domenica, maggio 31, 2009

Omelia di Benedetto XVI per la Pentecoste 2009. Viva il Papa, ultimo baluardo della verità e della ragione (oltre che della fede!).

Cari fratelli e sorelle!

Ogni volta che celebriamo l’Eucaristia, viviamo nella fede il mistero che si compie sull’altare, partecipiamo cioè al supremo atto di amore che Cristo ha realizzato con la sua morte e risurrezione. L’unico e medesimo centro della liturgia e della vita cristiana – il mistero pasquale – assume poi, nelle diverse solennità e feste, "forme" specifiche, con ulteriori significati e con particolari doni di grazia. Tra tutte le solennità, la Pentecoste si distingue per importanza, perché in essa si attua quello che Gesù stesso aveva annunciato essere lo scopo di tutta la sua missione sulla terra. Mentre infatti saliva a Gerusalemme, aveva dichiarato ai discepoli: "Sono venuto a gettare fuoco sulla terra, e quanto vorrei che fosse già acceso!" (Lc 12,49). Queste parole trovano la loro più evidente realizzazione cinquanta giorni dopo la risurrezione, nella Pentecoste, antica festa ebraica che nella Chiesa è diventata la festa per eccellenza dello Spirito Santo: "Apparvero loro lingue come di fuoco… e tutti furono colmati di Spirito Santo" (At 2,3-4). Il vero fuoco, lo Spirito Santo, è stato portato sulla terra da Cristo. Egli non lo ha strappato agli dèi, come fece Prometeo, secondo il mito greco, ma si è fatto mediatore del "dono di Dio" ottenendolo per noi con il più grande atto d’amore della storia: la sua morte in croce.

Dio vuole continuare a donare questo "fuoco" ad ogni generazione umana, e naturalmente è libero di farlo come e quando vuole. Egli è spirito, e lo spirito "soffia dove vuole" (cfr Gv 3,8). C’è però una "via normale" che Dio stesso ha scelto per "gettare il fuoco sulla terra": questa via è Gesù, il suo Figlio Unigenito incarnato, morto e risorto. A sua volta, Gesù Cristo ha costituito la Chiesa quale suo Corpo mistico, perché ne prolunghi la missione nella storia. "Ricevete lo Spirito Santo" – disse il Signore agli Apostoli la sera della risurrezione, accompagnando quelle parole con un gesto espressivo: "soffiò" su di loro (cfr Gv 20,22). Manifestò così che trasmetteva ad essi il suo Spirito, lo Spirito del Padre e del Figlio. Ora, cari fratelli e sorelle, nell’odierna solennità la Scrittura ci dice ancora una volta come dev’essere la comunità, come dobbiamo essere noi per ricevere il dono dello Spirito Santo. Nel racconto, che descrive l’evento di Pentecoste, l’Autore sacro ricorda che i discepoli "si trovavano tutti insieme nello stesso luogo". Questo "luogo" è il Cenacolo, la "stanza al piano superiore" dove Gesù aveva fatto con i suoi Apostoli l’Ultima Cena, dove era apparso loro risorto; quella stanza che era diventata per così dire la "sede" della Chiesa nascente (cfr At 1,13). Gli Atti degli Apostoli tuttavia, più che insistere sul luogo fisico, intendono rimarcare l’atteggiamento interiore dei discepoli: "Tutti questi erano perseveranti e concordi nella preghiera" (At 1,14). Dunque, la concordia dei discepoli è la condizione perché venga lo Spirito Santo; e presupposto della concordia è la preghiera.

Questo, cari fratelli e sorelle, vale anche per la Chiesa di oggi, vale per noi, che siamo qui riuniti. Se vogliamo che la Pentecoste non si riduca ad un semplice rito o ad una pur suggestiva commemorazione, ma sia evento attuale di salvezza, dobbiamo predisporci in religiosa attesa del dono di Dio mediante l’umile e silenzioso ascolto della sua Parola. Perché la Pentecoste si rinnovi nel nostro tempo, bisogna forse – senza nulla togliere alla libertà di Dio – che la Chiesa sia meno "affannata" per le attività e più dedita alla preghiera. Ce lo insegna la Madre della Chiesa, Maria Santissima, Sposa dello Spirito Santo. Quest’anno la Pentecoste ricorre proprio nell’ultimo giorno di maggio, in cui si celebra solitamente la festa della Visitazione. Anche quella fu una sorta di piccola "pentecoste", che fece sgorgare la gioia e la lode dai cuori di Elisabetta e di Maria, una sterile e l’altra vergine, divenute entrambe madri per straordinario intervento divino (cfr Lc 1,41-45). La musica e il canto, che accompagnano questa nostra liturgia, ci aiutano anch’essi ad essere concordi nella preghiera, e per questo esprimo viva riconoscenza al Coro del Duomo e alla Kammerorchester di Colonia. Per questa liturgia, nel bicentenario della morte di Joseph Haydn, è stata infatti scelta molto opportunamente la sua Harmoniemesse, l’ultima delle "Messe" composte dal grande musicista, una sublime sinfonia per la gloria di Dio. A voi tutti convenuti per questa circostanza rivolgo il mio più cordiale saluto.

Per indicare lo Spirito Santo, nel racconto della Pentecoste gli Atti degli Apostoli utilizzano due grandi immagini: l’immagine della tempesta e quella del fuoco. Chiaramente san Luca ha in mente la teofania del Sinai, raccontata nei libri dell’Esodo (19,16-19) e del Deuteronomio (4,10-12.36). Nel mondo antico la tempesta era vista come segno della potenza divina, al cui cospetto l’uomo si sentiva soggiogato e atterrito. Ma vorrei sottolineare anche un altro aspetto: la tempesta è descritta come "vento impetuoso", e questo fa pensare all’aria, che distingue il nostro pianeta dagli altri astri e ci permette di vivere su di esso. Quello che l’aria è per la vita biologica, lo è lo Spirito Santo per la vita spirituale; e come esiste un inquinamento atmosferico, che avvelena l’ambiente e gli esseri viventi, così esiste un inquinamento del cuore e dello spirito, che mortifica ed avvelena l’esistenza spirituale. Allo stesso modo in cui non bisogna assuefarsi ai veleni dell’aria – e per questo l’impegno ecologico rappresenta oggi una priorità –, altrettanto si dovrebbe fare per ciò che corrompe lo spirito. Sembra invece che a tanti prodotti inquinanti la mente e il cuore che circolano nelle nostre società - ad esempio immagini che spettacolarizzano il piacere, la violenza o il disprezzo per l’uomo e la donna - a questo sembra che ci si abitui senza difficoltà. Anche questo è libertà, si dice, senza riconoscere che tutto ciò inquina, intossica l’animo soprattutto delle nuove generazioni, e finisce poi per condizionarne la stessa libertà. La metafora del vento impetuoso di Pentecoste fa pensare a quanto invece sia prezioso respirare aria pulita, sia con i polmoni, quella fisica, sia con il cuore, quella spirituale, l’aria salubre dello spirito che è l’amore!

L’altra immagine dello Spirito Santo che troviamo negli Atti degli Apostoli è il fuoco. Accennavo all’inizio al confronto tra Gesù e la figura mitologica di Prometeo, che richiama un aspetto caratteristico dell’uomo moderno. Impossessatosi delle energie del cosmo – il "fuoco" – l’essere umano sembra oggi affermare se stesso come dio e voler trasformare il mondo escludendo, mettendo da parte o addirittura rifiutando il Creatore dell’universo. L’uomo non vuole più essere immagine di Dio, ma di se stesso; si dichiara autonomo, libero, adulto. Evidentemente tale atteggiamento rivela un rapporto non autentico con Dio, conseguenza di una falsa immagine che di Lui si è costruita, come il figlio prodigo della parabola evangelica che crede di realizzare se stesso allontanandosi dalla casa del padre. Nelle mani di un uomo così, il "fuoco" e le sue enormi potenzialità diventano pericolosi: possono ritorcersi contro la vita e l’umanità stessa, come dimostra purtroppo la storia. A perenne monito rimangono le tragedie di Hiroshima e Nagasaki, dove l’energia atomica, utilizzata per scopi bellici, ha finito per seminare morte in proporzioni inaudite.

Si potrebbero in verità trovare molti esempi, meno gravi eppure altrettanto sintomatici, nella realtà di ogni giorno. La Sacra Scrittura ci rivela che l’energia capace di muovere il mondo non è una forza anonima e cieca, ma è l’azione dello "spirito di Dio che aleggiava sulle acque" (Gn 1,2) all’inizio della creazione. E Gesù Cristo ha "portato sulla terra" non la forza vitale, che già vi abitava, ma lo Spirito Santo, cioè l’amore di Dio che "rinnova la faccia della terra" purificandola dal male e liberandola dal dominio della morte (cfr Sal 103/104,29-30). Questo "fuoco" puro, essenziale e personale, il fuoco dell’amore, è disceso sugli Apostoli, riuniti in preghiera con Maria nel Cenacolo, per fare della Chiesa il prolungamento dell’opera rinnovatrice di Cristo.

Infine, un ultimo pensiero si ricava ancora dal racconto degli Atti degli Apostoli: lo Spirito Santo vince la paura. Sappiamo come i discepoli si erano rifugiati nel Cenacolo dopo l’arresto del loro Maestro e vi erano rimasti segregati per timore di subire la sua stessa sorte. Dopo la risurrezione di Gesù questa loro paura non scomparve all’improvviso. Ma ecco che a Pentecoste, quando lo Spirito Santo si posò su di loro, quegli uomini uscirono fuori senza timore e incominciarono ad annunciare a tutti la buona notizia di Cristo crocifisso e risorto. Non avevano alcun timore, perché si sentivano nelle mani del più forte. Sì, cari fratelli e sorelle, lo Spirito di Dio, dove entra, scaccia la paura; ci fa conoscere e sentire che siamo nelle mani di una Onnipotenza d’amore: qualunque cosa accada, il suo amore infinito non ci abbandona. Lo dimostra la testimonianza dei martiri, il coraggio dei confessori della fede, l’intrepido slancio dei missionari, la franchezza dei predicatori, l’esempio di tutti i santi, alcuni persino adolescenti e bambini. Lo dimostra l’esistenza stessa della Chiesa che, malgrado i limiti e le colpe degli uomini, continua ad attraversare l’oceano della storia, sospinta dal soffio di Dio e animata dal suo fuoco purificatore. Con questa fede e questa gioiosa speranza ripetiamo oggi, per intercessione di Maria: "Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra!".

sabato, maggio 30, 2009

Pier Giorgio vivo -23

Abbiamo trovato questo bell'episodio di Pier Giorgio nei confronti della sua mamma che racconta l'amore che lo legava a lei e che ci ricorda il bene che ogniuno di noi dovremmo avere verso la nostra mamma celeste:



L'amore per la mamma era manifestato talvolta con espressioni forse un pò infantili, ma che rispecchiavano, nella realtà concreta, un amore forte, generoso, sincero.
Fra le lettere raccolte da Luciana ne troviamo anche una scritta da Pier Giorgio, all'età di otto anni, alla mamma ammalata. Vi si legge:

"Il mio cuore nel vederti ammalata è molto addolorato. Guarisci mamma cara e buona. Domani è la tua festa, la tua festa non sarà allegra come quella dell'anno scorso perchè soffri nel letto. Il mio cuore quando sarai guarita sarà contento ma fin ora è addolorato. Mammina ti auguro una pronta guarigione. Io pregherò Iddio perchè ti faccia guarire e Iddio ascolterà le miei preghiere".

