lunedì, settembre 28, 2009

Dio, palla e famiglia - Perché il fuorigioco è la prova dell’esistenza di Dio


Da Il Foglio di giovedì scorso - Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro un po' scherzano, un po' no. Citano Mourinho (e su questo si potrebbe discutere molto... ). Citano una società sportiva (la Gagliarda) che è nell'immaginario collettivo degli amanti di Guareschi (quindi anche nostro) e che alcuni amici hanno voluto riprendere, in quel di San Benedetto del Tronto (sì, esiste la Gagliarda Sambenedettese...). Citano anche Chesterton, col suo San Tommaso d'Aquino, e su questo non si discute.

Allora li citiamo noi, a nostra volta.


Rileggere san Tommaso e scoprire che non c’è niente di meglio di Mourinho, Maicon e Milito per capire i Vangeli

Sunteggiata senza tradimenti, la prima delle cinque prove dell’esistenza di Dio che san Tommaso d’Aquino pone al principio della Summa dice così: “Tutto ciò che si muove è mosso da un altro (…). Se dunque l’essere che muove è anch’esso soggetto a movimento, bisogna che sia mosso da un altro, e questo da un terzo e così via. Ora, non si può in tal modo procedere all’infinito. (…) Dunque è necessario arrivare a un primo motore che non sia mosso da altri; e tutti riconoscono che esso è Dio”.

Qualcuno provi a citarla in un’aula universitaria o in quella di un seminario, dove la fiera eleganza del sillogismo interessa meno del sudoku, e verrà esiliato in bidelleria. Ragion per cui il tomista del terzo millennio, che è uomo ragionevole e di sani principi morali, saluta e va allo stadio, dove Rahner e i suoi nipotini non arriveranno mai. Paga il biglietto, si piazza al terzo anello e contempla la vena metafisica e deduttiva delle azioni da manuale del calcio. Si incanta al cospetto del mediano che si avvia verso la metà campo e innesca il rinvio del portiere, poi del trequartista che con la sua corsa detta il passaggio del mediano, dell’ala che chiama quello del trequartista, del centravanti suggerisce quello dell’ala. Si incanta e fa benissimo visto che qui, con tutto il rispetto dovuto, entra in campo san Tommaso. Perché i casi sono due. O l’ala ha avuto l’accortezza di arrivare sul fondo e crossare, e allora ci sta anche il gol. Altrimenti, se il centravanti si è mosso in anticipo e si trova da solo davanti al portiere avversario prima che sia partito il passaggio del compagno, l’arbitro fischia il fuorigioco.
Il gol, ma soprattutto il fuorigioco, sono la perfetta applicazione calcistica del ragionamento del Dottore Angelico: “Non si può in tal modo procedere all’infinito. (…) Dunque è necessario arrivare a un primo motore che non sia mosso da altri”. Come in filosofia e in teologia, anche nel calcio l’azione non può continuare senza termine, altrimenti la partita sarebbe un’infinita e inconcludente serie di passaggi. Laddove non intervenga il gol, serve un limite oltre il quale si palesi la finitezza dell’ordinario rapporto tra causa ed effetto, tra scatto e passaggio.

Serve colui che fischia il fuorigioco, splendida metafora contemporanea del tomistico “primo motore che non sia mosso da altri”. Per dare un senso anche alla più amichevole delle partite serve qualcuno che ne stia fuori, un arbitro che fischi quando il limite viene valicato. L’unica differenza tra un’azione che finisce in fuorigioco e l’argomentazione della “prima via” di San Tommaso sta nel fatto che l’arbitro evocato dal Dottore Angelico si scrive con la “A” maiuscola e non ha bisogno della moviola perché non sbaglia mai. Lo sa anche un bambino. Però i bambini, in questo genere di argomenti, sono avvantaggiati. Mettetene uno su un campo, dategli un pallone e lo vedrete riempirsi di gioia. Ma è ancora niente. Se sul campo tracciate delle linee bianche e piantate i pali delle porte, allora lo vedrete veramente felice. Perché nel primo caso gli avrete fatto intuire il fremito della libertà, nel secondo lo avrete fatto sentire parte del grande gioco della creazione, un regalo molto più inebriante.

Basta essere stati almeno una volta su un campetto dell’oratorio con la maglietta della Gagliarda indosso, il pallone di cuoio fra i piedi e le linee bianche tracciate per terra con la calce. Improvvisamente, si entra in un mondo in cui tutto è meraviglioso perché tutto ha un senso, lo stesso senso per tutti: per chi gioca e per chi guarda. Si comprende che cosa significhi nascere, essere tratti dal nulla, pensati da sempre da un Essere indicibilmente buono e potente. Se lo portassero su quel rettangolo verde delimitato dalle righe bianche, anche il più svaccato studente di liceo capirebbe quel passo della Summa in cui Tommaso spiega che il mondo è sapientemente e magnanimamente governato da Dio: “la perfezione ultima di ogni essere consiste nel conseguimento del fine. Perciò, come fu la divina bontà a dare l’esistenza alle cose, così a essa pure spetta il condurle al loro fine. E questo è governare”.

Dopo una partita di calcio, anche il liceale svaccato manderebbe a memoria queste righe e le terrebbe come preghiera quotidiana, perché dentro c’è tutto l’entusiasmo del Bue Muto per il fatto di essere al mondo, qualcosa che somiglia da vicino a quello che Stevenson chiamava il grande teorema della vivibilità della vita. Il rinascimentale “Essere o non essere” non è questione che appassioni il medievale Tommaso poiché, fin dalla prima parola, il problema contiene la soluzione: essere. “Nessuno”, scrive Chesterton nel suo luminoso Tommaso d’Aquino, “inizierà a capire la filosofia tomistica, o in verità la filosofia cattolica, se non si renderà conto che il suo aspetto primario ed essenziale è soprattutto la lode della vita, la lode dell’Essere, la lode di Dio come creatore del mondo”. Parole che paiono scritte a bordo campo, dove anche l’ultima delle riserve comprende che chi ha inventato il calcio e le sue regole poteva essere solo un uomo buono e intelligente. E che, per partecipare della sua bontà e della sua intelligenza, non c’è altro da fare che rispettarne le regole, vale a dire gettarsi nella bizzarra avventura del football, così come, per partecipare della bontà e dell’intelligenza del Creatore, dice San Tommaso, non c’è che da rispettare le regole dell’essere, vale a dire gettarsi nella bizzarra avventura della vita.

E’ chiaro che, nella vita come nel calcio, le regole hanno senso solo a fronte della libertà. “L’uomo” si legge nella Summa “agisce giudicando, non per istinto, ma per confronto di ragioni, considerando il pro e il contro, e con giudizio libero; nelle cose particolari, come per l’intelletto c’è il liberamente opinabile, così per la volontà c’è il liberamente operabile. L’uomo quindi ha il libero arbitrio”. Però bisogna fare attenzione. A lume di libero arbitrio, Mariolino Corso poteva starsene tranquillamente all’ombra delle tribune fino al quarantesimo del secondo tempo, ma poi, con un lancio di cinquanta metri, ti pescava Boninsegna e lo mandava in rete. Corso sapeva benissimo che in campo si può contare su una gran varietà di schemi, ma sapeva anche che poi bisogna segnare: il dovere del gol, fine ultimo del gioco del calcio, come la ricerca della salvezza eterna nella vita, non pertiene al “liberamente opinabile” e al “liberamente operabile”.

