venerdì, novembre 28, 2008

OPERE LOSCHE - "La carità cambia la vita" - Torna la Colletta Alimentare, giunta alla dodicesima edizione.




Come sempre organizzata dalla Fondazione Banco Alimentare Onlus e CDO Impresa Sociale, con la collaborazione dei Volontari Vincenziani, l'Associazione Nazionale Alpini e tanti tanti volontari e buona gente, l’iniziativa si svolge ogni anno, l’ultimo sabato di novembre.

Pochi giorni fa l’ISTAT ha rilevato il forte aumento della povertà in Italia che ora tocca il 12,8% della popolazione. Così il Banco Alimentare rinnova l’invito, per sabato 29 novembre, ad un gesto di carità e alla condivisione del bisogni.

Sarà infatti possibile consegnare in oltre 7600 supermercati parte della propria spesa da devolvere in beneficenza ai centomila volontari che impegnati in tutta Italia. Tutti gli alimenti raccolti saranno distribuiti a 8500 enti convenzionati con il Banco Alimentare. per lo più mense per i poveri, comunità per minori, banchi di solidarietà o centri d’accoglienza.

Troverete sul sito della Fondazione Banco Alimentare (cliccate qui) l'elenco di tutti i supermercati aderenti.

Comunque, andando in giro, se vedrete delle persone con una pettorina gialla su cui campeggia una formichina affaccendata a portare la spesa (come quella qui sopra!), bene, lì fanno la Colletta Alimentare! Fermatevi e fate qualcosa!

La Compagnia dei Tipi Loschi del beato Pier Giorgio Frassati invita caldamente tutti i suoi aderenti, i tanti amici ed i simpatizzanti a collaborare fattivamente alla Colletta, aiutando, comprando e versando offerte alla Fondazione!

Noi ci saremo!!!

Pier Giorgio l'avrebbe fatto!!!

giovedì, novembre 27, 2008

Notizie su: Eluana Englaro, Scuole paritarie, embrioni e brevetti.

27 Novembre 2008 - Avvenire
Eutanasia
Eluana non riviva l'agonia di Terri 219 KB

27 Novembre 2008 - Foglio
Scuola
Scuole paritarie più sicure di quelle statali 99 KB

27 Novembre 2008 - Avvenire
Parità Scolastica
Nuove promesse sui fondi agli istitui non statali 118 KB

27 Novembre 2008 - Sole24ore
Manipolazioni Genetiche
Suglie embrioni nessun brevetto 99 KB

Un bell'articolo di Ubaldo Casotto su Chesterton

L’epoca più immorale che si sia conosciuta

È il tempo in cui si prende la fissazione per ragione, il narcisismo per amore, il suicidio per martirio. Chesterton e l’Ortodossia

di Ubaldo Casotto (vicedirettore de Il Riformista) - da Tempi del 21 Novembre 2008
Parliamo dell’“atto che vede”, dell’intelligenza, o, come la chiama GKC, della “salute mentale”. È uno degli argomenti più avvincenti di Chesterton, un capitolo di Ortodossia che andrebbe citato per intero, dove si spiega che il pazzo è colui che crede in se stesso («Oggigiorno ognuno crede esattamente in quella parte dell’uomo in cui dovrebbe non credere: se stesso, e dubita esattamente di quella parte di cui non dovrebbe dubitare: la ragione divina»); è il fissato, monomaniaco fino alla monotonia («Il pazzo… è preso dalla nitida e ben illuminata prigione di un’idea: è teso verso un punto solo, fino all’esasperazione»); è logico in modo esasperato perché cerca di ridurre la complessità dell’universo e dell’esistenza a un ordinamento semplificatore che sia alla sua misura («Il logico pre-tende di rinchiudere il cielo nella sua testa», «La coerenza del suo spirito è quello che lo rende stupido e pazzo allo stesso tempo»). Non è il poeta a essere lunatico, come facilmente si è portati a credere, ma il ragionatore: «Il pazzo non è l’uomo che ha perduto la ragione, ma l’uomo che ha perduto tutto fuor che la ragione». Il pazzo è colui che «come il determinista, vede in ogni cosa un eccesso di causa». «Se si potesse parlare di azioni umane senza causa, esse sarebbero semmai certe piccole azioni che un uomo sano compie senza annettervi importanza: fischiettare camminando, colpire l’erba col bastone, darsi pedate sui garretti, o fregarsi le mani. È l’uomo felice che fa cose inutili, l’uomo malato non ha la forza di abbandonarsi all’ozio. Queste azioni fatte negligentemente e senza scopo sono proprio di quelle che il pazzo non potrebbe mai capire». Il pazzo ha sempre coerenza e lucidità, ma è chiuso in un mondo piccolo: «La sua mente si muove in un cerchio perfetto ma ristretto. Un cerchio piccolo è infinito, come un cerchio grande, ma pur essendo ugualmente infinito non è ugualmente grande. Allo stesso modo una spiegazione assurda è completa come una spiegazione giusta, ma non abbraccia un campo altrettanto vasto. Una pallottola è tonda come il mondo, ma non è il mondo». Il primo problema dell’uomo contemporaneo non è che non sa risolvere l’enigma del mondo, è che non vede l’enigma. Lo censura, lo imprigiona dentro le sue idee, le sue fissazioni, le sue voglie confondendole con il desiderio, cerca di chiudere il mondo nella sua testa «e la testa gli scoppia». E gli scoppia, paradossalmente, non perché non regge la novità, non perché vi continui a entrare troppa realtà, troppe cose nuove da fuori, ma perché dal di dentro premono contro le sue pareti idee sempre più assurde.
Basterebbe aprire gli occhi. Tutta la differenza tra il cristianesimo e un generico buddismo, nel quale (in quanto filosofia interiore) Chesterton vede la sintesi dell’atteggiamento mentale dell’uomo contemporaneo ripiegato su di sé, è rivelata dalle rispettive statue: «Il santo buddista tiene sempre gli occhi chiusi e il santo cristiano li tiene ben spalancati… il buddista guarda con particolare attenzione dentro se stesso; il cristiano è rimasto a guardar fuori con intensità tragica».

L’importanza della separazione
Questa alternativa postura degli occhi rende ragione delle diverse avventure della conoscenza e dell’amore (o della libertà, che è la stessa cosa) cui ci si apre o ci si condanna.
Chesterton per spiegarsi ricorre al paradosso: per vivere la grande aspirazione dell’unità in cui consistono la conoscenza e l’amore bisogna accettare la separazione. È il primo caposaldo dell’Ortodossia, la spada che separa. E la prima separazione da riconoscere e accettare è tra il Creatore e la sua creatura. Come la nascita è una separazione, una unità che vive nella nuova forma di due vite che si allontanano, così è la creazione. «Dio è creatore allo stesso modo che è creatore un artista. Un poeta è così separato dal suo poema che ne parla come di una piccola cosa “gettata giù”. Nel darlo alla luce egli se ne è distaccato… tutta la creazione e la procreazione è un distacco… Una donna perde il bambino nel momento in cui lo partorisce. Ogni creazione è separazione. La nascita è un solenne commiato con la morte».
Che la natura non sia Dio ci permette di studiarla e di scoprirne le leggi (bisogna chiedersi perché la scienza sia nata nel mondo giudaico-cristiano e non nell’ambito di filosofie panteistiche), che l’altro non sia me mi permette di amarlo. «Io voglio amare il mio prossimo, non perché egli è me, ma precisamente perché non è me. Voglio adorare il mondo non come uno ama lo specchio perché vi ritrova se stesso, ma come uno ama una donna perché è totalmente diversa da lui. Se le anime sono unite, l’amore è evidentemente impossibile. Si può dire vagamente che un uomo ama se stesso, ma non che un uomo è innamorato di se stesso; se fosse, sarebbe un amore molto monotono». Ditemi se non è la descrizione del narcisismo dell’uomo contemporaneo sul quale pende una terribile pena del contrappasso: la solitudine. Chesterton ne accenna quando parla della Trinità e ne fa una questione di civiltà: «La religione occidentale ha sempre acutamente sentito l’idea che “non è bene che l’uomo sia solo”… è più salutare avere una religione trinitaria che una religione unitaria. Perché per noi trinitari… per noi Dio stesso è una società. È un mistero teologico senza fondo… (ma) questo triplice enigma è confortante come il vino e accogliente come un focolare inglese, questa cosa che turba l’intelligenza calma completamente il cuore; ma dal deserto, dai luoghi dell’aridità e dei terribili soli vengono i crudeli figli del Dio solitario: i veri unitari che con la scimitarra in mano hanno devastato il mondo. Perché non è bene che Dia sia solo». L’uomo è destinato a essere insieme a tutto ciò che c’è non perché è Dio, ma perché è fatto a immagine di Dio, e Dio è una comunione. È nel mistero della Trinità la radice del fatto che l’io non è solo.

Il male assoluto
Permettetemi un inciso che prende spunto dall’accenno alle violenze dell’islamismo radicale per mostrare quanto Chesterton sia attuale, o profetico. È un punto in cui due visioni apparentemente opposte si toccano, il laicismo ateo occidentale e, appunto, l’islamismo radicale: si tratta della questione del suicidio. Sentite cosa scriveva GKC cento anni fa: «Nacque la discussione se l’uccidersi fosse una bella cosa. Certi odierni sapienti ci hanno insegnato che non bisogna dire “pover’uomo” di uno che s’è fatto saltare le cervella, poiché egli era una persona invidiabile, e, se si è colpito al cervello, è perché aveva un cervello eccezionalmente fine… Per me il suicidio (e l’eutanasia come frutto di autodeterminazione ne è la forma più raffinata, ndr) non è soltanto un peccato, è il peccato; è il male supremo e assoluto, il rifiuto di prendere interesse all’esistenza, di prestare il giuramento di fedeltà alla vita. L’uomo che uccide un uomo, uccide un uomo; l’uomo che uccide se stesso, uccide tutti gli uomini: per quanto lo riguarda distrugge il mondo… il ladro i diamanti lo appagano; il suicida no… il ladro rende omaggio alle cose che ruba se non al loro proprietario; il suicida insulta tutte le cose per il fatto stesso di non rubarle. Rifiutando di vivere per amore di un fiore, oltraggia tutti i fiori. Non c’è al mondo la più piccola creatura cui egli non irrida con la sua morte». Io capisco che sia un modo di argomentare duro, ma è l’unico modo di argomentare razionalmente: avere il coraggio del pensiero, distaccarlo dalle emozioni e dal sentimento dopo che questi ci hanno obbligato a interessarci a un fatto, e svolgerlo in tutte le sue conseguenze. Usare il pensiero come una spada appuntita, secondo l’immagine di Chesterton.
Anche sul suicida arriverà la pietà, ma non sul suicidio. Questa è una delle altre grandi separazioni che la spada dell’Ortodossia ha operato generando il paradosso della carità, che consiste nel «perdonare azioni imperdonabili, amare persone non amabili». Ciò che non riesce al razionalista, il quale ritiene che «fin dove l’atto è perdonabile, è perdonabile l’uomo», invece «il cristianesimo è arrivato all’improvviso come una spada, e ha diviso il delitto dal delinquente: il delinquente può essere perdonato fino a settanta volte sette; il delitto non deve essere perdonato affatto».
Incapace di reggere a questa morale «più larga» in cui consiste il «paradosso cristiano dei sentimenti paralleli», l’intellettuale moderno pensa di ridurre la religione a morale, privandola della sua forza di avvenimento e di pensiero: «Una inconsapevole grande chiesa di tutta l’umanità. I credi, si diceva, dividono gli uomini, la morale li unisce» (sembra di sentire Jovanotti). Ma chi sostiene queste tesi sostiene anche che la morale è sempre cambiata e che ciò che era vero in un’età era falso nell’altra. «Se cercavo un altare mi si rispondeva che non ce n’era bisogno, ma se osservavo che sempre gli uomini hanno desiderato un altare, mi dicevano che sempre gli uomini sono stati nelle tenebre della superstizione dei selvaggi».