L'ha detto Pier Giorgio-23

Io passo la vita dedicata allo studio, sono come un naufrago che lotta disperatamente con i marosi, sempre sperando in una ancora di salvezza, e io sono così tuffato nelle dispense che esse quasi mi circondano tentando di affogarmi in questa lotta, per poter giungere al porto che sarebbe l'esame. La mente inzuppata di questa arida scienza trova ogni tanto pace e refrigerio e godimento spirituale nella lettura di san Paolo.
Io vorrei che tu provassi a leggere san Paolo: è meraviglioso e l'anima mi esalta di quella lettura e noi abbiamo sprone a seguitare la retta via e a ritornare appena usciti con la colpa.
Mercoledì spero, se non prima, vi sarà il grande debutto, il terz'ultimo della mia vita di studente di Politecnico e poi comincerò la tesi.
Il programma, come vedi, è grandioso, bisogna però trovare la buona volontà per attuarlo, ma questa spero di conquistarla a poco a poco con la grazia di Dio.

giovedì, maggio 28, 2009

TV/ Troppa pubblicità: togliamo gli spot dai programmi per ragazzi

Da IlSussidiario.net

di Carlo Bellieni

mercoledì 27 maggio 2009

Uno studio sulle abitudine televisive dei ragazzi italiani (Maggio 2009) è in pubblicazione in questi giorni sulla rivista BioMed Central Public Health e propone dati allarmanti: Il 54.1% pranza e il 61% cena davanti alla tv, l’89.5% ha la tv in camera da letto e solo il 49% dei genitori controlla i contenuti di quello che guardano. Di media stanno alla tv 2.8 ore al giorno e il 74.9% la guarda almeno due ore al giorno. Sono dati che mostrano come la televisione sia pervasiva e potente nella vita dei ragazzi. Lo prova un altro studio questa volta inglese, pubblicato su Pediatrics (Maggio 2009) che mostra che guardare la televisione e fare poca attività fisica sono due abitudini interagiscono l’una con l’altra per determinare stress psicologico nei ragazzi.

D’altronde, un altro studio (Aprile 2009) pubblicato sull’European Journal of Public Health mostra che togliere dalla tv la pubblicità per il cibo farebbe ridurre l’obesità in America in proporzione pari a 1/3 a 1/7 del totale. Già, la pubblicità: nel corso dei programmi per bambini è altissima e quasi tutta dedicata a loro, come se avessero realmente bisogno di suggerimenti sui giocattoli e soprattutto come se sapessero davvero difendersene. Chi conosce i bambini sanno che spesso sono più attratti dallo spot pubblicitario che dal programma che stanno vedendo. E uno studio australiano mostra che i bambini sono esposti a livelli altissimi di pubblicità per alcolici.

Siamo allora qui ad esigere una reale moderazione della pubblicità in tv: non basta dire “guardatela meno”, perché la tv è ipnotica, e si arriva a vere crisi da astinenza, quando viene bruscamente sospesa. Piuttosto, deve diventare una tv di qualità e il primo passo sarebbe togliere la pubblicità di ogni tipo dai programmi per ragazzi.

Evidentemente questo consiglio non piace, dato che invece la pubblicità ai bambini prolifera. Ma quanto costa trasformarli in giovani consumatori? Quanto costa farli diventare dei giovani ricattatori dei genitori facendo arrivare la richiesta ai grandi attraverso le lacrime dei piccoli? La Federal Trade Commission mostrò che è ingannevole e sleale esporre i bambini sotto i 6 anni alla pubblicità. I bambini non sanno rendersi conto dell’intento reale della pubblicità e discriminarlo dal resto del programma: non basta scrivere in piccolo “questa è pubblicità” in un lato dello schermo, soprattutto se gli utenti… non sanno leggere. Non si può allora bandire la pubblicità per bambini? In USA non ce l’hanno fatta: i bambini USA sono sottoposti a più di 40.000 spot pubblicitari all’anno e l’Associazione pediatrica Americana chiede severe restrizioni.; ma in Svezia e Norvegia la pubblicità diretta ai bambini sotto i 12 anni è proibita, in Grecia non si possono pubblicizzare i giocattoli prima delle 10 di sera e in Danimarca e Belgio ci sono severe restrizioni: sono esempi da seguire. I bambini non sanno difendersi, non sanno interpretare, assorbono, e soprattutto assorbono il modello consumistico senza possibilità di fuga. Chi li tutela?

Benedetto XVI ai vescovi italiani: crisi, solidarietà, fede, ragione, vita, emergenza educativa. Meno male che c'è il Papa.

Ricevendo i vescovi italiani, Benedetto XVI sottolinea il tema della “emergenza educativa”. In un tempo segnato da relativismo e nichilismo è necessario che gli educatori sappiano prima di tutto “testimoniare la nostra fiducia nella vita e nell’uomo, nella sua ragione e nella sua capacità di amare”.


Città del Vaticano (AsiaNews) – Gli effetti della crisi finanziaria che ha colpito il mondo intero colpiscono in modo particolare le fasce più deboli della popolazione: è verso di loro che deve muoversi in modo particolare la solidarietà dei cattolici. E’ la raccomandazione che Benedetto XVI ha rivolto oggi, in occasione dell’incontro con i vescovi italiani, che stanno tenendo in Vaticano la loro assemblea generale. Esprimendo apprezzamento per una iniziativa dei vescovi italiani detta “Prestito della speranza”, il Papa ha sottolineato come la “rinnovata richiesta di generosità”, “evocando il gesto della colletta promossa dall’apostolo Paolo a favore della Chiesa di Gerusalemme, è una eloquente testimonianza della condivisione dei pesi gli uni degli altri. In un momento di difficoltà, che colpisce in modo particolare quanti hanno perduto il lavoro, ciò diventa un vero atto di culto che nasce dalla carità suscitata dallo Spirito del Risorto nel cuore dei credenti. È un annuncio eloquente della conversione interiore generata dal Vangelo e una manifestazione toccante della comunione ecclesiale”.

La necessità della formazione cristiana e dell’educazione in generale è stata poi sottolineata in modo particolare dal Papa, che ha parlato di “una esigenza costitutiva e permanente della vita della Chiesa, che oggi tende ad assumere i tratti dell’urgenza e, perfino, dell’emergenza”. “In un tempo in cui è forte il fascino di concezioni relativistiche e nichilistiche della vita, e la legittimità stessa dell’educazione è posta in discussione, il primo contributo che possiamo offrire è quello di testimoniare la nostra fiducia nella vita e nell’uomo, nella sua ragione e nella sua capacità di amare. Essa non è frutto di un ingenuo ottimismo, ma ci proviene da quella «speranza affidabile» (Spe salvi, 1) che ci è donata mediante la fede nella redenzione operata da Gesù Cristo. In riferimento a questo fondato atto d’amore per l’uomo può sorgere una alleanza educativa tra tutti coloro che hanno responsabilità in questo delicato ambito della vita sociale ed ecclesiale”.

“La difficoltà di formare autentici cristiani si intreccia fino a confondersi con la difficoltà di far crescere uomini e donne responsabili e maturi, in cui coscienza della verità e del bene e libera adesione ad essi siano al centro del progetto educativo, capace di dare forma ad un percorso di crescita globale debitamente predisposto e accompagnato. Per questo, insieme ad un adeguato progetto che indichi il fine dell’educazione alla luce del modello compiuto da perseguire, c’è bisogno di educatori autorevoli a cui le nuove generazioni possano guardare con fiducia”. In questo Anno paolino, “risuona con singolare efficacia il suo invito: «Fatevi miei imitatori» (1Cor 11,1). Un vero educatore mette in gioco in primo luogo la sua persona e sa unire autorità ed esemplarità nel compito di educare coloro che gli sono affidati. Ne siamo consapevoli noi stessi, posti come guide in mezzo al popolo di Dio, ai quali l’apostolo Pietro rivolge, a sua volta, l’invito a pascere il gregge di Dio facendoci 'modelli del gregge' (1Pt 5,3)”.

“Risulta pertanto singolarmente felice la circostanza che ci vede pronti a celebrare, dopo l’anno dedicato all’Apostolo delle genti, un Anno sacerdotale. Siamo chiamati, insieme ai nostri sacerdoti, a riscoprire la grazia e il compito del ministero presbiterale. Esso è un servizio alla Chiesa e al popolo cristiano che esige una profonda spiritualità. In risposta alla vocazione divina, tale spiritualità deve si nutrirsi della preghiera e di una intensa unione personale con il Signore per poterlo servire nei fratelli attraverso la predicazione, i sacramenti, una ordinata vita di comunità e l’aiuto ai poveri. In tutto il ministero sacerdotale risalta, in tal modo, l’importanza dell’impegno educativo, perché crescano persone libere e responsabili, cristiani maturi e consapevoli”.

martedì, maggio 26, 2009

Colmiamo un vuoto clamoroso in rete: qualche riga e due foto su mons. Francesco Sciocchetti, eroe del cattolicesimo a tutto tondo sambendettese.



Il varo del San Marco, primo peschereccio a motore d'Italia, ideato da mons. Francesco Sciocchetti (che è visibile sotto la barca con i bambini davanti, che grande!!! Guardate il popolo!) - San Benedetto del Tronto, 1912.


Un bel primo piano di quest'uomo indomito

Quest'uomo è stato un grande.

Il popolo lo ha visceralemente amato, solo invidiosi e massoni lo hanno avversato.
In rete non ho trovato una sola foto di questo grande sambenedettese, che vorrei a Dio piacendo imitare. Allora ce le metto io, due foto.
Metto anche un breve profilo scritto dall'amico Pietro Pompei, nella speranza anzi nella certezza che chi leggerà, poi si entusiasmerà alla grande.

Evviva lu Curate de la Maréne (il Curato della Parrocchia di Santa Maria della Marina, ndr)! Che Dio lo abbia in gloria!!!