Su questo versante, decisivo per il destino eterno delle sue creature, il Buon Dio applica volentieri la marcatura a zona miscelando sapientemente il libero arbitrio degli uomini con la sua Provvidenza. Solo un perfetto agnostico e un sonoro asino in materia calcistica potrebbero vedere un conflitto tra libertà e Provvidenza divina. Leggano San Tommaso: non esiste contrasto poiché la Provvidenza è al di sopra d’ogni giudizio e di ogni libertà umana, e nel Suo agire già ne tiene conto. “Un effetto” spiega il Dottore Angelico “si dirà casuale e fortuito relativamente a una causa particolare, in quanto si sottrae al suo ordinamento, ma rispetto alla causa universale, dal cui ordinamento non può sottrarsi, bisogna dire che è previsto. Come ad esempio l’incontro di due servi, sebbene sia per essi casuale, è tuttavia previsto dal loro padrone, il quale intenzionalmente li ha mandati in un medesimo posto l’uno all’insaputa dell’altro”. In termini calcistici, bisogna immaginare di essere José Mourinho che contempla soddisfatto il cross pennellato da Maicon in mezzo all’area. E’ chiaro che, nella mente di Mou, si deve alzare Milito a colpire di testa e insaccare. Ebbene, il fatto che vada proprio così ha limitato il libero arbitrio del Principe Milito? No, la mente di Mou aveva semplicemente tenuto conto di tutto: dello schema che aveva predisposto e della libertà del Principe. Gol.

L’autogol, invece, è tutt’altro. In se stesso è un colpo riuscito, ma dalla parte sbagliata: in due parole, è male. Una questione di alta teologia che il Bue Muto nella Summa definisce come “mancanza di bene, mancanza di entità, ma non corruzione totale dello stesso soggetto in cui si trova il male, perché allora neppure il male potrebbe esistere”. La prova sta nel fatto che a suo tempo Comunardo Niccolai, il profeta dell’autogol, non risultò annichilito alla prima incornata infilata nella propria porta, ma continuò sino a fine carriera a uccellare bellamente il portiere del suo Cagliari e persino quello della Nazionale. E da ciò si deduce che “il male assoluto, il principio del male non esiste. Esiste invece il Sommo Bene, Il Bene per essenza: Dio”.

Il che è la gran bella conclusione che si trae al termine dei novanta minuti di un gioco creato apposta per l’uomo: non per gli angeli, non per i bruti, ma per questo impasto di anima e corpo cantato da san Tommaso. Per questa straordinaria creatura che, quando smette di essere riottosa, si sente felice di essere in completa balia del Creatore. Perché non c’è nulla da fare, aveva ragione il vecchio Vujadin Boskov e c’è poco da discutere: “Rigore è quando arbitro fischia”.

di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro

Il Papa alle università: "No lobby della ricerca"



di Andrea Tornielli - Il Giornale

Praga - Oggi la ricerca accademica è costretta «a piegarsi alle pressioni di gruppi di interesse ideologici e al richiamo di obiettivi utilitaristici a breve termine». Nel secondo giorno della sua visita nella Repubblica Ceca Benedetto XVI torna professore, incontra il mondo accademico nella sala Vladislav del castello di Praga e pronuncia un discorso sul rapporto fede-ragione e sul ruolo del cristianesimo nella nascita dell’università. Ad ascoltarlo ci sono professori e studenti dell’ateneo Carlo, fondato nel 1347 da Clemente VI: in occasione dell’ultima visita nel Paese, nell’aprile 1997, Giovanni Paolo II donò al rettore l’originale della bolla di fondazione. Ratzinger riconosce il ruolo che gli universitari hanno avuto nel crollo del totalitarismo, e aggiunge: «Chi vi parla è stato un professore, attento al diritto della libertà accademica e alla responsabilità per l'uso autentico della ragione».

Il Papa, che ha fatto il suo ingresso nella sala preceduto dai professori in abiti variopinti ornati di ermellino, ricorda il ruolo che «le domande sollevate dalla religione, dalla fede e dall’etica» devono avere «nell’ambito della ragione pubblica», e afferma che «la libertà che è alla base dell'esercizio della ragione – in una università come nella Chiesa – ha uno scopo preciso: essa è diretta alla ricerca della verità». L’autonomia propria dell’università come di ogni istituzione scolastica, spiega Benedetto XVI, trova significato «nella capacità di rendersi responsabile di fronte alla verità». Ma quell’autonomia può essere vanificata «dalla riduttiva ideologia del materialismo, dalla repressione della religione e dall’oppressione dello spirito umano».
Ratzinger rilancia l’idea di «una formazione integrale, basata sull’unità della conoscenza radicata nella verità», per contrastare «la tendenza, così evidente nella società contemporanea, verso la frammentazione del sapere». Oggi la ragione «finisce per inaridire, quando si accontenta di ciò che è puramente parziale o provvisorio, oppure sotto l’apparenza di certezza, quando impone la resa alle richieste di quanti danno in maniera indiscriminata uguale valore praticamente a tutto. Il relativismo che ne deriva genera un camuffamento, dietro cui possono nascondersi nuove minacce all'autonomia delle istituzioni accademiche». Accade sempre più spesso, conclude il Pontefice, che «l'esercizio della ragione e la ricerca accademica» siano «costretti – in maniera sottile e a volte nemmeno tanto sottile – a piegarsi alle pressioni di gruppi di interesse ideologici e al richiamo di obiettivi utilitaristici a breve termine». «Cosa potrà accadere – si è infine chiesto Ratzinger, se la nostra cultura dovesse costruire se stessa solamente su argomenti alla moda, con scarso riferimento ad una tradizione intellettuale storica genuina o sulle convinzioni che vengono promosse facendo molto rumore e che sono fortemente finanziate?». Se la cultura si separa «dalle radici che le danno vita», le nostre società «non diventeranno più ragionevoli o tolleranti o duttili, ma saranno piuttosto più fragili e meno inclusive».

Il Papa nella Repubblia Ceca.










Il Papa gode del sostegno del buon popolo cristiano, ed anche del nostro, per quanto piccolo voglia essere...

Quando si vede l'affetto con cui il Papa viene accolto nei luoghi dove egli si reca, si capisce bene che certa stampa va decisamente contro di lui coscientemente ed in base ad un disegno diabolico.

Il buon popolo cristiano, ripetiamo, segue ed ama il Papa. Certi uomini di chiesa dovrebbero tenerlo ben presente e riflettere sulla loro collaborazione più o meno inconsapevole a disegni errati. Diceva il grande Chesterton: "Il male vince sempre grazie agli uomini dabbene che trae in inganno; e in ogni età si è avuta un'alleanza disastrosa tra abnorme ingenuità e abnorme peccato". (G. K. Chesterton, Eugenetica ed altri malanni)

sabato, settembre 26, 2009

Pier Giorgio vivo - 25



In onore dell'anniversario della S.A.M.I.



In queste gite domenicali, oltre all’immensa soddisfazione personale, Pier Giorgio mirava a un altro scopo, noto a lui solo, oltre che ha Dio: allontanare, almeno per un giorno, quei giovani amici dagli eventuali pericoli morali insiti nella vita di città, e si può esser certi che quelli che uscivano con lui tornavano a casa migliori. si può dire che tutto ciò che ideava era un’emanazione dello zelo per la salvezza delle anime. non tener presente questo, significa non aver capito bene Pier Giorgio.


venerdì, settembre 25, 2009

Benedetto XVI: «Il divorzio mina la crescita dei figli»

Da Avvenire - neretti e corsivi nostri. Il Papa è l'ultimo difensore della ragione.



Parlando a un gruppo di vescovi brasiliani in visita in Vaticano, Benedetto XVI ha detto oggi che Secondo il Pontefice il divorzio e le famiglie allargate rovinano la vita di molti bambini, "che si sentono orfani non perché figli senza genitori, ma perché figli che ne hanno troppi". I bambini che vivono in "famiglie allargate" o che provano l'esperienza del divorzio dei genitori sono "privati dell'appoggio dei genitori, vittime del malessere e dell'abbandono e si sentono orfani non perché figli senza genitori, ma perché figli che ne hanno troppi".