Quando i vizi diventano valori
Giustamente Ernesto Galli Della Loggia osservava sul Corriere della Sera del 3 novembre scorso che l’unico elemento comune cui giungono tutte le correnti della modernità, laiche o marxiste che siano, è la critica alla religiosità e l’espulsione del cattolicesimo dalla vita pubblica. Ne è testimonianza in negativo il silenzio di fronte alle persecuzioni dei cristiani nel mondo. Costoro, osserva GKC, non si accorgono che la conseguenza dell’espulsione di Dio dalla vita di una società è il disprezzo per l’uomo. Non si rendono conto che gli «uomini che cominciano a combattere la Chiesa per amore della libertà e dell’umanità, finiscono col combattere anche la libertà e l’umanità pur di combattere la Chiesa». Il risultato del moralismo contemporaneo è che invece di cercare di cambiare la nostra vita nei confronti dell’ideale cui tendiamo, troviamo più semplice cambiare di volta in volta l’ideale, «è più facile», con la conseguenza che l’epoca del trionfo dei discorsi sull’etica è l’epoca più profondamente immorale che si sia mai conosciuta, non perché piena di vizi, ma perché ha dato loro la dignità di valori. (Pensate a cosa vuol dire questo nei confronti dell’accoglienza di una persona handicappata: modificare il mondo perché sia adatto ad accoglierla o modificare l’ideale, ritenere cioè la sua vita indegna di essere vissuta ed evitargli l’incombenza di viverla).
Ma torniamo alla questione del suicidio, c’è un ulteriore passaggio che rende attuale questo pensiero, e riguarda quella forma particolare di suicidio che sono i kamikaze, per i quali si usa impropriamente il termine “martire”. Dice GKC: «Ho letto una solenne bestialità di qualche libero pensatore: il quale dice che il suicida è qualche cosa come un martire… Un suicida è evidentemente l’opposto di un martire. Il martire è un uomo che si appassiona a qualche cosa che è fuori di lui fino a dimenticare la sua esistenza personale, il suicida è un uomo che tanto poco si cura di tutto quello che c’è fuori di lui che ha bisogno di vedere la fine di ogni cosa. L’uno ha bisogno che qualche cosa cominci; l’altro che tutto finisca. Il martire confessa un estremo vincolo con la vita… muore perché qualche cosa viva. Il suicida… è puro distruttore: spiritualmente distrugge l’universo». Non sentite qui l’eco delle terribili parole di Osama Bin Laden dopo l’attacco alle Torri gemelle? «Perché sappiano che noi amiamo la morte più di quanto loro amano la vita».

lunedì, novembre 24, 2008

INDIA - Orissa, fondamentalisti indù offrono un premio a chi uccide un cristiano

Premi in denaro, vestiti, liquori e altri beni per chi ammazza un cristiano o ne distrugge le proprietà. Il ministro degli interni chiede la creazione di un reparto speciale della polizia per proteggere le vittime delle violenze. Nel pogrom lanciato dai fondamentalisti vengono reclutate anche le donne, addestrate in luoghi segreti all’uso di spade e bastoni.


Bhubaneshwar (AsiaNews/Agenzie) – I fondamentalisti indù offrono ricompense in denaro, vestiti o generi di prima necessità a quanti riescono a uccidere leader cristiani, distruggere le loro proprietà o incendiare le chiese. L’aggravarsi della situazione ha spinto il governo indiano a creare un reparto speciale delle forze di sicurezza, per fermare l’ondata di violenze che ha investito il Paese. Questa mattina il ministro degli interni Shivraj Patil, nel corso di un summit con i vertici della polizia, ha ricordato le violenze contro i cristiani in Orissa, nel Karnataka e nel Kerala, aggiungendo che solo un reparto di sicurezza speciale può garantire una adeguata protezione alle vittime e agli sfollati.

Una fonte dell’All India Christian Council (Aicc) parla di taglie che variano a seconda dell’importanza dell’obiettivo: il “prezzo corrente” per la morte di un prete o un pastore è di 250 dollari Usa, ma vengono offerti anche cibo, benzina, superalcolici importati dall’estero. Per portare a termine il progetto di estirpare la presenza cristiana in Orissa, i fondamentalisti assoldano anche le donne, le quali ricevono un addestramento specifico nei centri avviati dal Bajrang Dal, l’ala giovanile del partito nazionalista indù Vishwa Hindu Parishad.

“Obiettivi diversi hanno taglie differenti”, riferisce l’Ong britannica Release International riportando le parole del portavoce dell’Aicc e possono variare “dall’omicidio, alla distruzione di chiese o proprietà dei cristiani”. La morte di un pastore o un prete – conferma Faiz Rahman, presidente di Good News India – vale “250 dollari Usa”. Rahman racconta di aver aiutato 25 preti a lasciare i campi profughi, ma vi sono ancora “circa 250 leader religiosi ospitati nei centri predisposti dal governo”. Egli sostiene che “rappresentano obiettivi di primo piano” per i fondamentalisti indù, e per questo bisogna aiutarli a lasciare i campi profughi verso mete più sicure.

Fonti dell’Aicc affermano che oltre alle taglie, il Bajrang Jal ha iniziato dei corsi di addestramento specifici per le donne-soldato da usare nella campagna di sterminio contro i cristiani. “Si incontrano in segreto – riferisce il portavoce del movimento cristiano – e le addestrano all’uso di spade e bastoni per combattere e distruggere”.

Oltre alle persecuzioni, i cristiani rifugiati nei centri di accoglienza devono affrontare i rigori dell’inverno ormai alle porte: “Migliaia di cristiani si trovano ad affrontare l’inverno nei campi profughi – dice Andy Dipper, capo di Release International – abbiamo bisogno urgente di aiuti. Il governo dell’India deve intraprendere iniziative serie per contenere le violenze, che si diffondono in altri stati. È compito delle autorità salvaguardare la vita e le case dei cristiani, sui quali pende la minaccia dei fondamentalisti indù”.

sabato, novembre 22, 2008

Pier Giorgio vivo-13


Mi disse: ''Lei che è autista e che tante volte sta fermo ad aspettare,avvicinando gli altri autisti non potrebbe cercare di fare una piccola colletta tra loro per aiutare i poveri? ''. Rimasi stupito ,ma da allora mi misi sotto a tutta forza, e una delle mie ambizioni più forti fu quella di portargli il più spesso possibile una piccola somma, senza trascurare uno solo dei miei amici. Questo fu da allora il mio impegno quotidiano.
(Da una testimonianza dell’autista privato di una famiglia ,Giovenale Calandri.)


L'ha detto Pier Giorgio -14

Sono alla vigilia di una bella gita in montagna e tu puoi immaginare quale gioia invade il mio animo in questi momenti. Severi mi aveva proposto di partire per la bessanese insieme con denina e compagni; ma bisognava perdere la messa e io dapprima avevo aderito, ma poi al pensiero di venir meno ho un dovere e alla coerenza di ciò che io tante volte avevo sostenuto, contro la tesi pur buona di laura, mi costrinsero a rinunziare.
( lettere torino, 22novembre 1924 )

giovedì, novembre 20, 2008

Molte donne tra i 188 beati giapponesi - Senza di loro la Chiesa giapponese non esisterebbe

GEROLAMO FAZZINI
Che cos’ha da dire alla Chiesa universale la cerimonia di lunedì durante la quale, nello stadio di Na gasaki, verranno proclamati 188 nuovi beati? Quale il significato e l’attua lità di una pagina di storia cristiana di quattro secoli fa?
Non è questo il primo gruppo di martiri giapponesi ad essere proposto al la venerazione dei fedeli. Più volte so no stati elevati agli altari vittime del la persecuzione dei secoli XVI e XVII, il breve 'secolo cristiano' del Giappone, compreso fra l’arrivo del primo missionario, san Francesco Saverio (1549), e il martirio di Pietro Kibe (1639).
Stavolta, però, alcune novità significative rendono particolare l’evento alle porte. «Questa è la prima volta che non solo la cerimonia di beatificazione viene tenuta in Giappone, ma che tutti i martiri beatificati sono giapponesi», ha spiegato monsignor Takeo Okada, arcivescovo di Tokyo. E se nelle cerimonie precedenti l’iniziativa era stata degli ordini religiosi, stavolta il lavoro di preparazione può definirsi Made in Japan.
Qualcuno è arrivato a dire che nelle celebrazioni di lunedì prossimo non manca una punta di nazionalismo, un (peraltro legittimo) orgoglio non privo di sfumature campaniliste. Può essere. E tuttavia un evento quale la beatificazione di un folto gruppo di cristiani autoctoni appare un segno importante nel processo di crescita e consapevolezza di una Chiesa locale. A maggior ragione, questo è vero os servando il profilo dei candidati agli altari: la maggior parte dei martiri so no persone che vivevano vite ordi narie nelle famiglie come samurai, mercanti e artigiani. In altre parole Pietro Kibe e i suoi 187 'compagni' rappresentavano tutti gli strati sociali della società giapponese di quel tem po. Un numero consistente di essi, va poi ricordato, sono donne. E non è un fatto da poco, se anche la Con ferenza episcopale locale afferma: «Ci siamo resi conto che senza le donne la Chiesa giapponese di oggi non e sisterebbe ». Proprio questi 'cristiani ordinari' sono stati i protagonisti silenziosi della grande fioritura di fede verificatasi a cavallo del Seicento: il seme della fede cristiana, infatti, venne accolto da migliaia di persone appartenenti alla classe degli 'heimin', i cittadini comuni, al punto che nel 1619, all’alba della grande persecuzione, in Giappone si contavano ben 300 mila cattolici. Molti di essi avrebbero poi dato testimonianza del la loro fede pagando il prezzo del martirio. Con un coraggio e una se renità d’animo tali da stupire i loro stessi evangelizzatori, i missionari stranieri.
È in quella fede provata nel fuoco, in quella medesima tenacia, di una comunità di credenti risorta dalla pro va del martirio, il segreto della vita lità della Chiesa giapponese. Una Chiesa che nel 1945 – non dimenti chiamolo – fu letteralmente colpita al cuore: a Nagasaki, teatro della cele brazione di domani, la bomba ato mica in pochi secondi annientò i due terzi della fiorentissima comunità cattolica locale. Una Chiesa, quella giapponese, che – pur camminando immersa nella temperie della post modernità – continua a testimoniare il fascino di Cristo agli uomini di ogni cultura.
Ecco, allora, la preziosa lezione che il «piccolo gregge» del Giappone (mezzo milione di cattolici su una popolazione di 126 milioni) porta in dote alla comunità universale dei credenti: non c’è Chiesa, per quanto numericamente esigua, che non possa «dare della sua povertà». E an cora: il seme dei martiri non è sparso invano, presto o tardi genera nuovi cristiani.