La figura e l’opera di don Francesco Sciocchetti

Don Francesco Sciocchetti nacque a Ripatransone il 15 settembre 1863, ed è morto a S.Francisco di California (USA) il 3 maggio 1946. Aveva avuto il permesso di indossare l’abito ecclesiale già nel 1874. Celebrò la prima messa a Loreto il 20 giugno 1886.
La sua venuta a S.Benedetto fu originata da un moto incoercibile di altruismo e di carità: scoppiata nell’estate un’epidemia colerica, che causò in tre mesi ben 179 morti, il giovane sacerdote ripano si offrì volontariamente per l’assistenza ai colerosi. Cessato il colera, fu nominato prebendario della cattedrale di Ripa. Tornò come economo a S.Maria della Marina l’8 luglio 1887; e il 31 dicembre 1889 vi fu nominato definitivamente parroco. Da subito affrontò il lavoro pastorale con un’azione concertata sul versante spirituale e sul versante sociale. Nel 1891 fondò una prima associazione giovanile, quella dei “Luigini”, fatta di chierichetti e cantori, in coincidenza con il centenario di S.Luigi Conzaga: di essa fece parte anche Giacomino Bruni, oggi Venerabile Padre Giovanni dello Spirito Santo, le cui spoglie mortali riposano presso la chiesa abbaziale del Paese Alto. Nel 1893 fondò la Società di S.Giuseppe, che fu il nucleo originario e l’asse portante delle sue molteplici realizzazioni sociali, e che raggiunse ben presto i 400 iscritti . Era una associazione di mutuo soccorso, che aveva per motto “Religione, Lavoro, Risparmio” ed intendeva promuovere la cooperazione tra contadini ed operai. Altre iniziative furono quelle d’una specifica “Società operaia” ( 1896 ); d’un magazzino sociale, realizzato nel 1898 come cooperativa di consumo; d’una cassa rurale, fondata nel 1902; d’una cooperativa fra pescatori messa in piedi con l’aiuto dei murriani ( la “Società per la pesca” del 1902); d’una “ Società femminile di mutuo soccorso Madonna del Rosario”, sempre del 1902. Questa molteplice attività non poteva passare inosservata; cominciarono ben presto gli attacchi contro tutto quanto il “Curato” andava realizzando.
Nel 1897 avvenne un altro fatto assai doloroso: l’alluvione del 6 luglio, che procurò danni ingentissimi alle colture, alla viabilità, ai caseggiati della marina, procurando anche quattro morti. Il parroco Sciocchetti s’adoperò per il bene della sua gente come nei giorni della infezione colerica e s’ebbe un solenne encomio pubblico dal Prefetto di Ascoli Piceno e dal Sindaco di S.Benedetto. Per venire incontro alla fame autentica della sua gente allestì una cucina popolare quotidiana per i più poveri. Per risparmiare sulle spese “raccoglie combustibili, ed anche le bucce e i semi di pomodori dalla fabbrica per conserve iniziata da lui, e unisce i detriti che il mare getta sulla spiaggia dopo la burrasca e ne fa delle mattonelle”: si tratta de “la cioschie”, combustibile a nessun prezzo. E nel “magazzino sociale” da poco aperto, dava al prezzo di costo i generi di prima necessità.
La vecchia chiesa della Madonna della Marina, nei pressi del vecchio palazzo comunale, resa pericolante dalla furia delle acque, fu demolita nel maggio del 1899; la parrocchia dovette trasferirsi nella vicina chiesa di S.Giuseppe, inadeguata ai bisogni. Don Sciocchetti pose allora energicamente mano alla costruzione della nuova chiesa, di cui c’erano il progetto e poco più delle fondamenta, e in pochi anni di lavoro indefesso giunse all’inaugurazione, il 4 aprile 1908, dell’attuale Chiesa della Madonna della Marina, oggi Cattedrale.
Si rese conto ben presto dell’urgenza d’una stampa cattolica per informare ed educare la gente, ma anche per rintuzzare gli attacchi ingiusti e polemizzare in nome della verità, senza paura. Nel 1898, in via XX Settembre, aprì la libreria “S.Giuseppe”, affidandone la gestione al fratello Andrea, e vi impiantò una tipografia con “moderno macchinario a forza elettrica”. Aveva in animo di stamparvi un periodico cattolico. Cominciò nel 1902 con la stampa del mensile La pesca che fu il bollettino della Società da lui fondata, passò poi ad un vero e proprio quindicinale di battaglia: L’operaio, che iniziò le sue pubblicazioni il 1 gennaio 1905. Ed è soprattutto negli articoli di fondo e di spalla in prima pagina che si rivela il “genio” del Curato e l’impostazione del giornale, diventato ben presto settimanale, pensato e scritto per l’evangelizzazione e la coscientizzazione sociale della sua gente; contadini pescatori operai.
Un settore al quale dedicò grande attenzione fu quello dell’ emigrazione, in seguito alla crisi marinaresca del 1905-1906, suggerendo di aprire presso ogni parrocchia un Ufficio d’emigrazione. Il 1912 fu per don Sciocchetti particolarmente gratificante: scese in mare il S.Marco, un “portapesce”, e cioè il “primo battello peschereccio con motore ausiliario varato in Italia, nel maggio 1912, su concezione di mons. cav. Francesco Sciocchetti”. Per questa sua geniale innovazione il Curato fu premiato con medaglia d’oro dal Ministero dei Lavori Pubblici.
Durante il periodo della prima guerra mondiale, don Francesco allestì di nuovo una cucina popolare per dare minestra e pane a circa duecento bambini, figli di richiamati alle armi, e ai molti profughi del Veneto che fuggirono a S.Benedetto; aprì un ufficio per la spedizione dei pacchi ai prigionieri; attivò una singolare “scarperia”. Il soccorso ai poveri fu ancor più intensificato durante l’epidemia influenzale della spagnola..
Accanto a queste attività assistenziali, c’erano da sempre, quelle educative: l’oratorio e il catechismo a settecento ragazzi ogni domenica divisi in quaranta classi; il circolo giovanile con scuola di ginnastica e attività ricreative; accademie musicali e letterarie, drammi e melodrammi al teatro “ Virtus” poi diventato “S.Giovanni Bosco”; un cinematografo per le famiglie; scuole serali, animate dal fratello pittore don Luigi, per apprendisti artigiani; laboratorio per le ragazze. Era un mondo nel mondo. Giustamente si dava di lui questo giudizio riepilogativo:

Sotto la direzione paterna del Curato si viveva in letizia. Uomo dinamico, animatore, precursore dei tempi nuovi, se avesse avuto possibilità, avrebbe voluto di questo lembo di terra farne un paradiso terrestre. Noi siamo stati immeritevoli d’averlo con noi sino alla fine”.

“Sino alla fine” il Curato non riuscì proprio a rimanere. Era veramente stanco. Il 13 aprile 1920 se ne “fuggì” dalla sua S.Benedetto, dopo trentadue anni di faticosa e geniale attività pastorale. Andò prima ad Assisi e dopo un breve ritorno a S.Benedetto, decise definitivamente di raggiungere (il 30 settembre 1921) i fratelli, tra cui don Luigi, a S. Francisco in California. Qui morì il 3 maggio 1946.

(A cura di P. Pompei: Notizie tratte dal libro “Il Movimento cattolico a S.Benedetto del Tronto, Ripatransone e Montalto Marche tra Ottocento e Novecento” di Mons. G. Chiaretti).

lunedì, maggio 25, 2009

La vita “per caso”. A piene mani


Da Tempi

«Il cristianesimo non significa che l’uomo è un po’ meno degli altri, ma significa la vera umanità». Quanto c’è della storia della generazione che ha superato i cinquant’anni, in questa frase di Enzo Piccinini.

di Marina Corradi

«Io sono un ateo, diventato cristiano per caso. Perché vengo dal posto dove l’ateismo è nato, la bassa emiliana. Sono cresciuto respirando il pragmatismo tipico degli emiliani. Per loro la metafisica è l’opinione di qualche mente malata. Per questo, per me il fatto cristiano è stato proprio un’avventura. È stato come una scommessa. La sfida è che il cristianesimo non significa che l’uomo è un po’ meno degli altri, perché ha qualche obbligo morale in più, ma significa la vera umanità».
È un passo della biografia di Enzo Piccinini di Emilio Bonicelli (Enzo, un’avventura di amicizia, Marietti 1820). Piccinini era un noto chirurgo, e un dirigente di Comunione e Liberazione. È morto in un incidente stradale, sull’Autosole, dieci anni fa, il 26 maggio 1999. Anche quella sera, come sempre, correva: pendolare com’era fra l’ospedale a Bologna e la famiglia, e Cl a Milano. Uno che correva spinto dalla passione per gli altri: malati da operare, allievi da formare, ragazzi da crescere. Gli sarebbe stato giusto addosso il motto paolino: «Caritas Christi urget nos», la carità di Cristo ci sprona, ci fa correre.
Ciò che colpisce nella sua storia è l’eco di una sfida. «Io sono un ateo, diventato cristiano per caso…». Un ragazzo di Rubiera, provincia di Reggio Emilia, in quattordici in una cascina. Lui, Enzo, che vuole studiare. I collegi cattolici. A 18 anni, «una ribellione totale alla questione cristiana». Frequenta l’estrema sinistra. Se ne va un istante prima che i suoi amici entrino in clandestinità. È accaduta una cosa: la curiosità di «vedere cosa facevano» dei ragazzi che ogni sera nella cripta del duomo di Reggio recitavano i Salmi. I vecchi amici lo mettono in guardia: «Vedi, sono bravi ragazzi, ma hanno un chiodo fisso, Gesù Cristo», e lo dicono come se si trattasse di un grave handicap. Ma il “caso” scatta, Enzo sceglie: quelli dei Salmi sono i suoi nuovi amici. La sfida è netta: «Il cristianesimo non significa che l’uomo è un po’ meno degli altri, ma significa la vera umanità».
Quanto c’è della storia della generazione che ha superato i cinquant’anni, in questa frase. Il cristianesimo come un restringimento dell’umano, un piegarsi sotto a obblighi e precetti, un vivere a capo chino tarpando il proprio stesso desiderio di felicità. Questa era proprio l’immagine che della fede cristiana avevo tratto io, fra oratori e catechismo; e non solo io, ma in quanti, nella mia classe di liceo, la pensavamo così. Poi, per qualcuno, il “caso”; l’incontro che insinua un dubbio. La possibilità di non rassegnarsi a una vita di carriera, soldi, amori a termine – e alla fine a un triste educato cinismo – stava in quella scelta: riconoscere in Cristo non una vecchia fiaba buonista, ma il Dio vivente. Singole, nascoste rivoluzioni, qui e là, in una generazione in massa di sinistra, laica, “liberata”. Come questo medico che operava i malati inoperabili, che amava la compagnia, e il buon cibo, e il buon whisky, e al cui funerale San Petronio scoppiava di settemila amici. La sfida, compiuta. 48 anni appena, ma quanta vita: abbondante, gratuita, a piene mani.

Cottolengo - Altro che 'mostri deformi' tenuti in vita ad oltranza




Da Avvenire di ieri domenica 24 Maggio 2009.

Ci teniamo che questo articolo venga letto, perché racconta bene cos'è questo allegrissimo miracolo chiamato Cottolengo dal suo geniale, arguto, simpaticissimo fondatore, San Giuseppe Benedetto Cottolengo.

Noi Tipi Loschi ogni anno andiamo a fare una bella visita a questo luogo per uscire ogni volta cambiati. Pier Giorgio aveva tra le sue mete di carità anche questo luogo. Vi è un padiglione intero intitolato a Pier Giorgio, che tanto vi sostò in vita e che continua a guardarlo anche adesso...

Lì ci sono tanti amici per noi, c'è la splendida Angela di cui forse c'è traccia in questo blog e di cui si parla nell'articolo (che bello! Angela è una santa!) ci sono state alcune delle nostre ragazze a fare volontariato.

Un bel posto. Proprio un bel posto, altro che slogan vuoti e tristi, leggende metropolitane e altre sciapate del genere.

Complimenti a Marina Corradi.