La famiglia che si fonda sul matrimonio tra uomo e donna è "assediata", secondo il Papa che denuncia anche "la profonda incertezza" nel "mondo secolarizzato" "specialmente da quando le società occidentali hanno legalizzato il divorzio". In passato più di una volta il Pontefice si è espresso su temi come famiglia e coppie di fatto ribadendo le posizioni della Chiesa contro il divorzio e a favore di una famiglia basata sull'unione tra uomo e donna.

Il problema delle famiglie e dei bambini in Brasile. La situazione di carenza e di abbandono dei minori è uno dei maggiori problemi del Brasile, e costituisce una seria sfida per il suo futuro. Le statistiche attuali indicano che 40 milioni di bambini brasiliani soffrono per carenze fondamentali di vario tipo: mancanza di una famiglia, di una casa, di un’alimentazione sufficiente, di igiene, di formazione scolastica di base. In molti casi, la situazione familiare è disgregata; è molto alto il tasso di abbandono del tetto coniugale da parte del marito, che priva così la famiglia dell’unica fonte di reddito e obbliga la donna ad assumere qualsiasi tipo di servizio in luoghi distanti dalla propria residenza, costringendola ad assentarsi da casa per quasi tutto il giorno.

Questi fattori portano ad un progressivo distacco del minore dalla famiglia di origine, causando, nei casi più estremi, il fenomeno dei “bambini di strada”, gruppi di bambini e di adolescenti che vivono nella marginalità e nella violenza e che costituiscono una delle piaghe sociali più dolorose delle metropoli del Brasile. Anche coloro che non si distaccano dalla famiglia vivono in un contesto ambientale che impedisce una corretta crescita psicofisica: nutrizione insufficiente, scarsa igiene personale, esperienze di devianza di ogni tipo. Inoltre, nei bambini non cresce la capacità di rispettare le regole elementari della convivenza e di assumere responsabilità, divenendo così un ulteriore elemento di criticità delle prospettive di sviluppo sociale del territorio. L’abbandono e la dispersione scolastica sono una delle conseguenza peggiori di questa situazione: il 26% dei bambini brasiliani non frequenta la scuola. L’indice di analfabetismo sfiora il 20% e il numero dei ripetenti è altissimo: il 50% nella sola prima elementare. Su 100 ragazzi che iniziano le elementari solo 53 passano alle medie ma solo 13 le finiscono.

Kersi di Mumbai, lo zoroastriano convertito da Padre Pio

di Nirmala Carvalho

Kersi Francisco Pio Mistry a 25 anni incontra il santo di Pietrelcina e decide di farsi cristiano. Chiama Padre Pio la “mia Stella di Betlemme”. A S. Giovanni Rotondo, nella cella del santo, è ancora appeso il crocifisso che Kersi ha regalato al santo frate.


Mumbai (AsiaNews) - “Per l’inspiegabile misericordia di Dio ho avuto l’incredibile privilegio di essere un buon amico di Padre Pio”. Kersi Francisco Pio Mistry ha 71 anni. Proviene da una famiglia di parsi, devoti zoroastriani. Sin da piccolo è stato introdotto dalla madre ai testi sacri dell’Avesta. La sua casa paterna, nel centro di Mumbai, sorge affianco al principale tempio cittadino delle religione di Ahura Mazda. Per anni lo ha visitato con assiduità, recitandovi le tre orazioni giornaliere e raccogliendosi dopo il tramonto per pregare Dio in silenzio .

Kersi non immaginava che la risposta alle sue preghiere sarebbe venuta volando a migliaia di chilometri da Mumbai, in Italia a San Giovanni Rotondo.

Oggi Kersi racconta: “La prima volta che ho sentito parlare di Padre Pio era il 1963. Una mia insegnante di tedesco era andata in Italia ed era tornata con un libro su di lui. Avevo studiato in scuole e college cattolici, ma non conoscevo nulla della fede cristiana a parte il fatto che in tutte le classi era appeso un crocifisso e sapevo che Cristo era morte in croce”.

Quando l’insegnante gli da il libro sul frate di Pietralcina, Kersi ha già 25 anni. Lo legge e rimane colpito: “Non potevo credere che nel nostro mondo moderno potesse esistere una persona capace di vivere in quel modo”. Intanto, la madre a cui egli è molto legato, è malata. Lo scoperta di Padre Pio, la situazione familiare e il desiderio di trovare risposta alle domande che ogni giorno rivolge a Dio, nel tempio di Mumbai, lo spingono a partire.

Kersi arriva in Italia nel dicembre del 1963 e con un gruppo di amici americani visita Roma. Poi parte verso San Giovanni Rotondo. “Avevo preso alcuni souvenir da portare in India - racconta - ed anche un crocifisso, lungo 15 centimetri, intagliato a mano. Lo volevo dare a Padre Pio”.

Quando arriva a San Giovanni Rotondo, Padre Pio è molto provato nel fisico e la mattina si presenta ai pellegrini accompagnato da due frati che lo sorreggono. Kersi riesce ad avvicinarlo, mostra il crocifisso, ma il frate non capisce che è un regalo e viene portato via lasciando il ragazzo con in mano il suo dono. Nella tarda mattinata però il gruppo di amici ottiene un’incontro privato con Padre Pio nel monastero. “A quel punto - racconta Kersi - la mia testardaggine ha avuto di nuovo il sopravvento. Tiro fuori il crocifisso e lo offro a Padre Pio chiedendo al mio amico Jack di dirgli di mia madre e spiegargli che era un regalo. Padre Pio mi fissa di nuovo dritto negli occhi e mi fa un sorriso stupendo, pieno di amore, come per dirmi 'Piccolo mascalzone’”.

Quando nel 1978 Kersi torna a San Giovanni Rotondo per visitare la tomba di Padre Pio ha il privilegio di entrare nella cella del futuro santo e con suo grande stupore scopre che il frate aveva appeso il crocifisso proprio sopra il suo letto.

Oggi Kersi chiama Padre Pio la sua “stella di Betlemme”. I tre re magi hanno seguito la cometa per arrivare a Betlemme; lui ha seguito il santo frate cappuccino per arrivare a Gesù. Da notare che la tradizione pensa che i tre re magi fossero proprio zoroastriani (persiani).

“L’incontro con padre Pio [del 1963] mi ha spinto a desiderare di dedicare la mia vita a servire Dio”, racconta oggi Kersi. Il cammino alla conversione però è stato tormentato. Chiede aiuto ad un prete della Cattedrale del Santissimo nome di Gesù di Mumbai, ma a un patto: “Che non cerchi di spingermi alla conversione”. Per sei giorni alla settimana Kersi va a lezione dal sacerdote per conoscere la fede cristiana. “Ma c’era un punto che non riuscivo a risolvere: non potevo credere che Dio si fosse fatto uomo. Lo capivo con la testa, ma non con il cuore”. Lunghi mesi di battaglie interiori, “ma la mia ricerca era sincera ed un bel giorno ho sentito nel profondo del mio cuore che Gesù era la verità ultima e che non c’era nulla di drammatico nel cambiamento del mio cuore”.
Kersi decide di battezzarsi il 3 ottobre 1964, allora festa di Santa Teresa di Lisieux, e vuole che sia Padre Pio a farlo anche perché desidera fargli conoscere sua madre. Arriva in Italia ma il frate è troppo provato nel fisico. E così il 4 di ottobre a Roma, in una cappellina dedicata a San Francesco di Assisi, il giovane indiano di Mumbai diventa Kersi Francesco Pio Mistry. In onore del suo “buon amico” ha scelto per sé il nome di battesimo e di professione religiosa del santo.