Scuola libera - Federico: "In occasione dello sciopero abbiamo discusso e siamo entrati in 13 persone!"

Una interessante testimonianza del nostro Federico, che ci dimostra che ragionando e facendo ragionare si possono superare molti ostacoli ideologici e costruire qualcosa.

“Giovedì 30 Ottobre in molte piazze italiane si è manifestato contro il decreto Gelmini, con uno sciopero generale indetto dai sindacati al quale hanno partecipato molti lavoratori del settore scuola e moltissimi ragazzi. Purtroppo però tra questi ragazzi pochi sapevano il perché di questa grande manifestazione, così il giorno prima dello sciopero (Mercoledì 29 Ottobre), essendo il rappresentante della mia classe, ho deciso di portare il testo del decreto e di discuterne durante l´assemblea. Così Mercoledì 29 nelle ultime due ore abbiamo letto il decreto insieme e ne abbiamo commentato ogni articolo. È venuta fuori una discussione molto interessante paragonando ciò che i giornali e i vari partiti sostenevano e il decreto vero e proprio. Ci abbiamo messo poco a capire che lo sciopero contro il decreto Gelmini non aveva motivazioni valide per noi studenti. Infatti l´unico articolo del decreto che riguarda gli studenti e le loro problematiche è quello riguardante il 5 in condotta che tornerà a dare dignità alle scuole, perché comporterà la bocciatura per chi non avrà un comportamento consono all´ambiente scolastico. Poiché io e i miei compagni ci siamo trovati d´accordo sulla positività di questa innovazione, siamo giunti alla conclusione che lo sciopero, discusso in quei termini non di proposta ma di rigida opposizione, non avrebbe avuto senso. Quando sembrava che ormai la classe fosse unita nel "boicottare" lo sciopero, si è alzato un mio compagno che , sicuro delle sue idee, ha affermato che il decreto non si poteva ridurre a quell´articolo, ma riguardava anche l´università. Così è riuscito ad intrufolarsi nell´aula di informatica ed ha scaricato un altro decreto nel quale si parlava dell´aumento delle tasse nell´Università pubblica, "così da avviarla ad una lenta privatizzazione". Purtroppo però l´articolo in questione non interessava le Scuole Superiori, ma faceva parte della finanziaria. Quindi alla quinta ora di Mercoledì 29 Ottobre, siamo giunti alla conclusione che il decreto Gelmini non era da contestare e che il giorno dopo, sicuri delle nostre idee, saremmo entrati quasi tutti. Il giorno dopo siamo entrati in tredici persone. Degli otto assenti uno era malato, uno aveva l´esame per la patente, quattro ragazzi hanno preferito restare a casa e soltanto due hanno partecipato alla manifestazione. Fatto sta che in quel giorno davanti al cancello del Liceo Scientifico i manifestanti avevano appeso uno striscione che impediva il passaggio (ma soprattutto intimoriva) chi avesse voluto entrare in classe. Con 13 presenti noi della 3°B eravamo la classe più numerosa del Liceo Scientifico di San Benedetto. Anche in città si è manifestato con un corteo di circa 700 persone (così dicono i manifestanti) che dopo essere arrivato in piazza Giorgini (30/35 minuti a piedi) si è sciolto e i ragazzi sono andati ognuno per la propria strada. Sicuramente delle 700 persone pochi conoscevano il motivo dello sciopero, ma hanno scelto la via facile dell´ assenza alle 5 ore di lezione. Concludendo inviterei coloro che leggono questo articolo a domandarsi il significato di certe posizioni che vengono prese a pretesto per gli scioperi a scuola e a farsi una propria idea invece di "fare come le pecore", andando dietro al primo urlatore che strilla più forte e predica la via che sembra più facile e comoda“.

Federico

mercoledì, novembre 19, 2008

Eluana Englaro - Socci: la testimonianza delle suore che la accudiscono vale più di ogni discorso


Intervista ad Antonio Socci su IlSussidiario.net

Non un’occasione di scontro ideologico, ma un fatto che fa emergere, nella sua essenzialità insondabile, tutto il «mistero che noi siamo»: questa, per il giornalista e scrittore Antonio Socci, è la vera portata di tutta la vicenda di Eluana Englaro. Una situazione resa ancor più grande e significativa dalla testimonianza silenziosa di chi da quattordici anni si occupa di una persona che, nonostante tutto, continua a vivere.

Socci, sul caso Eluana si sono fatte tante dispute, anche ideologiche. Ma c’è un fattore, in tutta questa vicenda, che supera le discussioni: la testimonianza delle suore di Lecco che la accudiscono. Che importanza ha secondo lei questo fattore?

Tutto il dibattito è stato in qualche modo falsato dal fatto di non essere stati per lungo tempo a conoscenza di questo aspetto. L’abbiamo scoperto solo qualche mese fa, quando le suore di Lecco con estrema discrezione sono uscite dal silenzio dopo quattordici anni, e, senza pretendere nulla, hanno semplicemente espresso il loro invito: «lasciate Eluana a noi». Inoltre, se ben ricordo, lo stesso padre, Beppino Englaro, chiese quattordici anni fa di poter portare Eluana in questa clinica, perché lì lei era nata; le suore inizialmente furono un po’ interdette dalla richiesta, perché non si occupavano di questo tipo di casi. Preso atto che si trattava fondamentalmente di accudirla e di nutrirla, la presero in casa loro come una loro figlia.

Possiamo dire che, in un momento in cui la Chiesa viene spessa dipinta come una realtà che giudica dall’alto, queste suore ci dimostrano che la situazione è un po’ diversa?

Certo: quando si parla del peso e dell’insostenibilità di situazioni di questo genere bisogna ricordarsi che la Chiesa non si limita a indicare ciò che è bene e ciò che è male, ma quella stessa Chiesa, a immagine di Cristo, prende su di sé il peso e il dolore di queste situazioni. Qui abbiamo una famiglia che vive tutto il suo dramma e il suo dolore, ma che al tempo stesso non è sola in questa tragedia. Mi pare che sia una cosa eccezionale: al di là delle dispute filosofiche o accademiche, il vero miracolo, la cosa veramente grandiosa con cui tutti dovremmo fare i conti è che nel mondo c’è una presenza misericordiosa, fatta di persone in carne ed ossa, che con umiltà e semplicità, nel silenzio, senza che nessuno le gratifichi, si fanno carico dei nostri figli amandoli come padri e come madri. E questa presenza è la Chiesa. Nello sguardo di quelle persone c’è lo sguardo con cui Gesù guarda gli uomini, guarda noi, attribuendo a noi un valore assoluto, infinito, a prescindere dalle condizioni in cui siamo e dalle nostre capacità. Questo è il grande miracolo presente in tutta questa vicenda.

Qual è per lei la positività di un’esistenza come quella di Eluana?

C’è innanzitutto una questione oggettiva: quel bene che è la vita di Eluana è identico al bene della vita di ciascuno di noi. C’è un’oggettività posta dal fatto stesso che una persona esiste. Poi per natura, come esseri umani, tendiamo a vivere come un grande sacrificio le contraddizioni in cui viviamo, le sofferenze e le prove della vita: questo è parte della nostra fatica di vivere. La possibilità di intravedere e sperimentare la positività del sacrificio avviene in natura attraverso l’esperienza dell’amore, per cui una madre o un padre, anche solo avendo dei figli, accettano la fatica di alzarsi di notte e di fare cose che prima non immaginerebbero; ma più globalmente è l’Amore, quello con la “a” maiuscola, cioè la presenza di Cristo e della Chiesa, che per grazia dà uno sguardo e un cuore che permettono di vivere come vivono i santi, per i quali anche la contraddizione massima, come il martirio o la malattia, possono essere un dono. Qua però si entra in una dimensione vertiginosa, che ha a che fare con la grazia. La stessa grazia che trasforma l’acqua in vino.

Quindi, anche di fronte alla condizione di Beppino Englaro, possiamo dire che risulta in un certo modo comprensibile il fatto di essere sopraffatti da una tale situazione di dolore?

Io capisco benissimo la sofferenza delle persone che si trovano in questa prova. Se penso a me stesso, mi sento assolutamente inerme, e sarei debolissimo di fronte alla prova di sofferenze di questo genere. Umanamente è comprensibilissimo lo smarrimento, l’angoscia, il dolore, il senso di schiacciamento che si prova. E questa è la nostra comune esperienza umana di fronte al dolore, soprattutto quando si tratta di un figlio. Siamo annichiliti. Ma in tutto questo bisogna ritornare al punto iniziale: pensare al volto di quelle suore, le tenebre nostre sono rischiarate da un lampo che fa impressione e che commuove. Il fatto che esista un amore gratuito che trasforma il dolore in una tale grandezza umana fa quanto meno desiderare che questa cosa prenda anche noi.

Qual è l’interrogativo ultimo che pone a tutti noi una situazione come quella di Eluana?

Dal punto di vista del fatto in sé la vicenda di Eluana ci interroga sul mistero che noi siamo, soprattutto in merito al fatto che la medicina tuttora non sia capace di decifrare questa strana condizione in cui l’uomo può cadere. Proprio in questi giorni, tra l’altro, si è parlato dell’impossibilità di stabilire il fatto che una certa condizione, come il coma o lo stato vegetativo, sia permanente e irreversibile. Questo ci deve far riflettere seriamente sul mistero che siamo, sul fatto che veramente noi non siamo riconducibili alle nostre cellule cerebrali e alla nostra condizione biologica: c’è un livello della coscienza che sfugge alla dimensione chimica e biologica del nostro corpo.