DAL NOSTRO INVIATO A TORINO
MARINA CORRADI
Porta Palazzo, Torino sembra una casba, un mercato mediorienta le ondeggiante di chador, vociante di richiami maghrebini. Poi giri a destra, e ti si para davanti il Cottolengo con le sue imponenti interminabili facciate. La strada si fa silenzio sa.
Caritas Christi urget nos, è scolpito sull’ingresso, la carità di Cristo ci sprona. Entri. Sotto ai tigli secolari ti sembra d’essere in una città diversa. 112 mila metri quadri di padiglioni, 3000 pasti al giorno, una mensa per i poveri, una scuola per infermieri, un monastero di clausura, il seminario, l’ospedale, e poi le case per disabili e anziani, in tutto oltre seicento letti. Una città, davvero. Ti inoltri per i viali in un viavai di suore in veste bianca – ce ne sono oltre seicento qui – e di ospiti che camminano adagio, claudicanti, o in carrozzella. La reazione istintiva del visitatore è di inquietudine – quella che provi quando immagini di dover vedere da vicino il dolore. Del resto, un’aura di mistero gravava un tempo su questa Piccola casa della Provvidenza. «Laggiù stanno i mostri», si diceva a Torino. Lo dice ancora del resto, sull’E­spresso, Giorgio Bocca, che ha scritto di «un culto della vita ad ogni costo che lascia perplessi i visitatori della pia istituzione del Cottolengo, dove tengono in vita esseri mostruosi e deformi». E dunque chi entra immagina una immersione nel dolore. Belli i viali alberati, ma, dietro quelle finestre? Don Carmine Arice, responsabile della Pastorale della Casa, è un pugliese arrivato qui da oltre vent’anni. Ci porterà per i reparti, in un labirinto infinito di corridoi e stanze e sotterranei dove, ti fa notare, un uomo in carrozzella può andare ovunque senza incontrare un gradino: e sì che l’anno di fondazione della casa precede di 150 anni le leggi sulle 'barriere architettoniche'. Quel prete, san Giuseppe Cottolengo, ci aveva già pensato.
Passi per l’ospedale con gli ambulatori affollati , riesci di nuovo, verso la chiesa. Qui il via vai delle suore si fa più intenso. Allo scadere dell’ora vanno e vengono le sorelle che si alternano per tutto il giorno nella laus perennis. C’è sempre qualcuno, in questa chiesa, che prega. Sentinelle, che s’alternano alla guardia. Perché pregare, diceva il fondatore, è 'il primo lavoro'. Quando aveva bisogno di nuove strutture, fondava un nuovo monastero di clausura. Quasi che vera­mente fondante fosse il pregare. Singolare logica, pensa fra sé il visitatore del 2009, a tutt’altro sguardo abituato; ma si direbbe, a giudicare dall’allargarsi prodigioso di questa casa dal 1832, che funziona. E siamo arrivati ai Santi Innocenti, il reparto dei 'mostri' nella leggenda popolare. 122 ricoverati, quasi tutti disabili gravi. Morti ormai i macrocefali dalla testa enorme, gli ospiti qui sono quasi tutti handicappati anziani, età media 65 anni (da quando esistono le ecografie, certi figli raramente vengono al mondo. Li individuano, e vengono eliminati).
Ai Santi innocenti i ricoverati sono divisi in dieci 'famiglie', ciascuna con una propria casa. Grandi stanze lumi nose, odore di pulito. Qualche ospite passeggia e risponde al saluto degli infermieri con un gesto di familiare consuetudine. Una, ancora giovane, esile, un moncone al posto di una mano, all’abbraccio di una suora risponde prima con uno scuotersi spastico del busto; poi le si calma fra le braccia. Le ricoverate qui, anche le più vistosamente colpite da una disabilità che ne annebbia lo sguardo o rende incerto il movimento delle mani, lavorano. Il lavorare con un senso, e uno scopo, al Cottolengo è considerato essenziale per l’uomo. Allora al pomeriggio trovi le donne ai tavoli dei laboratori, intente ad assemblare lentamente pezzi di giocattoli. O, le più abili, a lavorare all’uncinetto, le mani che con lucida precisione tramano pizzi elaborati. Una legge da un quaderno spalancato: 'VII93XC2P', e tutta la pagina è un susseguirsi di formule astruse, scritte a mano. È l’ordine dei punti del merletto, spiega la suora; e rimani attonita a contemplare il lavorio di quelle mani. Splendidi, degni di un altare, i pezzi finiti.
Le donne riconoscono don Carmine, gli sorridono. Pare un convivio di vecchie di paese intente ad antichi femminei mestieri. Dov’è, ti domandi, il dolore cocente che paventavi en­trando in queste stanze? Le donne sembrano serene nel loro lavorare, in una dimestichezza affettuosa con le assistenti. Forse che il problema di queste persone, ti domandi, stia più negli occhi di chi li guarda che in loro? Perché noi dobbiamo essere efficienti, autonomi, capaci; e allora ci sembra un povero niente, quel faticoso lavorio di dita per assemblare una scatola di matite. Ma loro, le donne dei Santi Innocenti, ti dicono: «L’ho fatto io», e ne sono contente. Ci han messo un’ora, a ordinare quei pastelli. Ma qui, dice don Carmine, «il tempo è al servizio degli uomini, e non gli uomini al servizio del tempo».
Armadi colmi di giochi ad incastro per bambini. Banchi incrostati di anni di pitture. I quadri dei disabili sembrano opere di impressionisti, sgargianti, tracimanti di colore. Un grande foglio appeso al muro è tutto nero: le ospiti lo hanno dipinto così. per raccontare la morte. Un altro è un’esplosione di luce: quello, spiega la suora, è, secondo loro, il Paradiso.
Vai avanti e parli meno, e resti assorta a guardare. Certo, nelle mani tremanti, negli sguardi persi riconosci come un piegarsi della vita sotto al giogo di un antica condanna. Una ferita oscura, originaria, in queste donne è evidente. «Dove la ferita è più grande, la domanda è più grande. Queste persone sono come un grido, una più forte domanda di Cristo», dice don Carmine, intuendo ciò che ti stai chiedendo. (Forse per questo, per questa domanda evidente portata dalla sofferenza, oggi i figli malformati si sopprimono?) No, non ci sono creature 'metà cavallo e metà uomo' qui al Cottolengo, come fantasticavano una volta nei paesi del Torinese. Ma solo uomini con un 'di meno', che agli occhi dei sani è insopportabile. (E accadeva che li lasciassero qui con l’inganno. Li portavano per una visita e li abbandonavano, perché quella diversità era onta fra i sani).
Eppure Angela, sorda, muta e cieca, si alza di scatto nell’avvertire la voce amica del prete, gli afferra le mani, inizia un intenso discorso di gesti che la suora che le è accanto – grossa, benigna, materna – capisce. Le risponde. Ridono fra di loro. Oltre la maschera che, fuori, noi sani portiamo, qui dentro intravvedi cos’è davvero un uomo. Oltre a ogni apparenza. «Vede – dice don Arice – questo giardino, come è perfettamente curato. Le finestre di fronte sono quelle dei malati di Alzheimer. Ecco, questo giardino lo curiamo così perché ognuno dei malati che lo guarda ha per noi un valore infinito».
È una concezione dell’uomo molto grande, quella che regge questo allargarsi di case e stanze da 170 anni nel cuore di Torino. Quando un canonico quarantenne si trovò di fronte allo scandalo della ingiustizia e del dolore: una donna incinta e malata respinta da due ospedali e lasciata morire in una stalla. Don Giuseppe Cottolengo cambiò vita. Le sue case nacquero una dopo l’altra, senza un progetto, rispondendo al quotidiano bisogno. I soldi, all’occorrenza, arrivavano. Si mostrava evidente, quasi in un’eco di ciò che il Manzoni proprio in quegli anni scriveva, che «la c’è, la Provvidenza». Malati segregati, poveri 'mostri' da imboccare e amare, confluirono nella Casa. Oggi nuovi poveri premono alle porte della cittadella dietro a Porta Palazzo. Vecchi dementi, lasciati soli in case vuote: la nuova emergenza, sono i vecchi. La Piccola Casa resta nel cuore della Torino del Duemila, crocevia di mille etnie, come un segno. Giovanni Paolo II qui disse: «Se non si comincia da questa accettazione dell’altro, comunque egli si presenti, in lui riconoscendo un’immagine vera anche e offuscata di Cristo, non si può dire di amare veramente». Tutto un altro amore. Tutta un’altra logica, da quella di cui scrivono i giornali.

http://www.cottolengo.org

domenica, maggio 24, 2009

Il Papa è andato a Cassino - Alcune righe per capire l'importanza dell'opera di San Benedetto da Norcia

“[San Benedetto] trovò il mondo sociale e materiale in rovina, e la sua missione fu di rimetterlo in sesto, non con metodi scientifici, ma con mezzi naturali, non accanendovisi con la pretesa di farlo entro un tempo determinato o facendo uso di un rimedio straordinario o per mezzo di grandi gesta: ma in modo così calmo, paziente, graduale che ben sovente si ignorò questo lavoro fino al momento in cui lo si trovò finito.
Si trattò di un restauro piuttosto che di un’operazione caritatevole, di una correzione o di una conversione.
Il nuovo edificio, ch’esso aiutò a far nascere, fu più una crescita che una costruzione. Uomini silenziosi si vedevano nella campagna o si scorgevano nella foresta, scavando, sterrando, e costruendo, e altri uomini silenziosi, che non si vedevano, stavano seduti nel freddo del chiostro, affaticando i loro occhi e concentrando la loro mente per copiare e ricopiare penosamente i manoscritti ch’essi avevano salvato.
Nessuno di loro protestava su ciò che faceva; ma poco per volta i boschi paludosi divenivano eremitaggio, casa religiosa, masseria, abbazia, villaggio, seminario, scuola e infine città”.

(John Henry Newman, Historical Studies, II)

sabato, maggio 23, 2009

L'ha detto Pier Giorgio - 22


Un bel giorno quella bici, cui teneva tanto, anche per il fatto che l'aveva acquistata almeno in parte con i soldi del suo salvadanaio, gliela rubarono, benché l'avesse assicurata a una ringhiera con una catena. Pier Giorgio non inveì contro il ladro, non si arrabbiò. Si limitò a dire: "Forse era uno che ne aveva piu bisogno di me". Se ne dovette procurare un'altra, non senza sacrifici, anche se l'espressione sembrerà poco credibile a chi non vuole convincersi che Pier Giorgio viveva "da povero".

Pier Giorgio vivo - 22

Pensando a tutti quei ragazzi che quest'anno hanno gli esami..

"Per ora addio gite in montagna, il mio programma è studiare, ma per fare ciò vedo che ho bisogno di iniezioni di buona volontà che io non possiedo più, perciò mi raccomando agli amici e specialmente alle preghiere".

venerdì, maggio 22, 2009

Iraq - Kirkuk: liberato il giovane insegnante cristiano, con l’aiuto dei musulmani


Iraq, una delle chiese cattoliche di Kirkuk

L’intervento congiunto di esercito e tribali ha portato al rilascio di Namir Nadhim Gourguis, rapito il 14 maggio scorso. Non è stato versato alcun riscatto. Decisiva la mediazione di imam e capi tribù. Mons. Sako: “la gioia regna sulla comunità cristiana di Kirkuk”.