mercoledì, settembre 23, 2009

Fuoco alle polveri! RISORGIMENTO/ Bugie e verità sulla nascita dell’Italia, una questione ancora aperta


Intervista allo storico Luciano Garibaldi

mercoledì 23 settembre 2009 - IlSussidiario.net

Con un autorevole ed importante articolo che occupava l’intera apertura delle pagine culturali de “il Giornale” di lunedì 21, Mario Cervi ha posto un aut-aut alla polemica sulle celebrazioni del 150° anniversario dell’unità d’Italia: se ritenete che il Risorgimento sia stato un disastro – questo il monito di Cervi – allora non celebratelo. Molto efficace anche il titolo che Cervi ha dato al suo articolo: «La patria della discordia». Il suo intervento arriva dopo quelli, decisamente più revisionisti, di Ugo Finetti (secondo cui «la storia d’Italia non inizia nel ‘61») e di Giordano Bruno Guerri, che poneva senza mezzi termini il dito sulla piaga: troppo sangue innocente fu versato dai «piemontesi» con la scusa di abbattere il «brigantaggio».
È dunque arrivato il momento di parlare di questo argomento, che va facendosi di giorno in giorno sempre più incandescente. Abbiamo chiesto un parere allo storico Luciano Garibaldi, a sua volta, moderatamente revisionista.

Qual è la sua opinione in merito alla querelle Cervi-Pellicciari sul Risorgimento?

Conosco personalmente e stimo moltissimo Angela Pellicciari, con cui abbiamo in comune l’editore. Non c’è dubbio che molti aspetti, molte vicende del Risorgimento siano «da riscrivere», e tuttavia non penso che tutto debba essere buttato nella pattumiera. C’è un Risorgimento da condannare (per esempio, il fanatismo anticattolico e la fissazione antipapalina di Garibaldi) e c’è un Risorgimento decisamente da custodire come un patrimonio nazionale, perché senza di esso – come ha ottimamente scritto Mario Cervi – l’Italia sarebbe ancora un’“espressione geografica”.

Quali ritiene siano i peggiori episodi del Risorgimento?

In primo luogo mi vengono in mente i mazziniani che mettevano le bombe nei commissariati di polizia. Una sorta di Brigate Rosse ante litteram. E poi, anche Cialdini e Lamarmora, con repressioni e rappresaglie, dagli Abruzzi in giù, non molto differenti da quelle di Reder e Kappler.

E un esempio di Risorgimento da celebrare?

Gli eroi di Solferino e San Martino, massacrati da croati in divisa austriaca, che spaccavano il cranio ai feriti piemontesi con palle di ferro piene di aghi acuminati. Tanto che là nacque la Croce Rossa Internazionale. Una di quelle vittime si chiamava Giovanni Battista Fenocchio ed era il fratello di mio trisnonno Domenico.

Torniamo alla Pellicciari. La storica sostiene che la Chiesa cattolica mai approvò la politica dei Savoia, ispirata dalla massoneria e dalla superpotenza inglese.

Questo è vero. Che fine avrebbero fatto i Mille senza la protezione delle navi di Sua Maestà britannica, che regnava non solo sull’Inghilterra e su mezzo mondo, ma anche sulla Gran Loggia di Londra, madre di tutte le massonerie? E tuttavia, è errato sostenere che la Chiesa - e in particolare Pio IX - fosse contraria all’unità d’Italia. Era ostile, per evidenti e ovvie ragioni, al fanatismo anticattolico dei massoni alla Mazzini e alla Garibaldi, ma non era affatto contraria all’unificazione del Paese. Non si dimentichi che nel Regno di Sardegna, che poi avrebbe unificato l’Italia, vi furono pensatori e politici come Vincenzo Gioberti e Antonio Rosmini che non escludevano addirittura l’ipotesi di attribuire al Papa la funzione di capo dello Stato. Uno Stato, ovviamente, federato.

Il famoso “Papa Re”.

Beh, queste erano, in un certo senso, le idee di Gioberti portate all’estremo. Anche perché al Papa non sarebbe mai interessato esercitare un potere effettivo sulla penisola. Ma risparmiarla dai conflitti civili, questo certamente sì.

Dunque, si può affermare che il Risorgimento fu anche una guerra civile?

Direi proprio di sì. Una delle non poche guerre civili che hanno contrassegnato la storia italiana degli ultimi duecento anni, a partire dalle insorgenze antinapoleoniche, proseguendo poi con la cosiddetta «guerra al brigantaggio», con la rivolta di Milano stroncata da Bava Beccaris, con lo scontro di Fiume, con il triennio 1919-1922 (fascisti contro comunisti), infine con la Resistenza 1943-45. Gli «anni di piombo» non ce li metto perché quella fu una guerra unilaterale. Non ci fu mai una vera reazione armata al piombo assassino dei brigatisti.

E allora perché manteniamo in vita soltanto l’Insmli, ovvero l’«Istituto per la storia del movimento di liberazione in Italia»? Non sarebbe meglio trasformarlo in Istituto per la storia delle guerre civili in Italia?

Sono anni che lo sostengo. Un governo che avesse davvero a cuore la diffusione, specie tra le giovani generazioni, di una storia condivisa, dovrebbe muoversi in questa direzione: mantenendo ovviamente in atto le strutture dell’Insmli (intendo dire personale, impiegati, eccetera), ma affidandone la cura a storici assolutamente super partes, e ampliandone le competenze incaricandolo dello studio di tutte le guerre civili che hanno visto italiani contro italiani. La storia, quella vera, quella seria, si fa così.

Cioè, portando alla ribalta le luci ma anche le ombre.

Esattamente. Mi si perdoni l’autocitazione: io ho raccontato, in numerosi miei libri, le luci della Resistenza, ossia il valore della lotta dei soldati e dei partigiani italiani contro i nazisti. E mi limito a citare la biografia di Edgardo Sogno e la storia degli IILO’s, gli «Italian Intelligence Liaison Officers» che combatterono a fianco degli inglesi nell’8.a Armata.

Papa: amare, lavorare e soffrire per la Chiesa senza mai abbandonarla e tradirla

Illustrando la figura di Sant’Anselmo, Benedetto XVI nel discorso all’udienza generale sottolinea che la ricerca teologica deve avere nella fede il suo fondamento. Ci intende fare teologia non può contare solo sulla propria intelligenza.


Città del Vaticano (AsiaNews) – Un incoraggiamento ad “amare, lavorare, pregare e soffrire per la Chiesa senza mai abbandonarla e tradirla” e un monito per chi vuole fare teologia. E’ l’insegnamento che viene da Sant’Anselmo, del quale oggi Benedetto XVI ha illustrato la figura alle 8mila persone presenti all’udienza generale e che può sintetizzarsi in quella frase del monaco dell’XI secolo, e “non cerco di capire per credere, ma credo per capire, e se prima non crederò, non potrò capire”.

Il Papa ha ricordato che a Roma sull’Aventino sorge l’abbazia benedettina di Sant’Anselmo, che oggi è “luogo di preghiera, studio e governo: le tre attività della vita di Anselmo da Aosta”, del quale quest’anno ricorre il nono centenario della morte. Anselmo è detto, “di Aosta” o “di Bec” o “di Canterbury”, il che mostra come Italia, Francia e Inghilterra “si sentono legate” a questo “teologo con straordinaria capacita speculativa, educatore, difensore della libertas Ecclesiae”.

