tutta un’altra cosa.
Devo dire un grazie profondo a chi mi ha fatto vivere questa bellissima giornata e soprattutto ai monaci fedeli al Papa e a questo bellissimo ordine.

Stefano “Ciccio” Olivieri