Kirkuk (AsiaNews) – Namir Nadhim Gourguis, insegnante cristiano di 32 anni, è stato liberato. Ieri a Kirkuk, una operazione congiunta dell’esercito e delle forze arabe del risveglio ha portato alla liberazione del giovane, rapito il 14 maggio scorso da un gruppo armato.

Fonti di AsiaNews in Iraq spiegano che “la mediazione con i capi tribù” e “la collaborazione fornita dagli imam locali” si è dimostrata decisiva per ottenere il rilascio. Ai rapitori “non è stato versato alcun riscatto”.

Il rapimento è avvenuto la mattina del 14 maggio: un gruppo armato di quattro persone, ha fatto irruzione nella scuola elementare del villaggio di Ruwaidha – nel sottodistretto di Al Rashad, a circa 30 km da Kirkuk – sequestrando il giovane insegnante. Fonti locali avevano spiegato che egli “appartiene a una famiglia semplice e povera”, che la cifra richiesta dai rapitori era “molto elevata” e i parenti “non erano in grado di pagarla”.

La collaborazione fra la comunità cristiana, il mondo arabo e i capi tribù è stata fondamentale per ottenere la liberazione di Namir, per il cui rilascio si era subito impegnato anche mons. Louis Sako, arcivescovo di Kirkuk. “Oggi è un giorno di festa per la comunità cristiana – racconta mons. Sako ad AsiaNews – Dopo 8 giorni Namir è libero. Ringraziamo Dio: oggi la gioia regna sulla comunità cristiana di Kirkuk”.

giovedì, maggio 21, 2009

Il ritratto di Oscar Wilde - L'ultima fatica di Paolo Gulisano


Dalla brillante penna del nostro amico Paolo Gulisano un nuovo, intrigante e inedito ritratto di Oscar Wilde.
Battezzato in segreto, apologeta di Pio IX, gran lettore di Dante e sant’Agostino, filantropo, pellegrino, amico dei gesuiti: tutto questo era Wilde. Chi l’avrebbe mai detto? Anche il dandy per antonomasia ha insospettabilmente subìto il fascino della religione cristiana (ed è stato recentemente riabilitato dalla Santa Sede).
Tantissimi i retroscena e le curiosità che l’autore ha scovato, rendendo ogni pagina avvincente come la trama di un romanzo e regalando chicche umane e letterarie non indifferenti: il legame con Bram Stoker, l’autore di Dracula; l’amicizia con Arthur Conan Doyle, l’inventore di Sherlock Holmes; l’amore per le fiabe e molto altro ancora.
Paolo Gulisano propone la vita di Oscar Wilde intrecciata alla sua Opera: ne deriva un’esauriente biografia e un valido aiuto alla comprensione della sua Arte.

Un estratto dal libro

“Oscar Wilde fu provocatorio ed eccentrico nelle sue pose, umorista pungente e amabile conversatore, ma anche uomo eccezionalmente buono e caritatevole. Quando vedeva dei mendicanti – e nella Londra vittoriana ce n’erano in numero altissimo – non mancava di dar loro l’elemosina; la sua attenzione al prossimo si manifestò anche in occasione di un’inondazione che aveva colpito particolarmente il borgo londinese di Lambeth: insieme a un amico, Rennell Rodd, si recò sul posto per cercare di aiutare le persone in difficoltà, riuscendo anche a far divertire tantissimo col suo buonumore una vecchia signora costretta a letto.
Il Wilde sfrontato e beffardo era un uomo dalla grande sensibilità verso il dolore, verso chi era sofferente, finché lui stesso non piombò negli abissi cupi del dolore, dell’umiliazione, dell’abbandono. Un abisso dove ritrovò definitivamente Dio”.

“La Chiesa Cattolica è soltanto per i santi e i peccatori. Per le persone rispettabili va benissimo quella anglicana”.

mercoledì, maggio 20, 2009

Medio Oriente - Papa: pace possibile, la fede può aiutare

In Medio Oriente "a molti sembra impossibile uscire dalla spirale della violenza", ma, ammonisce il Papa, "la fede deve poter sprigionare tutta sua carica di rispetto, riconciliazione e collaborazione". Benedetto XVI lo ha detto durante l'udienza generale riassumendo il suo viaggio in Terrasanta, svoltosi dall'8 al 15 maggio. "Fin dall'arrivo in Israele - ha detto - mi sono presentato come pellegrino di fede nella terra dove Gesù è nato e nello stesso tempo come pellegrino di pace per implorare da Dio che nella terra dove lui ha voluto farsi uomo tutti gli uomini possano vivere da uomini, cioè da fratelli".

"In quella terra - ha aggiunto - sembra a molti impossibile uscire alla spirale della violenza, ma nulla è impossibile a Dio e a quanti confidano in lui, per questo la fede deve poter sprigionare tutta la sua carica di rispetto, riconciliazione, collaborazione".

Oggi 20 Maggio 2009 è il 19° anniversario della beatificazione di Pier Giorgio Frassati!


Quella domenica del 1990 in Piazza San Pietro c'erano anche molti di quelli che poi sarebbero diventati i Tipi Loschi, per grazia di Dio.

Lo sentiamo più vivo che mai, e siamo più grati di sempre al Signore di avercelo donato come modo di appartenere a Lui col suo stile.

Ora dovremmo chiedere a Dio la grazia della piena glorificazione di Gesù nella vita di Pier Giorgio, cioè un bel miracolo che permetta al nostro sempre giovane amico (stando con Gesù si è per sempre giovani!) di diventare SANTO!

Diamoci da fare, Tipi Loschi del mondo!

Nel frattempo si avvicina la nostra bella festa annuale in onore di Pier Giorgio! Siamo in pieno al lavoro e presto tireremo fuori il programma!

martedì, maggio 19, 2009

Scuola G. K. Chesterton - Una bella lettera e un concreto aiuto.

"Ordona, 08/05/09

Caro direttore,
mi chiamo Angelo, ho 22 anni e sono uno studente di ingegneria elettrica del Politecnico di Bari (...). La «conosco» per via del «Vivere e non vivacchiare» al quale la mia mamma ha fatto l'abbonamento un po' di anni fa conoscendovi al Meeting di Comunione e Liberazione (...). Da allora rinnoviamo l'abbonamento molto volentieri e lo proponiamo anche ad altri poiché per noi siete un esempio concreto di cristiani all'opera.
Le scrivo perché anche quest'anno, come da un po' di anni a questa parte, quando arriva la Quaresima si discute in casa su quale fiorett(o/i) fare dal punto di vista familiare. Con i miei, abbiamo deciso di guardar meno la televisione la sera e poi di donare un po' del nostro denaro, ognuno secondo le proprie possibilità, tanto al giorno, per tutta la durata della Quaresima. Questo gesto di fedeltà, costanza e obbedienza ha portato alla fine ad un totale di € 60,00.
Ed è qui che è sorta la domanda: «a chi destiniamo questi soldi?". L'anno scorso abbiamo deciso di mandarli agli amici di «Radio Maria», che ci sostengono nella fede e tengono viva la speranza ogni giorno; ed anche quest'anno si delineava la stessa cosa.
Ma pochi giorni prima di Pasqua è arrivata la lettera della Compagnia dei Tipi Loschi dove ci chiedevate di sostenervi per la realizzazione della Scuola Media Libera «Gilbert Keith Chesterton». Allora davanti a questa «coincidenza» abbiamo reputato più opportuna ed urgente la vostra proposta; e proprio domani andrò a devolvere il nostro piccolo contributo.
Ho deciso di scriverle perché reputavo importante farle sapere il perché della nostra scelta e soprattutto il come siamo arrivati a farla. Grazie della vostra presenza.

Angelo"

IL GRAZIE, ENORME, IN REALTA' LO DOBBIAMO DIRE NOI AD ANGELO E ALLA SUA FAMIGLIA, CHE CI INSEGNANO LA FEDE LA SPERANZA E LA CARITA'!

GRAZIE MILLE PER LA VOSTRA FEDELTA' E PER LA VOSTRA AMICIZIA!

lunedì, maggio 18, 2009

Rassegna stampa - 18 Maggio 2009

18 Maggio 2009 - CorrieredellaSera
Aborto
Fischi ad Obama 100 KB

16 Maggio 2009 - Avvenire
Aborto
Per la prima volta i no sono in maggioranza 78 KB

18 Maggio 2009 - ItaliaOggi
Cassazione: il bebè ha diritto di nascere sano 244 KB

17 Maggio 2009 - Avvenire
Eutanasia
ELUANA. La Asl aveva autorizzato il ricovero per curare e recuperare 112 KB

Papa: in Terra Santa, quando le critiche nascono dalla paura

di Franco Pisano / inviato di AsiaNews

Estremisti di tutti i fronti hanno trovato difetti alla visita di Benedetto XVI, il che dimostra che le sue parole di dialogo e tolleranza hanno colpito nel segno. Sull’aereo che lo ha riportato a Roma: per la pace sono più visibili le difficoltà, ma nulla è così visibile come il desiderio di pace.


Roma (AsiaNews) - As Safir, un quotidiano libanese filosiriano – quindi vicino agli estremisti di HezBollah e Hamas – ha scritto che l’autorità morale del Papa “non ha un'influenza né un pubblico nell'Oriente arabo, tali da lasciare tracce capaci di incidere sul cambiamento”; un esponente di Hamas lo ha accusato di non aver detto cose che invece ha detto; un imam di Nazaret, che voleva costruire una moschea addosso alla basilica della Natività, l’ha definito “non gradito”; gli israeliani più vicini all’opposizione e alla destra ultraortodossa lo hanno attaccato, persino “dimenticando” affermazioni fatte lo stesso giorno. E parte della stampa occidentale ha fatto coro.

Se gli estremisti o chi comunque deve criticarlo per principio lo hanno attaccato, vuol dire che Benedetto XVI qualche risultato lo ha ottenuto: non ci si scaglia contro chi è irrilevante.

Il viaggio del Papa, come egli stesso aveva detto, aveva numerosi obiettivi: pastorali verso i cattolici di questa terra, ecumenici verso le altre confessioni cristiane, interreligiosi con ebrei e musulmani, politici per contribuire alla ripresa del processo di pace in Medio Oriente. E, al di là dei giudizi, è un fatto che Benedetto XVI ha affrontato tutte le questioni dicendo tutto quello che sull’argomento voleva dire, gradito o meno che fosse agli interlocutori. Così agli israeliani ha parlato dei diritti dei palestinesi a un loro Stato e alla libertà di spostamento e di religione, ai palestinesi del diritto degli israeliani a vivere sicuri e del rifiuto da opporre al terrorismo.