Fu “anima mistica, fondatore della teologia scolastica, denominato dottore magnifico perché coltivò il desiderio di approfondire i misteri divini nella conspevoleza che il cammino della conoscenza di Dio non è mai compiuto, almeno su questa terra”. Il Papa ha definito “utile anche oggi per una sana ricerca teologica e per chi voglia approfondire la conoscenza” quanto diceva sant’Anselmo: “chi intende fare teologia non deve contare solo sull’intelligenza, ma su una profonda esperienza di fede”. E’ una attivita che ha tre stadi: la fede dono di Dio, l’esperienza, incarnare la Parola nell’esistenza e la vera conoscenza, non solo ragionmenti. “Desidero - diceva - intendere almeno fino a un certo punto la Tua verita” e “non cerco di capire per credere, ma credo per capire, e se prima non crederò, non potrò capire”.

Anselmo, ha ricordato il Papa, nacque ad Aosta nel 1033 da famiglia nobile. Il padre era un uomo “rude, dedito ai piaceri della vita, dissipatore del patrimonio familiare” la madre invece era ricca di religosità e curò la sua educazione poi affidata ai benedettini di Aosta. “Da bambino Anselmo immaginava l’abitazione tra le vette innevate”. “Lì sognò di essere invitato”, conversava ed ebbe anche “un pane candidissimo”. A 15 anni chiese di entrare nell’ordine benedettino, ma il padre si oppose, malgrado la grave malattia che aveva colpito il giovane. Guarito, dopo la morte della madre visse un periodo di “dissipazione morale”. Se ne ando da casa, in Francia. Nel 1059, in Normandia entrò in contatto con l'abbazia benedettina di Notre-Dame du Bec, guidata dal maestro Lanfranco di Pavia. “Incontro provvidenziale e decisivo, sotto la guida di Lanfranco Anselmo riprese con vigore gli studi, tanto da divenire l’allievo prediletto e il confidente del maestro”. A 27 anni entrò nell’ordine monastico. “L’ascesi e lo studio gli aprirono nuovi orizzonti”. Nel 1063 Anselmo dopo appena tre anni di vita monastica fu nominato priore e maestro, rivelandosi raffinato educatore. Non amava la coercizione, ma “concedeva ai giovani una sana libertà” ed era contrario a “imporre la disciplina, si impegnava a farla seguire con la persuasione”.

In quel periodo, numerosi monaci furono inviati a Canterbury. “La loro opera fu ben accetta”. Anselmo vi trovò Lanfranco, che era il nuovo arcivescovo e che chiese ad Anselmo di trascorrere qualche tempo con lui. Alla sua morte Anselmo divenne arcivescovo di Canterbury.

Si impegnò e “sostenne con coraggio l’indipendenza del potere spirituale da quello temporale, difese la Chiesa da ingerenze politiche, trovando incoraggiamento e appoggio dal Romano pontefice al quale mostrò coraggiosa e cordiale adesione”. Che gli costò anche l’esilio. Rientrò “accolto festosamente” solo quando nel 1106 il re Enrico I “rinuncio' alla pretesa di conferire le investiture ecclesiastiche, come pure alla riscossione delle tasse e alla confisca dei beni della Chiesa”. Dedicò gli ultimi anni soprattutto alla formazione morale del clero e allo studio di argomenti teolgici. Morì nel 1109.

“Lo zelo pieno di coraggio che ha contraddistinto la sua azione pastorale, che gli ha procurato talora incomprensioni, amarezze e perfino l'esilio – ha concluso il Papa - sia un incoraggiamento per i pastori, per le persone consacrate e per tutti i fedeli ad amare la Chiesa di Cristo, a pregare, a lavorare, a soffrire per essa senza mai abbandonarla e tradirla”.

sabato, settembre 19, 2009

"...ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me..."

Ciao carissimi amici,

voglio raccontarvi di un servizio che io ed alcuni miei amici portiamo avanti da un bel po' di tempo che ci fa stare molto contenti (come potete vedere dai filmati): quello della Pelagallo.
Cos'è un servizio? Un servizio è: renderci utili come possiamo per ovviare alle necessità dei nostri fratelli più piccoli (o più fragili) o semplicemente aiutare i nostri amici.
Vi chiederete perchè torno a parlarvi di questo servizio. Perchè ultimamente i nostri amici più grandi ci hanno rinnovato la proposta di svolgere dei servizi.
Svolgere un servizio è il modo più bello per renderci conto di cosa sia importante veramente (vista la nostra tendenza a rattristarci per le cose superflue) ovvero non pensare solo al nostro ombelico. Inoltre il Signore ce lo ha detto ben chiaro: "...ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me...". Come possiamo dire di no ad Uno che ci ha promesso il centuplo quaggiù?!
Ragazzi doniamoci in questi servizi e vedrete che la vostra vita cambierà.

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giovedì, settembre 17, 2009

Grande tristezza per la morte degli italiani a Kabul

Siamo molto, molto addolorati per la morte dei soldati italiani a Kabul.

lunedì, settembre 14, 2009

Papa Benedetto XVI e gli uomini di chiesa che lavorano per se stessi...

Naturalmente sottoscriviamo integralmente quello che dice il nostro caro Papa.

Stralcio dell'Omelia di papa Benedetto XVI di sabato 12 Settembre 2009

La prima caratteristica, che il Signore richiede dal servo, è la fedeltà. Gli è stato affidato un grande bene, che non gli appartiene. La Chiesa non è la Chiesa nostra, ma la sua Chiesa, la Chiesa di Dio. Il servo deve rendere conto di come ha gestito il bene che gli è stato affidato. Non leghiamo gli uomini a noi; non cerchiamo potere, prestigio, stima per noi stessi. Conduciamo gli uomini verso Gesù Cristo e così verso il Dio vivente. Con ciò li introduciamo nella verità e nella libertà, che deriva dalla verità. La fedeltà è altruismo, e proprio così è liberatrice per il ministro stesso e per quanti gli sono affidati. Sappiamo come le cose nella società civile e, non di rado, anche nella Chiesa soffrono per il fatto che molti di coloro, ai quali è stata conferita una responsabilità, lavorano per se stessi e non per la comunità, per il bene comune. Il Signore traccia con poche linee un’immagine del servo malvagio, il quale si mette a gozzovigliare e a percuotere i dipendenti, tradendo così l’essenza del suo incarico. In greco, la parola che indica “fedeltà” coincide con quella che indica “fede”. La fedeltà del servo di Gesù Cristo consiste proprio anche nel fatto che egli non cerca di adeguare la fede alle mode del tempo. Solo Cristo ha parole di vita eterna, e queste parole dobbiamo portare alla gente. Esse sono il bene più prezioso che ci è stato affidato. Una tale fedeltà non ha niente di sterile e di statico; è creativa. Il padrone rimprovera il servo, che aveva nascosto sottoterra il bene consegnatogli per evitare ogni rischio. Con questa apparente fedeltà il servo ha in realtà accantonato il bene del padrone, per potersi dedicare esclusivamente ai propri affari. Fedeltà non è paura, ma è ispirata dall’amore e dal suo dinamismo. Il padrone loda il servo, che ha fatto fruttificare i suoi beni. La fede richiede di essere trasmessa: non ci è stata consegnata soltanto per noi stessi, per la personale salvezza della nostra anima, ma per gli altri, per questo mondo e per il nostro tempo. Dobbiamo collocarla in questo mondo, affinché diventi in esso una forza vivente; per far aumentare in esso la presenza di Dio.

giovedì, settembre 10, 2009

I Tipi Loschi alla Terontola - Assisi! Evviva Gino!!!


Domenica prossima 13 Settembre 2009 un gruppo dei nostri Loschi iscritti alla Gagliarda Sambenedettese parteciperanno al Ciclopellegrinaggio Terontola - Assisi in memoria di Gino Bartali postino della pace, che vede tra gli organizzatori e i promotori anche Paolo Alberati e Andrea Bartali (il figlio del grande Gino, di fronte al quale ci commuoviamo sempre!), entrambi nostri ospiti alla festa di Pier Giorgio Frassati 2009.