Un’ultima domanda: qual è la mancanza, il difetto di una società che non accetta un’esistenza come quella di Eluana?

Il fatto che è una società pagana. Il documento diffuso da Comunione e Liberazione sul caso di Eluana dice proprio: «che società è quella che chiama la vita “un inferno” e la morte “una liberazione”?». È la società pagana, la società che non ha conosciuto Cristo. E anche una società in cui non è abituale fare i conti con la condizione umana vera. Dopo la strage di Nassirya don Giussani disse che «ci vorrebbe un’educazione del popolo». Quello che è auspicabile è proprio il fatto di poter godere di un’educazione capace di farci capire che cosa vale e che cosa no, per cosa vale la pena vivere e cosa ha veramente valore. Questo è il punto di positività da cui ripartire.

martedì, novembre 18, 2008

Eluana Englaro - Le idee di Alessandro Bergonzoni e Mario Mauro.



Qui sotto trovate i due articoli di cui al titolo, tratti da IlSussidiario.net, sulla vicenda di Eluana Englaro.

Alessandro Bergonzoni: vi spiego il mio no al dogmatismo della scienza e del diritto


Mario Mauro: L’ultima speranza è caduta di fronte a una sentenza assurda.

Eluana Englaro - Presentato il ricorso alla Corte Europea di Strasburgo contro la sentenza della Corte di Cassazione.

E' stato inviato alla Corte europea, con richiesta di applicare la procedura d'urgenza, il ricorso contro la sentenza della Cassazione sul caso di Eluana Englaro promosso da 34 associazioni italiane.
«Abbiamo inviato i ricorso via fax, via e-mail e via posta, come prevede il regolamento», fa sapere Alfredo Granata, il legale che assieme alla collega Rosaria Elefante sta seguendo la vicenda. «Abbiamo invocato - aggiunge - la regola 39 che prevede l'applicazione dell'estrema urgenza», «congelando ogni azione allo stato attuale fino a quando la Corte non deciderà». L'obiettivo è di ottenere un pronunciamento il più rapido possibile da parte di Strasburgo e «una sospensiva o un annullamento» della sentenza della Suprema Corte.

Eluana Englaro - Moratoria sulla sentenza di morte - La chiede Paolo Gulisano, presidente del CAV di Lecco.

di Antonio Gaspari

ROMA, lunedì, 17 novembre 2008 (ZENIT.org).- I Centri di Aiuto alla Vita (CAV) non si occupano solo di portare aiuti e sostegni alle mamme in difficoltà, compiono anche un’azione educativa e culturale.
Molto attivo in questo campo il CAV di Lecco, il cui Presidente Paolo Gulisano, medico epidemiologo e noto saggista, in merito al caso di Eluana Englaro ha rilasciato alcune dichiarazioni che hanno suscitato scalpore.
Il Presidente del CAV di Lecco ha fatto richiesta che fossero diffuse le immagini di Eluana. ZENIT lo ha intervistato.
Perché questa richiesta?
Gulisano: Perché in questi anni di Eluana sono state mostrate in pubblico, sui media, solo le foto della sua adolescenza, quasi a voler dare l’idea che quella, e solo quella, era Eluana. Mostrare questa donna oggi, per come è, nelle condizioni di inferma amorevolmente assistita, potrebbe servire a comprendere meglio questo caso, a far vedere che si tratta di una persona viva, e non di una sorta di vegetale la cui esistenza considerata inutile deve avere termine.
E’ impressionante l’uso strategico delle immagini nei casi eticamente sensibili: pensate al caso-Welby: non passava giorno che fossero mostrate le sue immagini a letto, con inquadrature che insistevano sulle macchine, sui cavi, per indurre negli spettatori la convinzione di un’artificiosità di tale tipo di vita.
Per Eluana invece il contrario: nessuna immagine, anche perché la donna non è attaccata a nessuna macchina, non ha alcun supporto: è un’invalida in carrozzina, come migliaia di persone ammalate, diversamente abili, o anziani. Vedere Eluana toccherebbe il cuore a molte persone e potrebbe suscitare un movimento di solidarietà ancora più vasto di quello esistente.
I legali del padre hanno parlato di inaccettabile violazione della privacy.
Gulisano: Siamo di fronte ad una situazione eccezionale, inaudita, per cui è stata data l’autorizzazione a far morire una persona, e si parla di privacy? Si pretende che Eluana scompaia alla vista, sia rimossa, e - fatto ancor più grave - si vorrebbe che la questione della morte procurata di una persona sia un fatto strettamente privato, non di interesse pubblico, riguardante solo le persone coinvolte. E’ questo un aspetto aberrante.
La sentenza dei giudici ha inteso “far rispettare” una sorta di contratto privato tra Eluana e suo padre. “Con Eluana io avevo fatto un patto e l’ho rispettato. Ho rispettato e onorato la parola che avevo dato a mia figlia”. Così ha sottolineato più volte il signor Englaro.
Un incredibile patto di morte, senza testimoni, senza firme, un patto di “sangue e onore”, a cui si è voluto attribuire una sorta di volontà testamentaria. Sembra tutto assurdo, eppure è proprio a causa di questo patto segreto che Eluana sta per essere terminata, sta per andare incontro - se non interverranno fatti nuovi o addirittura miracolosi -, alla morte per fame e sete.
Come Presidente del CAV di Lecco lei si è occupato da tempo della vicenda?
Gulisano: Sì, anche perché al di là del caso specifico, fu subito chiaro che questo dramma umano personale rischiava di aprire le porte all’introduzione dell’eutanasia. Anni fa lanciai pubblicamente un appello al signor Englaro perché desistesse dalla sua battaglia. Gli dissi che comprendevamo la sua tragedia, il dolore quasi rabbioso di chi aveva posto tante aspettative in quella figlia unica e aveva visto sfumare quei sogni, e avrebbe dovuto accettare una figlia diversa da quella si era immaginata. Gli chiesi un atto nobile, eroico, un sacrificio - quello di accettare Eluana così com’era diventata -, affinché il suo caso personale non venisse utilizzato per introdurre in Italia l’eutanasia, mettendo così a rischio la vita di tante persone, delle tante Eluane, ma anche di anziani, disabili, persone deboli che potrebbero essere eliminate. Purtroppo non venni ascoltato e l’iter giuridico è proseguito.
Come medico cosa pensa della vicenda?
Gulisano: Siamo di fronte ad una situazione in cui si vuol far passare per morte “naturale” la morte per sete e per mancanza di nutrimento, che tutto è fuorché “naturale”. Togliere la vita ad una persona, solo perché malata o disabile o incosciente, é una pratica inaccettabile in ogni paese che voglia continuare a rientrare nel novero di quelli civili.
Occorre che la classe medica prenda una posizione non pilatesca, rigettando qualsiasi pratica eutanasica esplicita o camuffata. L’auspicio è che né nel caso di Eluana né in altre situazioni venga meno la sensibilità deontologica che impegna il personale sanitario ad agire in scienza e coscienza per il bene delle persone, dei diritti inviolabili dei malati.
Cosa intende fare ora il CAV da lei presieduto?
Gulisano: Vogliamo agire su più livelli: innanzitutto facendo crescere la solidarietà intorno ad Eluana in un crescendo di attenzioni. “Chi la considera morta, lasci che Eluana rimanga con noi che la sentiamo viva”: hanno detto le suore della clinica della nostra città. Loro continuano a servire la vita di Eluana Englaro, come di tutti i pazienti, e hanno affermato la disponibilità a continuare a farlo. Vorremmo quindi aiutarle ad “adottare” Eluana, per garantirle di continuare a vivere.
La solidarietà verso Eluana è indispensabile anche per un altro motivo: nonostante tutto quello che è stato detto e scritto, la sentenza della Cassazione in realtà non è propriamente una condanna a morte. E’ una “licenza di uccidere” che delega ad un privato cittadino la possibilità di eseguirla. Nessuno è obbligato a farlo, né medico, né infermiere, né lo stesso Englaro padre. La sentenza non obbliga a togliere o a far togliere il sondino: dà facoltà di farlo impunemente, cioè senza risponderne penalmente.
Occorre allora invitare ad una massiccia disobbedienza civile di fronte a questa sentenza, rigettando sul piano morale e civile questa espressione del potere giudiziario che ha voluto acconsentire ad una richiesta di soppressione di un essere umano, ultima espressione dell’ideologia del potere dell’uomo sull’uomo, del forte sul debole. Il Diritto di morire non è contemplato nella Costituzione. Chiediamo quindi la moratoria a tempo indeterminato della sentenza: nessuno la applichi, nemmeno - e di questo li supplichiamo - i genitori di Eluana.


domenica, novembre 16, 2008

Pier Giorgio Vivo - 12


Succedeva pure che, dopo un adunanza del circolo o del partito, si trovasse in tasca solo i soldi del tram, e, mentre si avvicinava verso la fermata per prenderlo, trovasse un povero che stendeva la mano. Dava subito a lui quel che aveva in tasca e rientrava a casa a piedi. Così era fatto Pier Giorgio.
(Dalla testimonianza di un caro amico di Pier Giorgio)

sabato, novembre 15, 2008

L'ha detto Pier giorgio Frassati-13

La mia malattia è tale per cui nessun intervento umano può farla cessare. L'intervento umano potrà darmi rimedi che possono attutire la crisi ma non estirpare la causa del male; solo la fede può essere la mia speranza e il mio conforto nella vita futura, perciò ti prego di pregare molto per me, affinchè ogni giorno rinsaldi la fede e così possa avere la forza di sopportare le difficoltà che in questi ultimi anni della mia gioventù si pongono dinanzi per impedirmi il cammino.

venerdì, novembre 14, 2008

La morte di mons. Sandro Maggiolini - Mons. Luigi Negri: da oggi la Chiesa sarà più povera e meno coraggiosa.


Da IlSussidiario.net la testimonianza di mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, sulla morte di mons. Sandro Maggiolini, Arcivescovo emerito di Como, lucidissimo e sapidissimo pastore, coestensore del Catechismo della Chiesa Cattolica, un vero e proprio Uomo Vivo.
Mons. Sandro Maggiolini era malato da tempo di Parkinson e tumore. Ha vissuto la malattia da vero cristiano.