La pace, innanzi tutto, “Proprio perché non siamo un potere politico – aveva sostenuto all’inizio del viaggio, sull’aereo – possiamo aiutare a capire e vedere i criteri, ciò che serve veramente per la pace”. “Sono più visibili le difficoltà – ha detto Benedetto XVI ai giornalisti durante il volo che lo ha riportato a Roma - e le dobbiamo vedere e chiarire, ma nulla è cosi visibile come il desiderio comune di pace”. Di pace ha parlato con tutti. fin dall’arrivo in Israele, quando ha chiesto una soluzione “giusta e duratura” che permetta “ai due popoli” di “vivere in pace in una patria che sia la loro”, concetto precisato a Betlemme, nei territori dell’Anp, nell’affermazione del diritto dei palestinesi ad una “sovrana patria”, “sicura e in pace con i suoi vicini, entro confini internazionalmente riconosciuti”, accompagnata da un “supplicare” tutti i popoli della regione, in guerra da 60 anni “ad accantonare qualsiasi rancore e contrasto”. Lo ha ribadito alla partenza quando ha sostenuto “il diritto” di Israele ad esistere, a vivere in pace e sicurezza, entro confini internazionalmente riconosciuti”, ma anche del “diritto” dei palestinesi “a una patria sovrana e indipendente, per vivere dignitosamente e muoversi liberamente”.

L’affermazione sul dritto dei palestinesi ad avere un loro Stato indipendente, ha creato nei Paesi arabi un’ondata di simpatia per il Papa. Ma anche questo ha un risvolto politico: Benedetto XVI l’ha detto incontrando Mahmoud Abbas, l’odiato – da Hamas e compagni – presidente dell’Anp. La reazione è stata mandata dal Libano, con un’accusa particolarmente odiosa per i musulmani: “non è andato oltre il proselitismo cattolico su pace, dialogo e riconciliazione”

Il “basta spargimento di sangue, basta conflitti, basta terrorismo, basta guerra” dell’ultimo giorno ha avuto in precedenza affermazioni sulla necessità, ha detto agli israeliani, di “creare un clima di fiducia”, mentre ai palestinesi ha ricordato che “non importa quanto intrattabile e profondamente radicato possa apparire un conflitto, ci sono sempre dei motivi per sperare che esso possa essere risolto, che gli sforzi pazienti e perseveranti di quelli che operano per la pace e la riconciliazione, alla fine portino frutto”. Ai cristiani ha chiesto di saper essere “ponte”.

A più riprese, in questi giorni, Benedetto XVI ha cercato di dare coraggio ai cattolici di questa regione, in forte calo per le difficoltà economiche e più ancora per la pressione sociale di israeliani e musulmani. La messa di Nazaret è stata la più grande riunione di cristiani - forse 40mila - in Terra Santa degli anni recenti, in Giordania ha dato avvio alla creazione di una università cattolica - con quello che un’istituzione del genere significa sul piano della presenza culturale – e benedetto le prime pietre di nuove chiese, ed anche questo ha il suo peso. Ha promesso sostegno ai cristiani della regione, ai quali ha affidato il compito di “offrire il loro contributo, ispirato dall’esempio di Gesù, di riconciliazione e pace con il perdono e la generosità”, ha detto ai 20mila cattolici presenti nello stadio di Amman. E “promuovete il dialogo e la comprensione nella società civile - aggiunge - specialmente quando rivendicate i vostri legittimi diritti”. E a Nazaret, ai vescovi, sacerdoti, religiosi e membri del laicato cattolico ha raccomandato non solo di restare in questa terra, ma anche di svolgervi un ruolo di portatori di pace. “Come Maria – ha detto loro - voi avete un ruolo da giocare nel piano divino della salvezza, portando Cristo nel mondo, rendendo a Lui testimonianza e diffondendo il suo messaggio di pace e di unità”.

L’ecumenismo ha visto manifestazioni di “affetto”, oltre a reciproche riaffermazioni della volontà di far proseguire il dialogo. “Il clima ecumenico – ha detto oggi ai giornalisti - è incoraggiante, è la Terra Santa che incoraggia”.

Sul piano dei rapporti interreligiosi, quelli con i musulmani hanno visto in Giordania atteggiamenti di grande rispetto e simpatia, fino allo stendere una stuoia all’interno della moschea al-Hussein bin-Talal di Amman, per non fargli togliere le scarpe. Gesto fatto anche dal principe Ghazi, consigliere religioso del re e uno dei promotori del documento di sostegno al dialogo, detto dei 138, dal numero dei saggi musulmani che l’hanno firmato. Anche qui, se a Amman ha detto che cristiani e musulmani debbono assumersi “la sfida a coltivare per il bene, nel contesto della fede e della verità, il vasto potenziale della ragione umana”: ciò mostrerà che la religione non “è necessariamente una causa di divisione nel nostro mondo”, non ha taciuto un chiaro riferimento al fondamentalismo, affermando che la fede “viene sfigurata quando viene costretta a servire l’ignoranza e il pregiudizio, il disprezzo, la violenza e l’abuso”. L’episodio dello sheik Taisir Tamini, intervenuto all’incontro interreligioso in corso al Notre Dame of Jerusalem Center, per lanciare una lunga invettiva contro Israele e la richiesta fattagli dal Gran mufti di Gerusalemme, Mohammad Hussein, di “svolgere un ruolo efficace per mettere fine all'aggressione” israeliana contro i palestinesi sono due conferme delle differenze esistenti nell’islam e dell’importanza data al Papa e dei tentativi di “usarlo” da ciò derivanti.

Particolarmente delicato era il rapporto con gli ebrei, avvelenato, a inizio anno dalla vicenda della remissione della scomunica al vescovo lefebvriano negazionista Richard Williamson, anche se poi chiarito. Arrivando in Israele ha parlato della “enormità” del “crimine” della Shoah, ha detto di voler rendere onore alla memoria dei “sei milioni di ebrei vittime” dell’Olocausto, ha definito “totalmente inaccettabile” l’antisemitismo, da combattere “ovunque si trovi”. Quello stesso pomeriggio, allo Yad Vashem, il museo della memoria dell’Olocausto, dove ha affermato che la Shoah non deve essere mai “negata, sminuita, dimenticata”.

Anche in questa occasione, accanto a coloro, compresa l’associazione dei superstiti del’Olocausto, che hanno espresso apprezzamento, c’è stato chi ha criticato la visita allo Yad Vashem, perché non aveva detto che le vittime sono state sei milioni, non ha posto le scuse della Chiesa cattolica per il suo antisemitismo, non ha sottolineato le responsabilità dei tedeschi e del nazismo. In proposito, il presidente Peres, al momento del commiato, ha espresso gratitudine al Papa per le parole sulla Shoah e l’antisemitismo “che hanno toccato le noste menti e i nostri cuori”.

Da parte sua, ancora rientrando a Roma Benedetto XVI ha affermato di aver trovato in “ebrei cristiani e musulmani una decisa volontà di dialogo per la reale collaborazione delle religioni. Non una collaborazionr per motivi politici, ma dettata dalla fede”. Alla fine anche solo questo sarebbe un successo.

sabato, maggio 16, 2009

Pier Giorgio vivo - 21

Non tutti sanno che Pier Giorgio fece parte del terz'ordine domenicano.
Sono i domenicani ad aver promosso e diffuso la recita del Santo Rosario; il buon frà Girolamo teneva come un obbligo tale pratica.


"Non era una recluta dell’ultima ora, trasportata dalla corrente o dominata da subitaneo irriflessivo entusiasmo, è ancora l’ideale di far del bene con un apostolato di carità, di fede e di bontà che attraeva l’anima del Frassati con un’urgenza continua, ed egli ne riconobbe l’incarnazione perfetta nella vita della storia dei santi domenicani."

“Era uno scrupoloso osservante della regola del Terz’Ordine, benché potesse recitare quotidianamente solo la terza parte del rosario alternandolo con la recita dell’uffizio, come usavano praticare i terziari, egli si impegnò a recitare il rosario interamente”

L'ha detto Pier Giorgio - 21


Sono confuso e addolorato e non so nemmeno come scriverti. Ho visto il dolore di mamma e ho pensato al tuo, tanto che non so in qual modo chiederti una parola di perdono. Mi rincresce anche perchèresto indietro e ho vergogna verso i compagni e mia sorella che mi sono passati avanti. Spero che crederai ancora alla sincerità del mio proponimento di studiare quest'anbo e di cercare di rimediare in tutto quello che è possibile.

(Lettere:1913)

giovedì, maggio 14, 2009

Intervista al Custode di Terra Santa, padre Pierbattista Pizzaballa

Da IlSussidiario.net

«Siate un ponte di dialogo e di collaborazione costruttiva», ha detto ieri il Papa ai fedeli durante la Messa celebrata a Betlemme. Un abbraccio, quello che Benedetto XVI ha rivolto ai cristiani; l’abbraccio di chi conosce bene le sofferenze di tutti quelli che sono vittime della guerra, colpiti negli affetti e costretti a lasciare la propria casa. Ieri il papa ha parlato dinanzi al muro, al simbolo della divisione tra Israele e territori palestinesi. I muri non sono per sempre, ha detto, e ha esortato i cristiani a costruire «una cultura di pace che super l’attuale stallo della paura, dell’aggressione e della frustrazione». Il Custode di Terrasanta, padre Pierbattista Pizzaballa, è stato con il Papa in tutti questi giorni. Lo raggiungiamo al telefono, in serata. Dopo tutto quel che si è detto sulla visita, non usa mezzi termini. «Siamo qui - dice - innanzitutto non per la pace, o per la riconciliazione: questo viene dopo. Ma per tenere viva la memoria dell’incarnazione».

Padre Pizzaballa, in questi giorni l’attenzione è stata catalizzata dal tema della riappacificazione tra Chiesa e mondo ebraico. Qual è il tema del pellegrinaggio di Benedetto XVI che le sta più a cuore?

C’è naturalmente quello che hanno sottolineato tutti: il rafforzamento del dialogo con Israele, ma anche con i palestinesi e con l’islam. Ma il cuore del viaggio e quello che il Papa stesso aveva detto: una visita di incoraggiamento alla comunità cristiana, un abbraccio. Ce n’era bisogno. La nostra gente se ne va, i numeri sono ridotti.

Il messaggio di Betlemme - ha detto oggi il Papa - è quello di unità, di redenzione e compimento dell’uomo proprio del Vangelo. Come questo messaggio interpella la sua vocazione di pastore?

Mi sono ritrovato molto nelle parole che ha detto. In genere la stampa cerca subito quelle frasi che hanno un significato politico più diretto; in realtà le si trova in un contesto che è prima di tutto pastorale e spirituale. Mi sono sentito richiamato, come cristiano, come pastore, alla radice del nostro stare qui. Che non è per la pace, o per la riconciliazione: questo viene dopo. Innanzitutto, è per tenere viva la memoria dell’incarnazione, che non è un messaggio, ma un fatto realmente avvenuto.

Ieri, nell’omelia di Betlemme ancora una volta il Papa si è rivolto ai fedeli cristiani esortandoli a non avere paura, e a rimanere. Come questo sfida la sua missione?

Quello è stato un invito molto importante, perché molti vanno via, purtroppo. Rimanere, nonostante le difficoltà, i problemi, le paure, le pressioni, richiede un atto di coraggio. Ci vuole coraggio, serve una visione. Soprattutto una carica di passione, che solo la fede è in grado di dare.

Lei ha detto che “il muro più pericoloso è quello che è stato costruito negli anni da tutti dentro i cuori”. Questo in concreto come sfida la sua fede?