Qui il programma della faccenda.

La corsa si svolgerà in uno dei tratti che Gino percorreva in bici per portare i lasciapassare falsi agli ebrei da salvare durante la Seconda Guerra Mondiale. Chi è venuto alla festa sa dei gesti che Gino compì per amore di Cristo e del suo popolo, e solo al ricordarli viene un fremito di commozione e di orgoglio (sì, orgoglio di avere tra i nostri concittadini un cattolico a tutto tondo come il Grande Gino).

Sono cose che, ci viene da pensare, siamo sicuri Pier Giorgio avrebbe fatto, se avesse potuto (intendiamo sia la bella corsa di domenica che gli atti di eroismo di Gino).

Noi Tipi Loschi ci siamo appassionati a Gino Bartali vedendo il bel film per la tv andato in onda qualche anno fa (il film è nato grazie a Paolo Alberati e alle sue ricerche su Gino), un film che è tutto un grido: "Gino! Gino!", un grido che era quasi una preghiera di chi lo aveva intorno, perché Gino era ed è un Uomo Vivo e portava la vita ovunque andasse.

Vi daremo delle testimonianze fotografiche di questo evento.

Don Carlo Gnocchi, alpino sulle vette della carità


Vi proponiamo questo articolo da IlSussidiario.net di Stefano Zurlo, redattore de Il Giornale ed ospite nel 2008 della nostra festa di Pier Giorgio Frassati proprio come biografo di don Carlo Gnocchi.

Don Carlo Gnocchi, un vero gigante, verrà beatificato il 25 Ottobre 2009.

Lo beatificheranno il 25 ottobre, ma in una nicchia starà senz’altro scomodo. Don Carlo Gnocchi non era un santino, semmai, alla sua maniera, sul lato della carità, uno dei protagonisti del miracolo italiano. Solare, ottimista, gran lavoratore, con quella positività tutta lombarda che sin dai tempi dell’Illuminismo intreccia terra e cielo e coniuga gli ideali dell’anima con i bisogni del corpo.
La storia di don Carlo è dunque quella di un prete coraggioso, ardimentoso, quasi temerario che scopre di avere addosso una vocazione particolare, quella per i mutilatini, e scommette tutto su quell’intuizione. Sono paradossalmente gli anni della guerra quelli in cui matura l’idea di occuparsi degli ultimi fra gli ultimi, le piccole e incolpevoli vittime dell’odio, i bambini che sono saltati sulle bombe e sui residuati bellici. Insomma, quello di Carlo è un percorso controcorrente: va in guerra come cappellano degli Alpini, osserva tutto il male quasi irredimibile del conflitto, assiste alla morte degli uomini e dell’Uomo, calpestando il ghiaccio sconfinato della Russia. Torna però a casa non ripiegato su se stesso, ma deciso a caricarsi sulle spalle il dolore innocente di quei bambini feriti, umiliati e abbandonati al loro destino. È il genio del cristianesimo: trasformare la morte in vita, la disperazione in speranza, la barbarie in civiltà. O, se si preferisce, costruire sul dolore, dove tutti gli altri pensano che non ci sia più nulla da fare. Come ha fatto Cristo in croce.
Il resto è la storia prodigiosa delle opere create freneticamente nell’arco di poco più di dieci anni, dal 1945 al 1956, quando don Carlo muore prematuramente. Il suo ragionamento è evangelicamente semplice: ai mutilatini è stato tolto molto, molto dev’essere restituito. L’importante è non abbandonarsi ad una carità alla vecchia maniera, fra paternalismo e fioretti. No, ci vuole altro. Medicine. Riabilitazione. Studio. Giochi. La prospettiva di creare tante famiglie e di tornare nella società. Mai, mai piangersi addosso e maledire la sorte. Don Carlo diventa per tanti piccoli sfortunati un padre e l’espressione non ha alcuna retorica per centinaia di bambini che erano stati parcheggiati, spesso da famiglie poverissime, in istituto.
Lui li segue uno ad uno, per loro va a battere cassa presso le grandi famiglie della borghesia ambrosiana, per loro tesse una fitta trama di rapporti politici che lo portano a Roma, da Andreotti e De Gasperi. Con loro va in udienza da Pio XII e al papa, che vorrebbe farlo vescovo, replica con garbata fermezza: «Santità, la ringrazio ma se mi lascia con i miei ragazzi sarei anche più contento».
La vocazione è diventata una missione. Il cappellano si rivela un grande uomo. In altre parole, un santo. Anticonformista fino all’ultimo giorno. Muore donando le cornee con un gesto di amore e libertà che supera i divieti della legge, che all’epoca proibiva i trapianti, e i dubbi dei teologi moralisti, divisi sul punto. Lui è oltre. A ben guardare, avanti. Già in cielo. Ma ben saldo sulla terra, dove le sue opere avranno dopo la sua morte una grande fioritura.
Ai suoi funerali in Duomo, il cardinal Montini, futuro Paolo VI, chiama al microfono un mutilatino che inventa la più bella delle prediche: «Ciao, prima ti chiamavo don Carlo, adesso ti chiamo San Carlo». Sono in centomila ad applaudire.
Speriamo che la beatificazione spinga i milanesi e gli italiani a togliere la polvere dall’immagine di don Carlo Gnocchi.

L'intervista al nostro amico Riro Maniscalco sul suo ultimo libro!

mercoledì, settembre 09, 2009

Papa Benedetto - Il grande equivoco


Pubblichiamo questo interessante articolo di Mons. Massimo Camisasca, Superiore Generale dei Missionari di San Carlo Borromeo. Aiuta molto a comprendere la vera prospettiva con cui guardare ed ascoltare ciò che sta dicendo e facendo il Santo Padre.


di mons. Massimo Camisasca

da IlSussidiario.net di lunedì 7 settembre 2009

Il Papa ha ricominciato a parlare, durante le udienze, della Storia della Chiesa attraverso il racconto dei suoi santi e maestri più significativi. Mercoledì scorso si è soffermato sulla figura di Sant’Oddone, secondo abate di Cluny.
Desidero offrire ai lettori de IlSussidiario.net alcune riflessioni non sul contenuto, ma sul metodo di queste lezioni. La preoccupazione del Papa mi sembra essere quella di lasciar trasparire la dimensione storica della verità. Mostrandoci come essa nasca e si affermi dentro alla storia degli uomini, egli ci fa aderire al suo contenuto in un modo più convincente di qualsiasi argomentazione astratta. Non è un caso che il protagonista di questa udienza sia il monachesimo medievale. Forse l’esempio più clamoroso nella storia dell’uomo di che cosa c’entri la verità con la storia. È talmente vero che la verità è una vita, che genera una storia. Questo è quello che ci hanno insegnato e ci insegnano i monaci: la verità ha dato forma ad una storia.
Occorre, però, fare attenzione: niente è più lontano da ciò della religione intesa come instrumentum regni. La religione civile, nata significativamente all’interno dei movimenti della rivoluzione francese, è l’esatto opposto del monachesimo. Essa infatti nasce come espressione di uno Stato, di un potere politico, che desidera costruire un insieme di valori religiosi comuni su cui fondare poi la convivenza civile. Progetto acuto, certamente scaltro, ma che con la vita di Sant’Oddone di Cluny non ha niente a che fare. E non a caso furono proprio i discendenti della rivoluzione del 1789 a trasformare Cluny in una cava di pietra.
I monaci si sentivano oggetto di un amore che «condannava il peccato, e amava il peccatore», e da questa esperienza nacque nel tempo un nuova civiltà, come un frutto maturo da un albero. Non vivevano insieme per coltivare il loro progetto di cambiare il mondo, ma vivendo dentro la luce portata da Cristo, il mondo intorno a loro fiorì. È proprio questo il tema di fondo anche dell’ultima enciclica, Caritas in veritate. Se non potessimo più vivere l’esperienza che ha generato quella passione per l’uomo, dovremmo rassegnarci a imitare o cercare di riprodurre quell’amore, ma la copia nascerebbe già morta.
Il monachesimo è tanto lontano dalla fede come instrumentum regni, quanto il capitalismo è lontano dalla valorizzazione del lavoro nel monastero, quanto il comunismo dalla vita comune di Cluny, quanto l’assistenzialismo dalla cura al malato nel quale si riconosce Cristo. Oggi i frutti di quella vita, che hanno segnato la nascita e lo sviluppo della civiltà europea, stanno davanti a noi come una provocazione. Ammirandoli, il credente può vedere all’opera lo Spirito ed essere consolato nella fede; guardandoli, chi non crede può rimanere incuriosito e magari compiere il grande passo dal frutto all’albero che li ha generati.