Rilascio la mia testimonianza in memoria di Sua Eccellenza Monsignor Maggiolini. “Don Sandro”, come lo chiamavo da quando l'ho conosciuto tanti anni fa, appena uscito dal seminario, era un grande uomo di Chiesa. È stato un grande uomo di Chiesa perché era un grande uomo in sé e di enorme cultura. Egli ha ininterrottamente tenuta aperta nel suo cuore la domanda di senso, di bellezza, di giustizia e di bene. E per questo motivo era scattata, anni e anni prima, ancora in seminario, la sintonia profonda con Monsignor Giussani. Mai in lui la visione della fede è diventata un'ideologia, ma sempre la coscienza di una risposta viva e concreta del mistero di Cristo alla domanda di felicità umana. Per questo la sua era una cultura forte, forte come la vita, e per questo dapprima fu un grande insegnante di Introduzione alla Teologia presso l'Università Cattolica di Milano. Decine e decine di persone sue alunne se lo ricordano ancora come un enorme maestro. Poi fu un geniale direttore di una delle più belle riviste ecclesiali ed ecclesiastiche, La rivista del clero italiano, fondata da padre Agostino Gemelli e Monsignor Francesco Olgiati, negli anni eroici della cristianità italiana. In seguito si rivelò un vescovo concretissimo, prudente e saggio, della piccola diocesi di Carpi per poi finalmente approdare alla grande chiesa di Como. Fu un pastore intelligente, prudente, appassionato innovatore, ma soprattutto grande difensore dell'ortodossia. Monsignor Alessandro Maggiolini ha difeso la verità della fede. Diciamocelo chiaramente: l'ha difesa anche all'interno della stessa Chiesa. È stato anche un perfetto interlocutore del mondo laico. Fu un eccezionale interlocutore perché cosciente della propria identità e quindi assolutamente non disponibile a nessun compromesso. Fu capace perciò di un dialogo vero, di un'interlocuzione reale e positiva. Era un oratore che meritava il rispetto sempre anche dell'avversario a condizione, certo, che quest'ultimo fosse intelligente. E poi è passato alla storia della Chiesa, e ormai ne rimarrà legato per sempre, come uno dei cinque estensori del testo del Catechismo della Chiesta Cattolica. Dispiace solo una cosa, un rammarico che ho sempre espresso anche a lui: che gli altri estensori del Catechismo erano poi stati nominati cardinali, lui no. In altri tempi, meno tristi ecclesialmente e socialmente, un uomo come Monsignor Maggiolini sarebbe stato definito un “Confessore della Fede”. E io amo pensarlo così, come un Confessore della Fede. È morto all'avvicinarsi del giorno che la Chiesa ha dedicato alla memoria del grande vescovo e confessore della fede, San Josafat (al secolo Giovanni Kuncewycz), perseguitato a causa della sua fede cattolica nelle lontane regioni della Lituania e della Bielorussia. Come ho detto nel necrologio che ho preparato per il quotidiano Avvenire «la Chiesa in Italia oggi è più povera e anche, certamente, meno coraggiosa».

La morte di mons. Sandro Maggiolini - Mons. Luigi Negri: da oggi la Chiesa sarà più povera e meno coraggiosa.


Da IlSussidiario.net la testimonianza di mons. Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, sulla morte di mons. Sandro Maggiolini, Arcivescovo emerito di Como, lucidissimo e sapidissimo pastore, coestensore del Catechismo della Chiesa Cattolica, un vero e proprio Uomo Vivo.
Mons. Sandro Maggiolini era malato da tempo di Parkinson e tumore. Ha vissuto la malattia da vero cristiano.

Rilascio la mia testimonianza in memoria di Sua Eccellenza Monsignor Maggiolini. “Don Sandro”, come lo chiamavo da quando l'ho conosciuto tanti anni fa, appena uscito dal seminario, era un grande uomo di Chiesa. È stato un grande uomo di Chiesa perché era un grande uomo in sé e di enorme cultura. Egli ha ininterrottamente tenuta aperta nel suo cuore la domanda di senso, di bellezza, di giustizia e di bene. E per questo motivo era scattata, anni e anni prima, ancora in seminario, la sintonia profonda con Monsignor Giussani. Mai in lui la visione della fede è diventata un'ideologia, ma sempre la coscienza di una risposta viva e concreta del mistero di Cristo alla domanda di felicità umana. Per questo la sua era una cultura forte, forte come la vita, e per questo dapprima fu un grande insegnante di Introduzione alla Teologia presso l'Università Cattolica di Milano. Decine e decine di persone sue alunne se lo ricordano ancora come un enorme maestro. Poi fu un geniale direttore di una delle più belle riviste ecclesiali ed ecclesiastiche, La rivista del clero italiano, fondata da padre Agostino Gemelli e Monsignor Francesco Olgiati, negli anni eroici della cristianità italiana. In seguito si rivelò un vescovo concretissimo, prudente e saggio, della piccola diocesi di Carpi per poi finalmente approdare alla grande chiesa di Como. Fu un pastore intelligente, prudente, appassionato innovatore, ma soprattutto grande difensore dell'ortodossia. Monsignor Alessandro Maggiolini ha difeso la verità della fede. Diciamocelo chiaramente: l'ha difesa anche all'interno della stessa Chiesa. È stato anche un perfetto interlocutore del mondo laico. Fu un eccezionale interlocutore perché cosciente della propria identità e quindi assolutamente non disponibile a nessun compromesso. Fu capace perciò di un dialogo vero, di un'interlocuzione reale e positiva. Era un oratore che meritava il rispetto sempre anche dell'avversario a condizione, certo, che quest'ultimo fosse intelligente. E poi è passato alla storia della Chiesa, e ormai ne rimarrà legato per sempre, come uno dei cinque estensori del testo del Catechismo della Chiesta Cattolica. Dispiace solo una cosa, un rammarico che ho sempre espresso anche a lui: che gli altri estensori del Catechismo erano poi stati nominati cardinali, lui no. In altri tempi, meno tristi ecclesialmente e socialmente, un uomo come Monsignor Maggiolini sarebbe stato definito un “Confessore della Fede”. E io amo pensarlo così, come un Confessore della Fede. È morto all'avvicinarsi del giorno che la Chiesa ha dedicato alla memoria del grande vescovo e confessore della fede, San Josafat (al secolo Giovanni Kuncewycz), perseguitato a causa della sua fede cattolica nelle lontane regioni della Lituania e della Bielorussia. Come ho detto nel necrologio che ho preparato per il quotidiano Avvenire «la Chiesa in Italia oggi è più povera e anche, certamente, meno coraggiosa».

Eluana Englaro - Melazzini: anch'io mangio grazie a un sondino, e dico che questa sentenza è un omicidio.


L'intervista al dott. Mario Melazzini (nella foto) da IlSussidiario.net

«Ricorso inammissibile»: due parole tremende, per dire che tornare indietro non si può. La sentenza che condanna a morte Eluana Englaro non può essere cancellata, e il suo tragico effetto non può essere bloccato. Questo ha deciso ieri sera la Corte di Cassazione, respingendo il ricorso della procura di Milano.
Potrebbe essere l’ultimo atto, epilogo di una lunga vicenda in cui nessuno esce vincitore, e solo una persona, di certo, esce sconfitta: Eluana stessa. Di questa sconfitta è convinto Mario Melazzini, presidente della Associazione Italiana Sclerosi Laterale Amiotrofica (AISLA), e malato di Sla dal 2002. Una sconfitta che suona particolarmente tragica per chi, come lui, condivide con Eluana l’aspetto centrale di tutta questa vicenda: il fatto di mangiare e bere grazie all’aiuto di un sondino.

Dottor Melazzini, che cos’ha provato sentendo questa ultima sentenza?

Enorme tristezza. Anche se da qualcuno potrà essere vissuta come una vittoria, io dico che in queste situazioni non ci possono essere né vinti né vincitori, ma solo sconfitti. E una cosa esce sconfitta in particolare: la vita. Sentendo dichiarazioni di vittoria fatte anche da persone non direttamente coinvolte, mi vien da dire che forse dobbiamo interrogarci, come società che si dice civile, su quale sia il valore che diamo alla vita. È o no un valore assoluto? Alcuni dicono che è stata fatta la volontà di Eluana: ma come si fa a desumere la volontà, come accade nella sentenza, in base solo ed esclusivamente a modelli di vita? A me come cittadino, come persona e anche come malato questa cosa fa molto, molto male: la vita vista come accettabile solo se adeguata a certi modelli.

Cosa si sentirebbe di dire alla famiglia di Eluana?

Io mi sento vicino a quella povera famiglia, indipendentemente da tutto. Non so cosa faranno ora, e se effettivamente metteranno in pratica l’ultimo atto, che non sarà un accompagnamento ma un vero e proprio omicidio. Questo mi sembra doveroso dirlo, come uomo ma anche e soprattutto come medico: l’alimentazione e l’idratazione non sono strumenti terapeutici, e come tali non sono mai identificabili come atto di accanimento terapeutico. Eluana non è una persona malata: Eluana è solo disabile.

Ciò che ieri ha stupito è l’aridità di una sentenza che giudica tecnicamente inammissibile un ricorso: un semplice meccanismo giuridico, che decide della vita di una persona.

Questa è la cosa che io trovo veramente assurda, e cioè che riguardo a un valore e un bene inalienabile e indisponibile si possa decidere sul da farsi solo ed esclusivamente in base a uno strumento giuridico. Questo sia detto con tutto il rispetto per il lavoro della magistratura. Ma il fatto che i magistrati giudichino inammissibile il ricorso solo dal punto di vista procedurale, e non per i contenuti, forse dovrebbe far concludere che non abbiano preso bene in visione quello che dice l’articolo 2 della Costituzione. Si cita sempre e solo l’articolo 32, e non si ricorda mai che all’articolo 2 si parla di «diritti inalienabili» da riconoscere e garantire. Comunque, fa male e dà molto da pensare il fatto che in un’aula fredda di tribunale vengano decisi alcuni valori che sono indiscutibili.

Cosa accadrà ora? Molti pensano che sia un semplice automatismo: si stacca una spina e tutto finisce. Ma cosa accadrà realmente ad Eluana, se si dovesse dare esecuzione alla sentenza?

L’idea che il tutto possa risolversi con una sorta di automatismo è figlia di una concezione, gravissima, secondo cui in realtà Eluana non è più una persona viva. Basta staccare una spina, il sondino, e punto e a capo. Non sarà così: morirà di fame e di sete, cioè con una delle morti più atroci che ci possono essere. Questo è doloroso ma deve essere detto, visto che molti pensano e affermano che quella di Eluana non è vita. Io posso affermare, come medico, che sarà una morte atroce, e dovrà essere “controllata”, come accaduto nel caso di Terry Schiavo. Alcuni fautori di questa sentenza e presunti uomini di scienza sostengono che il danno subito da Eluana a livello corticale, cioè della corteccia cerebrale, coinvolgerebbe anche le strutture deputate al controllo della sete e di alcune sensazioni, come il dolore. Ma se fosse così non ci sarebbe ragione di trattare con analgesici maggiori le ultime ore della vita, come accaduto con la povera Terry Schiavo. A Terry furono date forti dosi di morfina. È come mettersi a posto la coscienza, nel caso in cui quella teoria fosse erronea. Significa che presumiamo che lei proverà grande dolore.