Anche il muro fisico è pericoloso, sia ben chiaro. Comunque è vero: come uomo che vive qui, e come pastore, posso dire che bisogna sì parlare contro quel muro che è stato eretto, ma bisogna anche lavorare per scongiurare il rischio che questa lotta crei rancore, crei odio dentro di noi. Bisogna impegnarsi perché si mantenga sempre una libertà, una serenità interiore. Bisogna lavorare contro il muro, ma non contro gli israeliani o contro i palestinesi.

Quello di Benedetto XVI è un pellegrinaggio. A suo avviso ha anche una dimensione politica?

Questo è inevitabile: tutto in Terra santa diventa politica. Con le conseguenze che spesso, come si cerca di fare con il Papa - ma vale per tutto, qui - tutti i gesti e tutte le espressioni che hanno innanzitutto un significato religioso, spirituale o anche semplicemente umano, acquisiscono un significato politico. Il Papa si è sbilanciato a dir questo, ha taciuto quest’altro… ma molto spesso un significato politico diretto non c’è. C’è invece una visione di fede.

Cosa si attende da questa visita del Papa?

Innanzitutto mi auguro che la comunità cristiana si senta un po’ risollevata. E poi che questa faticosa prova di incontro continui, che questa visita non resti una parentesi, ma che sia l’inizio di qualcosa di nuovo.

Iraq - Kirkuk, banda armata sequestra un insegnante cristiano

Il rapimento è a scopo di estorsione. Per ottenere la sua liberazione è intervenuto mons. Louis Sako, che ha chiesto la collaborazione dei leader musulmani. I banditi hanno avanzato la richiesta di una somma “molto elevata” che la famiglia – povera – non è in grado di pagare.


Kirkuk (AsiaNews) – Questa mattina alle dieci ora locale, un gruppo armato ha fatto irruzione in una scuola elementare a Kirkuk e ha prelevato un giovane insegnante cristiano. Namir Nadhim Gourguis ha 32 anni, non è sposato e “appartiene a una famiglia semplice e povera” come riferiscono fonti di AsiaNews in Iraq.

La banda, composta da quattro persone, è entrata nella scuola elementare nel villaggio di Ruwaidha – nel sottodistretto di Al Rashad, a circa 30 km da Kirkuk – sequestrando il giovane insegnante. I rapitori hanno già fatto pervenire una richiesta di riscatto: “Una cifra molto elevata – sottolinea una fonte locale – che la famiglia non è in grado di pagare”.

Per salvare la vita al giovane è intervenuto anche mons. Louis Sako, arcivescovo caldeo di Kirkuk, che ha contattato gli sceicchi e gli imam della zona per ottenere la liberazione dell’ostaggio. Il prelato auspica che “i tentativi di mediazione possano portare al suo rilascio”.

Nelle ultime settimane la comunità cristiana a Kirkuk è finita di nuovo nel mirino delle bande armate e della criminalità organizzata, che opera sequestri a scopo di estorsione. Nei giorni scorsi un giovane è stato assassinato davanti alla sua abitazione; altre tre persone – due donne e un uomo – sono stati uccisi a colpi di arma da fuoco. I malviventi, inoltre, vedono nei cristiani un facile obiettivo da colpire: essi, infatti, a differenza di arabi e curdi, non sono protetti dalla comunità, dai parenti e dalle forze dell’ordine.

Uniamoci tutti nella Novena a Maria Ausiliatrice per la Scuola Media Libera "G. K. Chesterton"!


Quella che vedete è la statua che Gilbert e Frances Chesterton donarono
alla loro parrocchia di Santa Teresa del Bambin Gesù a Beaconsfield,
il paesino del Buckinghamshire (Inghilterra) dove abitarono per quasi tutta la loro vita insieme


Carissimi amici,


il Mese di Maggio ci vede impegnati nella recita quotidiana del Santo Rosario nelle nostre case, nelle nostre chiese e nei nostri gruppi.
Vogliamo invitarvi ad inserire al termine della recita del Rosario la Novena alla Beata Vergine Maria Ausiliatrice che si festeggia il 24 maggio. Questa festa, così cara al nostro amico San Giovanni Bosco, ci offre l'occasione per implorare con rinnovato ardore la grazia per la definitiva realizzazione dell'opera educativa che la cooperativa Capitani Coraggiosi ha messo in atto: la Scuola Media Libera "Gilbert Keith Chesterton".
Il progetto è assai più ampio e prevede la realizzazione di un complesso polisportivo e scolastico (con scuola media e superiore) e per far questo abbiamo bisogno di trovare il terreno dove realizzarlo e soprattutto di molte risorse economiche e umane.
Noi siamo certi che quello che stiamo facendo è buono e giusto (stiamo rispondendo all'appello del Papa Benedetto XVI, il Vicario di Cristo, il dolce Cristo in Terra come disse Santa Caterina da Siena, per porre rimedio all'emergenza educativa). Però "se il Signore non costruisce la casa, invano faticano i costruttori". E ancora: "Senza di me non potete fare nulla", dice Gesù.

Vi chiediamo di sostenere e collaborare, ognuno come può, a quest'opera per la cara gioventù alla quale san Giovanni Bosco dedicò tutta la sua vita e le sue energie.

Per questo motivo affidiamo a Maria Ausiliatrice questa intenzione particolare e vi inviamo lo schema della Novena in suo onore da recitare al termine del Santo Rosario per nove giorni:

dal 15 maggio al 23 maggio:
- 3 Pater, Ave, Gloria al Santissimo Sacramento con la giaculatoria:
Sia lodato e ringraziato ogni momento il Santissimo e Divinissimo Sacramento
- 3 Salve o Regina con la giaculatoria:
Maria, Aiuto dei Cristiani, prega per noi


Il 24 maggio festa della Beata Vergine Maria Ausiliatrice, sempre al termine del Rosario, si recita la preghiera in suo onore composta da san Giovanni Bosco:

O Maria, Vergine potente,
Tu grande illustre presidio della Chiesa;
Tu aiuto meraviglioso dei Cristiani;
Tu terribile come esercito schierato a battaglia;
Tu sola hai distrutto ogni eresia in tutto il mondo;
Tu nelle angustie, nelle lotte, nelle strettezze
difendici dal nemico e nell'ora della morte
accogli l'anima nostra in Paradiso!
Amen



CONSIGLIO DI SAN GIOVANNI BOSCO

Per essere cari a Maria Ausiliatrice, bisogna accostarsi con frequenza ai Sacramenti, ricevere il più sovente possibile la Santa Comunione, partecipare alla Messa e COMPIERE OPERE DI CARITA' (preferibilmente a favore della gioventù) in onore di Gesù, perché al Signore piace che si pratichi la carità!

mercoledì, maggio 13, 2009

TERRA SANTA/ La “ragione” del Papa, metodo di convivenza e di pace

Intervista de IlSussidiario.net al giornalista di Avvenire Luigi Geninazzi


È stata la preghiera di Benedetto XVI al Muro del Pianto: «pace per la Terrasanta e per l'umanità». E rivolto ai cristiani, nell’omelia durante la Messa nella valle di Giosafat: «Spero che la mia presenza qui - ha detto il Papa - sia un segno che voi non siete dimenticati, che la vostra perseverante presenza e testimonianza sono di fatto preziose agli occhi di Dio e sono una componente del futuro di queste terre». Le parole di Papa Ratzinger nel corso del suo pellegrinaggio, però, suscitano anche critiche, come quelle piovute dalla stampa ebraica per quello che il Papa non avrebbe detto allo Yad Vashem. «Ma Benedetto XVI - spiega Luigi Geninazzi, editorialista di Avvenire - non dimentica la sofferenza del mondo; cerca di guardare più in là, con gli occhi della fede. Proprio per questo i suoi interlocutori fanno fatica a stargli dietro».

Geninazzi, ieri il Papa è stato al Memoriale di Yad Vashem. Ha fatto un discorso accorato, nel quale ha reso omaggio alle vittime dell’Olocausto: «è il grido di Abele - ha detto - che sale dalla terra verso l’Onnipotente». Ma a giudicare dalle reazioni che ci sono state in Israele, non ha del tutto superato “la prova” della Shoah…

Benedetto XVI ha fatto un discorso di grande profondità. Quello di Yad Vashem è stato quasi una lirica poetica. Diverso è il modo il cui quel discorso è stato recepito. Sui giornali israeliani ieri mattina c’è stata una bordata di critiche: perché il Papa ha detto “killed” e non “murdered”, uccisi e non assassinati, perché non ha citato i nazisti come responsabili della Shoah… c’è come la sensazione che non se ne dica mai abbastanza. Anche da parte islamica: sempre ieri, durante la visita sulla Spianata delle Moschee, il Gran Muftì ha chiesto una condanna dell’aggressione israeliana contro il popolo palestinese. Ma il Papa non dimentica queste sofferenze; cerca di guardare più in là. Il suo è uno sguardo di fede, non fa politica.

È stato così anche in Giordania, nel dialogo con il mondo musulmano?

Sì. Anche i temi a sfondo politico oltre che religioso li ha toccati, mi pare, con grande delicatezza e sensibilità. Ha parlato di legame inscindibile tra ebraismo e cristianesimo; ha sottolineato come la violenza sia estranea allo spirito religioso; sul piano politico ha parlato di pace giusta coi palestinesi. Nell’incontro col presidente Shimon Peres ha accennato ai problemi del muro di separazione, dicendo che queste barriere non possono creare la pace. Ha parlato della sicurezza, un concetto molto importante nello stato di Israele, ma rifacendosi al termine biblico betah ha detto che la sicurezza non è soltanto l’assenza di minacce militari, ma uno spirito di confidenza reciproca.

Il Medio oriente, come ha sottolineato Benedetto XVI a Betania domenica scorsa, è profondamente «segnato da questioni irrisolte». Cosa possono fare i cristiani?

Ne ha parlato ieri agli Ordinari cattolici nel Cenacolo di Gerusalemme. Il Papa li ha incoraggiati, «siete un ponte di pace», ha detto, richiamando l’importanza di quello che fanno nelle scuole, dove vanno anche i musulmani: voi insegnate la carità, i diritti della giustizia. I cristiani hanno un grande ruolo, che soffre della loro presenza sempre più ridotta. Sia dal punto di vista numerico che sociale e politico: e questo vale sia per i cristiani arabi israeliani della Galilea, sia per i cristiani palestinesi dentro i territori. Questi ultimi saranno ormai meno di 40 mila e qui la situazione è davvero tragica, perché i giovani se ne vanno.

Oggi Benedetto XVI vedrà il presidente dell’Anp. Che cosa potrà portare questa visita al processo di pace?

Non solo vedrà il presidente, ma andrà nei territori palestinesi. Vedrà le comunità cristiane di Cisgiordania, si incontrerà con i cristiani di Gaza, andrà nel campo profughi, dirà la Messa al mattino davanti alla basilica della Natività; sarà una giornata importante. Anche in questo caso i cristiani hanno grandi attese ma si tratterà di vedere come capiranno il discorso del Papa. Certamente Benedetto XVI non potrà fare una tirata contro l’occupazione israeliana. A lui interessa ribadire il criterio della fede, proporre un atteggiamento di fronte al male della vita. Vedremo se anche in quel caso dominerà l’atteggiamento già visto del “non è mai abbastanza”.