martedì, settembre 08, 2009

Papa Benedetto - La lezione di san Bonaventura: «Fede amica dell’intelligenza»

E' singolare e molto bello che Avvenire usi come titolo per descrivere l'intervento di Benedetto XVI a Bagnoregio parte del titolo della nostra festa di Pier Giorgio Frassati dello scorso anno...

Da Avvenire

GIANNI CARDINALE

Il giovane Joseph Ratzinger nei lontani anni Cinquanta studiò la teologia di san Bonaventura per la tesi che, seppure in modo sofferto, nel 1957 gli avrebbe spalancato le porte di una importante carriera accademica. Domenica pomeriggio il professore diventato Papa ha visitato il paese natio di quel dottore della Chie sa che fu oggetto dei suoi interessi scientifici. E Bagnoregio si è mostrata grata e riconoscente per quella che sembra essere la prima visita di un successore di Pietro in questo borgo dell’alto Lazio. Ma prima di recarsi a Bagnoregio Be­nedetto XVI ha terminato la parte viterbese del la sua visita pastorale con la visita al Santuario della Madonna della Quercia, alle porte del ca poluogo, per venerare la sacra immagine di quel­la che è la patrona della diocesi. E in questo luo go caro a tutti i viterbesi ha incontrato le mo­nache di clausura degli undici monasteri della diocesi. Dopo un breve saluto Benedetto XVI ha recitato una intensa preghiera alla Vergine in cui si chiede di mantenere «salda l’unità delle no- stre famiglie oggi tanto minacciate da ogni par te » e di incoraggiare «chi lavora per costruire un mondo migliore, dove trionfi la giustizia e regni la fraternità».
Con in volo in elicottero di una manciata di minuti il Papa ha quindi raggiunto Bagnoregio e si è subito recato nella concattedrale di San Nicola per venerare il Santo Braccio, l’unica reliquia rimasta di san Bonaventura, il cui corpo –che era stato sepolto a Lione dove era morto nel 1274 mentre partecipava al Concilio – venne brucia to dagli ugonotti nel 1562. Nella piazza Sant’Agostino – che fu oggetto della tesi di dottorato del giovane Ratzinger – si svolge l’incontro festoso con la cittadinanza. Parlano il vescovo Lorenzo Chiarinelli, che rievoca la storia dei rapporti tra il giovane teologo Ratzin ger e la figura di San Bonaventura. «Oggi – dice Chiarinelli – quel giovane teologo è Benedetto XVI ed è qui ad incontrare 'la vita di Bonaventu ra da Bagnoregio' (cfr Dante, Paradiso, XII, 127 129, ndr) e a farci partecipi della gioia di quel primo incontro, come a toccare le radici che hanno sostenuto Bonaventura 'nei grandi offici' (cfr sempre Dante, ndr ) e dalle quali è germogliato un messaggio di filosofo, di teologo, di france­scano, antico e sempre nuovo, messaggio di sapienza, concentrato su Cristo, centro e cuore del l’universo, senso e compimento della storia». E parla il sindaco Francesco Bigiotti, che rievoca anche la figura di un altro bagnorese omonimo del doctor Seraphicus e cioè Bonaventura Tecchi, il germanista che nel 1952 fondò il Centro Studi Bonaventuriani. Alla fine prende la parola il Pa pa, che offre a tutti un rapido, ma profondo pro filo dell’illustre concittadino, «cercatore di Dio» e «cantore del creato». È l’ultimo atto di una vi sita pastorale che ha coinvolto la mente, il cuo re e i ricordi di quel giovane teologo che oggi siede sul Soglio di Pietro.

giovedì, settembre 03, 2009

Udienza generale di Papa Benedetto XVI del 2 Settembre 2009

Cari fratelli e sorelle,

Dopo una lunga pausa, vorrei riprendere la presentazione dei grandi Scrittori della Chiesa di Oriente e di Occidente del tempo medioevale, perché, come in uno specchio, nelle loro vite e nei loro scritti vediamo che cosa vuol dire essere cristiani. Oggi vi propongo la figura luminosa di sant’Oddone, abate di Cluny: essa si colloca in quel medioevo monastico che vide il sorprendente diffondersi in Europa della vita e della spiritualità ispirate alla Regola di san Benedetto. Vi fu in quei secoli un prodigioso sorgere e moltiplicarsi di chiostri che, ramificandosi nel continente, vi diffusero largamente lo spirito e la sensibilità cristiana. Sant’Oddone ci riconduce, in particolare, ad un monastero, Cluny, che nel medioevo fu tra i più illustri e celebrati ed ancora oggi rivela attraverso le sue maestose rovine i segni di un passato glorioso per l’intensa dedizione all’ascesi, allo studio e, in special modo, al culto divino, avvolto di decoro e di bellezza.

Di Cluny Oddone fu il secondo abate. Era nato verso l’880, ai confini tra il Maine e la Touraine, in Francia. Dal padre fu consacrato al santo Vescovo Martino di Tours, alla cui ombra benefica e nella cui memoria Oddone passò poi l’intera vita, concludendola alla fine vicino alla sua tomba. La scelta della consacrazione religiosa fu in lui preceduta dall’esperienza di uno speciale momento di grazia, di cui parlò egli stesso ad un altro monaco, Giovanni l’Italiano, che fu poi suo biografo. Oddone era ancora adolescente, sui sedici anni, quando, durante una veglia natalizia, si sentì salire spontaneamente alle labbra questa preghiera alla Vergine: "Mia Signora, Madre di misericordia, che in questa notte hai dato alla luce il Salvatore, prega per me. Il tuo parto glorioso e singolare sia, o Piissima, il mio rifugio" (Vita sancti Odonis, I,9: PL 133,747). L’appellativo "Madre di misericordia", con cui il giovane Oddone invocò allora la Vergine, sarà quello col quale egli amerà poi sempre rivolgersi a Maria, chiamandola anche «unica speranza del mondo, … grazie alla quale ci sono state aperte le porte del paradiso» (In veneratione S. Mariae Magdalenae: PL 133,721). Gli avvenne in quel tempo di imbattersi nella Regola di san Benedetto e di iniziarne alcune osservanze, «portando, non ancora monaco, il giogo leggero dei monaci» (ibid., I,14: PL 133,50). In un suo sermone Oddone celebrerà Benedetto come "lucerna che brilla nel tenebroso stadio di questa vita" (De sancto Benedicto abbate: PL 133,725), e lo qualificherà "maestro di disciplina spirituale" (ibid.: PL 133,727). Con affetto rileverà che la pietà cristiana "con più viva dolcezza fa memoria" di lui, nella consapevolezza che Dio lo ha innalzato "tra i sommi ed eletti Padri della santa Chiesa" (ibid.: PL 133,722).