La sua malattia costringe anche lei, come Eluana, alla nutrizione attraverso il sondino: che effetto le fa sentire che questa condizione possa essere considerata in contrasto con la dignità della vita?

Mi sento profondamente offeso come malato, e non solo per me, ma anche per i tanti malati che si trovano in condizioni simili a quelle di Eluana, con alimentazione e idratazione artificiale. Tutte queste persone hanno la loro vita; e la vita ha un valore intorno al quale non possono essere prese decisioni, come se la dignità fosse legata al concetto di qualità. Io ne sono estremamente convinto: la dignità di ogni vita ha un carattere intrinseco, ontologico. Mi è rimasta impressa un’intervista fatta alle persone che accudiscono Eluana. Dicevano: «oggi Eluana è molto bella». Perché nessuno parla del fatto che ci sono persone che si occupano di lei, che la vestono, la cambiano, le fanno fare fisioterapia. Per una persona morta sarebbe tempo sprecato Ma Eluana è viva. Purtroppo si pesa spesso che casi come questo, che danno molto disagio, sia molto meglio risolverli. E la cosa più grave è che tutto questo ci distrae da tutti gli altri soggetti che sono a carico delle famiglie, le quali hanno bisogno di strumenti e di sostegno economico per portare avanti queste situazione. Sono costretti a lottare per essere liberi di vivere. È un paradosso: è più tutelata la decisione di interrompere una vita che non la scelta di chi vuole continuare ad esercitare un diritto sacrosanto, come la vita stessa. E così la scelta della vita diventa una battaglia quotidiana.

giovedì, novembre 13, 2008

Condanna a morte.

La Corte di Cassazione ha condannato a morte Eluana Englaro.

"La grande marcia della distruzione intellettuale proseguirà. Tutto sarà negato. Tutto diventerà un credo. E' una posizione ragionevole negare le pietre della strada; diventerà un dogma religioso riaffermarle. E' una tesi razionale quella che ci vuole tutti immersi in un sogno; sarà una forma assennata di misticismo asserire che siamo tutti svegli. Fuochi verranno attizzati per testimoniare che due più due fa quattro. Spade saranno sguainate per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Noi ci ritroveremo a difendere non solo le incredibili virtù e l'incredibile sensatezza della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile, questo immenso, impossibile universo che ci fissa in volto. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l'erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Noi saremo tra quanti hanno visto eppure hanno creduto".

(Gilbert Keith Chesterton, Eretici, finale dell'ultimo capitolo)

www.radiotovini.it, una radio on line di uomini vivi.

Cari Amici,
vi segnaliamo il sito di alcuni nostri amici, www.radiotovini.it, il cui nome è già un programma (è una radio on line che si ispira al grande Giuseppe Tovini, su cui spenderemo un po' di spazio e tempo prossimamente).

Il primo podcast di questa radio, guardate un po', è un'intervista al nostro presidente sulla questione della Scuola "G. K. Chesterton".

Cliccando qui ascolterete il podcast, sopra trovate il collegamento al sito che ad ogni buon conto abbiamo inserito tra i collegamenti "amici".

Se volete sapere un po' di più sulla Scuola "G. K. Chesterton" non avete che da cliccare qui.

Iraq - Le cristiane uccise a Mosul - Banda di giovani gli omicidi

Francesca Bertoldi per L'Avvenire

In azione banda di giovani di 16-18. anni. «È un piano per allontanare i fedeli dalla città»

Ragazzini. Avevano 16-18 anni gli assassini che ieri hanno ucciso due sorelle cristiane a Mo sul, in Iraq. Una vera e propria esecuzione mi rata, che segna un’altra tappa di sangue nel marto riato Paese e che racconta anche qualcosa di più (e di peggio) se è vero, come hanno riferito fonti ad AsiaNews, che ad agire sono stati ragazzini «provenienti da famiglie povere» e assoldati da un’organizzazione criminale che punta a «cacciare i cristiani dalla città». Tutto è successo nel quartiere di Alqahira: la banda armata ha fatto irruzione nell’abitazione di una famiglia cristiana e ha sparato a sangue freddo sulle due ragazze, uccidendole. La loro madre è stata invece accoltellata: non è in pericolo di vita. Sono riusciti a mettersi in salvo il marito e l’altro figlio, fuggi ti al momento dell’assalto. Le vittime sono Lamia Sobhy Salloha e Walàa Sobhy Salloha, della chiesa siro-cattolica di Mosul: lavoravano per il tesoriere della municipalità di Wala. Portato a termine l’assalto, la banda criminale ha piazzato una bomba sulla porta dell’abitazione. L’ordigno è esploso poco più tardi, mentre sul posto giungeva un gruppo di poliziotti, uccidendo due agenti e ferendone altri.
«È tutta una questione di potere – hanno raccontato alcune fonti ad AsiaNews – legata alle prossime elezioni per il rinnovo dei consigli provinciali e alla rappresentatività delle minoranze». Minoranze che, ai seggi, potrebbero rivelarsi decisive negli equilibri fra arabi e curdi. Il governo, su invito delle Nazioni Uni te, aveva promesso di reintrodurre l’articolo 50 nella legge elettorale, il quale ga rantiva 15 seggi su 440 alle mi noranze, di cui 13 ai cristiani. Lunedì 3 novembre il Parla mento ha approvato la norma senza inserire alcuna modifi ca, e il Consiglio di presiden za l’ha ratificata, assegnando ai cristiani tre seggi. Una de cisione, questa del Parlamen to, che peraltro ha amareg giato i vertici della chiesa ira­chena, i quali hanno più volte denunciato una palese violazione della Costituzione.
La situazione, specie nelle zone dove si è radicato l’estremismo islamico, sembra peggiore addirittura degli anni del regime di Saddam Hussein, facendo preferire a molti la fuga all’estero e l’esilio. Alla fine degli anni Novanta erano oltre un milione, sparsi in tutto il Paese e soprattutto al Nord. Ora sono meno di 500mila. «Non ci fidiamo più di nessuno - prosegue la fonte di AsiaNews – perché sia gli arabi che i curdi hanno promesso di aiutarci ma non abbiamo ricevuto nessuna risposta concreta».
«Questo omicidio fa pensare a qualcosa di organizzato che rientrerebbe in un piano di allontanamen to dei cristiani dall’Iraq», ha detto al Sir monsignor Shlemon Warduni, vescovo ausiliare di Baghdad. «La situazione sembrava essere tornata quasi tranquilla – ha spiegato il vescovo caldeo –, grazie anche alla presenza dell’esercito, e per questo molte famiglie – circa 700 – erano rientrate in città ed altre stavano pensando di farlo in questi giorni. Ma adesso è tornata la paura e tutto è piombato nel buio più pesto » . L’attacco di ieri è solo l’ultimo di una serie di violenze contro la comunità cristiana a Mosul, nel mirino dei fondamentalisti islami i. Dall’inizio di ottobre vi sono stati 16 morti, mentre 2000 fa miglie hanno lasciato la città. L’attentato non è stato l’unico che ha insanguinato la giornata di ieri in Iraq. Sempre a Mosul, un soldato iracheno che era di pattuglia assieme al le truppe statunitensi, in seguito a una lite ha aperto il fuoco contro i soldati americani uccidendone quattro. Mentre a Baghdad, un’autobomba e un ordigno posto sul ciglio stradale sono esplosi simultanea mente, provocando la morte di 12 persone e il feri mento di altre 60 nel distretto orientale Nuova Baghdad. Qualche ora prima, un’altra autobomba aveva ucciso 4 persone, ferendone 13, nel distretto settentrionale di Shaab. Gli episodi di violenza in Iraq sono decisamente ca lati negli ultimi mesi, arrivando al loro livello più basso dall’invasione delle truppe guidate dagli Usa nel 2003. Ma i ribelli hanno dimostrato che possono ancora sferrare in qualsiasi momento attacchi deva stanti su larga scala in tutto il Paese.
Nuovo attacco contro le minoranze che potrebbero rivelarsi decisive negli equilibri fra arabi e curdi Sangue anche a Baghdad: un attacco in una zona a est ha provocato la morte di 12 persone, un’autobomba ne ha uccise altre 4 a nord

ELUANA ENGLARO - SIGNORI GIUDICI, PENSATECI! AVREMO LA PRIMA CONDANNA A MORTE REPUBBLICANA?

Il bellissimo editoriale di ieri di Avvenire firmato da Davide Rondoni.