Israele come accoglierà la visita?

Basti ricordare che il centro stampa di Israele oggi chiude i battenti: non farà vedere un’immagine. Il programma dato ai giornalisti dalle autorità israeliane è dettagliatissimo, a cominciare dall’arrivo fino a giovedì a Nazareth. Oggi invece si dice semplicemente che il papa sarà a Betlemme, null’altro.

Qual è, a suo avviso, il senso del ripetuto richiamo al valore della ragione fatto dal Papa?

In senso ampio è un leitmotiv fondamentale del pensiero di Ratzinger, ma in questo contesto il tema della ragione, che potrebbe sembrare apparentemente lontano dalla mentalità islamica ma anche da quella ebraica, getta le basi del dialogo, perché la convivenza pacifica nasce proprio dall’unità tra la fede e la ragione. Parlare ai musulmani della ragione nei termini che ha usato nella moschea di Amman non è ripetere uno slogan, ma difendere un criterio: la ragione porta a dar valore ai comportamenti concreti, come la tutela della vita umana e quindi la condanna della violenza. È un grande esempio del coraggio di questo Papa, che non si adatta alle situazioni cercando magari di “accontentare” l’interlocutore. Proprio per questo i suoi interlocutori fanno fatica a stargli dietro.

sabato, maggio 09, 2009

Pier Giorgio vivo - 20



Era stato abituato a dare importanza a tutto quello che rientra nella linea del dovere.
Come da fanciullo prendeva sul serio lo studio ingrato delle composizioni e del pianoforte e più tardi gli studi universitari e i tanto penosi disegni, così, e tanto più, prese sul serio gli insegnamenti di quella religione che gli era stata presentata quale elemento elevatore, nobilmente degna per ogni riguardo di essere amata.
Le creature sincere e semplici sono tutte così: prendono sul serio la vita e in ogni problema sono coerenti, cioè arrivano all'estreme conseguenze.

L'ha detto Pier Giorgio-20

"...ogni giorno che passa mi innamoro sempre più della montagna; il suo fascino mi attira. Io capisco questo desiderio di sole, di salire su, in alto, di andare a trovare Dio in vetta. Oh, come le opere di Dio sono grandi e meravigliose! Vorrei…passare intere giornate sui monti a contemplare in quell’aria pura la Grandezza del Creatore. …Qui trascorro ore di vera beatitudine contemplando i magnifici ghiacciai.”

venerdì, maggio 08, 2009

Il Papa in Terra Santa - Dossier di AsiaNews


Qui trovate un ampio ed interessante dossier di AsiaNews sul Viaggio di Benedetto XVI in Terra Santa!

Sosteniamo il Papa con la preghiera, offrendo qualcosa di nostro e difendendolo in ogni occasione opportuna ed inopportuna.

lunedì, maggio 04, 2009

Da Tempi - Romano Guardini e la secolarizzazione


Riprendiamo dal settimanale Tempi quest'immagine, bella, con la frase del grande Romano Guardini, perché possiamo ripensarla, soprattutto noi cattolici, spesso illusi dai luccichini del mondo che vorrebbe farci credere tante strane cose...

E' iniziato il Mese di Maggio! I Tipi Loschi dicono tutte le sere il Rosario!

Noi Tipi Loschi nel Mese di Maggio, dedicato dalla Tradizione Cattolica alla Madonna, diciamo tutte le sere il Rosario.

In particolare, nella nostra sede di Grottammare, Casa San Francesco, ogni sera alle ore 21.15 pregheremo dinanzi alla statua della Madonna per le intenzioni che di volta in volta ciascuno può presentare.

Naturalmente garantiamo la preghiera per i nostri benefattori ed amici, per i nostri sostenitori e simpatizzanti, per tutti quelli che contano anche su di noi.

Pier Giorgio lo faceva. Pregava il Rosario tutti i giorni.

Pillola del giorno dopo. Dai medici cattolici no al diktat delle Marche

Da Avvenire.it

Cresce la protesta contro la lettera-direttiva che l’Azienda sanitaria unica delle Marche (Asur) ha diffuso per imporre a tutti i medici l’obbligo di prescrivere la pillola del giorno dopo, quando la donna si trovi in situazioni «di obiettiva gravità e ur­genza ». Alle perplessità dei singoli medici, si aggiungono ora le prese di posizione di associazioni quali Amci (Associazione medici cattolici italiani) e «Medicina e Persona».

La sezione regionale delle Marche dell’Amci ha predisposto una nota, a cura del presidente Sergio Fattorillo (medico legale di Macerata) e di Paolo Marchionni (medico legale di Pesaro, nonché presidente di Scienza&Vita a Pesaro-Urbino), in cui sottolinea l’incompatibilità della richiesta del direttore genera le dell’Asur Roberto Malucelli con la autonomia professionale del medico e con la possibilità di esercitare la clausola di coscienza, visto che il farmaco in que­stione (levonorgestrel), oltre a bloccare l’ovulazione, può anche impedire l’impianto in utero di un ovulo eventualmente fecondato. In più è stata predisposto un modello di lettera da inviare al direttore generale da parte del singolo medico, per comunicare la propria intenzione di avvalersi, se il caso, dell’obiezione di coscienza (secondo la legge 194) o della clausola di coscienza (secondo il Codice deontologico dei medici).

Sul primo punto, scrive l’Amci delle Marche, «come medici, sottolineiamo che la sfera di autonomia pro fessionale non può essere soggetta ad “intromissioni” ed “ingerenze” così pressanti come quelle contenute nella nota del direttore generale», visto che il medico «in ogni circostanza deve operare “secondo scienza e coscienza”». A motivare l’eventuale rifiuto della pre- scrizione, ci sono sia «i rischi per la salute della paziente » che «possono essere molto elevati», sia il fatto che «la somministrazione potrebbe cagionare la morte dell’embrione appena concepito».

Un aspetto che va ricordato, visto che secondo la legge 194, il nostro ordinamento tutela «la vita umana dal suo inizio »: pienamente applicabile quindi la clausola di coscienza prevista dall’articolo 22 del Codice di deon tologia medica. «Del resto – puntualizza la nota del l’Amci Marche – se il “farmaco” in questione può es sere fornito solo dietro presentazione di ricetta me dica, vuol dire che non può essere assunto solo per scelta della donna, ma come conseguenza di un atto medico». Infine, come medici cattolici, «riteniamo che il nostro agire professionale debba contribuire a pro muovere sempre il valore dell’individuo umano, sia esso piccolo e indifeso, come l’embrione appena concepito, sia essa la donna, spesso molto giovane».

L’Amci Marche riafferma la validità degli orientamenti deontologici più accreditati, tutti in favore della li bertà del medico di non prescrivere la pillola del gior no dopo: la nota del Comitato nazionale per la bioe tica del 2004, e quella del 2006 del presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici (Fnomceo) Amedeo Bianco. Anche «Medicina e Persona» contesta la disposizione del di rettore generale dell’Asur Marche, sulla base di alcune precisa zioni. Innanzi tutto, la pillola del giorno dopo «non è un farmaco “curativo”: la gravidanza non è una patologia; non rientra inoltre nella categoria dei farmaci “salvavita”, quindi la sua prescrivibilità è discrezionale da parte del medico, sia esso generalista che specialista ginecologo».

«Il punto cardine della nostra contestazione – sottolinea il comunicato – è la libertà da riconoscere alla persona del medico nell’esercizio della professione». «Il lavoro del medico – ricorda “Medicina e Persona” – non può essere ridotto a quello di mero esecutore del le volontà del paziente, né al ruolo di colui che soddisfa ogni richiesta, sempre e comunque, a prescindere dalla sua coscienza personale e clinica».

Enrico Negrotti

Papa: Pregate per le vocazioni e per il mio viaggio in Terra Santa



Nella Giornata mondiale per le vocazioni, Benedetto chiede di pregare per i chiamati al sacerdozio, ma anche per “sposi santi, capaci di indicare ai figli, soprattutto con l’esempio, gli orizzonti alti a cui tendere con la loro libertà”. Il viaggio in Terra Santa (dall’8 al 15 maggio) per “incoraggiare i cristiani” immersi in “non poche difficoltà” e promuovere la pace e la giustizia “nel rispetto reciproco”. Un saluto e una preghiera ai messicani vittime dell'epidemia di influenza suina.


Città del Vaticano (AsiaNews) – Alla riflessione prima della preghiera pasquale del Regina Caeli, Benedetto XVI ha chiesto preghiere per le vocazioni sacerdotali e anche per il suo imminente viaggio in Terra Santa (Giordania, Israele, Territori palestinesi). Di ritorno - con un breve ritardo - dalla messa celebrata nella basilica di san Pietro, dove egli ha ordinato 19 nuovi sacerdoti per la diocesi di Roma, il pontefice ha detto: “Sia personalmente che in comunità dobbiamo pregare molto per le vocazioni, perché la grandezza e la bellezza dell’amore di Dio attiri tanti a seguire Cristo sulla via del sacerdozio e in quella della vita consacrata”. “Occorre anche pregare – ha aggiunto - perché ci siano altrettanti sposi santi, capaci di indicare ai figli, soprattutto con l’esempio, gli orizzonti alti a cui tendere con la loro libertà”.

L’appello del papa alle vocazioni avviene nella domenica IV di Pasqua, detta “del Buon Pastore” (dal vangelo della domenica), in cui per tradizione il pontefice ordina dei nuovi sacerdoti, mentre si celebra il tutto il mondo la Giornata di preghiera per le vocazioni.

Benedetto XVI ha poi invitato i fedeli a pregare per il suo viaggio in Terra Santa (8-15 maggio), dove egli si reca come “pellegrino”, “sulle orme dei miei venerati predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II”.

“Con la mia visita – ha spiegato il papa - mi propongo di confermare e di incoraggiare i cristiani di Terra Santa, che devono affrontare quotidianamente non poche difficoltà. Quale successore dell’apostolo Pietro, farò loro sentire la vicinanza e il sostegno di tutto il corpo della Chiesa. Inoltre, mi farò pellegrino di pace, nel nome dell’unico Dio che è Padre di tutti. Testimonierò l’impegno della Chiesa Cattolica in favore di quanti si sforzano di praticare il dialogo e la riconciliazione, per giungere ad una pace stabile e duratura nella giustizia e nel rispetto reciproco. Infine, questo viaggio non potrà non avere una notevole importanza ecumenica e inter-religiosa. Gerusalemme è, da questo punto di vista, la città-simbolo per eccellenza: là Cristo è morto per riunire tutti i figli di Dio dispersi (cfr Gv 11,52)”.

Dopo la preghiera mariana, il pontefice ha salutato in diverse lingue i circa 50 mila pellegrini presenti nella piazza san Pietro. In lingua spagnola egli ha assicurato la preghiera a tutti i messicani vittime dell'influenza suina e ha esortato la popolazione a mantenersi fermi nel Signore. A tutti ha augurato un mese di maggio "in spirituale compagnia di Maria Santissima". Il mese di maggio, per tradizione, è dedicato alla devozione alla Madonna.