Affascinato dall’ideale benedettino, Oddone lasciò Tours ed entrò come monaco nell’abbazia benedettina di Baume, per poi passare in quella di Cluny, di cui nel 927 divenne abate. Da quel centro di vita spirituale poté esercitare un vasto influsso sui monasteri del continente. Della sua guida e della sua riforma si giovarono anche in Italia diversi cenobi, tra i quali quello di San Paolo fuori le Mura. Oddone visitò più d’una volta Roma, raggiungendo anche Subiaco, Montecassino e Salerno. Fu proprio a Roma che, nell’estate del 942, cadde malato. Sentendosi prossimo alla fine, con ogni sforzo volle tornare presso il suo san Martino a Tours, ove morì nell’ottavario del Santo, il 18 novembre 942. Il biografo, nel sottolineare in Oddone la "virtù della pazienza", offre un lungo elenco di altre sue virtù, quali il disprezzo del mondo, lo zelo per le anime, l’impegno per la pace delle Chiese. Grandi aspirazioni dell’abate Oddone erano la concordia tra i re e i principi, l’osservanza dei comandamenti, l’attenzione ai poveri, l’emendamento dei giovani, il rispetto per i vecchi (cfr Vita sancti Odonis, I,17: PL 133,49). Amava la celletta dove risiedeva, «sottratto agli occhi di tutti, sollecito di piacere solo a Dio» (ibid., I,14: PL 133,49). Non mancava, però, di esercitare pure, come "fonte sovrabbondante", il ministero della parola e dell’esempio, "piangendo come immensamente misero questo mondo" (ibid., I,17: PL 133,51). In un solo monaco, commenta il suo biografo, si trovavano raccolte le diverse virtù esistenti in stato sparso negli altri monasteri: "Gesù nella sua bontà, attingendo ai vari giardini dei monaci, formava in un piccolo luogo un paradiso, per irrigare dalla sua fonte i cuori dei fedeli" (ibid., I,14: PL 133,49).

In un passo di un sermone in onore di Maria di Magdala l’abate di Cluny ci rivela come egli concepiva la vita monastica: "Maria che, seduta ai piedi del Signore, con spirito attento ascoltava la sua parola, è il simbolo della dolcezza della vita contemplativa, il cui sapore, quanto più è gustato, tanto maggiormente induce l’animo a distaccarsi dalle cose visibili e dai tumulti delle preoccupazioni del mondo" (In ven. S. Mariae Magd., PL 133,717). E’ una concezione che Oddone conferma e sviluppa negli altri suoi scritti, dai quali traspaiono l’amore all’interiorità, una visione del mondo come di realtà fragile e precaria da cui sradicarsi, una costante inclinazione al distacco dalle cose avvertite come fonti di inquietudine, un’acuta sensibilità per la presenza del male nelle varie categorie di uomini, un’intima aspirazione escatologica. Questa visione del mondo può apparire abbastanza lontana dalla nostra, tuttavia quella di Oddone è una concezione che, vedendo la fragilità del mondo, valorizza la vita interiore aperta all’altro, all’amore del prossimo, e proprio così trasforma l’esistenza e apre il mondo alla luce di Dio.

Merita particolare menzione la "devozione" al Corpo e al Sangue di Cristo che Oddone, di fronte a una estesa trascuratezza da lui vivacemente deplorata, coltivò sempre con convinzione. Era infatti fermamente convinto della presenza reale, sotto le specie eucaristiche, del Corpo e del Sangue del Signore, in virtù della conversione "sostanziale" del pane e del vino. Scriveva: "Dio, il Creatore di tutto, ha preso il pane, dicendo che era il suo Corpo e che lo avrebbe offerto per il mondo e ha distribuito il vino, chiamandolo suo Sangue"; ora, "è legge di natura che avvenga il mutamento secondo il comando del Creatore", ed ecco, pertanto, che "subito la natura muta la sua condizione solita: senza indugio il pane diventa carne, e il vino diventa sangue"; all’ordine del Signore "la sostanza si muta" (Odonis Abb. Cluniac. occupatio, ed. A. Swoboda, Lipsia 1900, p.121). Purtroppo, annota il nostro abate, questo "sacrosanto mistero del Corpo del Signore, nel quale consiste tutta la salvezza del mondo" (Collationes, XXVIII: PL 133,572), è negligentemente celebrato. "I sacerdoti, egli avverte, che accedono all’altare indegnamente, macchiano il pane, cioè il Corpo di Cristo" (ibid., PL 133,572-573). Solo chi è unito spiritualmente a Cristo può partecipare degnamente al suo Corpo eucaristico: in caso contrario, mangiare la sua carne e bere il suo sangue non sarebbe di giovamento, ma di condanna (cfr ibid., XXX, PL 133,575). Tutto questo ci invita a credere con nuova forza e profondità la verità della presenza del Signore. La presenza del Creatore tra noi, che si consegna nelle nostre mani e ci trasforma come trasforma il pane e il vino, trasforma così il mondo.

Sant’Oddone è stato una vera guida spirituale sia per i monaci che per i fedeli del suo tempo. Di fronte alla "vastità dei vizi" diffusi nella società, il rimedio che egli proponeva con decisione era quello di un radicale cambiamento di vita, fondato sull’umiltà, l’austerità, il distacco dalle cose effimere e l’adesione a quelle eterne (cfr Collationes, XXX, PL 133, 613). Nonostante il realismo della sua diagnosi circa la situazione del suo tempo, Oddone non indulge al pessimismo: "Non diciamo questo – egli precisa – per precipitare nella disperazione quelli che vorranno convertirsi. La misericordia divina è sempre disponibile; essa aspetta l’ora della nostra conversione" (ibid.: PL 133, 563). Ed esclama: "O ineffabili viscere della pietà divina! Dio persegue le colpe e tuttavia protegge i peccatori" (ibid.: PL 133,592). Sostenuto da questa convinzione, l’abate di Cluny amava sostare nella contemplazione della misericordia di Cristo, il Salvatore che egli qualificava suggestivamente come "amante degli uomini": "amator hominum Christus" (ibid., LIII: PL 133,637). Gesù ha preso su di sé i flagelli che sarebbero spettati a noi – osserva - per salvare così la creatura che è opera sua e che ama (cfr ibid.: PL 133, 638).

Appare qui un tratto del santo abate a prima vista quasi nascosto sotto il rigore della sua austerità di riformatore: la profonda bontà del suo animo. Era austero, ma soprattutto era buono, un uomo di una grande bontà, una bontà che proviene dal contatto con la bontà divina. Oddone, così ci dicono i suoi coetanei, effondeva intorno a sé la gioia di cui era ricolmo. Il suo biografo attesta di non aver sentito mai uscire da bocca d’uomo "tanta dolcezza di parola" (ibid., I,17: PL 133,31). Era solito, ricorda il biografo, invitare al canto i fanciulli che incontrava lungo la strada per poi far loro qualche piccolo dono, e aggiunge: "Le sue parole erano ricolme di esultanza…, la sua ilarità infondeva nel nostro cuore un’intima gioia" (ibid., II, 5: PL 133,63). In questo modo il vigoroso ed insieme amabile abate medioevale, appassionato di riforma, con azione incisiva alimentava nei monaci, come anche nei fedeli laici del suo tempo, il proposito di progredire con passo solerte sulla via della perfezione cristiana.

Vogliamo sperare che la sua bontà, la gioia che proviene dalla fede, unite all’austerità e all’opposizione ai vizi del mondo, tocchino anche il nostro cuore, affinché anche noi possiamo trovare la fonte della gioia che scaturisce dalla bontà di Dio.