Ai Signori Giudici chiediamo solo una cosa: non dateci una condanna a morte. La prima condanna a morte dell’Italia repubblicana. Un genere di condanna che l’Italia ripudia – vantandosene dinanzi al mondo – e che mai nessun motivo di rivalsa, di odio, di giustizialismo ha in trodotto sarà invece inaugurata in nome di una malintesa idea di pietà? È quasi sempre in nome del bene che gli uomini compiono qualcosa di oscuramente cattivo. Se la Corte darà il via libera alla volontà del padre di staccare l’alimentazione per Eluana e se egli troverà qualche centro medico disposto a farlo, avrà luogo l’esecuzione e l’inizio della pubblica estenuante agonia.
Ai Signori della Corte chiediamo di considerare tutto questo: a una ragazza inerme, che non può né esprimere né difendere le sue reali, attuali volontà, si cesserà di dare alimento. A una ragazza, avvolta sì in un silenzio misterioso, ma non arida dentro, tanto da affrontare un’estenuante emorragia come le è capitato alcune settimane fa, si vorrebbe ora dare quella morte da cui ella con le sue sole forze si è invece tirata fuori. E questo perché qualcuno - a differenza di altri - non sop porta più questa dura, triste condizione. Il padre in coscienza ha voluto combattere questa strana battaglia perché sua figlia muoia. Non ce la faceva più. È comprensibile. Meno comprensibile l’accanirsi non perché le cure e la pazienza di altri sopportino la pena e le premure, bensì per la sua morte. Per toglierla di torno. Anche se non dà nessun fastidio, e già ci sono le voci di chi, come le suore che l’accudiscono, dice: la teniamo noi. Il problema, ora che i magistrati hanno scelto di occuparsi di questa faccenda, non è più, per così dire una drammatica faccenda privata tra il signor Englaro e sua figlia. È una faccenda di diritto. E il diritto italiano non contempla la condanna a morte. Per nessuno. Neppure per chi compie la strage o lo stupro più efferato. Vo gliamo cominciare da una ragazza?
Il dilemma ora è: uno può chiedere e ottenere che un altro muoia? A meno che non si consideri Eluana già morta. Pensate a lei così, Signori della Corte? La medicina, secondo i protocolli internazionali, non classifica Eluana tra i morti. E nemmeno tra coloro che sono tenuti in vita con inutile accanimento. Voi la condannerete a morte? O la considererete come già morta? E siete certi che la sue condizioni siano davvero 'irreversibili', come lo stesso Pg della Cassazione ieri è sembrato chiedervi?
Bisognerà dunque avvisare tutti coloro che hanno parenti e amici in condizioni simili, e non sono pochi. Dire a loro: la Suprema Corte li considera già morti, o condannabili. Il nostro è un appello senza potere e senza alcun velo politico. Abbiamo solo voglia che in Italia non si condanni a morte alcuno. Tanto meno una ragazza inerme. Nel tenerla in vita, secondo le condizioni che il destino ha misteriosamente riservato a lei, non si fa torto a nessuno. Nemmeno a lei, poiché nessuno può comunque arrogarsi il diritto di interpretare ora la volontà di Eluana. Le persone cambiano. La vita, lo sappiamo, ci modella, a volte radicalmente. Ma se si dà il via libera alla esecuzione allora si stabilisce che in Italia, a determinate condizioni, c’è la pena di morte. E che tali condizioni non sono d’esser assassini o stupratori, o terroristi. Ma la condizione è d’esser inerme, 'inutile', insopportabile, e nelle mani degli altri. Io non credo che i Signori della Corte siano favorevoli alla pena di morte. Non lo voglio credere. Magari lasciassero sospesa la vicenda, incalzando piuttosto il Parlamento a fare leggi chiare, a cui tutti attenersi e non variabili da giudice a giudice, da medico a medico. Non si sta 'solamente' discutendo di una ragazza, a cui certo tutti auguriamo un corso sereno del suo oscuro destino, ma di un caso le cui conseguenze varranno per tutti. Il suo povero corpo, la sua persona, che sem brano valere più niente, secondo la visione di chi la vede già come morta, potrebbero essere inve ce quelli di un’incredibile eroina. L’ultima muta barriera, la estrema insurrezione contro una strana volontà di introdurre nella nostra già feritissima Italia l’uso della condanna a morte.

mercoledì, novembre 12, 2008

Papa: il cristiano non vuole la fine del mondo, ma la fine dell’ingiustizia


Continuando ad illustrare il pensiero di San Paolo, Benedetto XVI parla della “attesa del ritorno del Signore”. Essa non giusitifica disinteresse per ciò che ci circonda. L’atteggiamento del cristiano “riguardo alle cose ultime”.


Città del Vaticano (AsiaNews) – Il cristiano attende con speranza il ritorno di Gesù, ma questo atteggiamento, se gli crea libertà interiore di fronte alle paure del mondo, accresce la sua responsabilità verso i fratelli e quando prega “vieni Gesù” non chiede la fine del mondo, quanto la fine dell’ingiustizia, del rifiuto di Dio, della violenza.

E’ l’insegnamento di San Paolo sul quale oggi si è centrata l’attenzione di Benedetto XVI che, ai 15mila fedeli presenti all’udienza generale, in una uggiosa giornata novembrina, ha parlato della “nuova prospettiva” aperta dalla Risurezione, “l’attesa del ritorno del Signore”, “il rapporto tra il tempo presente e il futuro, quando Cristo consegnerà il regno al Padre”.

Scritta intorno all’anno 52 la Lettera ai Tessallonicesi parla di “parousia”, “avvento”. Con “accento quanto mai vivo e immagini simboliche”, essa propone “un messaggio semplice: alla fine saremo sempre con il Signore”, “il nostro futuro è essere con il Signore”. “In quanto da credenti siamo già con il Signore, il futuro è già comnciato”. Nella II lettera ai Tessalonicesi, poi, Paolo “parla di eventi negativi che dovranno precedere l’evento finale”. Dice che “non bisogna lasciarsi ingannanre come se il ritorno fosse già imminente” e che “prima dell’arrivo vi sarà l’apostasia e ci dovra essere un non bene identificato uomo iniquo che poi la tradizione chiamerà l’anticristo”.

Il Papa ha sottolineato come “l’attesa non dispensa dall’impegno in questo mondo, ma al contrario crea responsabilità, cresce la nostra responsabilità di lavorare in questo mondo”. Benedetto XVI ha ricordato in proposito la parabola dei talenti, là dove il Signore chiede: “Avete portato frutto?”, per ribadire che “l’attesa del ritorno implica responsabilità per questo mondo”.

E’ un atteggiamento che si ritrova nello stesso Paolo, quando “è in carcere e aspetta la sentenza che può essere di morte. Pensa al suo futuro con il Signore, ma anche alla sua comunità. “Per me vivere è Cristo, ma se vivere significa lavorare con frutto non so davvero cosa scegliere: da una parte essere sciolto dal corpo per essere con Cristo, dall’altra rimanere nella carne per essere di aiuto a voi”. “Paolo non ha paura della morte, al contrario essa indicherebbe il completo essere con Gesù. ma Paolo parteicpa i sentimenti di Gesù, che non ha vissuto per sé, ma per noi. Diventa il suo programma per la vita, disponibilità a cosa deciderà Dio. Vivere per Cristo e così per il rinnovamento del mondo”. La fede “crea grande libertà interire anche di fronte alla morte”.

“Possiamo adesso domandarci quali sono gli atti fondamentali del cristiano riguardo alle cose ultime.”. “In primo luogo la certezza che Gesù è risorto e col Padre è con noi per sempre e nessuno è più forte di Cristo: siano sicuri e liberati dalla paura” che “era diffusa nel mondo di allora ed anche oggi i missionari trovano accanto a cose buone la paura degli spiriti, di poteri che ci sovrastano”. Secondo. la certezza che Cristo è con me e come in Gesù il mondo futuro è già cominciato”, “certezza delle speranza”, “il futuro non è buio, anche oggi c’è tanta paura del futuro il cristiano sa che il futuro non è buio”. Terzo, “il giudice che ritorna è giudice e salvatore insieme”. Dio “ci ha consegnato i suoi talenti e perciò abbiamo responsablità per il mondo e i fratelli davanti a Cristo, ma nella certezza della sua misericordia”. Bene e male non uguali, siamo incarcati di lavorare perché questo mondo sia aperto a Gesù. Cristo è giudice, ma è buono e perciò possiamo esseere sicuri della sua bontà e andare avanti con grnande coraggio”.

Ultimo punto “un po’ difficile”, affrontato dl Papa è quando Paolo alla fine della II Lettera ai Corinzi “ripete una preghiera nata dalle prime comuità cristiane dell’area palestinese: maranatà, Signore vieni”. “Possiamo pregare anche noi così, ma sembra che per noi oggi è difficile pregare che perisca questo mondo”. Però “possiamo dire vieni Gesù. Certo non vogliamo la fine del mondo, ma vogliamo che finisca questo mondo ingiusto, che sia fondamentalmente cambiato, che sia di giustizia e di pace, senza violenza, senza fame, tutto questo vogliamo e come potrebbe succedere senza la presenza di Cristo? Senza presenza di Cristo non verrà mai un mondo giusto e rinnovato: dobbiamo dire anche noi con grande urgenza nelle circostanze del nostro tempo, 'vieni dove c'è ingiustizia e violenza, nei campi dei profughi nel Darfur, nel nord Kivu, vieni dove domina la droga, vieni anche dove i ricchi ti hanno dimenticato, e per loro sei sconosciuto; vieni e rinnova i nostri cuori, vieni nel nostro cuore perché noi stessi possiamo divenire presenza tua, luce, in questo senso preghiamo con san Paolo 'maranatà', vieni Gesù,', e che Cristo sia realmente presente oggi nel nostro mondo e lo rinnovi”.

Iraq - Nuovo attacco contro i cristiani a Mosul, uccise due sorelle


Secondo i testimoni la banda era composta da ragazzi fra i 16 e i 18 anni. Gli assalitori hanno freddato a colpi di pistola le ragazze, poi hanno piazzato una bomba sulla porta di casa. La deflagrazione ha ucciso due agenti. Fonti di AsiaNews parlano di “giochi di potere” legati alle elezioni per il rinnovo dei consigli provinciali.


Mosul (AsiaNews) – Nuovo attacco contro i cristiani a Mosul: mercoledì 12 novembre una banda armata ha fatto irruzione in un’abitazione di una famiglia ad Alqahira, un quartiere della città, uccidendo due sorelle.

Si è trattato di una vera e propria esecuzione mirata: il gruppo è entrato nella casa e ha sparato a sangue freddo sulle due ragazze; la loro madre è stata accoltellata. La donna è stata ricoverata all’ospedale di Mosul, ma non verserebbe in gravi condizioni. Sono riusciti a mettersi in salvo il marito e l’altro figlio, fuggiti al momento dell’assalto.

Le vittime sono Lamia Sobhy Salloha e Walàa Sobhy Salloha, della chiesa siro-cattolica di Mosul: le giovani lavoravano per il tesoriere della municipalità di Wala. Portato a termine l’assalto, la banda composta da giovani tra i 16 e i 18 anni – secondo quanto riferiscono i testimoni – ha piazzato una bomba sulla porta dell’abitazione. L'ordigno è esploso mentre sul posto giungeva un gruppo di poliziotti, uccidendo due agenti e ferendone altri.

Una fonte di AsiaNews a Mosul riferisce che si tratta di “bande di ragazzi che appartengono a famiglie povere” dietro i quali c’è “una organizzazione criminale” che fa di tutto “per cacciare i cristiani dalla città”. “È una questione di potere – racconta la fonte – legata alle prossime elezioni per il rinnovo dei consigli provinciali e alla rappresentatività delle minoranze”, che potrebbero rivelarsi decisive negli equilibri fra arabi e curdi.

Il governo, su invito delle Nazioni Unite, aveva promesso di reintrodurre l’art. 50 nella legge elettorale, il quale garantiva 15 seggi su 440 alle minoranze, di cui 13 ai cristiani. Lunedì 3 novembre il Parlamento ha approvato la norma senza inserire alcuna modifica e il consiglio di presidenza l’ha ratificata, assegnando ai cristiani di Mosul un solo seggio. La decisione del Parlamento ha amareggiato i vertici della chiesa irachena, i quali hanno denunciato una palese violazione della Costituzione , che assicura pari diritti per tutti i cittadini.

“Non ci fidiamo più di nessuno – prosegue la fonte di AsiaNews – perché sia gli arabi che i curdi hanno promesso di aiutarci ma non abbiamo ricevuto nessuna risposta concreta”. L’attacco di oggi è “un nuovo messaggio lanciato da quanti vogliono spingere i cristiani a fuggire verso la piana di Ninive”. Nei giorni scorsi oltre 700 famiglie avevano deciso di rientrare a Mosul, rassicurate dal governo locale che garantiva una maggiore protezione. L’esecuzione mirata avvenuta quest’oggi “spingerà i cristiani a fuggire di nuovo” e sui pochi che rimangono pende la minaccia di nuovi attacchi e violenze. “È solo un gioco politico – conclude la fonte – e a rimetterci sono i cristiani”.

L’attacco di oggi è solo l’ultimo di una serie di violenze contro la comunità cristiana a Mosul, nel mirino dei fondamentalisti islamici e di bande armate. Dall’inizio di ottobre vi sono stati 16 morti, mentre 2000 famiglie – 12mila persone in totale – hanno lasciato la città. Negli ultimi giorni la situazione sembrava essere migliorata, tanto che più di 700 nuclei familiari avevano deciso di rientrare nelle loro abitazioni; l’attacco di oggi getta una nuove ombre sul futuro della comunità cristiana in Iraq. (DS)

martedì, novembre 11, 2008

La Scuola "G. K. Chesterton" cerca aiuto.

Come forse alcuni sapranno, a San Benedetto del Tronto è stata data vita ad una scuola (per ora media inferiore, in futuro media superiore e centro di formazione professionale) da alcuni dei nostri Tipi Loschi coinvolti nelle attività della Capitani Coraggiosi società cooperativa sociale, impegnata da anni nell'aiuto ai minori.

Sabato 15 Novembre 2008 alle ore 16.00 si terrà un incontro in cui spiegheremo il perché di questa scuola, e cercheremo aiuto per reperire risorse per l'edificazione della nuova scuola.

Invitiamo tutti a partecipare! Potete invitare tutti quelli che vorrete, naturalmente tutti quelli che hanno a cuore la libertà di educazione e hanno una reale preoccupazione per l'emergenza educativa odierna, richiamataci dal Papa Benedetto XVI.

Il Popolo canta - Le canzoni di Claudio Chieffo

Vi invitiamo a partecipare a questo concerto, basta cliccare la foto e vedrete bene quando dove e come.
Lo organizzano tra gli altri i figli del grande Claudio, amico di molti di noi, e Carlo Pastori e Walter Muto (vecchie conoscenze, autori con Paolo Gulisano di un riuscitissimo lavoro teatrale su Giovannino Guareschi).

E' una bella e buona cosa, fa bene, piace e riguarda un caro vecchio amico scomparso (solo dalla vista) a cui dobbiamo molto per le sue canzoni.

lunedì, novembre 10, 2008

Ancora 1° Novembre 2008!

sabato, novembre 08, 2008


"Se udiva un discorso un po' ardito , non andava in escandescenze e non dava precetti: solamente non vi partecipava. Del resto la sua compagnia bastava per trattenerci, come se in sua presenza non esistesse il male; le chiacchiere leggere di salotto parevano indegne di lui; il corso della conversazione prendeva un tono più virile, pur mantenendo quell'umore allegro che sempre lo accompagnava."

L'ha detto Pier Giorgio -13

"Ohimè, passono i giorni e io, anzichè notare in me un miglioramento, vedo persistere la bestia che nelle lotte vince sullo spirito. Solo nelle preghiere degli amici vedo un potente aiuto perchè io riprenda con vigore il sopravvento sulla mia animalità e perciò confido specialmente nelle tue".
(Da una confidenza di Pier Giorgio ad un amico)

giovedì, novembre 06, 2008

Ecco la tradizionale foto del 1° Novembre!



Come sempre, il 1° Novembre abbiamo scattato la grande foto dei partecipanti al pellegrinaggio di ringraziamento per la nascita della Compagnia.

Facce belle, sorridenti, allegre, tanta gente, giovani e meno giovani, tanti bimbi allegrissimi.

Bello, no? E' tutta grazia di Dio.

Simone, Nicoletta, Papa Benedetto e Pier Giorgio Nostro - ecco le foto!

Guardate che belli!

Le abbiamo messe nel post ma abbiamo voluto metterle anche qui.

Sono due belle foto e ritraggono un bellissimo momento!

Musulmani convertiti al cristianesimo chiedono libertà religiosa agli esperti radunati in Vaticano


L’appello, firmato da 144 persone, domanda agli esperti del dialogo di non dimenticare la difficile situazione dei cristiani, trattati come “degli esclusi e come dei paria”. Fra le richieste più urgenti, la garanzia di libertà a cambiare religione.


Roma (AsiaNews) – Un gruppo di 144 cristiani, di cui 77 musulmani convertiti al cristianesimo, ha lanciato un appello agli esperti islamici e cattolici radunati in Vaticano in questi giorni perché essi non dimentichino le minoranze cristiane e i neo-convertiti nei Paesi islamici. I firmatari dell’appello – cattolici, ortodossi e protestanti dell’Africa del Nord e del Medio Oriente – domandano che il dialogo che si svolge in Vaticano porti a questi risultati:

1) che la legge islamica non si applichi ai non musulmani;

2) che sia abolita la condizione di “dhimmi”, di cittadini di seconda classe;

3) che la libertà di cambiare religione sia riconosciuto come un diritto fondamentale.



L’appello ricevuto da AsiaNews è anche pubblicato sul sito www.notredamedekabylie.net , legato ai cristiani d’Algeria.

I firmatari “gioiscono” per i passi che si stanno svolgendo in questi anni e per la Lettera dei 138 saggi musulmani, da molti definita come una testimonianza che “l’Islam non è contro i cristiani”. Ma essi sottolineano che la condizione di minoranza dei cristiani nei Paesi islamici, “già marchiata dall’insopportabile stato di ‘dhimmi’ [lett.: gruppo protetto grazie al pagamento di una tassa al governo islamico, escluso dalla effettiva parità nella società], è aggravata dalla crescita dell’islamismo militante apparso negli ultimi tempi”.

“Quanto ai neo-cristiani, o convertiti – continua l’appello – essi non hanno alcun diritto di esprimere la loro nuova scelta religiosa, pena la condanna come apostate, al punto da essere costretti all’auto-esilio, se possono”.

I firmatari chiedono allora che il dialogo che si sta aprendo fra Vaticano e esperti islamici affronti “anzitutto tre temi urgenti :

1) la legge islamica non sia applicata ai non musulmani;

2) lo stato di dhimmi, che fa dei cristiani egli esclusi e dei paria, non è più accettabile e deve essere abolito, perché esso offende la dignità umana, proprio come la schiavitù;

3) la libertà di cambiare religione deve essere riconosciuto come un diritto fondamentale, un diritto che viene da Dio, il quale non obbliga nessuno ad adorarlo”.

Il testo ricorda che nel Corano vi sono versetti favorevoli alla libertà di religione, mentre alcune Hadith [detti del profeta] domandano la morte dell’apostata. “Purtroppo – spiega l’appello – alcuni Stati hanno posto queste frasi nella loro costituzione (ad es. La Mauritania), che essi applicano nonostante la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948”.

Riaffermando che questo dialogo islamo-cristiano è necessario, i firmatari suggeriscono agli esperti di “tener conto dei cristiani che vivono nel mondo detto ‘musulmano’, o da cui provengono. Metterci da parte, dimenticarci, sarebbe un segno di ignoranza, o una volontà manifesta di non voler affrontare le questioni che ci fanno problema. L’attualità, purtroppo non cessa di dimostrarlo: i cristiani nel mondo musulmano sono in grave pericolo”.

Papa Benedetto XVI: il cristianesimo “non è la via delle comodità”, è “una scalata esigente”


Illustrando la cristologia di San Paolo, Benedetto XVI evidenzia la centralità della risurrezione, senza la quale, il cristianesimo sarebbe “assurdo”. Il rispetto dell’apostolo verso la tradizione indica che la teologia “non crea nuove visioni”, ma serve a far capire oggi la realtà della risurrezione.


Città del Vaticano (AsiaNews) – Il cristianesimo “non è la via delle comodità”, è “una scalata esigente”, “ai cristiani non è risparmiata la sofferenze” come diceva Agostino, ma è una vita “illuminata dalla speranza”: c’è la condivisione della croce, nell’attesa di condividere la risurrezione, “evento” essenziale della fede e centrale della cristologia paolina.

Il “carattere decisivo” della Risurrezione in San Paolo, al quale da quest’estate, nell’attuale Anno paolino, Benedetto XVI sta dedicando le sue riflessioni delle udienze generali, è stato l’argomento del quale il Papa ha parlato oggi alle quasi ventimila persone presenti in piazza San Pietro.

“Se Cristo non è risorto, vuota è la nostra fede, la nostra predicazione”: nella Lettera ai corinzi, Paolo dice che “senza la Risurrezione, la croce rimarrebbe una tragedia”. Paolo “parte dal e arriva al mistero di Colui che il Padre ha risuscitato dalla morte”. L’evento in base al quale l’apostolo può manifestare il suo annnuncio: “Cristo è risorto ed è vivo in mezzo a noi”.

Benedetto XVI ha poi sottolineato “il grande rispetto” col quale Paolo tratta la tradizione che anche a lui è stata riferita: “sia io che loro predichiamo..”, scrive, mettendo in risalto “il nesso tra ricevere e trasmettere e l’unità tra tutti i credenti”. “L’originalità della sua cristologia non va mai a discapito della fedeltà alla tradizione comune, nella quale si esprime la fede comune di tutte le Chiese, che sono una sola Chiesa”. “Cosi la teologia non crea nuove visioni del mondo e della vita, è al servizio della risurrezione”, è “farci capire oggi la realtà della Risurrezione”.

“Paolo non si preoccupa di scrivere un manuale di telogia, ma di rispondere alle domande che facevano i fedeli”. E dice che “siamo giustificati, ossia resi giusti, salvati da Cristo morto e risorto. Senza Risurrezione la vita cristiana sarebbe semplicemente assurda” ed essa è “qualcosa di molto concreto, registrato da segni ben precisi e da molti testimoni”.

Paolo “proclama non solo il fatto della Risurrezione, ma il fatto essenziale che in essa siamo giustificati” e “rivela la vera realtà di Gesù come Signore”. "La vita dei credenti diventa condivisione della morte e della risurrezione” e “il vero credente ottiene la salvezza professando con la bocca che Gesù è il Signore e credendo nel suo cuore che è risorto”. Non basta avere la fede nel cuore, dobbiamo testimoniarla. In questo “il cristiano si inserisce nel processo avviato con la risurrezione, nella quale si fonda la speranza di poter entrare un giorno con Cristo nella nostra vera patria, che sta nei cieli”.